Giorno: 9 aprile 2012

Luca Minola su Gabriele Gabbia, La terra franata dei nomi, 2011

Luca Minola su Gabriele Gabbia, La terra franata dei nomi (2011, L’arcolaio)

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Leggendo il primo libro di Gabriele Gabbia “La terra franata dei nomi” si rimane spiazzati dalla frammentazione continua della parola, dalle immagini innescate nei corpi, nei luoghi, come sintesi di una vita senza protezioni.
Tutto sembra in continua discesa, smembrato, franato fino dentro ai nomi, che portano la differenza, l’individualità di ognuno. Proprio quest’ultima è manifestata in continua flagellazione.
Il libro è diviso in quattro sezioni, si parte con “Diatribe dal ventre”, dove il punto , il canale sono gli interni, le interiora che si calcolano con fatica nel dolore: “ Dimora negli intestini/la terra franata dei nomi”. Continuando ad elencare: “L’impasto ventrale” e ancora: “ Il capo:/un ventre spaccato” sembra che tutto passi dal corpo, dalle sue ulcere e da una materialità che vede nel grembo, nello stomaco il dato di una salute forzata, non richiesta, malsana.
Per questo l’attacco della seconda sezione “Lacerti, corpi, lembi. Brani di nulla” suona come una non scelta. “Ognuno non sceglie/ i corpi/per sempre perduti/ in un tratto intero”.
Nessuno in verità sceglie i corpi, l’incontro e ciò che avviene: il continuo mutamento e il peso interminabile del vivere, del sentire più profondo: “Talvolta ti atterra il corpo addosso/ ed è il cupo gorgoglio di un verbo/mentre si vaga, per ossessioni, per/ stordimenti- per storni. E tutto non si può ripetere e la voce è unica, passa e ricomincia: “La voce/ si ascolta una volta sola, mentre tutto/ non torna- è molto diverso-ricomincia.”
Nel tempo c’è la modulazione del dolore, che muta i luoghi del ricordo rendendoli forme imposte, scontrose: “Muri scontrosi in Contrada S.Croce avanzano/-adornano diafano un viso-/fra scaglie residue d’un tempo rimasto/e ciò che del tempo tuo ti rimane/ e l’immensa corona di spine/ ogni giorno più a fondo infissa/nel cranio d’avorio e aria/ che t’è toccato in vita”. Quindi una colpa obbligata, imposta. La colpa del vivere, ostaggi del proprio destino e di un volere assurdo e senza senso, dove incombe la propria e l’altrui solitudine. Per questo il reale si pesa nella perdita costante del proprio essere e nella perdita di senso per ogni cosa. “La prima solitudine, nell’auto/-vettura vuota-corpo-/vascello abbandonato. Seduto/-risucchiato nel sedile senza fondo-a fianco/ dell’assenza di tuo padre. Fuori/la perdita della luce delle mani degli anni./La perdita di tutto. Anche-/anche di questo,/ricordo.”
Quindi l’impossibilità del ricordo ma anche una sorta di ribellione nello sguardo, nel saper guardare oltre un limite, oltre una resistenza dei corpi. “Ho sempre guardato, guardato,/dal nulla da cui vedo/i corpi della soglia,/laddove sono rimasto/ a fissarne/ la fissità inquieta/ d’un nulla.”
La parte terza del libro “Spettri” continua a ridefinire il corpo: “Ti è morta nella testa la testa/ dell’amore, giace, esangue/ nel suo stillato stillicidio/- gravido- di calvario. Il tempo/si annuncia deserto./ La porta d’inizio è ciò da cui fuga ogni fine.”
E ancora “Un vedersi/ mai più in là di ciò che si ha/di ciò che si sa- un infinito/ ridotto al corpo dell’osso.” Questa finitezza viene toccata ed esposta più volte all’interno dei testi, è la profonda sensibilità dell’autore che preme e insiste sugli elementi, perché lui stesso profondamente mostrato in questo libro.
L’ultima sezione del libro si intitola proprio “ Io” ma l’io di Gabbia è estremo, impraticabile.
E’ il capitolo più riuscito del libro, Gabbia si abbandona completamente al lettore, regge la presa e allarga i propri orizzonti verso la pluralità, abbraccia ogni cosa e pretende di essere morto e di vivere per i morti e cerca e trova una voce, una presenza. “Io sarò voi-/ i morti, tutti,/noi, voi/ dopo di me, quando/solo, soffierò/ lo sguardo, da ciascuno/ di voi tutti/ su ognuno/ di me.”
L’amore riempie il libro di Gabbia in ogni punto, può essere amore per la madre e amore del corpo, della mente e di ciò che non si configura. “Con occhi sempre nuovi/ hai abitato/una forza indistinta. L’hai subita/donata diffranta, ed era/ il senso del vivere che si apriva/-era te-: quel/ silenzio ridotto alla parola.” Si percepisce solo il silenzio, anzi questo mondo è fatto di silenzi e le voci non sono che falsità, perché sfuggono, perché anche non volendo saranno trascinate nel nulla, non esisteranno più, non potranno essere registrate, catalogate o scritte. Per questo la parola è l’ultima e la sola possibilità, è il sigillo che tiene tutto, è quello che resta, parola scritta. Verbo da ripetere, poesia.
Il libro finisce con una delle poesie più belle, che riassumono in poche righe tutto il contenuto e la forza di lavoro di questo giovane autore. Anche in questo componimento le parole sono frammento e liberazione di sé. I luoghi e i tempi si fermano e alla figura principale viene impressa la possibilità, la realtà di essere tutti, quindi la perdita di sé, nell’altro. “ Il battito della stanza/coagulato, si fermava,/ci assaliva, un tempo/senza tempo, un ascolto/in ascesa. Il rumore/era un cerchio lontano. Tutto/ era fermo, mentre tu, procedevi-/eri tutti.”
I nomi che si possono fare come influenze costanti nella poesia Gabbia sono sicuramente Michele Ranchetti (grandissimo studioso della Storia della Chiesa ma anche poeta non abbastanza riconosciuto), soprattutto il Ranchetti di “ Verbale” vera e propria frammentazione costante della vita attraverso la poesia e l’ultimo Celan quello dopo “ La rosa di nessuno” per intenderci, lo Celan più arduo ed estremo.
E proprio questa continua impossibilità e frammentazione rendono questa silloge una delle più interessanti degli ultimi tempi mettendo in risalto un autore, una voce vera e decisa.