Giorno: 27 marzo 2012

Serena Cacchioli – MORTE DI UNA STAGIONE: Antonia Pozzi in Portogallo

Antonia Pozzi era nata in una famiglia benestante, non le mancava niente, passava le giornate facendo cavalcate, passeggiate e partite di tennis, aveva la sua poltroncina fissa alla Scala, eppure coltivava in sé il dolore di essere una voce diversa dalla maggior parte delle altre voci a lei contemporanee. La poesia e la fotografia erano il suo campo d’espressione. Attraverso l’immagine scritta su carta e l’immagine scattata su rullino raffigurava, dal suo angolo, un particolare punto di vista sul mondo. Fu solo dopo l’incontro con il filosofo Dino Formaggio che la Pozzi iniziò ad avere una nuova consapevolezza riguardo alle classi sociali diverse dalla sua. Con lui aveva visitato i sobborghi poveri, conosciuto la miseria e la sofferenza, scattato varie foto della dura realtà da cui si era vista, di colpo, circondata. Questa fame di conoscenza del paesaggio umano la portò a collezionare circa 2800 scatti che le sarebbero serviti da base per un progetto grandioso di romanzo sulla storia della Lombardia, ma che purtroppo restò incompiuto. Colpisce come la fotografia, la poesia e la prosa siano state per lei intrisecamente legate; come una sia stata la base dell’altra e come le immagini si ritrovino alla fine – forti e nitide – anche nella sua produzione poetica. Leggere certi versi della Pozzi è come guardare una figura fissata su carta con due puntine. (Gioia ferma nel cuore/ come un coltello nel pane; le case di un’isola lontana/ color di vela/ pronte a salpare …).
C’è, poi, una montagna nella vita adolescente di Antonia Pozzi, una montagna vera e non metaforica: è la Grigna. Lei la vede tutti i giorni dalla finestra della sua stanza, la vive facendo lunghe passeggiate, discese con gli sci e grandi scalate.
È una montagna che, poco a poco, prende contorni sfumati e discontinui, diventa metafora del salire, del superare gli ostacoli e s’infila nelle sue poesie con la grazia di un macigno che viene a insegnarle la resistenza al dolore e alla perdita. Nell’arco di tutta la sua produzione poetica c’è sempre una sorta di filo rosso che segna un passaggio come questo: dal fisico al metafisico, dalla gioia che dà la contemplazione della bellezza, al dolore della bellezza trasformata, trasfigurata.
Tutto questo excursus biografico ricco di aneddoti che si allacciano alla poesia e alle altre forme di arte con cui Antonia Pozzi si esprimeva, ce lo racconta José Carlos Soares in una bella prefazione, scritta per la prima edizione portoghese di una raccolta di poesie di questa poetessa:
Morte de uma Estação.
Forse Antonia Pozzi non avrebbe mai immaginato di sbarcare, nel 2012, nella terra di Fernando Pessoa. Invece è successo proprio così: oggi, a cent’anni dalla sua nascita, esce in Portogallo un libriccino leggero e tascabile volto ad amplificare per orecchie lusofone una voce italiana ancora poco ascoltata in terra lusitana.
L’idea del libro si può far risalire a una caldissima estate dell’88 in cui José Carlos Soares, giornalista portoghese, legge per la prima volta, a Firenze, alcune poesie scritte da un nome a lui sconosciuto, Antonia Pozzi. Certi versi come
questo perdersi/ che non è ancora morire gli rimangono scolpiti nella mente per molti anni, fino a quando non decide di mandarli, insieme ad altre poesie, all’amica Inês Dias, conosciuta per aver già tradotto dall’italiano le poesie di Elisa Biagini per la rivista Telhados de vidro. Non appena Inês Dias entra in contatto con la voce poetica della Pozzi, anche per lei scocca una sorta di folgorazione, un amore a prima vista e inizia a tradurre con grande piacere un’opera che vede la pubblicazione proprio in questo febbraio del 2012 (mese in cui l’autrice avrebbe compiuto cento anni), per le edizioni Averno.
Fino ad oggi la poetessa non era completamente sconosciuta in Portogallo, ma di sicuro la sua poesia era apprezzata soltanto da un gruppo molto ristretto di persone. Pochissime poesie erano già state tradotte in portoghese, anche se nel 2009 l’
Universidade do Algarve aveva organizzato, in collaborazione con l’Istituto di Cultura Italiana di Lisbona, una mostra con le fotografie della Pozzi, mentre la casa editrice Âncora aveva deciso di pubblicare una sua antologia fotografica.
Era dunque davvero necessario approfondire la sua conoscenza anche dal punto di vista poetico e questo
Morte de uma Estação riempie un vuoto che era necessario colmare al più presto.
In Portogallo si pubblica da sempre molta poesia. Sono soprattutto le piccole case editrici le più ardimentose in questo campo: lanciano poeti contemporanei e non, portoghesi e non, sfidando il mercato, la legge dei best seller e la famosa legge della
poesia che non vende. La casa editrice Averno è nata nel 2002 e si dedica soprattutto alla poesia portoghese, ma anche a quella tradotta. A volte fa piccole incursioni in altri generi, come il racconto, con Henry James o il romanzo poliziesco, con Margaret Millar. Pubblica libri che trova interessanti e appassionanti senza darsi troppe restrizioni, e pare che i lettori la apprezzino.
Si può già constatare la risonanza che la pubblicazione di questo libriccino pozziano ha avuto in Portogallo: anche solo rovistando fra i blog che si occupano di letteratura si possono trovare numerose citazioni di poesie tratte dal libro.
La traduzione di queste poesie
non deve essere stata facile, proprio per il linguaggio preciso e allo stesso tempo altamente evocatore che usa la Pozzi, ma ne esce comunque una bella opera anche in portoghese, piuttosto fedele nell’evocazione, piacevole da leggere, tagliente nei punti giusti e scorrevole. Inês Dias riesce nell’arduo compito di tradurre la poesia in altra poesia. E non è poco.
La postfazione, firmata da Matteo M. Vecchio e presentata in versione bilingue italiano-portoghese (con testo a fronte), ci mostra uno scorcio della storia editoriale dell’opera pozziana. Parte dalle testimonianze dei primi lettori della primissima edizione delle poesie, curata da Mondadori e pubblicata probabilmente grazie all’influenza del padre, Roberto Pozzi, che fino alla fine non ha smesso di guidare e manovrare (a volte sottilmente manomettendo) la produzione artistica della figlia. Questa interessante e documentata postfazione ci restituisce la problematicità della classificazione di Antonia Pozzi all’interno del panorama letterario nazionale della sua epoca, e soprattutto nell’ambito della letteratura femminile.
Ora Antonia Pozzi, sbarcata in Portogallo, si confronterà con il lettore
lusofono che con tutta probabilità la assocerà alle sue poetesse predilette. Si confronterà forse con Sophia de Mello Breyner Andersen, una delle più grandi voci poetiche femminili della letteratura portoghese. Di lei la Pozzi avrebbe apprezzato lo sterminato amore per la natura, per il mare in particolare, e la passione per le ore notturne. Si confronterà poi anche con altre voci di donna, come quella di Natália Correia, di cui avrebbe ammirato sicuramente la sfrontatezza, la determinazione e la passione quasi ossessiva per la musicalità della lingua. Ma infine la poetessa con cui avrebbe avuto più affinità, artisticamente parlando, sarebbe stata proprio Florbela Espanca. Nel loro desalento, nella loro disillusione, le vedo vicine, entrambe alle prese con i primi anni del Novecento, anche se Antonia Pozzi è leggermente posteriore. Entrambe devastate da sentimenti troppo forti, da amori impossibili e dalla loro ipersensibilità, entrambe profondamente innamorate della vita e componitrici di versi deliziosi quanto angoscianti, ed entrambe morte per suicidio, Antonia 26 anni e Florbela a 36.
Un libro piccolo ma importante, dunque, e ci si augura che sia soltanto il punto di partenza di uno studio più approfondito che servirà a portare, a passi felpati, questa bella voce della letteratura italiana in Portogallo, sperando che venga apprezzata
soprattutto per quello che è il suo messaggio universale.

[ … ]
E se nessuna porta
s’apre alla tua fatica,
se ridato
t’è ad ogni passo il peso del tuo volto,
se è tua
questa che è più di un dolore
gioia di continuare sola
nel limpido deserto dei tuoi monti

ora accetti
d’esser poeta.

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Serena Cacchioli si è laureata nel 2008 alla Scuola per Interpreti e Traduttori SSLMIT di Trieste con una tesi sulla traduzione del testo poetico, traducendo anche alcune poesie del poeta portoghese José Luís Peixoto. In seguito ha ottenuto una laurea magistrale in Traduzione Letteraria e Saggistica presso l’Università di Pisa, traducendo una raccolta di racconti della scrittrice brasiliana Lygia Fagundes Telles: Seminário dos Ratos.
Nel 2010 ha lavorato per alcuni mesi come tirocinante nella casa editrice di Lisbona Assírio e Alvim, occupandosi di revisioni, correzioni di bozze e contatti con l’estero.
Dal 2011 collabora con il gruppo editoriale Mauri Spagnol come lettrice di romanzi in portoghese e francese.
Collabora come traduttrice con la rivista letteraria online Sagarana.net.
È co-fondatrice, con Nunzia De Palma e Maria Teresa Marè del sito internet: 118libri.it, un Pronto Soccorso Letterario dove si possono trovare recensioni, musiche, commenti sul mondo letterario e non, oltre a specifici consigli “su misura”.