Lost in quotation (6) – Last in quotation

Sono sempre felice di poter iniziare una nuova pagina. Il punto, professore, è che se nella tua vita non ci fosse la sofferenza, come faresti a capire quando invece sei felice? Felice rispetto a cosa? Dopo aver guardato un temporale, alla domanda “quante gocce di pioggia hai visto?” la risposta più adatta è “molte”: non che il numero preciso non esista, ma non lo si può conoscere. Furono gli studi universitari e le pratiche religiose a riportarmi lentamente alla vita. Ancora oggi conservo quelle che alcuni considerano le mie strane inclinazioni in fatto di culto. Il tempo e il luogo sono le sole cose di cui ho certezza. Ci chiesero di ricostruire il fatto. Vollero da noi molti dettagli su come avevamo passato le ore tra le dodici, quando ci avevano visti tornare dalla chiesa, e le quattro e trenta del pomeriggio, in cui forzarono la finestra ed entrarono in casa. Se posso spiegare perché volevo buttarmi dal tetto di un palazzo? Certo che posso spiegare perché volevo buttarmi dal tetto di un palazzo.

Ricordo stranamente bene quel pomeriggio. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Anche la mia presenza, in un certo senso, era una menzogna. Esistono molti modi di avere un’infanzia poco felice. Uno di essi consiste nell’essere troppo fortunati. Provò a distinguere un odore dall’altro. Il respiro del lager si percepiva a chilometri di distanza – lì convergevano i fili della luce, sempre più fitti, la strada e la ferrovia. Era uno spazio riempito di linee rette, uno spazio di rettangoli e parallelogrammi che fendevano la terra, il cielo d’autunno, la nebbia. Avevo la bocca impastata da una specie di polvere grigiastra, quella stessa che copriva il pavimento, spessa un centimetro. I quadri erano stati tolti dalle pareti, i libri dagli scaffali, e i tappeti arrotolati negli angoli. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Non arrabbiarti con la pioggia. È solo che non sa cadere verso l’alto.

Questa è la notte e quel che ti combina. Non avevo niente da offrire a nessuno eccetto la mia stessa confusione. Sono due i pericoli che minacciano l’universo: l’ordine e il disordine. Ora tu hai una scelta. Eppure era uno di quei giorni in cui non succede nulla. Il silenzio della neve, pensava l’uomo seduto dietro all’autista del pullman. Se questo fosse stato l’inizio di una poesia, avrebbe chiamato “silenzio della neve” ciò che sentiva dentro. Sapeva già tutto a memoria: eppure, continuava a cercare di fare nuove scoperte. Era, ci dice, un uomo consunto e terroso, grigio d’occhi e di barba, dai tratti singolarmente vaghi. Tutti pensavano che fosse morto. E anche se il vecchio sapesse che lo stanno guardando, non cambierebbe nulla. Nel corso della nostra amicizia, aveva fatto le prove della sua morte. Aveva la sua bottega di ciabattino vicino a un negozio di ferramenta dalla facciata verde e bianca. Si tratta, naturalmente di un mestiere ormai scomparso, così come molti altri mestieri di cui un tempo viveva questo paradiso. Tutti nascono con qualche talento speciale. E lui fa solo copie, bellissime copie, autentiche copie, sembrano talmente vere da sembrare gli originali. Ci rifletto un attimo. Se si vuole fare qualcosa di assolutamente onesto, qualcosa di vero, alla fine si scopre sempre che è una cosa che va fatta da soli. Prima c’è stata quella frase che mi ha attraversato la mente: “La morte è un processo rettilineo.” A quei tempi era sempre festa. In nessun posto si fermava tanta gente come davanti alla bottega. Un cane corre per strada, inseguito da un ragazzo. Una lunga corda li unisce, si impiglia nelle gambe dei passanti. A me piacciono troppe cose e io mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito.

Essere completamenti sinceri con se stessi è un esercizio che vale la pena di fare. Il paradiso dev’essere bello ma non sarà troppo noioso? Forse potrei prendere un appartamento lì e poi passare i weekend all’inferno. L’unico modo per far sì che i tuoi sogni si avverino è svegliarti. Quando entrò nell’appartamento, fu investito da un fracasso assordante e da colori abbaglianti. Che cosa faceva in quei momenti? Guardava la parete immaginando la finestra che non c’era. Non sta contemplando, perché per la contemplazione ci vuole un temperamento adatto, uno stato d’animo adatto e un concorso di circostanze esterne adatto. Non aveva idea di quanto avesse dormito. Chiude gli occhi per proteggersi, un mal di testa fuori del comune. La morte, pure, trovo sia una delusione. Niente archi di nuvole o gallerie di fuoco. Piuttosto, c’è consapevolezza. Il contenuto della tua tazzina si svuota nell’oceano.

Poteva essere una forma di follia. O forse era realmente, come suol dirsi, “ossessionato”. Oppure ancora, benché non pretenda di capire in qual modo, può essersi trattato dello sviluppo di una sorta di sesto senso in un soggetto assai nervoso ed eccitabile, in seguito ad un’intensa sofferenza. Gli abitanti di uno stesso edificio vivono a pochi centimetri di distanza, separati da un semplice tramezzo, e condividono gli stessi spazi ripetuti di piano in piano, fanno gli stessi gesti nello stesso tempo, aprire il rubinetto, tirare la catena dello sciacquone, accendere la luce, preparare la tavola, qualche decina di esistenze simultanee che si ripetono da un piano all’altro, da un edificio all’altro, da una via all’altra. Ieri soffiava un vento conosciuto. Un vento che avevo già incontrato. Sei già stato qui. Sì che ci sei stato. Sicuro. Io non dimentico mai una faccia.

Non desiderava niente, non aspettava niente, non percepiva niente, non rifiutava niente e niente lo interessava. La vita era di una pienezza talmente intensa che non era vita. Non avrai dimenticato i granchi pescati giù nella caletta, spero. E certo ricordi il grande telescopio che volevi portare ogni sera. Il suo viso gonfio si muove a fatica sul cuscino. Non c’era speranza per lui questa volta: era il terzo attacco. Avrò pur sempre tratto questo vantaggio dalle mie parole, di aver guarito meglio me stesso, e, come la volpe presa in trappola, avrò tagliato il mio piede prigioniero. Se s’impone il proprio volere ci si sente a disagio. È comunque difficile vivere nel mondo degli uomini. Un giorno ho intrappolato una vespa dentro a un bicchiere. Per due giorni ha fatto avanti e indietro nel bicchiere, fino al momento in cui si è resa conto che non aveva via di scampo e si è rannicchiata in un cantuccio, immobile, aveva capito che non c’era niente da fare, niente da fare se non aspettare, senza sapere cosa si aspetta. Bisognerebbe vivere a posteriori. Decidiamo tutto troppo presto. Ero una volta giovane e aggiornato e lucido e sapevo parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza e senza far tanti retorici preamboli come faccio ora. Ma ecco, finalmente, le prima case. Ora non ha più fretta, sa di essere vicino al paese e si mette a sedere, lontano dalla strada. Il suo sguardo vaga lungo le pendici dei monti. Scruta quella natura così poco generosa con i suoi abitanti. Qui non c’è di che vivere, – pensa. – I figli, li devono dare via.