Giorno: 29 marzo 2012

Francesco Accattoli – poesie inedite

Resi

Dimmi cos’ho rubato e lo restituisco
il filo della lama è più vicino
del letto disfatto dove ho lasciato
il corpo appena fatto scuro.
Finiscono le paludi dove entra la civiltà,
le persone perbene e le macchinette
dei bimbi sul lungomare a mezzogiorno.
A loro non do nulla, i venditori hanno sonno
e parlano di una capra da comprare
coi soldi delle borse finto-pelle.
Ragione ne abbiamo da spartire,
un tozzo per uno che c’intoppa la gola
feriti dal prezzemolo tra i denti
e dalla voglia di grattare l’argentato
farabutto delle schede gratta&vinci.
Dimmi cosa ti ho rubato, la maglietta
della salute, la salvietta col limone,
il sorbetto a fine pasto
del pesce che non mangio.
La mia casa è già bellissima
alle quattro pomeridiane
il sole cala a gran falcate tra la case
in costruzione, la notte tarda sulle salite.
Dimmi cosa t’ho rubato, faccio prima
ad inventarlo, ora lo invento e te lo rendo,
ecco, hai visto che è tornato?

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Variazione sul tema

La buccia mangiata con il succo, la medicina
nel cucchiaio, la colla vegetale delle buste
sono amare.

La fila delle auto col motore
acceso, la nuvola di fumo bianco-grigio,
la vita di paese sono amare.

La notte dormita con un occhio, la mano
che si posa sullo zigomo,
la porta di casa che si apre
sono amare.

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Lunga un anno

Se pure la scia
compie un esodo annuale
restassero bene attenti i loro nomi
ad affiancarsi, a mitigarsi delle pene
da interni condominiali.
Ci vogliono due lenti,
bifocali,
ad una lo spazio,
per un millimetro alla volta,
ad una la rotta nitida
del dolore, da guardare, bene,
bene nell’ampiezza della cornice,
con gli alberi e i passanti e la luce
di traverso. Ci ricordano quelle cose
che resistono soltanto,
l’afrore delle muffe,il muschio dei cortili;
e invece seguitiamo la corsa delle grondaie
premendo lo sterno
levando lo sguardo
oltre le lenzuola del terrazzato.
Siamo stati all’ombra troppo tempo
ci dolgono le articolazioni
ci si stringe la pelle addosso.
Passa il sole
in un angolo morto dello sguardo,
ognuno dal suo lato
vede la presenza dell’altro,
la linea di contorno di se stesso,
e riflesso nel lucido delle scale
si tinge il corrimano di singoli bagliori.
Peccato che a noi piacciano i plurali.

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Nessuna nuova

Così pure cadiamo lenti
lentamente come morti ammazzati,
facendo cose quotidiane,
io cucinando paste buone, tu che cerchi un diversivo
per lo sporco più ostinato.
Qualcuno in sala ha parlato – senti?
raccontano storie anche loro,
hanno imparato in fretta, oppure ci sono nati.
Qui da noi ci sono nati. Lo dico da sempre.
I merli maschi schioccano tra gli ulivi
per i crampi della fame
tutto ha bruciato il gelo delle nevi,
la terra corrugata non li mantiene.
Nessuna nuova in primavera
sui muriccioli degli orti. Altri dalla
vergogna sono volati a sud.

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