Giorno: 25 marzo 2012

Tabucchi, gli Zingari e il Rinascimento

Antonio Tabucch

Nell’aprile del 2011, nel riproporre ricordi e riflessioni sulla presenza e sulla cultura rom, ricordavo proprio qui, su Poetarum Silva, la necessità di leggere – o di tornare a leggere – Gli Zingari e il Rinascimento di Antonio Tabucchi. Oggi, 25 marzo 2012, la commozione per la sua scomparsa non cancella, anzi rinsalda la convinzione che quella sua opera, pubblicata in volume nel 1999, sia un esempio di denuncia, pacata e ferma, storicamente documentata, dell’ipocrisia ovvero della sbrigativa malafede di chi spaccia per superiore civiltà esclusioni, messe al bando, ghetti e sgomberi dell’urbanizzazione contemporanea.

Il “reportage di un reportage”, come precisava Tabucchi nella Nota, «è la versione italiana del testo intitolato Die Roma und die Renaissance  pubblicato nel numero di dicembre del 1998 dell’edizione tedesca di”Lettre International”» (Antonio Tabucchi, Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze, Feltrinelli, Milano 1999, p.9).

Diamo voce alla testimonianza di Antonio Tabucchi (qui nell’originaria versione in tedesco):

«Avevo risparmiato finora a Liuba le condizioni dei rifugiati che non dipendono direttamente dalle Istituzioni della città. Sono i cosiddetti “clandestini”. Clandestini tuttavia tollerati, che le Autorità cittadine hanno lasciato entrare, con la libertà che contraddistingue un’astuta filosofia, purché si sistemassero lontani dai luoghi dove la loro presenza disturberebbe la vista dei tramonti sul Cupolone.

Costoro (i tollerati) si sono insediati soprattutto nella zona di Brozzi e delle Piagge, periferia dimenticata alla quale il Comune non ritiene necessario neppure concedere una biblioteca. Stretti fra la ferrovia che collega Firenze con Pisa e l’inquinatissimo fiume Arno, in compagnia di topi che raggiungono le dimensioni di gatti, questi “dannati della terra”, come li avrebbe chiamati Franz Fanon, hanno costruito le loro baracche, posato le loro roulotte ormai prive di pneumatici, vivendo la morte lenta di un piccolo popolo, ovvero ciò che la tolleranza del Comune benignamente concede loro: l’agonia. Sono privi di tutto. Non hanno nessun tipo di infrastruttura (acqua, elettricità, fognature, assistenza) né di sussistenza). Spesso neppure i documenti che provino che esistono come creature. Solo il loro corpo testimonia che ci sono persone vive, in questo breve deserto senza alberi e senza erba che è loro concesso a questo mondo dalla rinascimentale città di Firenze.

Se si può dire che i Rom dei cosiddetti “Campi di Accoglienza” dell’Olmatello e del Poderaccio sono la “borghesia” degli Zingari arrivati a Firenze, questi sono i Lumpenproletariat rom. Ed è qui che ho deciso di portare in visita la mia amica Liuba».

Antonio Tabucchi, Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze, Feltrinelli, Milano 1999, pp. 28-29).

Fuori di testo (nr. 11)

L’uomo che guarda le stelle

L’uomo che guarda cadere le stelle dal cielo
da piccolo ha avuto paura del buio
da grande nel buio più che altro non vede
e mirando a un piattello di luce che passa veloce
chiede quello che non ha

Ma l’uomo che guarda cadere le stelle dal cielo
dimentica che non è solo
e solitario non è un desiderio

Quello che non ha, forse l’ha già avuto
magari non l’avrà

Quando una stella dal cielo cade davvero
ha paura del buio e cadendo
chiede all’uomo che guarda nel cielo
se in un secondo di luce che passa veloce
può dirle dove finirà

Ma un uomo che guarda nel cielo
consuma ogni notte per desiderare
e nel buio di troppe domande
senza risposte la stella scompare

Quello che non ha, forse l’ha già avuto
magari non l’avrà

 

 

 

Pinomarino
(da “Acqua, luce e gas”, 2005)

pagina 84 (post di Natàlia Castaldi)

È una bugia d‘infinito questo biancore di spazi sospesi
nella presunzione di una plausibile appartenenza
che sgomenta
come la logica di un punto che non origini retta né parallelo

ad altro che ciò che tocca,

come la superficie oscena di una pagina virginale
e la b e l l e z z a ] quando somiglia alla perfezione e le si avvicina,

fredda] lenta.

[con l’imprevedibile ovvietà delle domande che non vorresti porti]

*