Marina Terragni – Un gioco da ragazze

Non c’è momento migliore per far uscire un nuovo volume che parla di donne come la vigilia dell’8 marzo, perché a ridosso e nel giorno della Festa delle donne c’è sempre un buon motivo per tirare le somme, fare dei bilanci sociali a proposito del ‘femminile’ sul piano sociale e del lavoro soprattutto; c’è una motivazione pubblica, forse un po’ scontata ma mai scontata se si pensa ai temi. Così Marina Terragni nel suo Un gioco da ragazze (Rizzoli, 2012) sposta con ferocia – una ferocia che è tutta nell’esattezza della riflessione e del linguaggio – di nuovo, in questo 2012 che per l’Italia sembra essere un anno cruciale dal punto di vista politico e non solo, sposta dicevo l’attenzione sulla partecipazione del femminile alla Stato oggi. Già da qualche anno – io direi dal 2006, ma forse dal 2003-2004 – grazie agli interventi di Lorella Zanardo (Il corpo delle donne), di Michela Marzano, di Anais Ginori, Caterina Soffici e molte altre giornaliste ed esperte, bloggers (Loredana Lipperini in primis) ma anche economiste e sociologhe (Chiara Saraceno e Daniela Del Boca ad esempio), gli interventi pubblici per tenere alto il livello di discussione sul ‘femminile’ si son fatti più forti, e si son concretizzati poi grazie al movimento se non ora quando: insomma la mobilitazione del pensiero c’è stata e c’è, quotidianamente. Facebook, Twitter, i blog sono un esempio di tutto questo, sono l’esempio del fatto che il parlare di ‘questioni di genere’ è sempre necessario, in un’Italia che ha sofferto crisi politiche e sociali fortissime, nel bel mezzo di una crisi che vorrebbe appiattire le differenze, che rischia di riportare il dialogo sui temi dell’occupazione (oggi solo al 46% quella femminile), della famiglia, del welfare, della maternità, della sessualità, molto molto indietro, arretrando il fulcro dell’impegno per una progressione e adeguamento agli standard europei – possibile – che s’era intravista in questo passato decennio. Terragni fa una variazione sul tema del gender gap, un’amplissima e lucidissima variazione attorno alla possibilità che siano le donne finalmente ad acquisire ruoli ad accesso maschile in parità, le donne che oggi più che mai desiderano cambiare l’idea di politica inflitta negli ultimi vent’anni, che lo facciano restando il più possibile vicine alla realtà di tutti i giorni, gestendo la politica come s’amministra una casa, rendendo pratico ciò che resta un’idea, come il dover mettere insieme il lavoro di cura e la professione e se stesse. Terragni scava, scava dentro alle potenzialità che le donne portano con sé, ripercorrendo la storia, definendo il femminile ‘potenziale’ in ogni campo dell’esistenza, ed è certo così. Anni di post-femminismo hanno fatto tanto per cercare di variare intelligentemente il modello culturale dominante da millenni, quello del patriarcato, ma non per trasformare questo Paese (quello di cui posso parlare) in un matriarcato, bensì per conciliare i sessi, per aprire le prospettive, per raggiungere una stabilità di genere che non deve livellare; per pensare la crescita è necessario spostarsi sulla via della ‘fratellanza di sesso’ ma anche e soprattutto forse tornare ad una politica con le persone e per le persone. Terragni dice che la ‘festosa differenza’ del femminile può salvare il mondo e io ci credo, da sempre.

@ Alessandra Trevisan

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