Giorno: 8 marzo 2012

Elio Pagliarani (1927-2012)

Elio Pagliarani (1927-2012)

 

Elio Pagliarani non è solo UN poeta. Per me Elio Pagliarani era – usare l’imperfetto è solo una questione di cronologia (o di Cronache e altre poesie), nient’altro – IL poeta. Non c’è poeta che abbia amato, ammirato, studiato quanto l’autore de La ragazza Carla. Non c’è poeta che mi abbia più commosso, quanto il poeta delle Lezioni di fisica. Non c’è verso che non riesca a suscitare in me una qualche reazione, come lo ha fatto lui, il narratore in versi di questa italietta fatta di contrabbandieri, di arrivisti, di deliranti giocolieri di borsa, l’autore de La ballata di Rudi. Mi piace pensare che le sue poesie non abbiano smesso di “dire”. Vorrei una critica sempre più attenta a quello che è stato il maestro di un’intera generazione, se non di più.
Il suo ultimo lavoro, Pro-memoria a Liarosa, il primo “racconto in prosa” autobiografico del poeta, la prima sintesi di colui che in Cronistoria minima aveva dichiarato guerra alla tirannia dell’io, si concludeva così, e così concludo anche io in questo non-Necrologio, bensì un Biologio, perché quanto di morte noi circonda a noi tocca mutarne in vita:

“Ma se quando l’inverno ibernasse, scrivevo
indeclinabile resterà l’amore:
Cetta, aspetta che non ho finito.”

E non penso che abbia finito.

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“Io non accetto il cambiamento: o era giusto prima o è giusto adesso
non è che sono matta nella testa: difendo la vita nella sua interezza.”

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(da La ballata di Rudi)

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“Certo
qui non si salva la tua né la mia faccia
vorrei vedere che non fosse così
che si compisse nei versi la catarsi che bastasse
questa pietà oggettiva che ci agghiaccia”

.
(da La pietà oggettiva – a Luigi Pestalozza)

Ciao maestro.
L. M.

APERITIVO-READING AL KINO con Francesco Forlani e Stefano Gallerani – sabato 10 marzo 2012

COMUNICATO STAMPA

 

APERITIVO-READING AL KINO

Il primo appuntamento del ciclo KINO e LIBRI

 

LE VIE DELLA LETTERATURA SONO INFINITE

 

SABATO 10 MARZO – ORE 19,30

 

 

DIBATTITO SUL SELF PUBLISHING E LE FORME DI NUOVA EDITORIA


Intervengono

 

FRANCESCO FORLANI, scrittore

 

STEFANO GALLERANIAlias – il manifesto

Modera

ALESSANDRO TROCINOCorriere della Sera

A SEGUIRE FRANCESCO FORLANI LEGGERÁ ALCUNI BRANI DAL SUO ULTIMO LIBRO

CHIUNQUE CERCA CHIUNQUE



La lingua è perfetta – ca va sans dire. Ma ciò è trascurabile rispetto alle atmosfere, personaggi, situazioni.


 

Valerio Evangelisti

Di fronte a un mercato editoriale cocciutamente capace di non rinnovarsi, Chiunque cerca chiunque è una meravigliosa testimonianza delle potenzialità della letteratura

 

Il Fatto Quotidiano

 

Uno stralcio

«Per campare faccio corsi d’italiano. L’altra cosa che potrei fare è il cameriere. Un cameriere guadagna il doppio, però vuoi mettere, una cosa è dire faccio il professore, per campare, e un’altra servo ai tavoli e mi faccio mandare a ‘fanculo dai colleghi e dal padrone. Per campare faccio il professore d’italiano nelle società francesi, formation continue, ed è un culo mica da ridere. La mattina vado a Mantes la Jolie, nelle Yvelines, dipartimento 78, che sul Monopoli francese lo trovi agli angoli, c’è scritto Prison. La bella amante, dico a Massimo quando torno, perché quando vado, alle sei di mattina, che è notte fonda fino alla fermata Hotel de Ville, con Notre Dame che sovrasta la Senna in lontananza, lui dorme. Massimo per campare fa il coordinatore nella scuola  di lingue dove ci siamo conosciuti e c’era pure Esteban, e nel tempo che gli rimane si può dedicare al concorso per ricercatore. Mantes la Jolie è una delle più toste Banlieues di Francia. Le  quartier des écrivains, 50 ci fu un periodo in cui la gente si sparava a bruciapelo da balcone a balcone.

Il pomeriggio  faccio corsi nelle case di moda, Ungaro, Kenzo, Marongiu, e così se la mattinata la passo nel buco de culo del mondo, seppure a uno sputo da Giverny, l’atelier giardino in cui Monet coltivava le sue Ninfee, dal dopo pranzo fino a sera sono in Avenue Montaigne con le Ninfee in carne ed ossa. Per campare faccio dei corsi al telefono di venti minuti. Per fare corsi al telefono bisogna avere un telefono. Due sono le possibilità, casa o le cabine telefoniche. Una volta ho fatto un corso a una direttrice di Boutique Kenzo di una bellezza spropositata davanti 51al supermercato dei fratelli Tong, tredicesimo arrondissement, e quando ho finito fuori avevo una fila di cinesi incazzati neri. Per campare mi faccio un culo della madonna però che soddisfazione! Ottomiladuecentocinque franchi, nella prima busta paga, a ventitré anni e mamma che al telefono mi fa – mi raccomando mettine sempre un po’ da parte, sticazzi!! Per non parlare dei grandi alberghi. E già, perché facciamo corsi a portieri, cameriere, centraliniste, direttori commerciali e capi sala. E mica alberghetti a ore. Hotel Crillon, Ritz, Concorde Lafayette. All’Hotel Crillon ho una studentessa che mi piace però su questo mi mantengo assai talebano. Non si scopa con le allieve. Una legge universale. E le leggi universali non consentono eccezioni di alcun tipo. Ieri mi ha chiamato al telefono ed era una furia. All’inizio non capivo, lei sapeva tutto, tutte sapevano tutto, di tutte, magari non i dettagli, però insomma che se l’amore era tale solo se libero come cazzo si poteva pretendere di mettergli in groppa la maglia da stopper? Legge universale. Papilloma virus, verità, anzi grande verità. L’ho capito soltanto alla fine, e ordine del medico di andare subito a fare le analisi. Subito. Ma è grave? e se è grave come cazzo si fa a portare un nome così dolce, ammaliante e ficcartelo nel culo! Uno che si presenta e ti dice: piacere, Goebbels, capisci tutto e gli dai una botta in testa».

FRANCESCO FORLANI, nato a Caserta nel 1967 vive e lavora a Torino. È scrittore, cabarettista e performer. Uno dei redattori storici di Nazione Indiana. Ha pubblicato Autoreverse (l’ancora del mediterraneo). Chiunque cerca chiunque è il suo primo romanzo autopubblicato.

 

Per scaricare il pdf del libro

http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/chiunque2012.pdf

 

DOPO LA PERFORMANCE SI PUÓ RESTARE AL KINO!

APERITIVO, AL KINO: si beve vino naturale (da 3,5 a 5 euro) e birra artigianale (da 3 a 4 euro). Si mangia crema di fave con carciofi, radicchio con robiola e pancetta, baccalà mantecato, selezione di salumi e formaggi, pancetta toscana arrosto, torte salate …

 

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IL KINO

Via Perugia, 34 – Pigneto

ROMA

INFO 366 4571726

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INGRESSO GRATUITO CON TESSERA ARCI

 

 

PER INTERVISTARE L’AUTORE RIVOLGERSI A

Anna Voltaggio – ufficio stampa

annavoltag@gmail.com – +39 339 3376255

Marina Terragni – Un gioco da ragazze

Non c’è momento migliore per far uscire un nuovo volume che parla di donne come la vigilia dell’8 marzo, perché a ridosso e nel giorno della Festa delle donne c’è sempre un buon motivo per tirare le somme, fare dei bilanci sociali a proposito del ‘femminile’ sul piano sociale e del lavoro soprattutto; c’è una motivazione pubblica, forse un po’ scontata ma mai scontata se si pensa ai temi. Così Marina Terragni nel suo Un gioco da ragazze (Rizzoli, 2012) sposta con ferocia – una ferocia che è tutta nell’esattezza della riflessione e del linguaggio – di nuovo, in questo 2012 che per l’Italia sembra essere un anno cruciale dal punto di vista politico e non solo, sposta dicevo l’attenzione sulla partecipazione del femminile alla Stato oggi. Già da qualche anno – io direi dal 2006, ma forse dal 2003-2004 – grazie agli interventi di Lorella Zanardo (Il corpo delle donne), di Michela Marzano, di Anais Ginori, Caterina Soffici e molte altre giornaliste ed esperte, bloggers (Loredana Lipperini in primis) ma anche economiste e sociologhe (Chiara Saraceno e Daniela Del Boca ad esempio), gli interventi pubblici per tenere alto il livello di discussione sul ‘femminile’ si son fatti più forti, e si son concretizzati poi grazie al movimento se non ora quando: insomma la mobilitazione del pensiero c’è stata e c’è, quotidianamente. Facebook, Twitter, i blog sono un esempio di tutto questo, sono l’esempio del fatto che il parlare di ‘questioni di genere’ è sempre necessario, in un’Italia che ha sofferto crisi politiche e sociali fortissime, nel bel mezzo di una crisi che vorrebbe appiattire le differenze, che rischia di riportare il dialogo sui temi dell’occupazione (oggi solo al 46% quella femminile), della famiglia, del welfare, della maternità, della sessualità, molto molto indietro, arretrando il fulcro dell’impegno per una progressione e adeguamento agli standard europei – possibile – che s’era intravista in questo passato decennio. Terragni fa una variazione sul tema del gender gap, un’amplissima e lucidissima variazione attorno alla possibilità che siano le donne finalmente ad acquisire ruoli ad accesso maschile in parità, le donne che oggi più che mai desiderano cambiare l’idea di politica inflitta negli ultimi vent’anni, che lo facciano restando il più possibile vicine alla realtà di tutti i giorni, gestendo la politica come s’amministra una casa, rendendo pratico ciò che resta un’idea, come il dover mettere insieme il lavoro di cura e la professione e se stesse. Terragni scava, scava dentro alle potenzialità che le donne portano con sé, ripercorrendo la storia, definendo il femminile ‘potenziale’ in ogni campo dell’esistenza, ed è certo così. Anni di post-femminismo hanno fatto tanto per cercare di variare intelligentemente il modello culturale dominante da millenni, quello del patriarcato, ma non per trasformare questo Paese (quello di cui posso parlare) in un matriarcato, bensì per conciliare i sessi, per aprire le prospettive, per raggiungere una stabilità di genere che non deve livellare; per pensare la crescita è necessario spostarsi sulla via della ‘fratellanza di sesso’ ma anche e soprattutto forse tornare ad una politica con le persone e per le persone. Terragni dice che la ‘festosa differenza’ del femminile può salvare il mondo e io ci credo, da sempre.

@ Alessandra Trevisan

Orfeo ed Euridice (o sulla moltiplicazione letteraria del mito)

di Davide Zizza

 

Il mito è una miniera d’oro per la letteratura universale perché è un vero e proprio generatore di opere che sviluppano idee, varianti, e soprattutto simboli; esso riferisce un fatto primordiale, che nel tempo viene rimaneggiato enne volte, e si scopre così che il volto originario di quel determinato mito ha cambiato i tratti, mantenendone la struttura fondamentale, talora alterando alcuni fattori accidentali. Questo è ciò che distingue in letteratura la tradizione dalla modernità: da un lato il mantenimento di un’ossatura archetipica e dall’altro lo stravolgimento drammatico e brillante degli eventi.
Non si tratta di richiamare concetti sacri e filosofici. La riflessione intende solo portare l’attenzione al dato che dei miti si prestino ad una facile modellabilità per comunicare una verità che fa parte dell’essere umano di ieri e di sempre. Talvolta è tramite l’escamotage del mito riveduto in maniera felicemente scorretta che il testo letterario dice la sua.
Su Orfeo ed Euridice la letteratura non si è mai stancata di moltiplicare le versioni ufficiali, tradizionali e quelle – chiamiamole – apocrife, cioè moderne. È un mito letterario, seguendo quanto ci dice Pierre Brunel nel suo Dictionnaire, i cui rifacimenti hanno sottolineato il carattere profano della storia. Analizzando dei testi ci si accorge che la reinterpretazione della vicenda di amore e morte fra Orfeo ed Euridice non è necessariamente concentrata sulle varianti degli accadimenti, ma in modo prevalente sul piano dell’azione. Si interpreta letterariamente il gesto. Un’azione può nascondere (ecco il valore del termine apocrifo di prima) un significato ambiguo o comunque polivalente, complesso per le ragioni simboliche in sé contenute; di conseguenza tale oscurità sul mito si presta ai dubbi e ai tentativi di ricollocazione di significato che poeti e scrittori hanno riversato nelle loro opere, ridimensionando così la visione poetica e rendendola attuale. Il respicere di Orfeo rientra nella suddetta polivalenza. Quanto ci perviene dalla letteratura, nel presente caso, è riconducibile ad un attimo: a Orfeo – sceso nell’Ade per recuperare la consorte morta una prima volta per il morso di un serpente – viene concesso di riportare alla vita Euridice a patto di non guardarla, ma prima di varcare completamente l’uscita del regno dei morti si volta verso di lei. Euridice muore per una seconda volta perché per “gran furore” egli non ha resistito.
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