Mese: aprile 2012

Wallace Stevens, L’idea dell’ordine a Key west (trad. di Marilena Renda)

L’idea dell’ordine a Key West

Lei cantava al di là del genio del mare.
L’acqua non divenne mai voce, o mente,
come un corpo tutto corpo, che agita
le maniche vuote; il suo moto mimetico
rendeva costante il grido, causava sempre un grido,
che non era nostro nonostante sentissimo,
l’inumano, del vero oceano.

Il mare non era una maschera, e lei neanche.
L’acqua e la canzone non erano un unico suono
anche se lei cantava ciò che aveva udito,
perché la canzone era scandita, ogni parola.
Forse in ogni sua frase si muoveva
l’acqua che strideva, il vento che ansimava;
ma era lei che ascoltavamo, non il mare.

Perché era lei a creare la canzone che cantava.
Il mare, incappucciato e tragico,
era solo un posto in cui andare a cantare.
Chi è questo spirito? dicevamo, sapendo
che era lo spirito che cercavamo, e che
mentre cantava lo avremmo chiesto spesso.

Se era solo la voce scura del mare
che si alzava, o colorata da molte onde;
se era solo la voce esterna del cielo
e della nuvola, del corallo affondato in muri d’acqua,
per quanto chiara, sarebbe stata aria profonda,
il discorso ansante dell’aria, un suono estivo
ripetuto in un’estate senza fine,
e solo il suono. Ma era più di questo,
più della sua voce, e della nostra, in mezzo ai
tuffi insensati dell’acqua e del vento,
distanze teatrali, ombre di bronzo ammucchiate
su orizzonti alti, atmosfere montuose
di cielo e mare.

Era la sua voce a rendere il cielo
più acuto nel suo scomparire.
Lei misurava puntualmente la sua solitudine.
Era l’unica artefice del mondo
in cui cantava. E quando cantava il mare,
qualunque cosa fosse, diventava
la sua canzone, perché lei lo creava.
Noi, guardandola camminare sola,
sapevamo che per lei non c’era mondo
tranne quello che cantava e, cantando, creava.

Dimmi, se lo sai, Ramon Fernandez,
perché, quando il canto finì e ci dirigemmo
verso la città, dimmi perché le luci gelide,
le luci nelle barche da pesca all’ancora,
mentre scendeva la notte, oscillando nell’aria,
si impossessarono della notte e si spartirono il mare,
fissando zone luminose e poli ardenti,
disponendo, approfondendo, incantando la notte.

Oh benedetta furia di ordine, pallido Ramon,
furia del creatore di ordinare le parole del mare,
le parole dei portali profumati e stellari,
e di noi stessi e delle nostre origini,
in suoni più acuti, in confini più spettrali.

 

The idea of order at Key West

She sang beyond the genius of the sea.
The water never formed to mind or voice,
Like a body wholly body, fluttering
Its empty sleeves; and yet its mimic motion
Made constant cry, caused constantly a cry,
That was not ours although we understood,
Inhuman, of the veritable ocean.

The sea was not a mask. No more was she.
The song and water were not medleyed sound
Even if what she sang was what she heard,
Since what she sang was uttered word by word.
It may be that in all her phrases stirred
The grinding water and the gasping wind;
But it was she and not the sea we heard.

For she was the maker of the song she sang.
The ever-hooded, tragic-gestured sea
Was merely a place by which she walked to sing.
Whose spirit is this? we said, because we knew
It was the spirit that we sought and knew
That we should ask this often as she sang.
If it was only the dark voice of the sea
That rose, or even colored by many waves;
If it was only the outer voice of sky
And cloud, of the sunken coral water-walled,
However clear, it would have been deep air,
The heaving speech of air, a summer sound
Repeated in a summer without end
And sound alone. But it was more than that,
More even than her voice, and ours, among
The meaningless plungings of water and the wind,
Theatrical distances, bronze shadows heaped
On high horizons, mountainous atmospheres
Of sky and sea.

It was her voice that made
The sky acutest at its vanishing.
She measured to the hour its solitude.
She was the single artificer of the world
In which she sang. And when she sang, the sea,
Whatever self it had, became the self
That was her song, for she was the maker. Then we,
As we beheld her striding there alone,
Knew that there never was a world for her
Except the one she sang and, singing, made.

Ramon Fernandez, tell me, if you know,
Why, when the singing ended and we turned
Toward the town, tell why the glassy lights,
The lights in the fishing boats at anchor there,
As the night descended, tilting in the air,
Mastered the night and portioned out the sea,
Fixing emblazoned zones and fiery poles,
Arranging, deepening, enchanting night.

Oh! Blessed rage for order, pale Ramon,
The maker’s rage to order words of the sea,
Words of the fragrant portals, dimly-starred,
And of ourselves and of our origins,
In ghostlier demarcations, keener sounds.

 

traduzione di Marilena Renda

Fuori di testo (nr. 16)

La costruzione di un amore

La costruzione di un amore
spezza le vene delle mani
mescola il sangue col sudore
se te ne rimane

La costruzione di un amore
non ripaga del dolore
è come un altare di sabbia
in riva al mare

La costruzione del mio amore
mi piace guardarla salire
come un grattacielo di cento piani
o come un girasole

ed io ci metto l’esperienza
come su un albero di Natale
come un regalo ad una sposa
un qualcosa che sta lí
e che non fa male

E ad ogni piano c’è un sorriso
per ogni inverno da passare
ad ogni piano un Paradiso
da consumare

dietro una porta un po’ d’amore
per quando non ci sarà tempo di fare l’amore
per quando farai portare via
la mia sola fotografia

E intanto guardo questo amore
che si fa più vicino al cielo
come se dietro l’orizzonte
ci fosse ancora il cielo

sono io e son qui
e mi meraviglia
tanto da mordermi le braccia,
ma no, son proprio io
lo specchio ha la mia faccia

sono io che guardo questo amore
che si fa più vicino al cielo
come se dopo tanto amore
bastasse ancora il cielo

e tutto ciò mi meraviglia
tanto che se finisse adesso
lo so io chiederei
che mi crollasse addosso

E la fortuna di un amore
come lo so che può cambiare
dopo si dice l’ho fatto per fare
ma era per non morire

si dice che bello tornare alla vita
che mi era sembrata finita
che bello tornare a vedere
e quel che è peggio è che è tutto vero
perché

La costruzione di un amore
spezza le vene delle mani
mescola il sangue col sudore
se te ne rimane

la costruzione di un amore
non ripaga del dolore
è come un altare di sabbia
in riva al mare

Ma intanto guardo questo amore
che si fa più vicino al cielo
come se dietro l’orizzonte
ci fosse ancora il cielo

sono io, son qui
e mi meraviglia
tanto da mordermi le braccia,
ma no, son proprio io
lo specchio ha la mia faccia

sono io che guardo questo amore
che si fa più vicino al cielo
come se dopo tanto amore
bastasse ancora il cielo

e tutto ciò mi meraviglia
tanto che se finisse adesso
lo so io chiederei
che mi crollasse addosso

 

 

 

Ivano Fossati
(da “Dal vivo, Vol.2”, 1993)

 

Tra le righe n. 11: Paul Celan, Sprich auch du

Tra le righe n. 11: Paul Celan, Sprich auch du

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman*

Paul Celan

Sprich auch du

Sprich auch du,
sprich als letzter,
sag deinen Spruch.

Sprich —
Doch scheide das Nein nicht vom Ja.
Gib deinem Spruch auch den Sinn:
gib ihm den Schatten.

Gib ihm Schatten genug,
gib ihm so viel,
als du um dich verteilt weißt zwischen
Mittnacht und Mittag und Mittnacht.

Blicke umher:
sieh, wie’s lebendig wird rings —
Beim Tode! Lebendig!
Wahr spricht, wer Schatten spricht.

Nun aber schrumpft der Ort, wo du stehst:
Wohin jetzt, Schattenentblößter, wohin?
Steige. Taste empor.
Dünner wirst du, unkenntlicher, feiner!
Feiner: ein Faden,
an dem er herabwill, der Stern:
um unten zu schwimmen, unten,
wo er sich schimmern sieht: in der Dünung
wandernder Worte.

Paul Celan, dalla raccolta Von Schwelle zu Schwelle, 1955

Parla anche tu

Parla anche tu,
parla per ultimo,
dai voce alla tua parola.

Parla –
ma non separare il No dal Sì.
Dai alla tua parola anche il senso:
dalle l’ombra.

Dalle ombra a sufficienza,
dagliene tanta,
fino a saperla attorno a te divisa
tra mezzanotte e mezzogiorno e mezzanotte.

Guardati intorno:
vedi come ovunque tutto è vivo –
Vicino alla morte, eppure vivo!
Dice la verità, chi dice ombra.

Ma ora si restringe il luogo dove stai:
in quale posto andrai, spogliato delle ombre, dove?
Sali. Tenditi verso l’alto come puoi.
Più esile diventerai, irriconoscibile, più sottile!
Più sottile: un filamento,
lungo il quale cerca di calarsi nell’abisso, la stella:
per nuotare laggiù, proprio laggiù,
dove si guarda splendere: nella risacca
di parole erranti.

(traduzione di Francesco Marotta, 1984, 2012)

Parla anche tu

Parla anche tu
parla per ultimo,
di’ cosa pensi.
Parla —
ma non dividere il sì dal no
Dà senso anche al tuo pensiero:
dagli ombra.

Dagli ombra che basti, tanta
quanta tu sai
attorno a te divisa fra
mezzanotte e mezzodì e mezzanotte.

Guardati intorno:
vedi come in giro si rivive —
Per la morte! Si rivive!
Dice il vero, chi parla di ombre.

Ma ora si stringe il luogo dove stai:
Adesso dove andrai, spogliato dell’ombre, dove?
Sali. A tasto innàlzati.
Più sottile divieni, quasi altro, più fine!
Più fine: un filo, lungo il quale
Vuole scendere, la stella:
per giù nuotare, giù, dove essa
si vede brillare: nel mareggiare
di errabonde parole.

(traduzione di Giuseppe Bevilacqua, in: Paul Celan, Di soglia in soglia, Einaudi, Torino 1996)

Parla anche tu

Parla anche tu
parla per ultimo,
di’ il tuo pensiero.
Parla — Ma non dividere
il sì dal no
Dà senso anche al tuo pensiero:
dagli ombra.

Dagli ombra che basti, tanta
quanta tu sai
attorno a te divisa fra
mezzanotte e mezzodì e mezzanotte.

Guardati intorno:
vedi come in giro si rivive —
Per la morte! Si rivive!
Dice il vero, chi parla di ombre.

Ma ora si stringe il luogo dove stai:
Adesso dove andrai, spogliato dell’ombre, dove?
Sali. A tasto innàlzati.
Più sottile divieni, quasi altro, più fine!
Più fine: un filo, lungo il quale
Vuole scendere, la stella:
per giù nuotare, giù, dove essa
si vede brillare: nel mareggiare
di errabonde parole.

(traduzione di Giuseppe Bevilacqua, in: Paul Celan, Poesie. Volume primo, Mondadori, Milano 2012, p. 231)

______________________________________________________________________________

*Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.

 

Raffaella Spera – poesie (da riscoprire) (post di Natàlia Castaldi)


Titina Maselli - acquaforte senza titolo

Titina Maselli - acquaforte senza titolo

.
.
.
da - Il vizio dell'inventario
non coelum debes mutare, sed animum
 Seneca
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

1.      Come potrei          dolcemente astratta
dal finestrino  del  treno  capire  mimati  bambini
         pronti a carpire
così pazienti così impauriti    vengono a cercarmi
con calore di cagna    (che inutile collage!)
me futile  vanesia  snidata  sniffata  datata
mi risalgo lentamente
        attentamente       cupamuta
sul ponte  di  Angkor   Vat   intrappolata
tra le scaglie di drago / maschere spezzate / alberi furiosi
/ strabici templi / la dea millemanimillecuori    mi
rutta in faccia contumelie / serpenti dalle code di pietra /
le  lingue  si  alzano  respirano  nascosto /
                                 POICHÉ
qui l'amore è libero
né reggiseni né giarrettiere
                        (donne scaltre come l'ultima
                            Thulin)
uggiosamente spalancate, poppe al vento
senza alcuna pretesa di narrazione-statistica-critica
schivano tutte le...
                      e  tu?
in  una s olida  norma  di  deliri falliti
gli  occhi  sigillati (fili delle ciglia nelle orecchie)
(dita arrampicate ai peli della dea)
(sbiancato)  (pseudovermizzato)
imbambolato  con  la  faccina  di  topo
                                         tu..-
.

2.   ...deserto senza un pugno di erba
materie     prigionie    croste
inutilidisinquietanti         (allucinanti) spessori
rumori  in  una  stanza
fasciata  di  stracci  e  di  sughero
           il giardino è un fascio di ortiche
rimbalzano piume
schizzano insetti
le serrature sempre più piccole
la sabbia gonfia come cenere:
in questa muta direzione di ombre/dove
non diventa buio  /  la duna non riempie le braccia
                                     je suis malade
                                     je vais mourir
fuori del cancello astronomie segnate a carbone
          in uno schermo                            gigante
                                                   beffarda
                                              incontenibile
                                                   violenta
con futuro fibrillare
insidiosamente  squarcia  le  gomme
scardina  il  pipe  line
cancella  le  piste
sventra  cammelli  assetati
lacera  veli  neri
                  ahimè! mancanza assoluta di pietas!
nonostante tutto...
la storia è lunga    più lunga   ...grido:
incomprensibile  per  me  e  per  voi...
«me  ne  frego -- rispondi impassibile -- un  amico  giusto
è il solo privilegio».

.
3.         fu così:
strati  e  strati  di  meduse
                              affastellate
                              allacciate
                              intrecciate
                              spezzate
                              spaccate
infinite forme    lunari  /  violacee  /  con punte ingigantite
rimpicciolite  /  trasparenti cristalli  /  mobili come ragni  /
tonde come sfere  /  impazzite  sull'alta  marea  (unica rete)
tra un caldo odore di acqua malsana
                                       arcuata in lontananza
                               turchinasupina e
                               NOI le vedemmo
cosa devo fare, domandavo  -- avrei voluto sapere --
dai, Inge mi rispondeva, prendi gli strumenti, non mollare,
afferrala                    MA SFUGGE
MA? -- cosa? nerofumo  biancopanna  rosapelle  cellulosa  opaca
orizzontale verticale longitudinale trasversale     -- trastul-
     lati, ora:
appena stringi ti schizza umore lattiginoso        e sei finito
                                      finito all'infinito.
C'è  solo  un'attesa
            suicida.
 .
4.    certo, tutto questo è poco serio:
oscenamente seduti tra le rose di Sana'a'
(il mio atroce accento inglese sfrangiato
da una certa molesta tenacia)
                              senza desiderio
                              senza curiosità
                              senza allusioni
I should like  ---    should  you  like?
non  risponde  ---    perché  non  risponde?       BAH!!!
Faccia a faccia coinvolti:   siete miei ospiti  /   magnifica
quell'aria da farfalla notturna   /   lo champagne
dov'è lo champagne?   /   uno  scorpione  nella  bottiglia?   / 
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
voci  esaltate  articolazioni   rarefatte
ci  pisciamo  addosso  tra  sogghigni  aux  lilas
barbe  impudiche  di  trentenni  prodigio
sfrontatezza  abile  di  femmine rigonfie
feticcio  obbligato  (danza   cammina   sorride)
                                              E
ad  un  tratto,  con  un  pugno  secco,  accidenti,
butti  giù  la  finestra  di  vetri  colorati
(tutta  passione      passione)
spappolata  così,  per  intero
           serata  maligna,  mentre
slab    slab...   porcomondovagabondo...
.

Roma, 1980

______________

di Raffaella Spera ho poche notizie oltre a quelle riportate in calce all’antologia “poesia italiana oggi”, a cura di Mario Lunetta, per la Newton Compton Editori, 1981.

Lo stesso problema circa l’irrintracciabilità di notizie e testi della Spera se l’era posto nel 2007 Stefano Guglielmin, che aveva già postato su blanc de te nuque le prime due parti de “il vizio dell’inventario”, sempre tratte dall’antologia curata da Lunetta.

Di certo sappiamo che è nata a Potenza ed ha vissuto per lungo tempo in Medio, Estremo Oriente ed Africa, per poi stabilirsi definitivamente a Roma dove ha codiretto la galleria Artanciel in via Margutta; la casa editrice Rossi & Spera; una collana di poesia per Carte Segrete.

Ha pubblicato diverse raccolte poetiche, tra cui ricordiamo:

Segni Minimi – Nuovedizioni Vallecchi 1975

Differenziato – Ed. Lacaita 1977

Zentrum – Ed. Carte Segrete 1979 – con incisioni all’acquaforte di Titina Maselli

E nel 2008 un romanzo, “Deserti” per la Manni Editore, con la prefazione di Mario Lunetta.

______________

Chiunque vorrà fornire ulteriori notizie sulla Spera, farà cosa gradita e utile alla poesia. (grazie)

nc

_______________

p.s.: per Mario Lunetta si consiglia la lettura da “le reti di dedalus”

Venezia barometro (quasi una dichiarazione) di Anna Toscano

Venezia barometro.

(quasi una dichiarazione)

di Anna Toscano

Venezia è il mio barometro dell’anima. Quando qualcuno mi chiede da quanto viva qui rispondo “Oh, qualche anno”. Poi rifaccio i conti sui polpastrelli delle dita e di anni ne conto quasi diciannove. Gli anni insieme non pesano, è come un matrimonio ben riuscito. Non so se Venezia abbia scelto me, o io lei. So che, quando arrivai, sentivo un bisogno estremo per la mia esistenza di un barometro dell’anima. “L’anima ha le sue tempeste e i suoi giorni di beltempo” scriveva qualcuno, e qui ogni stato dell’anima mia si trova in rifrazione con tutto ciò che la circonda, le cose che mi stanno attorno hanno una forma o un odore o un colore che rimandano a me stessa. Scorgo sempre un correlativo oggettivo alla mia anima in questa città: è un luogo di oggetti del tempo, oggetti smarriti o oggetti lasciati da moltitudini di popolazioni diverse. Uno dei pochi luoghi, cosmopoliti e al contempo particolari, che tengono la propria storia, perché buttare il passato vuol dire caricarselo sulle spalle e non accorgersi del peso di ciò che non si vuole vedere, mentre tenere il passato vuol dire guardarlo. Io guardo Venezia, la guardo negli occhi da diciannove anni, la guardo e qualsiasi sia lo stato della mia anima lei è lì, ed è come me. O io come lei. Non so se il sole ci sia per via del mio buon umore, o se il mio buon umore ci sia per via del suo sole. Non so se quando sono arrabbiata lei mi faccia il dispetto di riempire di gente tutte le calli che mi portano al lavoro, o viceversa. Non so se quando rientro dopo un viaggio in inverno sia l’odore di alghe ghiacciate che mi riporta a fondamenta degli incurabili, o se sia la memoria di fondamenta degli incurabili a farmi sentire l’odore delle alghe ghiacciate e la nostalgia per l’inverno in corso. Mi piace l’eterno scherzo dei riflessi di acqua e di vetri, l’amplificarsi infinito delle visioni, tutto si riflette su tutto: posso essere in un luogo ma riflessa anche in un altro: sono sempre io quella, ma con quale altra vita? Anche gli specchietti che sporgono dalle finestre per vedere chi stia fuori senza affacciarsi riflettono un dentro continuo tra vetri e luci. Continui mondi paralleli da cui uscire ed entrare, altre esistenze e altre stanze da vivere, guardandosi da dentro mentre si suona fuori. Ma la amo anche quando fa l’eccentrica, fa la vecchia e bizzarra funambola che si esibisce davanti a tutti con le sue piaghe, i suoi canali fetidi, le sue pantegane e le sue scoasse, sul filo della fine della sua storia. Ed è per questo che da intere generazioni ricamano merletti, e ora che in queste isole non li fanno quasi più è dalla Cina che arrivano i preziosi intarsi all’uncinetto: sono tutte reti, reti che la salveranno quando lo scivolone sarà eccessivo, quando il mondo alla tivù la guarderà facendo “ooohhhh” col fiato sospeso mentre le sirene suonano e suonano e suonano. Io sarò ancora qui, con gli stivali di plastica gialli ai piedi a far combaciare il mio umore con quello della sua luce, a cercare nella sua nebbia il mio naso, a sentire scricchiolare le mie ossa come passi sulle sue pietre. Sarò ancora qui a domandarmi ma quando è stato che, alla luce del lampione che non c’è più a Punta della Dogana, le ho chiesto una promessa “non mi mancare mai troppo…”. E resto.

**********

tratto da Venezia, strana città

reading – 28 aprile, libreria Bocù – Verona

Sabato 28 Aprile ore 18.00
 
Libreria Bocù
Vicolo Samaritana 1/b
VERONA
 
 
sparizione del soggetto & scrittura impersonale
 
con
 
Marco Giovenale, Mariangela Guàtteri, Ranieri Teti,
Alessandro Assiri, Enzo Campi

Stefano Pini – Anatomia della fame

Stefano Pini – Anatomia della fame – ed. La Vita Felice 2012

Dice già molto il titolo della prima e riuscita raccolta di Stefano Pini. La fame è : la paura, il distacco, il vagare in un tempo che ancora non è, una città che a volte scompare o tarda a manifestarsi realmente. Inquadrature in campo lungo sul deserto. Deserto (o città) che a volte si fa tappeto dove stare stesi non è così facile. Anatomia perché è il corpo lo snodo centrale di queste poesie (come sottolinea bene Sebastiano Aglieco nella nota critica d’apertura). Il corpo del poeta, di un’altra (o altre) figure, dei luoghi. Il corpo osservato da dentro e fuori. Un corpo distante o vicino. Unità di misura di partenze e ritorni, del perdersi e del ritrovarsi. <<Torna da me>> // Porti al collo il peso dell’esilio, un movimento / sacro costretto all’asfalto. / Disperdiamo i margini del corpo / quel che non è fame, desiderio, rumore bianco. Pini oscilla tra inquietudine e consapevolezza. Si percepisce nitidamente l’angoscia, lo smarrimento della giovane età e lo smarrimento dei nostri tempi, dal quale nessuno di noi può sottrarsi. Il disincanto che consente di guardare tutto da diverse angolazioni e coglierne le sfumature. Profondo è lo sguardo. L’accortezza con cui il poeta osserva e registra i mutamenti dell’animo, la precarietà del vivere. La consapevolezza sta, invece, nella scrittura. La cura con cui ogni parola è stata scelta, la disposizione dei versi, la musicalità, la direzione verso la “comprensibilità”. Stefano Pini sa che quando si scrive poesia ci si mette a nudo ma ha capito che quando il lavoro sui testi finisce è tempo di rivestirsi ché qualcun altro si approprierà delle parole che egli ha scelto. C’è, poi, un’altra consapevolezza più malinconica, amara se vogliamo, che nasce dall’esperienza, delle cose che si sanno già a trent’anni, quella forse che spinge a scrivere. Ogni stagione termina così / senza riuscire a trattenere i colori / proveremo ancora, aggrappati alla peste. Una bella scoperta la poesia di Stefano Pini, un libro che vale la pena leggere.

Gianni Montieri

****

Il cemento e l’erba
rallentano fino a sfilare le ombre:
quattro del mattino, viale Umbria,
un tram in corsa
diciannove fotogrammi al secondo
non verso casa o un porto, non verso.

Una stanchezza satura
attorno al collo come seta.

C’è già stato tutto: le lacrime e il vuoto.

Ogni semaforo una steppa, figure sparute
che scavano l’aria.
Ogni fermata un sobbalzo, una supplica:
polvere di ferro sospende l’alba

*****

Più ci avviciniamo
più ci scopriamo pallidi:
lo specchio riflette inconsistenti
luci del traffico che giocano
con il nostro doppio
mentre arbusti di plastica
la Milano invisibile
si disfanno le gocce d’acqua e fuoco.
Non accade altro prima dell’alba.

******************

per acquistare il libro Qui

Ricordo troppe cose dell’italia – Giovanni Raboni

Buon 25 aprile (la redazione)

Ricordo troppe cose dell’Italia.
Ricordo Pasolini
quando parlava di quant’era bella
ai tempi del fascismo.
Cercavo di capirlo, e qualche volta
(impazzava, ricordo,
il devastante ballo del miracolo)
mi è sembrato persino di riuscirci.
In fondo, io che ero più giovane
d’una decina d’anni,
avrei provato qualcosa di simile
tornando dopo anni
sui devastati luoghi del delitto
per la Spagna del ’51, forse
per la Russia di Breznev…
Ma ricordo anche lo sgomento,
l’amarezza, il disgusto
nella voce di Paolo Volponi
appena si seppero i risultati
delle elezioni del ’94.
Era molto malato,
sapeva di averne ancora per poco
e di lì a poco, infatti, se n’è andato.
Di Paolo sono stato molto amico,
di Pasolini molto meno,
ma il punto non è questo. Il punto
è che è tanto più facile
immaginare d’essere felici
all’ombra d’un potere ripugnante
che pensare di doverci morire.

Poesie di Emiliano Zappalà

Poesie di Emiliano Zappalà

—-
—-
—-
—-
Dettagli


Quell’odore impossibile che fa il mare
negli ultimi istanti d’azzurro,
lo schianto d’ala sordo del gabbiano
l’inchiostro degli scogli

– sono tutti dettagli
immortalati dalla foto di un pazzo –

un attimo prima della pugnalata precisa del sole
e del sangue che si sparge a macchie;
quando si sente solo il respiro
rotto del mentecatto
impegnato a ricomporre
i cocci interminabili del crepuscolo.
—-
—-
*
—-
—-
Avevo già visto questa scena della mia vita
solo che
non ricordavo l’uomo con il grande
cappotto marrone,
né la donna ferma a contare i granelli di grandine.
Non ricordavo il disordine,
non ricordavo quell’odore disperato.
—-
È tardi. L’orologio avanza.
Esplode deciso su ogni secondo.
—–
Mi alzo prima che suoni la sveglia
mi vesto
ed in un attimo sono già alla porta.


*


Oggi ho comprato i tuoi occhi
su una bancarella polverosa
di un mercatino delle pulci
di periferia.

Erano lì che brillavano
come perle.
Qualcuno li aveva lasciati
per pochi spiccioli;
abbandonati
tra ciondoli e vecchie monete.
Ora li ho appesi nella mia stanza.

La notte li fisso
mentre il respiro incespica
sul soffitto.
Per sentirci davvero soli
abbiamo bisogno di due occhi
grandi che ci osservano.


*


Bussarono alla porta con due colpi secchi e regolari
e attraversai l’atrio in ciabatte.
Salutai sulla soglia gli Angeli dell’Apocalisse
e li invitai a prendere un caffè.
Era un giorno di scuole aperte,
di università affollate,
di traffico per le strade
e c’era odore di cannella.
——-
Parlammo per un po’, poi dissero
ch’era ora di andare.
Indossai un abito casual e gli occhiali da sole,
lasciai in casa la solita confusione;
in fondo da sempre siamo preparati a quel giorno.
———
Loro mi aspettavano fischiando in direzione del cielo,
Spensi la tv, rassettai il divano e presi le chiavi di casa,
credo per abitudine.
———
Alla fine chiesi il permesso di uscire dalla finestra.
Pensai che quel giorno
Sarebbe stato più giusto andarsene come un ladro.
——–
——–
*
——
—–
Io scrivo sulla fine del mondo,
sul deserto,
sul baratro dei sensi,
sullo scheletro e sulle ossa,
sulla carcassa
di questo brave new world.
———-
Porto con me l’ultima scossa,
l’ultimo spacco,
con il cielo che zampilla
in una fredda pozza
e si rapprende tra le unghia;
il vento trascina con se
gli ultimi vagiti e
le ultime preghiere,
le ultime pietre
di un castello metafisico.
———-
La mia mano setaccia
la carta dell’universo
che piano piano sbianca,
diventa bianca,
e accarezzo la superficie
della storia.
———–
Nell’aria, c’è la puzza di una decomposizione elettronica.
———-
Sono in bilico sul tempo,
le mie parole non hanno domani
e il riflesso dello specchio
s’è cancellato.
Guardo in basso,
le processioni e le candele
le ultime esecuzioni,
gli ultimi amplessi,
le marce;
ascolto le ultime prediche
e gli ultimi silenzi
bevo le ultime gocce di sangue.
——
Scrivo sulla fine del mondo
sciolto dal peso del futuro;
scrivo il testamento di nessuno,
e non ho lettore.
Le mie sottili linee
saranno tagli nel vuoto
e schizzi per nessuno.
—-
E sono libero
nella fine.

—-
Scrivo.
Scrivo parole senza legame,
frasi senza sintassi,
racconti senza senso,
suoni senza significato;
perché adesso
sono miei
e domani
non potrà leggerli nessuno.
—–
——
——
——

Emiliano Zappalà, siciliano nato a Indianapolis nel 1986, da poco specializzato in Filologia Moderna con tesi dal titolo Un viaggio nel Postmoderno. Disoccupato fino a data da destinarsi. Secondo classificato al concorso Raccontare il Monastero, indetto dalla facoltà di Lettere di Catania. Nel 2010 ha stampato a proprie spese, insieme ad altri cinque amici la raccolta Raudi – esplosioni dalla periferia. Collabora con diverse webzine e giornali on-line, frequenta corsi di scrittura e sceneggiatura, scrive racconti e poesie, cerca di capire cosa fare della sua vita e nel frattempo fa un po’ di politica a livello locale, perché a lasciare che gli altri lo facciano per noi poi ci si accorge che «questa è l’Italia».

Salvatore della Capa – poesie

Si appresta un novembre buono.
Dove tu eri restano denti
e gusci di lumaca.
Voglio stendermi lì
riempire le tempie
dei segni del tuo passaggio.
Perché sono tutta la gente
che ho incontrato

.

.

perché il corpo ha memoria
raccoglie l’acqua del contagio
il pianto facile degli scomparsi.
Ti chiedi dove finisce
tutto il sangue che perdiamo.

perché ogni corpo ha una memoria

:

:

Senza rimedio avvenne
uno sguardo. Le parole
ritornavano nella terra
sillaba a sillaba
la gola rincorreva una voce
le proporzioni rinchiuse
nei nostri polsini.
Perché sono tutta la gente
che ho toccato

:

:

perché il corpo ha memoria
porta con sé le stigmati
della parola, come un cerchio
si ripete nell’assenza.
La mano ferma e il gesto ovunque.
Ora tu dovrai ascoltare.

perché ogni corpo ha una memoria

:

:

Notte restituita alla mente
lungo la linea spezzata del sonno.
Rabbia trattenuta nelle spalle
il tuo essere animale
la cura bestiale sul ventre.
Perché sono tutta la gente
che ho violato

:

:

perché il corpo ha memoria
chiede e promette come un varco
prende la forma del pane.
Una lingua attraversa i muscoli
piega la carne alle ecchimosi.
Ti spiega il fallimento.

perché ogni corpo ha una memoria

:

:

Il tempo dispone i volti sulla credenza
catene e lumi artificiali
un filo interrotto attorno alle mani
tutta l’aria che sale nell’arteria.
Lasciare cadere un cenno
il punto incosciente sul nord
quel poco di Dio che cerchi nelle cose
«Me pare ca chist’anno
Natale n’adda venì».
Perché sono tutta la gente
che ricordo

:

************************************

Salvatore Della Capa è nato a Napoli nel 1983. Si è laureato e specializzato in Lettere presso l’Università di Bologna, città dove vive e lavora in ambito sociale . È attivo a Bologna, Imola e nel circondario e nel Trentino nell’organizzazione di reading, concorsi, laboratori di poesia e eventi letterari. È uno degli ideatori e realizzatori del festival Luoghi diVersi, nella provincia di Bologna e Ravenna. Ha collaborato, come direttore di collana delle Edizioni Il crocicchio, per il gruppo editoriale inEdition e col settimanale sabato sera. Ha pubblicato le sillogi Al cospetto dell’alba (Libroitaliano, 2002) e Interno, Esterno (L’arcolaio, 2008), ha curato Poesie in corso. Laboratorio di Università Aperta (Bacchilega editore, 2008), è presente nell’Antologia Protesto (FaraEditore, 2009) e in altre raccolte. Sue poesie e suoi interventi sono apparsi su riviste come Ali, La Mosca, Argo. È tradotto in polacco nell’antologia Z Buta (Katedra Italianistyki, 2011).

Fuori di testo (nr. 15)

Fiori di lana

Un hard disk pieno di poesie
non vale nulla se non ci sei tu
ti prendo ti porto via da qui
in un posto dove non cresce l’addio

Supererai o supereroi
ancora non è chiaro il limite
fiore che fai?
ore che mai
trascorreranno in pace senza che
qualcuno le dominerà

Alberi di prosa e nostalgia
e un’antenna che trasmette solo te
ti canto proteggo l’armonia
come l’acqua dentro a un fiume scorri via

La clessidra volge al finire
la sabbia mi ricorda l’estate
con la camicia a fiori
e la giacca di lana
copriamo la stagione che noi due
capimmo soltanto poi

 

 

 

Colapesce
(da “Colapesce”, 2010)

 

Enzensberger e la figlia del macellaio

Una modesta proposta per difendere la gioventù dalle opere di poesia

Così Hans Magnus Enzensberger intitolava nel 1977, su “Tintenfisch” la sua requisitoria contro “il lavoro forzato” dell’interpretazione nell’insegnamento della letteratura. Il brano fu tradotto in italiano da Alfonso Berardinelli l’anno successivo, per i “Quaderni piacentini” e si trovò, come ricorda Stefano Benni, al centro di un dibattito molto acceso. Per anni l’autore tedesco fu associato immediatamente all’episodio  tramandato come “la figlia del macellaio”. Ricordo ancora che proprio “La figlia del macellaio” si intitolava un’intervista a Enzensberger mandata in onda su Radio 3 il 9 maggio 1993, intervista della quale conservo gelosamente una registrazione su audiocassetta (la registrazione è di pessima qualità, ma questo dipende dalla proverbiale imperizia di colei che ricorda). L’attacco del brano di Enzensberger, che ripropongo qui nella traduzione italiana e nell’originale tedesco, conserva, a distanza di trentacinque anni, la sua efficacia.

“Sono passato poco fa nella macelleria qui all’angolo per comprare  una bistecca. Il negozio è strapieno di gente, ma la moglie del macellaio, appena mi vede,  posa il coltello sul bancone, va alla cassa, tira fuori un foglio di carta e mi chiede se è roba mia. Io do un’occhiata al testo e confesso immediatamente la mia colpevolezza.

È la prima volta che la signora della macelleria mi lancia uno sguardo per così dire di fuoco. Fra i mormorii degli altri clienti viene in chiaro quanto segue.

Senza averne avuto il minimo sospetto, io sono intervenuto nella vita della figlia del macellaio che si sta preparando all’esame di maturità. L’insegnante di tedesco le ha messo davanti una poesia che avevo scritto molti anni fa con l’invito a mettere nero su bianco qualcosa in proposito. Risultato: un bel quattro, pianti e scenate a casa del macellaio, questi sguardi accusatori che mi trapassano letteralmente da parte a parte e, per concludere, una bistecca più dura del solito nel mio piatto”.

(Hans Magnus Enzensberger, Una modesta proposta per difendere la gioventù dalle opere di poesia, in “Quaderni piacentini”,  1978, 66-67, 140)

„Kürzlich betrete ich die Metzgerei an der Ecke, es ist Freitag nachmittag, um ein Rump­steak zu kaufen. Die Leute drängeln sich im Laden, aber die Frau des Meisters läßt, kaum daß sie mich erblickt hat, das Messer fallen, holt aus der Schublade an der Kasse ein Stück Papier hervor und fragt mich, ob das von mir sei. Ich sehe mir den Text an und bin sofort geständig.

Es ist das erstemal, daß mir die Metz­gersfrau etwas zuwirft, was ich als einen flammenden Blick bezeichnen möchte. Unter dem Murren der anderen Kunden stellt sich folgendes heraus.

Ich habe, ohne etwas davon zu ahnen, in das Leben der Metzgerstochter eingegrif­fen, die kurz vor dem Abitur steht. Man hat ihr im Deutschunterricht irgendein Gedicht vorge­setzt, das ich vor vielen Jahren schrieb, und sie aufgefordert, etwas dar­über zu Papier zu brin­gen. Das Resultat: eine blanke Vier, Tränen, Krach in meines Metzgers Bungalow, vor­wurfsvolle Blicke, die mich förmlich durch­bohren, ein zähes Rumpsteak in meiner Pfanne.“

(Hans Magnus Enzensberger, Ein bescheidener Vorschlag zum Schutz der Jugend vor den Erzeugnissen der Poesie, dall‘antologia „Tintenfisch“, a cura di Klaus Wagenbach, Wagenbach, Berlin 1977).