Giorno: 3 marzo 2012

Pier Maria Galli – inediti (post di Natàlia Castaldi)

Joseph Kosuth - chair

Joseph Kosuth - chair

[gli studi più recenti sull’aria che riposa in una piazza deserta implicano uno stupore fisico, poiché fissano il colore del cielo ad un corpo scomparso (sebbene si tratti dell’immortalità lungo un’intera giornata)]

*

‎[i luoghi sono l’atteggiamento / terreno di un pensiero. / l’ombra di una sedia che non c’è / e il pomeriggio sul tuo seno]

*

forse era l’inizio di una sedia. prendi una stanza vuota
e al centro qualcosa che quando taci ti assomiglia. poi
possiamo solo scrivere che c’è una finestra, una finestra
da dove verrebbe quel chiarore delle cose, quelle cose
sopra le quali potremmo posare le mani, quelle cose che
ci direbbero che noi saremmo lì, dove c’è una finestra che
dà su una stanza vuota dove al centro quel sembrarci
di parole che fanno i luoghi del leggere, delle pagine che
ci nascondono alle mani e di tutti quei nomi che avevamo
prima che la sedia nascesse, lì dove ora sediamo, a volte
tacendo, a volte dialogando, soli di noi al centro di quella stanza
troppo nuda che è quella sola finestra da cui oggi ti scrivo
spiazzato dal malore infinitamente bello di quella sedia che ora c’è

*

Joseph Kosuth - light

Joseph Kosuth - light

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[campagne commerciali e molteplici depliant sui cieli

– eppure basterebbe una bocca &
l’O di meraviglia a difesa dell’orizzonte]

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(inverno con figure di vivi)

[questa assoluta dedizione a osservare
i passanti di plaza del carmen &
i finti cavalli delle giostre sulla
promenade des anglais – (al volo
covare un filo di vita &) esperti
a sbilanciarci vicino alla creazione
in miti punti geografici (noi/nei sulla pelle).
così venti artificiali queste voci d’inserti
dai nostri corpi (spaziosi) che sono
una specie di posto, ma
da nessuna parte]

*

‎[dentro una pagina
mi chiedi se fuori piove.
poi fuori piove davvero
affinché tu esista
sino a scriverne]

*

Silvia Lagostina

[elogio (privato) alla Satureja hortensis L.]

cresce una sera sola all’anno, tra le imbottiture del divano. può tuttavia impossessarsi di molte pagine rilegate nella brossura di una gonna (casomai tu sedessi accanto a me). le foglie vanno raccolte poco prima della fioritura (tra le 22.30 e le 23 di quell’unica sera) e le infiorescenze in piena fioritura (tra le 6.30 e le 7 del mattino successivo). si essicca in mazzi appesi in luoghi ventilati e ombrosi (come dentro una bocca che ci dissemina spontaneamente vagando nelle camere). quindi a mazzetti tra le dita si posi in una busta (e lì in quell’armadio che sappiamo, per le nostre cattive stagioni)

*.

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Frammenti da autoritratto - Pier Maria Galli

Frammenti da autoritratto - Pier Maria Galli

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[ora che si saprebbe cosa dire e se ci fosse un margine alle mani quindi ti scrivo c’è un margine alle mani e se ci fossero i lati del foglio quindi ti scrivo ci sono i lati del foglio ora che si saprebbe cosa dire è un rumore che si posa lui che scrive se ci fosse una mano che ti scrive quindi ti scrivo c’è una mano nel foglio che ti dice ora che si saprebbe cosa dire ed è un rumore che ti sposa
lui che scrive]

*

‎[5 semplici righe perché è un quasi sera, ed è inverno.
perché oggi potevo potarti le rose
con l’equilibrio di un bambino e non l’ho fatto.
perché è di un’irresponsabile bellezza
la sciagura di certe felicità inconsolabili]

*

‎[l’odore delle bocche

di mattina presto

è una camera d’albergo,

una stanza che forse

darebbe sul mare, e

tu che ancora dormi

ed io che scrivo

questa fame di restare]

(2011)

*

[sfere esitate i tuoi seni / per ricominciarti ogni volta / daccapo, finché e senza cessare / ti spoglia un vento / che solo immagina di esistere]

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cielo coperto, scrisse - Pier Maria Galli

cielo coperto, scrisse - Pier Maria Galli

‎[sono dentro le 5.58

di questa mattina e devo scriverti

in fretta una poesia,

pubblicarla sulle tue mani

che stanno su fino al dove tu leggi

prima che io ne esca senza sapere più

dove mi trovo,

in quale secolo,

in quale uscita da te, in quale

cosa o rumore,

il tempo non è mai questione di tempo

ma l’atto di una parola,

la durata di un foglio,

sapere da quali mani

cessando di scrivere sono caduto]

*

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(lenzuola sfatte quando tornavamo, poesie abbandonate, uccelli di mare sul tavolo d’inverno, i rari passaggi da un cielo all’altro, voci nei corridoi e tendaggi e nient’altro, solo un limone nell’angolo buio della stanza, seni e una cesta d’uva per le labbra, odori all’orecchio della rosa, bel tempo di colline e l’avventura dello sguardo, tavolini sul lungolago inventati dall’inverno, ombre cancellate dal vento, paesi d’estate senza librerie, decorazioni sul viso ma niente sorrisi, dita che si manifestano in una mattina di pioggia, la mano aperta è un tempo nella poesia, quei baci come un gesto inconsueto, neppure per gioco il cielo ci sarebbe stato diverso, parlarti a lungo di gemiti senza una storia in bocca, la campagna che cammina rasente i muri del porto, accarezzarti il collo e poi sparire, il davanzale indifeso per tutto quello che vedevamo, lo spogliarsi degli specchi così da assomigliarci, quei grammi del tuo seno nell’ossessiva solitudine della folla, tutta quella bellezza solo intravista perché troppo sparita, ecc. – era ieri poco fa)

*

(cronaca da questo inverno)

[cosa ci fanno per strada
le strade in inverno
se mi sposti da un ramo
all’altro, scrivendomi
i primi rilievi di foglia,
i brevi seni alla tua ombra.

così accostami al vento,
diminuiscimi all’esodo
del tuo giungermi. sino a
quell’attenuarmi in disarmo
sopra ogni singola cosa
dentro al corpo che ti assegni]

*

‎[adesso il vento torna di corsa /nel cielo annoiato. / un’aria macchiata che chiami /col nome di una volta. / forse la stessa malinconia / ora moltiplicata per zero. / qualcosa di udito per maltrattare l’infelicità / quand’eri bambina al posto di te]

*

foto: Silvia Lagostina

foto: Silvia Lagostina

[ per inventarsi una bocca. non basta trovare una fessura a caso. bisogna modellare lo schienale ]

*

[le labbra non hanno, le labbra non hanno alcunché. / membrane come tu pensi il mio cortile ed il cielo, / lì dove il cielo sparisce nel cortile e lo chiami orizzonte. / perché siamo solo labbra, questo dirti, / quando solleviamo la bocca per respirare / come alza il cielo dal cortile quell’orizzonte che ci fantastica, / e lo chiamiamo amore]

*

uscita a vedere
ti siedi nei suoi occhi

(quella cosa aperta 24h su 24
senza mai pentirsene
che chiami cielo)

*

(invernale e privatamente, ore fa)

resto impigliato per un fianco.
dita come rami.
calore che non c’è nel pieno gelo
d’un tronco se solo le mani
non spiegassero le foglie
che t’inventano

*

studio bibliografico i bevitori di stelle (2007 - 2010) - Pier Maria Galli

studio bibliografico i bevitori di stelle (2007 - 2010) - Pier Maria Galli

(…oggi la curvatura dei rami d’inverno è un garbo dei tuoi seni, ti scrivo, quel nudo esiguo e mai recente. tuttavia nell’orbita immaginaria delle foglie osservi l’aldilà della stagione, ti dico. lì restano gli stessi rami, e quel loro curvare dove io mi assiepo senza strafare, e dove tu sei davvero seni sgorgati nel mio breve, e poco dopo volti a sagoma di boschi nel vivo di una mia mai poesia…)

(da un taccuino che non c’è, Orta 30.01.12)

*

‎(consolano queste mattine fatte d’inverno e di un chiaro bisbigliato e cedevole, le tue nudità per sentito dire)

– così dietro i vetri di questo restare –

[scriverti che l’infelicità / è solo un attimo disordinato / di meraviglia. la camicetta / che qualcuno ti apre, ed / entra solo qualche giardino / rimasto tra i rami / dopo una giornata di vento]

*

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bellmer

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bellmer by p. (e una nota) (2007)

(1 bocca e seni e molteplici seni
dove un lavandino sbiadisce,
piano pianissimo,
nell’ora di chiusura dei testi.
poi il mio vocabolario consiste
di sole immagini,
spinte verso il basso
dalla folla muta dell’acqua
alle 11 della mattina)

*

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[lirica n. 0] (61)

‎nei vestiti rimasti per terra
non giunse nessuno,
nemmeno il profondo delle ascelle
o un tono di seni.
sarebbe bastato le chiedesse
– in che nudo esistiamo

*

[lirica n. 0] (93)

qui da dove ti scrivo piove da giorni, e null’altro,
perché la nudità è una sosta,
quei seni retrocessi sino a sbottonare la pelle.
e dopo la mia finestra, in verità,
c’è solo un lievissimo maltempo,
e momenti sul petto,
come ti si oscurassero i seni nell’ombra che fanno le ossa

*

lirica n 2 - Pier Maria Galli

*

[lettera n.0]

all’interno hai tutto, perfino quell’ulteriore corpo di donna che ha la forma svestita delle mie mani. fuori quei due limoni posati sul tavolo e che ti fanno da seni. e come passando da una camera all’altra mi restano in cima alle dita, lì dove hai messo a tacere il chiaro delle cose, ma solo un’impressione di finestre dove stanno le tue più nude pareti

Effeffe e la révolution del Surf-publishing: Chiunque cerca chiunque – una nota di Claudio Moretti (post di Natàlia Castaldi)

di Claudio Moretti

Chiunque cerca chiunque, di Francesco Forlani

Ecco finalmente un libro che non crea stress ai librai: che si venda o non si venda, non cambia nulla. Infatti in libreria il libro non c’è. Voi volete comprarlo? Non potete. Andate in libreria a domandarlo? Vi diranno che è fuori catalogo (tanto dicono sempre così i librai quando non sanno procurare un libro).
Francesco Forlani è scrittore, è fra i redattori di Nazione Indiana, eppure non ha trovato un editore disposto a pubblicare il suo ultimo libro. Con una mossa che rivela indipendenza e creatività, ha deciso di saltare gli editori e rivolgersi direttamente al suo pubblico. Si potrebbe dire che è un altro che si è lanciato nel self-publishing, che ha pagato per farsi pubblicare. Non è proprio così, lui ha messo in pratica un’altra tecnica, quella che lui, inventore di definizioni e di nomi, ha chiamto surf-publishing: ha curato la stampa del suo libro in 200 esemplari, ha trovato (immagino senza soverchi problemi) 200 persone che erano disposte a comprare il libro e ha venduto l’intera tiratura, penso ancora prima di stamparla, occupandosi anche della consegna, personalizzando ciascun libro con una dedica: così adesso abbiamo un libro di cui non esistono più copie cartacee in commercio (eccetto quella che ho comprato io: da buon libraio dell’usato, la mia copia la venderò quando la quotazione di questa piccola tiratura sarà schizzata alle stelle: ecco spiegato perchè la mia dichiarazione dei redditi è comparabile con quella del nostro povero ministro di grazia e giustizia).

Ma cos’è questo libro, questo oggetto misterioso, questo oggetto del desiderio per i molti che lo vorrebbero e che non possono possederlo?
E’ una guida sentimentale (ma anche un po’ carnale) di Parigi: in questo libro veniamo introdotti in una Parigi di esuli, di emigrati, di italiani e stranieri che risiedono, per mille motivi, a Parigi, che la vivono e la soffrono. Siamo agli inizi degli anni ’90, le notizie di Mani Pulite e di Berlusconi arrivano dall’ Italia, a Parigi esplodono le bombe nei metrò ma tutto il mondo di questi ragazzi, perché sono ragazzi, giovani uomini e donne che hanno deciso che la vita è lì, ruota attorno a una grande avventura, una folle scommessa: far uscire una rivista collettiva chiamata La Bete Etrangere. Seguendo le loro avventure, raccontate dalla prima persona del protagonista (non mi domando più quanto ci sia di autobiografico nei romanzi, anche quando il protagonista ha lo stesso nome e cognome dell’autore) si penetra in luoghi e situazioni inaccessibili a noi, comuni conoscitori della Parigi turistica. Scritto sotto forma di diario sconnesso, ogni capitolo ci racconta un’avventura, mescolando l’italiano al francese ad un improbabile argot misto di francese di Caserta. Piacevolissima lettura, farcita di riferimenti anche utili: come non approfittare delle leggi universali che Francesco e Massimo sfornano a ritmo continuo? O, nel mio caso, come non approfittare del saggio suggerimento che fanno di “Cul et Mystere” le due colonne necessarie a reggere una libreria che riesca a sopravvivere?
Finisco il libro e un po’ di rimpianto c’è, rimpianto di non aver scelto quella strada, di non essere andato a Parigi quando ne avrei avuto l’occasione. Per fortuna Francesco mi viene in aiuto:

a Parigi le cose le paghi il doppio come se da una parte si dovesse pagare il diritto di dire: vivo a Parigi, che tutti, specie se italiani, svengono e fanno le mosse e ti dicono che anche loro, sì che se non fosse stato, sì che c’era una città dove, sì, e poi li blocco, mi metto il casco da operaio e affiggo il cartello “stiamo lavorando anche per voi”.

Ma è un vero peccato che voi non possiate leggere questo libro, vi sarebbe piaciuto di sicuro. Peccato, a meno che… A meno che voi non andiate qui e vi scarichiate la versione in pdf, completamente gratis. Lo so, bisognerà leggerlo sul computer o su un lettore di libri digitali, che ci volete fare, esistono cose peggiori. Intanto la mia copia cartacea continua a crescere di valore, giorno dopo giorno.