Giorno: 4 marzo 2012

Fuori di testo (nr. 8)

Oceano

Quale rotta stabilita alla partenza
quale stiva colma di tesori
quale nave
quale il vento a gonfiare le mie vele

Quale l’albero maestro alto da sfiorare il cielo
quale mare senza scogli né tempeste
quale approdo, quale porto, quale terra da avvistare
quale amore ad aspettare il mio ritorno

Perdermi, perdersi, come naufraghi nell’oceano
scendere, abbandonandomi nel profondo dell’oceano
solo qui, profondamente qui incontrarsi in questo oceano
lasciandosi portare via dove tutto è pacifico

Dove è la carta, la stella, il sestante
quali navi a scortare il mio viaggio
quale il faro, fessura della notte
ma molto di più ho trovato dove di questo nulla è accaduto
ma molto di più ho trovato dove di questo nulla è accaduto.

Perdermi, perdersi, come naufraghi nell’oceano
scendere, abbandonandomi nel profondo dell’oceano
solo qui, profondamente qui incontrarsi in questo oceano
lasciandosi portare via dove tutto è pacifico

 

 

Andrea Chimenti ft Patrizia Laquidara
(da “Vietato morire”, 2005)

 

Cinque poesie inedite di Piergiorgio Viti

Presentare degli inediti non è mai facile: si ha spesso radicata nella mente l’idea che di un poeta ci si è fatti quando si sono lette le sue poesie precedenti. Eppure è subito evidente come questi inediti di Piergiorgio Viti segnino lo stacco da Accorgimenti (L’arcolaio, 2011) e annuncino un nuovo corso poetico, più narrativo; quasi ogni poesia si presentasse come un capitolo di un romanzo di formazione à rebours: il vissuto o il ricordato per dire il “da vivere” e il “da ricordare”.
I richiami alla passata quotidianità, la rievocazione di figure dell’infanzia e dell’adolescenza (con ironia e dolcezza allo stesso tempo), entrano in collisione con la quotidinità attuale trovando, a volte, il punto di forza in una sorta di immedesimazione con le forze della natura (“Proprio come certe stagioni / spalancano vetri / e sussultano temporali”, recitano alcuni versi della prima poesia proposta). [fm]

* * *

Vorrei dirti che queste tempie
avallano una circolazione,
e in un certo senso
che mi entri nei pensieri
e non chiedi “permesso” o “posso entrare”.
Proprio come certe stagioni
spalancano vetri
e sussultano temporali,
in un cercarsi di echi
che fanno di questa campagna,
di questo amore
la mia Galilea.

* * *

Ci lasciava ascoltare i Verdena
ad alto volume, il conducente del bus
che alle due ci accompagnava a casa, noi studenti
con lo stomaco sempre vuoto e gli appunti
dalle parole troncate per forza, perché il prof
andava svelto, non considerava la fatica dei polsi,
l’ammutinamento amaro delle penne.
Sembrava non finire mai quel viaggio
attraverso strade tra colline attorcigliate
e un sole di brace che avvampava i volti
impigriti dal presto. Ad ogni fermata, il sussulto
del freno costava caro, destava dal raro sonno
le prime file, e il saliscendi come perfetta danza
affrettava i passeggeri in un congedo di circostanza.

* * *

Ritratto di mia madre
(“sono un pirata sono un signore”, J. Iglesias)

Con le anche accompagnavi
le canzoni di Julio Iglesias
e lampeggiavi di sorrisi
perché quel cantante ti piaceva
e avresti voluto invitarlo anche a pranzo,
come se si potesse invitare a pranzo una voce.
Eri bella come certi ritratti di pittori,
con i tuoi vestiti comprati alla fiera,
perché le Madonne non seguono le mode:
i tuoi capelli raccolti alla vecchia maniera,
le gambe modellate dai mestieri
e dalle antiche passeggiate,
quando l’auto era ancora lusso di pochi.
Quel tempo di papaveri e fuochi,
ingoiato come un amen a digiuno,
oggi ti costringe ad una scialba televisione,
ad un torpore che trattiene i passi
e fa sognare un futuro già passato.

* * *

Certo che me li ricordo
quei giorni d’ospedale,
quattro o cinque almeno
ci hanno lasciato la pelle,
mentre le vedove
si stringevano nei golfini
e nei sacchetti del discount
raccattavano gli effetti personali.
Le infermiere ciabattavano nei corridoi,
anche la mattina presto,
quando ci si alzava
per arrivare primi in bagno
e approssimare una doccia;
poi la schiuma da barba,
passata lentamente,
come una sentenza,
orecchiando le ciance
dalla vicina camerata
dove le flebo scandivano quelle giornate
a guardare i vetri dei padiglioni,
a riempire ammutiti cruciverba,
inventando scuse
per una buona cattività.

* * *

Non andavo all’asilo volentieri,
perché le suore volevano
che indossassi quel grembiule
che mi rendeva uguale agli altri
e io invece mi sentivo diverso;
quando i compagni giocavano
io stavo per conto mio,
quando bisognava stare zitti,
a volte li infastidivo.
Ma loro – le suore intendo –
non mi punivano mai
e alle quattro, terminati i giochi,
ci facevano dormire sdraiati a terra,
in uno stanzone enorme.
Mia madre, quando era bel tempo,
nello stanzone enorme
non voleva che ci dormissi
e mi veniva a prendere;
nel buio, un rettangolino di luce:
mia madre e la suora sullo sfondo,
e io mi sentivo in colpa
di aver interrotto i sogni degli altri
di essere stato un intruso nei loro sogni.

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Piergiorgio Viti è nato a Sulmona (AQ) nel 1978 e risiede nelle Marche, a Monte Urano. Laureato in Storia e Conservazione dei Beni culturali, è giornalista pubblicista e professore di Lettere di scuola media. Ha al suo attivo oltre quaranta riconoscimenti in premi letterari nazionali (Tapirulan di Cremona, Coopforword di Bologna, Riviera Adriatica di Ancona ecc.) e pubblicazioni su siti Internet (RaiNews24, Il futurista, Sagarana, Nuoviscrittori ecc.), antologie e riviste specializzate. Autore di testi di canzoni e saggi critici (in particolare ha curato i testi per il catalogo sulla mostra di Pietro Annigoni, a Senigallia, nel 2010), le sue poesie sono state tradotte in spagnolo dal giornalista e poeta argentino Jorge Aulicino e sono state lette su Radio1Rai. Nel 2011 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Accorgimenti (L’arcolaio editore), che ottiene subito una buona accoglienza da parte dei lettori e della critica. Ha partecipato a diversi reading, tra cui quello per “Musicultura” di Macerata (2005) e quello per la “Fondazione Claudi” a Roma, intitolato “Educare alla bellezza” (2011) a Villa Celimontana.
Nel 2011 ha tradotto dal francese I Preludi di Alphonse de Lamartine, interpretati da Paola Gassmann e Ugo Pagliai, per il festival di musica da camera “Armonie della sera”.