Giorno: 28 marzo 2012

Se Milano piange, Firenze non ride

Il 21 marzo si è celebrata la giornata mondiale della poesia; in un modo nell’altro, per dovere o per necessità, ci si ritrova a parlare di poesia, per rileggere poesie note e per proporne di nuove, per ascoltare le voci di altri o per ricordare voci (ahimè troppe) appena andate. Questo accade in un momento in cui a Firenze per esempio, dopo ben nove edizioni che hanno portato poeti italiani e di tutto il mondo a leggere i loro testi dalle Oblate a Villa Romana, dalla Villa Medicea di Castello alla Badia Fiesolana, “Firenze Poesia.Voci lontane-Voci sorelle” rischia di morire. Attenzione però, stiamo parlando di Firenze, città che quanto meno per tradizione, dovrebbe mantenere il ruolo di culla della lingua, città che ospita la Biblioteca nazionale, città che raccoglie centinaia di migliaia di turisti, studiosi e viaggiatori attorno ad un patrimonio storico, culturale e architettonico unico al mondo. Attenzione dunque perchè, se da una parte possiamo provare ad immaginare che un festival perda i finanziamenti per “la crisi” e per la scarsità di fondi, uno può provare a mettersi l’animo in pace, turarsi per un attimo il naso e adeguarsi per un periodo, si spera limitato a quel principio che ha dominato la nostra terra negli ultimi 15 anni tale per cui, la “cultura non porta ricchezza” e provare ad attendere albe migliori. Poi però ti guardi attorno e non solo vedi che sono sparite iniziative molto meno costose come “Ultra”, ma che improvvisamente, udite udite, compare dal cappello di qualche geniale creativo, un’iniziativa chiamata “Il festival dell’inedito” (http://www.festivaldellinedito.it/), una kermesse a cui dovrebbero partecipare autori esordienti selezionati da nomi più o meno legati al panorama letterario. Cito dal sito: “Un anno di Festival, tre giorni di mostra, incontri, presentazioni, per scoprire nuovi scrittori e sceneggiatori, nuovi stili e contenuti inediti.
Diciamola tutta, una sorta di Xfactor della letteratura per un paese dove il merito sta nel voto popolare ma soprattutto nel pollice ritto del benevolo “uomo pubblico del mestiere”, in questo caso personificato da Antonio Scurati.
Forza allora, voi scrittori in erba, poeti, narratori, sceneggiatori, tutti voi talenti incompresi che vi ostinate a mandare i vostri manoscritti a case editrici o a case di produzione che non accettano il vostro capolavoro, (…ma come è possibile: su facebook ho 200 mi piace e tu non mi pubblichi?), approfittate di questa mirabile iniziativa per assicurarvi il futuro e la fama e il tutto dopo un’iscrizione di soli 130 euro (e meno male che con la cultura non si mangia…)
che dà diritto alla lettura dell’opera e ad un giudizio qualitativo. Poi potete sperare di passare la selezione e allora con soli 400 euro potrete avere ADDIRITTURA uno stand dove pubblicizzare il vostro mirabile prodotto.Restiamo però coi piedi per terra, noi poveri illusi della poesia da leggere, noi che prima di scrivere amiamo ascoltare altri poeti e capire, confrontarci. Noi che pensiamo che in questo momento di disagio storico-culturale, la parola poetica sia necessaria come stimolo a un ragionamento sul linguaggio e sulla realtà: noi che crediamo che sia uno spazio di riflessione sociale,  politico ed estetico, non un allontanamento dal reale, ma un essere nel mondo, pienamente e consapevolmente, come sottolinea Elisa Biagini nella sua lettera allarme a proposito della probabile chiusura dell’evento. Ecco noi, per un attimo, valutiamo la realtà per quello che è e proviamo a pensare che in fondo ci troviamo davanti alla classica kermesse a cui siamo abituati, una deviazione di quell’altro baraccone che è il “Festival della creatività”, che se nel primo anno lasciava ben sperare, poi è diventata la fiera del “che si fa oggi pomeriggio?”. Proviamo a riderci su e sperare che forse anche per noi c’è o ci sarà spazio nel portafoglio di questa e altre amministrazioni. Proviamo, ma per farlo dovremmo evitare di leggere chi sono i membri che fanno parte della giuria che selezionerà i futuri letterati, perchè una volta che alla testa del cosiddetto “comitato dei garanti”, leggiamo il nome del sindaco, allora no, allora si capisce che qualcosa si è definitivamente rotto, che c’è veramente poco da ridere.

Solo 1500 n. 40 – Quel che so dei treni

Solo 1500 n. 40 – Quel che so dei treni

I treni non vanno mai nello stesso posto. Anche lo stesso percorso differisce sempre per piccoli dettagli. Se hai talento per l’osservazione memorizzi i volti, addirittura i gesti dei passeggeri abituali. Calcoli mentalmente lo spazio, il tempo che ci vuole tra una fermata e l’altra. Sai, prima che la speaker del treno lo annunci, quanto ritardo stia accumulando il tuo convoglio. Butti un occhio a chi ti sta di fianco. Oggi alla mia sinistra siede un ragazzo che dal suo portatile guarda una vecchia puntata di X files, che gli invidio un po’. Mulder sta scappando, come sempre. Coerente. I viaggi più belli sono quelli che fanno casa, quando sai che all’arrivo troverai un sorriso riservato a te davanti alle biglietterie. I treni sono belli, i passeggeri non sempre. Come il tizio pelato che è venti minuti che parla al telefono di : Benchmarking e (ovviamente) Brainstorming. Altre volte sono quando si torna dal lavoro, anche qui, per i fortunati: calore, che so, una famiglia. Per chi sta solo: almeno un paio di ciabatte, che a saperla guardare non è cosa da poco. Cazzo! Scully punta la pistola a Skinner. Ma alla fine Mulder e Scully a letto ci finivano o no? Che poi era l’unico motivo per cui lo guardavamo. Alieni, un paio di balle. I viaggi per andare a trovare gli amici, i parenti. La signora di fronte legge un  interessante (pare dal suo sguardo) catalogo di capannoni industriali. Quanto a me ho un piede addormentato, ché le gambe troppo lunghe urtano contro il passeggero di fronte, mi lamento in silenzio, maledicendo le ferrovie dello stato per il poco spazio, ma mai i treni, loro li amo.

Gianni Montieri