Giorno: 12 aprile 2012

Anticipazione: “La strada più lunga” di Loris Di Edoardo (L’arcolaio)

Si potrebbe partire dalla fine del libro, da Congedo, per calpestare le orme di Loris Di Edoardo e percorre a ritroso La strada più lunga. Si potrebbe partire proprio da una di «quelle sere / senza oggetto né verbo / così piene d’attesa / da assomigliare / a una pagina bianca»; ma «[s]crivere / è rispondere a un appello. / […] è una questione di durata / di tenuta, di resistenza / davanti a una porta chiusa.»
Non sarebbe, questo, un percorso insolito: sarebbe un altro modo per inoltrarsi in un cammino costeggiato di volti, di nomi, di presenze, di paesaggi vari, tutti appartenenti a una provincia o alla dimensione domestica; volti, nomi e luoghi dove la luce filtra fioca nel e dal buio (parola ricorrente più di altre ma che annuncia sempre l’accensione, mai l’inabissarsi), per congiungersi nel respiro del poeta (e “respiro” è altra parola tematica cara a Di Edoardo).
Perciò si potrebbe leggere il libro partendo dalla fine, perché è proprio nei Luoghi trascurati dalle mappe, titolo della terza e ultima sezione, che il poeta ci consegna la sua geografia, la sua descrizione del paesaggio visto non solo come contesto territoriale nel quale si è cresciuti, ma anche come bene da preservare e custodire (e in questo affiora una lezione zanzottiana più di concetto che di forma). E sintomatica di questa possibile prima lettura è Fucino dove si dà voce al destino di una piana che fu un lago fino a quando la megalomania dell’uomo (e l’uomo in questo caso porta il nome del Principe Torlonia) nel 1875 volle prosciugare le acque del terzo, fino allora, lago d’Italia per trarre terreno fertile dove finirono per tribolare intere generazioni di coltivatori “più affamati dei pescatori di una volta” (mi confessava lo stesso Di Edoardo, interrogato da me su alcuni passi della raccolta ancora in fieri); terreni che oggi sono stati sottratti a un destino di abbandono da nuovi coltivatori, nordafricani i più, che hanno sostituito, nel bene e nel male, anche l’antica mitologia dei luoghi, sicché «[finisce] per un malessere nuovo / e meno dolce / di terra bruciata dal sole / l’avventura solitaria del lago».
Ma non è sola geografia di luoghi quella offertaci dalla raccolta; in Anni dopo, continuo a sognarti ogni notte incontriamo il nonno materno, contadino pure lui come quelli tribolanti sulla piana del Fucino; si tratta di una figura centralissima: attorno a lui ruota la raccolta stessa, e se non ruota è dalla sua figura che si dipana la lunga trama del libro. In lui si riversano sia i ricordi di vita vissuta o di vita raccontata (quella memoria storica ben simboleggiata da una bicicletta tramandata di generazione in generazione), sia le ansie del presente e del passato; sorta di guida virgiliana per il “paese dell’anima” che osserva chi è «rimast[o] a respirare / l’aria percossa dalle [sue] dita / nei pomeriggi d’estate».
Sicché La strada più lunga si presenta come sorta di cammino nel cammino, dove il tratto comune nella trama è una continua contrapposizione, come dicevo all’inizio, tra il buio e la luce, filtrata o derivata, raramente diretta, definita “di rimando”; luce che spesso proviene da un punto esterno o da altro elemento, che non può essere banalmente definita salvifica. Il ritmo di questo arrampicarsi è dato dal respiro: un respiro vitale, conquistato sin dall’inizio a fatica (si legga la poesia Racconto della mia nascita), ma necessario per compiere la scalata e raggiungere i “luoghi trascurati”, che altro non sono se non tutto ciò che è andato perduto nel corso degli anni nel tentativo di stare al passo (senza riuscirci) dei ritmi imposti dalla quotidianità. Un respiro che si fa soffio con il quale separare «l’ombra dalla luce / soffiando forte sui fogli / masticandoli, se necessario» (Appena puoi mandami i tuoi versi); perché la poesia è materia che si mastica lentamente prima di poter dire il sapore che se ne ricava; lenta conquista, per lunga sedimentazione (come in Sereni, poeta qui presente proprio perché al lungo letto prima di diventare lezione acquisita); lenta assunzione di linfa che decanta nel tempo prima di dare il fine distillato di un ricordo lontano, o l’immagine già tradotta nella storia di evento più prossimo. Lenta distillazione del quotidiano per non farsi fagocitare dalla voracità dei tempi che tende inesorabilmente a livellare la realtà circostanziale in un costante e indesiderato anonimato.
E, suo malgrado, involontario emblema di questo sentimento quasi di inadeguatezza (alienazione) al dato quotidiano è Max, il destinatario di Vengo per dirti che oggi sono stato lontano, poesia con la quale Di Edoardo si chiede se abbia «un senso raccontar[e] quel viaggio» ora che non ci si può più immaginare «dentro una storia comune» e ora che ci si bagna «le labbra a questo buio / e la voce un attimo è ferma e un attimo dopo / è perduta per sempre». E se non interviene la morte naturale a zittire i suoni e i colori, interviene un’altra morte più profonda e tragica: quella di «un uomo che si cerca nelle parole» che si antepone a un uomo che «deposta una maschera un’altra ne indoss[a] / che soltanto [gli] sembrava più vera.» [Prefazione, f.m.]

***

Entrambi inconciliabili
nel sonno
la mano che stringe le lenzuola
e un quarto di luna disegnato
alla finestra.

Non c’è più acqua.

Resta soltanto quello
che ognuno si aspetta.
Conosci la supremazia del gesto
che riafferma la sua orma
sul bianco di ogni neve passata.

Prova a credere
a chi rimanda indietro un sogno.
Specie oggi che disanimo
il mio credo
e vivo e disseziono la realtà
come se fosse vera.

È piovuto stanotte
e abbiamo finto di dormire,
tenendoci stretti alle caviglie
per impedirci di fuggire.

***

Fine e principio del giorno

Quello di noi
che ebbe il coraggio
di sfidare
con volo radente
la burrasca del mare,
che salutò gli amici
con la propria voce
e dimenticò il padre
e la madre
per camminare solo
lungo una strada vuota;
colui che non ebbe paura
del coro mattutino
al principio di ogni cosa,
che lavorò la pietra
per farne giaciglio
nelle notti di luna piena;
colui che per primo
parlò alle volpi e ai cani
ora vive nella visione
dei propri sogni
ed è inutile cercarlo
in questa pausa dimenticata
del respiro.

***
                                                       a Max

Vengo per dirti che oggi sono stato lontano
per capire se ha un senso raccontarti quel viaggio.
La finestra rimane socchiusa
mentre dentro la stanza ci scalda
quel piccolo fuoco che si mischia alle nostre parole.
Costruiamo ricordi.
Mi piace pensare di essere stati insieme così a lungo
mentre fuori l’erba diventava neve.
È il mio modo di vivere più vite in una sola volta.
Avrei voluto altro buio, altre case da guardare
e immaginarci dentro una storia comune.
È il nostro salire, privati del corpo
a una terra d’immagini e colore.
Mi bagno le labbra a questo buio
e la voce un attimo è ferma e un attimo dopo
è perduta per sempre.
Avrei dovuto lasciarti parlare più a lungo
e scrivere di quel fumo acre che ti bagnava gli occhi
prima di cominciare a piovere.
Davanti c’è un uomo che si cerca nelle parole:
ogni frase è un piccolo ritratto.
Mi parli della tua infanzia senza un cortile dove giocare.
Ma questa è la tua liberazione
soltanto dopo l’avresti capito.
Sapevi bene che vivere non è raccontarsi nei versi
dove deposta una maschera un’altra ne indosso
che soltanto mi sembrava più vera.

***

Ancora l’ora buia
che preme
satura di bianco
nuda come la sabbia
all’alba, senza soccorso
cornice aguzza
in cui racchiudere la mano
che ha frugato
istante dopo istante
in tutte le ferite del mio corpo.

***

Eccomi di nuovo
(specchiato in forma d’uomo)
rinnovato sedimento d’esperienza.
Delle foglie d’autunno
ho preso a ruminare
tutto il fuoco delle braci
che declinano il futuro,
l’asse del mondo sul quale
in bilico traccio una rotta
di ore e nuove aspirazioni.
Tutta per sé questa prova.
E la fine del giorno
rimanga misura umana
della sorte, gesto lento
che si dispiega nell’aria
e ammorbidisce il vento
di una finestra socchiusa.

***

Appena puoi mandami i tuoi versi

Ti assicuro che non li leggerò.
Ne saggerò la leggerezza
la durezza dei toni, l’asprezza delle parole,
ne ricaverò la forma, una qualsiasi
sepolta sotto la neve.
Ma non li leggerò.
Ne aspirerò l’odore, separerò l’ombra dalla luce
soffiando forte sui fogli
masticandoli, se necessario.
Ma non li leggerò.
Li terrò vicino a una candela accesa
per vedere l’effetto che fanno dei versi
illuminati appena. Sostituirò le sillabe
con minuscoli aeroplani di carta.
Li lascerò sull’acqua, a vivere o morire.
Ma non li leggerò, fino a quando il tuo nome
non mi sarà familiare come il rumore
della sigaretta che brucia al buio
o come questa pazienza
che dura un giorno soltanto.

***

Anni dopo, continuo a sognarti ogni notte
con una ostinazione
che supera l’invida per il tuo trapasso – noi
rimasti a respirare
l’aria percossa dalle tue dita
nei pomeriggi d’estate.
Ho fatto in tempo a dirti
“Ti ho voluto bene”
condannandoti in anticipo a una morte a cui
pure nell’imminenza del suo sogno
non avevi ancora dato peso.
Stanotte, per esempio, ti sono passato accanto
felice, mi sembrava
sulla bicicletta che era stata tua
e prima ancora d tuo padre.
Eravate seduti su una panchina.
Vi scoprivo a uno a uno
come si fa con gli amici di una festa a sorpresa.
Ma già eravate cenere confusa
lungo una via di campagna.
Pigra e inesorabile, per me, strada del ritorno.

***

Fucino

La mia vita era qui
già molto tempo prima
dei primi insediamenti umani.
Ero vivo nell’acqua immobile del lago,
sopra le teste glabre dei monti,
nel trascorrere inesorabile delle nubi
durante i cicli non ancora vitali
delle diverse stagioni.
Prima dell’uomo ho assaporato
la fertilità di queste terre
nei fiori e nei frutti incontaminati
a pochi metri dalle rive del lago.
Lungo i millenni
ho vissuto in un continuo
prestito d’occhi incantati.
Finì per un malessere nuovo
e meno dolce
di terra bruciata dal sole
l’avventura solitaria del lago.
Scandito, ora, il tempo
sul ritmo delle fasi lunari,
dai sospiri e le bestemmie degli uomini
che per primi ammainarono le vele
per una nuova occupazione.

***

Congedo

Una di quelle sere
senza oggetto né verbo
così piene d’attesa
da assomigliare
a una pagina bianca.
La penna è una palude
che ingoia il supposto
atto di presenza.
Scrivere
è rispondere a un appello.
Ho provato ad allontanarmi
da questa pagina bianca.
Ma è una questione di durata
di tenuta, di resistenza
davanti a una porta chiusa.
Devo saper attendere
fino a consumare
l’ultima goccia d’inchiostro.
Abbiamo avuto torto
a contare i passi.
La vita raccontata a noi stessi
a piccole scaglie.
Meglio procedere immobili
tra una folla urlante.
Ho un sorriso per tutti. Sempre.
È la mia unica fede.
Faccio spesso lunghe passeggiate
senza visitare nulla, senza soffermarmi
su nessun particolare.
Questa mia povertà ha un prezzo
e altrove è un nuovo errore:
cercare ragione o mistero nelle cose.
Le vita è una direzione
e il mio ruolo è silenzioso.
Mi dispiace che a voi sembri
irriverente questo mio modo
di non essere.

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Loris di Edoardo è nato a Roma nel 1971. Insegna inglese nella scuola media. La strada più lunga è la sua prima pubblicazione in volume, ma già vanta alcune segnalazioni in concorsi nazionali; sue poesie sono apparse in Lo Specchio de La Stampa e più recentemente (n. 270, aprile 2012) nella rivista Poesia.