Mese: marzo 2012

LETTERATURA NECESSARIA – ESISTENZE E RESISTENZE – AZIONE N° 8 (reading)

LETTERATURA NECESSARIA – ESISTENZE E RESISTENZE

AZIONE N° 8

MARTEDÌ 3 APRILE ore 21.30

ROMA

Associazione Culturale

“Villaggio Cultura”

Viale Oscar Sinigaglia 18/20

reading con

Nina Maroccolo, Annamaria Ferramosca, Alessia D’Errigo,

Fernando Della Posta, Anna Maria Curci, Enzo Campi

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Nina Maroccolo

È nata a Massa. Vive e lavora a Roma dal 2004.

Scrittrice, performer, artista visiva. È curatrice di libri e antologie, conduce laboratori di scrittura.

Ha fatto parte della casa discografica CPI, ha collaborato e organizzato eventi culturali con la “City Lights Italia”.

È fondatrice del gruppo poetico “Stanzevolute” e membro fondatore del gruppo artistico-sperimentale ATEM. Fa parte di “Atelier LiberaMente” e del Creative Drama & In-out Theatre”; è membro della Factory AL-KEMI lab e redattore del blog collettivo “La poesia e lo spirito”.

Ha pubblicato : Il carro di Sonagli, (City Lights Italia, 1999), Annelies Marie Frank (Empiria, 2004-2009), Documento 976 –Il processo ad Adolf Eichmann (Nuova Cultura, 2008), Malestremo (Le reti di Dedalus, 2008), Nitrito d’argento (Neobar, 2009), Illacrimata (Tracce, 2011).

Annamaria Ferramosca 

È nata a Tricase  (Lecce). Vive e lavora a Roma. Collabora con testi e note critiche alle riviste Le Voci della Luna, La Mosca di Milano, La Clessidra e con vari siti di poesia in rete, tra cui clepsydraedizioni.com. Ha pubblicato in poesia: Other Signs Other Circles, Chelsea Editions, New York, raccolta antologica di poesie 1990-2009, (Premio Città di Cattolica);  Curve di livello, Marsilio, 2006, (Premio Astrolabio, Castrovillari-Pollino, finalista ai Premi Camaiore, Lerici Pea, Pascoli, San Fele, Montano); Paso Doble, Empiria, 2006 (raccolta di dual poems, coautrice Anamaría Crowe  Serrano), Porte / Doors, Edizioni del Leone, 2002 (traduzione inglese di Anamaría Crowe Serrano e Riccardo Duranti, Premio Internazionale Forum); Porte di terra dormo, Dialogo Libri, 2001; Il versante vero, Fermenti, 1999 (Premio Opera Prima Aldo Contini-Bonacossi); Canti della prossimitàPuntoeacapo editrice, 2011 (silloge contenuta in  La Poesia Anima Mundi, quaderno monografico a cura di Gianmario Lucini).       Suoi testi sono inclusi nei volumi collettanei: Pugliamondo, 2010 e La Versione di Giuseppe, 2011, entrambi per le Ed.ni Accademia Terra d’Otranto-Neobar, Poeti e Poetiche, CFR, 2011. Ha ricevuto nel 2011 il Premio Guido Gozzano per la poesia inedita Fa parte della redazione del portale Poesia2punto0.com, dove è ideatrice e curatrice della rubrica Poesia Condivisa

http://www.poesia2punto0.com/category/poesia-   condivisa/

Alessia D’Errigo
Autrice, attrice e regista. Ricercatrice in campo teatrale e cinematografico. Da anni conduce un intenso lavoro sulla poesia parlata e scritta. Nel 2004 apre, insieme all’artista e regista Antonio Bilo Canella, il “CineTeatro di Roma” centro di ricerca, formazione e produzione in campo teatrale e cinematografico.  Nel 2011 crea il progetto IMPROMPTU THEATRE (Teatro all’improvviso), con l’intento  di voler fondere varie arti (musica, poesia, danza, pittura e teatro) in uno scenario d’improvvisazione totale. Progetto sancito dall’omonimo spettacolo “Impromptu” con il pittore-performer Orodè Deoro e successivamente da un altro evento “Variazioni Belliche (LamentAzione)”. Ha partecipato come attrice a svariati cortometraggi e lungometraggi; ha realizzato, diretto e montato opere cinematografiche, tra cui: “La casa del Sator” (2006), “Onde” (2007); ha scritto, diretto e interpretato numerosi lavori teatrali, tra cui: “Desiderio” (2006), “Shake Revolution” (2009), “Profetica” (2010), “Il pugno e la rosa” (2011). È rintracciabile, in rete, su www.cineteatro.it

Fernando Della Posta 

È nato a Pontecorvo, in provincia di Frosinone e vive e lavora a Roma nel campo dell’Information Technology.

E’ redattore del blog di letteratura e poesia “Neobar. Agorà senza l’assillo delle correnti”, http://www.neobar.wordpress.com/

Molti suoi testi sono apparsi sul web, riviste e antologie. Ha partecipato con suoi testi al poemetto collettivo “La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello”, edito da Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011. La sua prima raccolta di poesie “L’anno, la notte il viaggio” edita da Progetto Cultura, 2011, nella collana “Le gemme”.

È rintracciabile in rete sul suo blog personale “L’anno e la notte.poesia”

http://versisfusi.wordpress.com/

Anna Maria Curci

È nata a Roma, dove vive e insegna.

Scrive sul blog “Cronache di Mutter Courage“,  su  “Unterwegs / In cammino” ed è tra i redattori del blog collettivo “Poetarum Silva”. Suoi testi sono apparsi su riviste (Journal of Italian Translation; Traduttologia) e antologie (La notte, Roma 2008), sul blog La dimora del tempo sospeso, sul blog collettivo  “La poesia e lo spirito” e sul sito “Poeti del parco”. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta Inciampi e marcapiano (LietoColle ed.).

Enzo Campi 

È nato a Caserta. Vive e lavora a Reggio Emilia. Autore e regista teatrale. Critico, poeta, scrittore.

È presente in alcune antologie poetiche edite, tra gli altri, da LietoColle, Bce Samiszdat, Liminamentis. È autore del saggio filosofico Chaos – Pesare-Pensare, scaricabile sul sito della compagnia teatrale Lenz Rifrazioni di Parma. Ha pubblicato per Liberodiscrivere edizioni (GE) i saggi Donne – (don)o e (ne)mesi (2007) e Gesti d’aria e incombenze di luce (2008); per BCE-Samiszdat (PR) il volume di poesie L’inestinguibile lucore dell’ombra (2009); per Smasher edizioni (ME) il poemetto Ipotesi Corpo (2010) e la raccolta Dei malnati fiori (2011). È redattore dei blog La dimora del tempo sospeso e Poetarum Silva. Ha curato prefazioni e note critiche in diversi volumi di poesia. Dal 2011 dirige, per Smasher edizioni, la collana di letteratura contemporanea Ulteriora Mirari e cura l’omonimo Premio Letterario. È ideatore e curatore del progetto di aggregazione letteraria “Letteratura Necessaria – Esistenze e Resistenze”.

In fase di pubblicazione per Smasher edizioni: Il Verbaio – Dettati per (e)stasi a delinquere (terzo classificato Premio Giorgi 2010, finalista Premio Montano 2011).

LETTERATURA NECESSARIA – ESISTENZE E RESISTENZE

 

Per una co-abitazione delle distanze:

Letteratura Necessaria – Esistenze e Resistenze

In un’epoca dove ritornano a galla sempre più prepotentemente l’urgenza e il bisogno di rispolverare e ridefinire i concetti di comunità e condivisione, nasce il progetto di aggregazione letteraria  LETTERATURA NECESSARIA – ESISTENZE E RESISTENZE.
Lo scopo del progetto è essenzialmente quello di far CIRCOLARE i libri e le cosiddette “risorse umane” creando dei momenti di aggregazione, scambio e confronto che possano abbattere qualsiasi tipo di divisione ideologica, editoriale, di mercato, ecc., mettendo in comunicazione tra loro diverse e svariate realtà che operano nel settore o che sono impegnate in tal senso.
In parole povere si tratta di costituire una serie di poli geografici di riferimento disseminati lungo tutto l’arco del territorio nazionale. Ogni polo avrà un referente che si occuperà dell’organizzazione in loco e con il quale concordare gli autori (locali e nazionali) da coinvolgere e le modalità di realizzazione dell’evento.

Il progetto è diviso in varie fasi; ad una prima fase quasi esclusivamente performativa seguirà una seconda fase dove gli autori – per rendere ulteriormente “concreto” il concetto di aggregazione – verranno chiamati a leggere e presentare criticamente altri autori.
Visto che il progetto intende caratterizzarsi come un qualcosa di itinerante e ad ampio respiro si cercherà di organizzare e rendere fattiva una terza fase in cui gli autori che intendono contribuire alla realizzazione del progetto ma che si trovano territorialmente distanti e/o impossibilitati a partecipare direttamente agli eventi, potranno rendersi presenti anche nella loro assenza attraverso contributi fonici e visivi.
La quarta fase del progetto prevede la realizzazione di uno o due volumi antologici “comunitari” con contributi letterari e critici di diverse decine di autori che collaborano all’iniziativa. Nella fattispecie, ogni autore antologizzato si impegnerà a realizzare un evento nella propria città e, attraverso le risorse individuate dalla rete, inviterà autori territorialmente vicini a partecipare all’evento. Durante questi eventi, oltre a “spacciare” i contenuti del progetto e l’antologia cosiddetta comunitaria, gli autori coinvolti potranno eventualmente presentare le loro opere e eventualmente altri autori.

Quello che conta qui è una vera e propria “messa al lavoro” della letteratura. Semplificando e riducendo, si potrebbe dire che se le “esistenze” sono riconducibili ai libri, in quanto oggetti fisici, le “resistenze” rappresentano le “azioni” di quei “soggetti” fisici che producono i libri. Aggiungendo una sola caratterizzazione: il fatto di ostinarsi, per esempio, a produrre e a “spacciare” poesia, oggi come oggi, deve essere considerato come un vero e proprio “atto politico”. In tal senso ogni azione di questo tipo viene a rivestirsi di un plusvalore sociale. “Letteratura necessaria” è un progetto che vuole rendersi pratico, concreto e tangibile. Qui si tratta di far sì che la necessità di mettersi in gioco in prima persona diventi l’aspetto preponderante della diffusione della letteratura come atto corporeo, politico e aggregativo. L’idea di fondo è quella di ovviare alla sempre più imperante DISPERSIONE che caratterizza, in negativo, l’attuale panorama letterario nazionale e di creare una sorta di rete che permetta la costituzione e la ripetizione di eventi (“marchiati” e catalogati progressivamente in “azioni”) collegati tra loro ove far interagire realtà letterarie e realtà editoriali, in un regime non competitivo, ma collaborativo.

“Letteratura necessaria”, beninteso, non vuole essere un movimento tematico, ma pluritematico, volto a certificare la propria “esistenza” e a diffondere una sorta di “resistenza”. Resistenza a chi e a cosa? A tutto ciò che è privazione, restrizione, negazione, omologazione, ghettizzazione, a tutto ciò che lede i propri diritti, che ripropone gli stessi, triti e ritriti canoni letterari. In poche parole il progetto, almeno in fase concettuale, nasce “in costruzione” e crescerà sempre “in costruzione”, assorbendo e consolidando, di volta in volta, necessità, urgenze, tematiche e facendosi portavoce di messaggi che possano rientrare nei concetti di necessarietà, esistenza e resistenza.

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Finora, tra Bologna, Milano, Parma, Reggio Emilia, Roma, Capua (CE), sono state realizzate 8 azioni live che hanno coinvolto : Francesco Marotta, Enrico De Lea, Jacopo Ninni, Agnese Leo, Dina Basso, Ermanno Guantini, Silvia Molesini, Patrizia Dughero, Nina Maroccolo, Anna Maria Curci, Cristina Annino, Vincenzo Bagnoli, Loredana Magazzeni, Luca Ariano, Viola Amarelli, Lucia Pinto, Marco Bini, Ada Gomez Serito, Lorenzo Mari, Simonetta Bumbi & Orlando Andreucci, Stefania Crozzoletti, Antonella Taravella, Silvia Rosa, Roberto Ranieri, Sergio Pasquandrea, Marco Palasciano, Daniele Ventre, Gianluca Corbellini, Valentina Gaglione, Enea Roversi, Martina Campi, Meth Sambiase, Patrizia Rampazzo, Marco Ruini, Claudio Bedocchi.

Le attività, dopo una breve pausa invernale, riprenderanno ad aprile con 5 azioni a Roma, Sasso Marconi, Bologna, Mantova  e Verona, e proseguiranno a maggio con altre 6 azioni tra Torino, Milano, Verona e Bologna. Sono in fase di costruzione altre azioni tra Marche, Veneto, Emilia Romagna e Lombardia.

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E’ stato costruito un blog per documentare le attività del gruppo, per segnalare altri eventi e per pratiche di divulgazione letteraria.
http://letteraturanecessaria.wordpress.com/

Pagina del gruppo su facebook

http://www.facebook.com/groups/179852888755635/

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Lost in quotation (6) – Last in quotation

Sono sempre felice di poter iniziare una nuova pagina. Il punto, professore, è che se nella tua vita non ci fosse la sofferenza, come faresti a capire quando invece sei felice? Felice rispetto a cosa? Dopo aver guardato un temporale, alla domanda “quante gocce di pioggia hai visto?” la risposta più adatta è “molte”: non che il numero preciso non esista, ma non lo si può conoscere. Furono gli studi universitari e le pratiche religiose a riportarmi lentamente alla vita. Ancora oggi conservo quelle che alcuni considerano le mie strane inclinazioni in fatto di culto. Il tempo e il luogo sono le sole cose di cui ho certezza. Ci chiesero di ricostruire il fatto. Vollero da noi molti dettagli su come avevamo passato le ore tra le dodici, quando ci avevano visti tornare dalla chiesa, e le quattro e trenta del pomeriggio, in cui forzarono la finestra ed entrarono in casa. Se posso spiegare perché volevo buttarmi dal tetto di un palazzo? Certo che posso spiegare perché volevo buttarmi dal tetto di un palazzo.

Ricordo stranamente bene quel pomeriggio. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Anche la mia presenza, in un certo senso, era una menzogna. Esistono molti modi di avere un’infanzia poco felice. Uno di essi consiste nell’essere troppo fortunati. Provò a distinguere un odore dall’altro. Il respiro del lager si percepiva a chilometri di distanza – lì convergevano i fili della luce, sempre più fitti, la strada e la ferrovia. Era uno spazio riempito di linee rette, uno spazio di rettangoli e parallelogrammi che fendevano la terra, il cielo d’autunno, la nebbia. Avevo la bocca impastata da una specie di polvere grigiastra, quella stessa che copriva il pavimento, spessa un centimetro. I quadri erano stati tolti dalle pareti, i libri dagli scaffali, e i tappeti arrotolati negli angoli. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Non arrabbiarti con la pioggia. È solo che non sa cadere verso l’alto.

Questa è la notte e quel che ti combina. Non avevo niente da offrire a nessuno eccetto la mia stessa confusione. Sono due i pericoli che minacciano l’universo: l’ordine e il disordine. Ora tu hai una scelta. Eppure era uno di quei giorni in cui non succede nulla. Il silenzio della neve, pensava l’uomo seduto dietro all’autista del pullman. Se questo fosse stato l’inizio di una poesia, avrebbe chiamato “silenzio della neve” ciò che sentiva dentro. Sapeva già tutto a memoria: eppure, continuava a cercare di fare nuove scoperte. Era, ci dice, un uomo consunto e terroso, grigio d’occhi e di barba, dai tratti singolarmente vaghi. Tutti pensavano che fosse morto. E anche se il vecchio sapesse che lo stanno guardando, non cambierebbe nulla. Nel corso della nostra amicizia, aveva fatto le prove della sua morte. Aveva la sua bottega di ciabattino vicino a un negozio di ferramenta dalla facciata verde e bianca. Si tratta, naturalmente di un mestiere ormai scomparso, così come molti altri mestieri di cui un tempo viveva questo paradiso. Tutti nascono con qualche talento speciale. E lui fa solo copie, bellissime copie, autentiche copie, sembrano talmente vere da sembrare gli originali. Ci rifletto un attimo. Se si vuole fare qualcosa di assolutamente onesto, qualcosa di vero, alla fine si scopre sempre che è una cosa che va fatta da soli. Prima c’è stata quella frase che mi ha attraversato la mente: “La morte è un processo rettilineo.” A quei tempi era sempre festa. In nessun posto si fermava tanta gente come davanti alla bottega. Un cane corre per strada, inseguito da un ragazzo. Una lunga corda li unisce, si impiglia nelle gambe dei passanti. A me piacciono troppe cose e io mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito.

Essere completamenti sinceri con se stessi è un esercizio che vale la pena di fare. Il paradiso dev’essere bello ma non sarà troppo noioso? Forse potrei prendere un appartamento lì e poi passare i weekend all’inferno. L’unico modo per far sì che i tuoi sogni si avverino è svegliarti. Quando entrò nell’appartamento, fu investito da un fracasso assordante e da colori abbaglianti. Che cosa faceva in quei momenti? Guardava la parete immaginando la finestra che non c’era. Non sta contemplando, perché per la contemplazione ci vuole un temperamento adatto, uno stato d’animo adatto e un concorso di circostanze esterne adatto. Non aveva idea di quanto avesse dormito. Chiude gli occhi per proteggersi, un mal di testa fuori del comune. La morte, pure, trovo sia una delusione. Niente archi di nuvole o gallerie di fuoco. Piuttosto, c’è consapevolezza. Il contenuto della tua tazzina si svuota nell’oceano.

Poteva essere una forma di follia. O forse era realmente, come suol dirsi, “ossessionato”. Oppure ancora, benché non pretenda di capire in qual modo, può essersi trattato dello sviluppo di una sorta di sesto senso in un soggetto assai nervoso ed eccitabile, in seguito ad un’intensa sofferenza. Gli abitanti di uno stesso edificio vivono a pochi centimetri di distanza, separati da un semplice tramezzo, e condividono gli stessi spazi ripetuti di piano in piano, fanno gli stessi gesti nello stesso tempo, aprire il rubinetto, tirare la catena dello sciacquone, accendere la luce, preparare la tavola, qualche decina di esistenze simultanee che si ripetono da un piano all’altro, da un edificio all’altro, da una via all’altra. Ieri soffiava un vento conosciuto. Un vento che avevo già incontrato. Sei già stato qui. Sì che ci sei stato. Sicuro. Io non dimentico mai una faccia.

Non desiderava niente, non aspettava niente, non percepiva niente, non rifiutava niente e niente lo interessava. La vita era di una pienezza talmente intensa che non era vita. Non avrai dimenticato i granchi pescati giù nella caletta, spero. E certo ricordi il grande telescopio che volevi portare ogni sera. Il suo viso gonfio si muove a fatica sul cuscino. Non c’era speranza per lui questa volta: era il terzo attacco. Avrò pur sempre tratto questo vantaggio dalle mie parole, di aver guarito meglio me stesso, e, come la volpe presa in trappola, avrò tagliato il mio piede prigioniero. Se s’impone il proprio volere ci si sente a disagio. È comunque difficile vivere nel mondo degli uomini. Un giorno ho intrappolato una vespa dentro a un bicchiere. Per due giorni ha fatto avanti e indietro nel bicchiere, fino al momento in cui si è resa conto che non aveva via di scampo e si è rannicchiata in un cantuccio, immobile, aveva capito che non c’era niente da fare, niente da fare se non aspettare, senza sapere cosa si aspetta. Bisognerebbe vivere a posteriori. Decidiamo tutto troppo presto. Ero una volta giovane e aggiornato e lucido e sapevo parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza e senza far tanti retorici preamboli come faccio ora. Ma ecco, finalmente, le prima case. Ora non ha più fretta, sa di essere vicino al paese e si mette a sedere, lontano dalla strada. Il suo sguardo vaga lungo le pendici dei monti. Scruta quella natura così poco generosa con i suoi abitanti. Qui non c’è di che vivere, – pensa. – I figli, li devono dare via.

Francesco Accattoli – poesie inedite

Resi

Dimmi cos’ho rubato e lo restituisco
il filo della lama è più vicino
del letto disfatto dove ho lasciato
il corpo appena fatto scuro.
Finiscono le paludi dove entra la civiltà,
le persone perbene e le macchinette
dei bimbi sul lungomare a mezzogiorno.
A loro non do nulla, i venditori hanno sonno
e parlano di una capra da comprare
coi soldi delle borse finto-pelle.
Ragione ne abbiamo da spartire,
un tozzo per uno che c’intoppa la gola
feriti dal prezzemolo tra i denti
e dalla voglia di grattare l’argentato
farabutto delle schede gratta&vinci.
Dimmi cosa ti ho rubato, la maglietta
della salute, la salvietta col limone,
il sorbetto a fine pasto
del pesce che non mangio.
La mia casa è già bellissima
alle quattro pomeridiane
il sole cala a gran falcate tra la case
in costruzione, la notte tarda sulle salite.
Dimmi cosa t’ho rubato, faccio prima
ad inventarlo, ora lo invento e te lo rendo,
ecco, hai visto che è tornato?

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Variazione sul tema

La buccia mangiata con il succo, la medicina
nel cucchiaio, la colla vegetale delle buste
sono amare.

La fila delle auto col motore
acceso, la nuvola di fumo bianco-grigio,
la vita di paese sono amare.

La notte dormita con un occhio, la mano
che si posa sullo zigomo,
la porta di casa che si apre
sono amare.

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Lunga un anno

Se pure la scia
compie un esodo annuale
restassero bene attenti i loro nomi
ad affiancarsi, a mitigarsi delle pene
da interni condominiali.
Ci vogliono due lenti,
bifocali,
ad una lo spazio,
per un millimetro alla volta,
ad una la rotta nitida
del dolore, da guardare, bene,
bene nell’ampiezza della cornice,
con gli alberi e i passanti e la luce
di traverso. Ci ricordano quelle cose
che resistono soltanto,
l’afrore delle muffe,il muschio dei cortili;
e invece seguitiamo la corsa delle grondaie
premendo lo sterno
levando lo sguardo
oltre le lenzuola del terrazzato.
Siamo stati all’ombra troppo tempo
ci dolgono le articolazioni
ci si stringe la pelle addosso.
Passa il sole
in un angolo morto dello sguardo,
ognuno dal suo lato
vede la presenza dell’altro,
la linea di contorno di se stesso,
e riflesso nel lucido delle scale
si tinge il corrimano di singoli bagliori.
Peccato che a noi piacciano i plurali.

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Nessuna nuova

Così pure cadiamo lenti
lentamente come morti ammazzati,
facendo cose quotidiane,
io cucinando paste buone, tu che cerchi un diversivo
per lo sporco più ostinato.
Qualcuno in sala ha parlato – senti?
raccontano storie anche loro,
hanno imparato in fretta, oppure ci sono nati.
Qui da noi ci sono nati. Lo dico da sempre.
I merli maschi schioccano tra gli ulivi
per i crampi della fame
tutto ha bruciato il gelo delle nevi,
la terra corrugata non li mantiene.
Nessuna nuova in primavera
sui muriccioli degli orti. Altri dalla
vergogna sono volati a sud.

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articoli correlati: La neve nel bicchiere – Francesco Accattoli – FaraEditore 2011

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Se Milano piange, Firenze non ride

Il 21 marzo si è celebrata la giornata mondiale della poesia; in un modo nell’altro, per dovere o per necessità, ci si ritrova a parlare di poesia, per rileggere poesie note e per proporne di nuove, per ascoltare le voci di altri o per ricordare voci (ahimè troppe) appena andate. Questo accade in un momento in cui a Firenze per esempio, dopo ben nove edizioni che hanno portato poeti italiani e di tutto il mondo a leggere i loro testi dalle Oblate a Villa Romana, dalla Villa Medicea di Castello alla Badia Fiesolana, “Firenze Poesia.Voci lontane-Voci sorelle” rischia di morire. Attenzione però, stiamo parlando di Firenze, città che quanto meno per tradizione, dovrebbe mantenere il ruolo di culla della lingua, città che ospita la Biblioteca nazionale, città che raccoglie centinaia di migliaia di turisti, studiosi e viaggiatori attorno ad un patrimonio storico, culturale e architettonico unico al mondo. Attenzione dunque perchè, se da una parte possiamo provare ad immaginare che un festival perda i finanziamenti per “la crisi” e per la scarsità di fondi, uno può provare a mettersi l’animo in pace, turarsi per un attimo il naso e adeguarsi per un periodo, si spera limitato a quel principio che ha dominato la nostra terra negli ultimi 15 anni tale per cui, la “cultura non porta ricchezza” e provare ad attendere albe migliori. Poi però ti guardi attorno e non solo vedi che sono sparite iniziative molto meno costose come “Ultra”, ma che improvvisamente, udite udite, compare dal cappello di qualche geniale creativo, un’iniziativa chiamata “Il festival dell’inedito” (http://www.festivaldellinedito.it/), una kermesse a cui dovrebbero partecipare autori esordienti selezionati da nomi più o meno legati al panorama letterario. Cito dal sito: “Un anno di Festival, tre giorni di mostra, incontri, presentazioni, per scoprire nuovi scrittori e sceneggiatori, nuovi stili e contenuti inediti.
Diciamola tutta, una sorta di Xfactor della letteratura per un paese dove il merito sta nel voto popolare ma soprattutto nel pollice ritto del benevolo “uomo pubblico del mestiere”, in questo caso personificato da Antonio Scurati.
Forza allora, voi scrittori in erba, poeti, narratori, sceneggiatori, tutti voi talenti incompresi che vi ostinate a mandare i vostri manoscritti a case editrici o a case di produzione che non accettano il vostro capolavoro, (…ma come è possibile: su facebook ho 200 mi piace e tu non mi pubblichi?), approfittate di questa mirabile iniziativa per assicurarvi il futuro e la fama e il tutto dopo un’iscrizione di soli 130 euro (e meno male che con la cultura non si mangia…)
che dà diritto alla lettura dell’opera e ad un giudizio qualitativo. Poi potete sperare di passare la selezione e allora con soli 400 euro potrete avere ADDIRITTURA uno stand dove pubblicizzare il vostro mirabile prodotto.Restiamo però coi piedi per terra, noi poveri illusi della poesia da leggere, noi che prima di scrivere amiamo ascoltare altri poeti e capire, confrontarci. Noi che pensiamo che in questo momento di disagio storico-culturale, la parola poetica sia necessaria come stimolo a un ragionamento sul linguaggio e sulla realtà: noi che crediamo che sia uno spazio di riflessione sociale,  politico ed estetico, non un allontanamento dal reale, ma un essere nel mondo, pienamente e consapevolmente, come sottolinea Elisa Biagini nella sua lettera allarme a proposito della probabile chiusura dell’evento. Ecco noi, per un attimo, valutiamo la realtà per quello che è e proviamo a pensare che in fondo ci troviamo davanti alla classica kermesse a cui siamo abituati, una deviazione di quell’altro baraccone che è il “Festival della creatività”, che se nel primo anno lasciava ben sperare, poi è diventata la fiera del “che si fa oggi pomeriggio?”. Proviamo a riderci su e sperare che forse anche per noi c’è o ci sarà spazio nel portafoglio di questa e altre amministrazioni. Proviamo, ma per farlo dovremmo evitare di leggere chi sono i membri che fanno parte della giuria che selezionerà i futuri letterati, perchè una volta che alla testa del cosiddetto “comitato dei garanti”, leggiamo il nome del sindaco, allora no, allora si capisce che qualcosa si è definitivamente rotto, che c’è veramente poco da ridere.

Solo 1500 n. 40 – Quel che so dei treni

Solo 1500 n. 40 – Quel che so dei treni

I treni non vanno mai nello stesso posto. Anche lo stesso percorso differisce sempre per piccoli dettagli. Se hai talento per l’osservazione memorizzi i volti, addirittura i gesti dei passeggeri abituali. Calcoli mentalmente lo spazio, il tempo che ci vuole tra una fermata e l’altra. Sai, prima che la speaker del treno lo annunci, quanto ritardo stia accumulando il tuo convoglio. Butti un occhio a chi ti sta di fianco. Oggi alla mia sinistra siede un ragazzo che dal suo portatile guarda una vecchia puntata di X files, che gli invidio un po’. Mulder sta scappando, come sempre. Coerente. I viaggi più belli sono quelli che fanno casa, quando sai che all’arrivo troverai un sorriso riservato a te davanti alle biglietterie. I treni sono belli, i passeggeri non sempre. Come il tizio pelato che è venti minuti che parla al telefono di : Benchmarking e (ovviamente) Brainstorming. Altre volte sono quando si torna dal lavoro, anche qui, per i fortunati: calore, che so, una famiglia. Per chi sta solo: almeno un paio di ciabatte, che a saperla guardare non è cosa da poco. Cazzo! Scully punta la pistola a Skinner. Ma alla fine Mulder e Scully a letto ci finivano o no? Che poi era l’unico motivo per cui lo guardavamo. Alieni, un paio di balle. I viaggi per andare a trovare gli amici, i parenti. La signora di fronte legge un  interessante (pare dal suo sguardo) catalogo di capannoni industriali. Quanto a me ho un piede addormentato, ché le gambe troppo lunghe urtano contro il passeggero di fronte, mi lamento in silenzio, maledicendo le ferrovie dello stato per il poco spazio, ma mai i treni, loro li amo.

Gianni Montieri

Serena Cacchioli – MORTE DI UNA STAGIONE: Antonia Pozzi in Portogallo

Antonia Pozzi era nata in una famiglia benestante, non le mancava niente, passava le giornate facendo cavalcate, passeggiate e partite di tennis, aveva la sua poltroncina fissa alla Scala, eppure coltivava in sé il dolore di essere una voce diversa dalla maggior parte delle altre voci a lei contemporanee. La poesia e la fotografia erano il suo campo d’espressione. Attraverso l’immagine scritta su carta e l’immagine scattata su rullino raffigurava, dal suo angolo, un particolare punto di vista sul mondo. Fu solo dopo l’incontro con il filosofo Dino Formaggio che la Pozzi iniziò ad avere una nuova consapevolezza riguardo alle classi sociali diverse dalla sua. Con lui aveva visitato i sobborghi poveri, conosciuto la miseria e la sofferenza, scattato varie foto della dura realtà da cui si era vista, di colpo, circondata. Questa fame di conoscenza del paesaggio umano la portò a collezionare circa 2800 scatti che le sarebbero serviti da base per un progetto grandioso di romanzo sulla storia della Lombardia, ma che purtroppo restò incompiuto. Colpisce come la fotografia, la poesia e la prosa siano state per lei intrisecamente legate; come una sia stata la base dell’altra e come le immagini si ritrovino alla fine – forti e nitide – anche nella sua produzione poetica. Leggere certi versi della Pozzi è come guardare una figura fissata su carta con due puntine. (Gioia ferma nel cuore/ come un coltello nel pane; le case di un’isola lontana/ color di vela/ pronte a salpare …).
C’è, poi, una montagna nella vita adolescente di Antonia Pozzi, una montagna vera e non metaforica: è la Grigna. Lei la vede tutti i giorni dalla finestra della sua stanza, la vive facendo lunghe passeggiate, discese con gli sci e grandi scalate.
È una montagna che, poco a poco, prende contorni sfumati e discontinui, diventa metafora del salire, del superare gli ostacoli e s’infila nelle sue poesie con la grazia di un macigno che viene a insegnarle la resistenza al dolore e alla perdita. Nell’arco di tutta la sua produzione poetica c’è sempre una sorta di filo rosso che segna un passaggio come questo: dal fisico al metafisico, dalla gioia che dà la contemplazione della bellezza, al dolore della bellezza trasformata, trasfigurata.
Tutto questo excursus biografico ricco di aneddoti che si allacciano alla poesia e alle altre forme di arte con cui Antonia Pozzi si esprimeva, ce lo racconta José Carlos Soares in una bella prefazione, scritta per la prima edizione portoghese di una raccolta di poesie di questa poetessa:
Morte de uma Estação.
Forse Antonia Pozzi non avrebbe mai immaginato di sbarcare, nel 2012, nella terra di Fernando Pessoa. Invece è successo proprio così: oggi, a cent’anni dalla sua nascita, esce in Portogallo un libriccino leggero e tascabile volto ad amplificare per orecchie lusofone una voce italiana ancora poco ascoltata in terra lusitana.
L’idea del libro si può far risalire a una caldissima estate dell’88 in cui José Carlos Soares, giornalista portoghese, legge per la prima volta, a Firenze, alcune poesie scritte da un nome a lui sconosciuto, Antonia Pozzi. Certi versi come
questo perdersi/ che non è ancora morire gli rimangono scolpiti nella mente per molti anni, fino a quando non decide di mandarli, insieme ad altre poesie, all’amica Inês Dias, conosciuta per aver già tradotto dall’italiano le poesie di Elisa Biagini per la rivista Telhados de vidro. Non appena Inês Dias entra in contatto con la voce poetica della Pozzi, anche per lei scocca una sorta di folgorazione, un amore a prima vista e inizia a tradurre con grande piacere un’opera che vede la pubblicazione proprio in questo febbraio del 2012 (mese in cui l’autrice avrebbe compiuto cento anni), per le edizioni Averno.
Fino ad oggi la poetessa non era completamente sconosciuta in Portogallo, ma di sicuro la sua poesia era apprezzata soltanto da un gruppo molto ristretto di persone. Pochissime poesie erano già state tradotte in portoghese, anche se nel 2009 l’
Universidade do Algarve aveva organizzato, in collaborazione con l’Istituto di Cultura Italiana di Lisbona, una mostra con le fotografie della Pozzi, mentre la casa editrice Âncora aveva deciso di pubblicare una sua antologia fotografica.
Era dunque davvero necessario approfondire la sua conoscenza anche dal punto di vista poetico e questo
Morte de uma Estação riempie un vuoto che era necessario colmare al più presto.
In Portogallo si pubblica da sempre molta poesia. Sono soprattutto le piccole case editrici le più ardimentose in questo campo: lanciano poeti contemporanei e non, portoghesi e non, sfidando il mercato, la legge dei best seller e la famosa legge della
poesia che non vende. La casa editrice Averno è nata nel 2002 e si dedica soprattutto alla poesia portoghese, ma anche a quella tradotta. A volte fa piccole incursioni in altri generi, come il racconto, con Henry James o il romanzo poliziesco, con Margaret Millar. Pubblica libri che trova interessanti e appassionanti senza darsi troppe restrizioni, e pare che i lettori la apprezzino.
Si può già constatare la risonanza che la pubblicazione di questo libriccino pozziano ha avuto in Portogallo: anche solo rovistando fra i blog che si occupano di letteratura si possono trovare numerose citazioni di poesie tratte dal libro.
La traduzione di queste poesie
non deve essere stata facile, proprio per il linguaggio preciso e allo stesso tempo altamente evocatore che usa la Pozzi, ma ne esce comunque una bella opera anche in portoghese, piuttosto fedele nell’evocazione, piacevole da leggere, tagliente nei punti giusti e scorrevole. Inês Dias riesce nell’arduo compito di tradurre la poesia in altra poesia. E non è poco.
La postfazione, firmata da Matteo M. Vecchio e presentata in versione bilingue italiano-portoghese (con testo a fronte), ci mostra uno scorcio della storia editoriale dell’opera pozziana. Parte dalle testimonianze dei primi lettori della primissima edizione delle poesie, curata da Mondadori e pubblicata probabilmente grazie all’influenza del padre, Roberto Pozzi, che fino alla fine non ha smesso di guidare e manovrare (a volte sottilmente manomettendo) la produzione artistica della figlia. Questa interessante e documentata postfazione ci restituisce la problematicità della classificazione di Antonia Pozzi all’interno del panorama letterario nazionale della sua epoca, e soprattutto nell’ambito della letteratura femminile.
Ora Antonia Pozzi, sbarcata in Portogallo, si confronterà con il lettore
lusofono che con tutta probabilità la assocerà alle sue poetesse predilette. Si confronterà forse con Sophia de Mello Breyner Andersen, una delle più grandi voci poetiche femminili della letteratura portoghese. Di lei la Pozzi avrebbe apprezzato lo sterminato amore per la natura, per il mare in particolare, e la passione per le ore notturne. Si confronterà poi anche con altre voci di donna, come quella di Natália Correia, di cui avrebbe ammirato sicuramente la sfrontatezza, la determinazione e la passione quasi ossessiva per la musicalità della lingua. Ma infine la poetessa con cui avrebbe avuto più affinità, artisticamente parlando, sarebbe stata proprio Florbela Espanca. Nel loro desalento, nella loro disillusione, le vedo vicine, entrambe alle prese con i primi anni del Novecento, anche se Antonia Pozzi è leggermente posteriore. Entrambe devastate da sentimenti troppo forti, da amori impossibili e dalla loro ipersensibilità, entrambe profondamente innamorate della vita e componitrici di versi deliziosi quanto angoscianti, ed entrambe morte per suicidio, Antonia 26 anni e Florbela a 36.
Un libro piccolo ma importante, dunque, e ci si augura che sia soltanto il punto di partenza di uno studio più approfondito che servirà a portare, a passi felpati, questa bella voce della letteratura italiana in Portogallo, sperando che venga apprezzata
soprattutto per quello che è il suo messaggio universale.

[ … ]
E se nessuna porta
s’apre alla tua fatica,
se ridato
t’è ad ogni passo il peso del tuo volto,
se è tua
questa che è più di un dolore
gioia di continuare sola
nel limpido deserto dei tuoi monti

ora accetti
d’esser poeta.

.
.
_________________________________
Serena Cacchioli si è laureata nel 2008 alla Scuola per Interpreti e Traduttori SSLMIT di Trieste con una tesi sulla traduzione del testo poetico, traducendo anche alcune poesie del poeta portoghese José Luís Peixoto. In seguito ha ottenuto una laurea magistrale in Traduzione Letteraria e Saggistica presso l’Università di Pisa, traducendo una raccolta di racconti della scrittrice brasiliana Lygia Fagundes Telles: Seminário dos Ratos.
Nel 2010 ha lavorato per alcuni mesi come tirocinante nella casa editrice di Lisbona Assírio e Alvim, occupandosi di revisioni, correzioni di bozze e contatti con l’estero.
Dal 2011 collabora con il gruppo editoriale Mauri Spagnol come lettrice di romanzi in portoghese e francese.
Collabora come traduttrice con la rivista letteraria online Sagarana.net.
È co-fondatrice, con Nunzia De Palma e Maria Teresa Marè del sito internet: 118libri.it, un Pronto Soccorso Letterario dove si possono trovare recensioni, musiche, commenti sul mondo letterario e non, oltre a specifici consigli “su misura”.

Flavio Almerighi, Qui è Lontano

Qui è Lontano
Flavio Almerighi

Tempo al Libro, 2010
ISBN 978-88-952-9721-7

 

Spesso la poesia sceglie la forma del diario di bordo. E anche questo nuovo libro di Almerighi sembra inserirsi nel solco di una tradizione che ha da sempre inteso la poesia come espressione di un mondo interiore che è praticabile soltanto attraverso un’esplorazione del mondo esteriore. Così lo scrittore testimonia l’altro da sé per scoprire qualcosa di sé e lo fa anche attraversando altri scrittori e altre scritture, forzando le parole perché aderiscano meglio ad un pensiero provvisorio e parziale, ad un’idea impossibile da spiegare. L’autore si guarda allo specchio del mondo e affida l’espressione di sentimenti contrastanti a quella che potremmo chiamare la “voce degli occhi”. Se, per dirla alla Eliot, “la fine di tutto il nostro esplorare sarà arrivare dove siamo partiti e conoscere quel luogo per la prima volta”.

 

Jamaica Kincaid

collocazione immaginaria altrove
– barbe germogliano continuamente
dentro milioni di maglioni a collo alto,
arie da giocatore incallito in panchina
solitudine da portiere di notte,

estremo in squadre d’attacco,
e il fumo che saltella di bocca
in bocca
senza distinguere l’alto dal basso,
sale e si ammadonna per terra
complice il sole,
digrignante la mia voglia di smettere.

 

La più precisa definizione di andare

è distruzione, noi non vediamo nulla,
nemmeno gli occhi spalancati ai gatti
sulle strade di un dopo guerra infinito,
allora è continuo schiacciare sassi
e sotto intesi, un dormire improvviso,
quando capita, se capita.

Poiché non sappiamo navigare
le nostre stesse lacrime, ecco arrivare
un sorriso – di convenienza,
circostanze in cui abbandono diventa
fertile terreno d’atterraggio per piani
di volo tuttavia mai partiti.
Accompagnamento è lo spartito
nato dalla cattura di lucciole vere,
brillante un momento solo il vetro
ermeticamente chiuso all’esterno.

Non vanno più via, inutili deviati
relitti di una notte insonne, finita
improvvisa in un bagno di sole,
la chiesa stipata fino alla strada.

(a Roberto Roversi, 1956-2008)

 

Questione immobiliare

Non c’è Palazzo
nelle condizioni in cui ti trovi,
come quando dicevi – scopami
e non potevo fare
tutti quei chilometri
in una notte sola,

lo spazio era tutto
insieme di ragionamenti
andati persi,
perché è d’estetica che riempi il cuore
è tutto sia caldo sia freddo
a seconda del mese.

Non avere cura di me,
nel prenderti l’ingresso
fai sparire i sottoscala
che non sono stati miei.

 

Non si spiega Max

Maggio è passato appena
giugno è bellissimo,
le balaustre profumano
come accappatoi freschi di ragazze.
Voglio essere un meccanico,
c’è bisogno di gente come me
pronta a costruire navi e treni
e riparare torti, purché
niente si butti – non prima
che sia veramente a posto.
Ora andrò al fiume
senz’altra leggerezza
delle mie poche ossa,
vado a ridere, piangere,
indolenzito a bermi l’esistenza
d’apprendista per sempre,
e nel chiudere gli occhi – riaprirli
vedrò un altro fiume
un altro ancora,
e non si spiega.

 

Treno in galleria

Quando un treno entra in galleria
i poeti perdono la luna,
i telefoni campo,
cambia la canzone
come tutto suonato prima
mutasse di colpo arrangiamento.

Fu un ceramista
– nella sua lingua
a chiarirmi la bellezza
di leggere versi
e quanto inutile scriverne altri.

Lo stesso treno
sbuca improvviso dal monte,
e il sole uno schiaffo.

Tabucchi, gli Zingari e il Rinascimento

Antonio Tabucch

Nell’aprile del 2011, nel riproporre ricordi e riflessioni sulla presenza e sulla cultura rom, ricordavo proprio qui, su Poetarum Silva, la necessità di leggere – o di tornare a leggere – Gli Zingari e il Rinascimento di Antonio Tabucchi. Oggi, 25 marzo 2012, la commozione per la sua scomparsa non cancella, anzi rinsalda la convinzione che quella sua opera, pubblicata in volume nel 1999, sia un esempio di denuncia, pacata e ferma, storicamente documentata, dell’ipocrisia ovvero della sbrigativa malafede di chi spaccia per superiore civiltà esclusioni, messe al bando, ghetti e sgomberi dell’urbanizzazione contemporanea.

Il “reportage di un reportage”, come precisava Tabucchi nella Nota, «è la versione italiana del testo intitolato Die Roma und die Renaissance  pubblicato nel numero di dicembre del 1998 dell’edizione tedesca di”Lettre International”» (Antonio Tabucchi, Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze, Feltrinelli, Milano 1999, p.9).

Diamo voce alla testimonianza di Antonio Tabucchi (qui nell’originaria versione in tedesco):

«Avevo risparmiato finora a Liuba le condizioni dei rifugiati che non dipendono direttamente dalle Istituzioni della città. Sono i cosiddetti “clandestini”. Clandestini tuttavia tollerati, che le Autorità cittadine hanno lasciato entrare, con la libertà che contraddistingue un’astuta filosofia, purché si sistemassero lontani dai luoghi dove la loro presenza disturberebbe la vista dei tramonti sul Cupolone.

Costoro (i tollerati) si sono insediati soprattutto nella zona di Brozzi e delle Piagge, periferia dimenticata alla quale il Comune non ritiene necessario neppure concedere una biblioteca. Stretti fra la ferrovia che collega Firenze con Pisa e l’inquinatissimo fiume Arno, in compagnia di topi che raggiungono le dimensioni di gatti, questi “dannati della terra”, come li avrebbe chiamati Franz Fanon, hanno costruito le loro baracche, posato le loro roulotte ormai prive di pneumatici, vivendo la morte lenta di un piccolo popolo, ovvero ciò che la tolleranza del Comune benignamente concede loro: l’agonia. Sono privi di tutto. Non hanno nessun tipo di infrastruttura (acqua, elettricità, fognature, assistenza) né di sussistenza). Spesso neppure i documenti che provino che esistono come creature. Solo il loro corpo testimonia che ci sono persone vive, in questo breve deserto senza alberi e senza erba che è loro concesso a questo mondo dalla rinascimentale città di Firenze.

Se si può dire che i Rom dei cosiddetti “Campi di Accoglienza” dell’Olmatello e del Poderaccio sono la “borghesia” degli Zingari arrivati a Firenze, questi sono i Lumpenproletariat rom. Ed è qui che ho deciso di portare in visita la mia amica Liuba».

Antonio Tabucchi, Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze, Feltrinelli, Milano 1999, pp. 28-29).

Fuori di testo (nr. 11)

L’uomo che guarda le stelle

L’uomo che guarda cadere le stelle dal cielo
da piccolo ha avuto paura del buio
da grande nel buio più che altro non vede
e mirando a un piattello di luce che passa veloce
chiede quello che non ha

Ma l’uomo che guarda cadere le stelle dal cielo
dimentica che non è solo
e solitario non è un desiderio

Quello che non ha, forse l’ha già avuto
magari non l’avrà

Quando una stella dal cielo cade davvero
ha paura del buio e cadendo
chiede all’uomo che guarda nel cielo
se in un secondo di luce che passa veloce
può dirle dove finirà

Ma un uomo che guarda nel cielo
consuma ogni notte per desiderare
e nel buio di troppe domande
senza risposte la stella scompare

Quello che non ha, forse l’ha già avuto
magari non l’avrà

 

 

 

Pinomarino
(da “Acqua, luce e gas”, 2005)

pagina 84 (post di Natàlia Castaldi)

È una bugia d‘infinito questo biancore di spazi sospesi
nella presunzione di una plausibile appartenenza
che sgomenta
come la logica di un punto che non origini retta né parallelo

ad altro che ciò che tocca,

come la superficie oscena di una pagina virginale
e la b e l l e z z a ] quando somiglia alla perfezione e le si avvicina,

fredda] lenta.

[con l’imprevedibile ovvietà delle domande che non vorresti porti]

*

My Generation – Stefania Crozzoletti

Non può esserci che la fine del mondo, andando più avanti
(Arthur Rimbaud, Illuminazioni)

I hope I die before I get old
(The Who, My Generation)

Feroce, arrabbiato, politicamente scorretto. Ma con un grande talento. Songwriter prolifico e geniale, musicista dotato di tecnica e di cuore. Secondo i critici, il migliore della sua generazione. Sapeva comunicare la rabbia, la nausea, la violenza dei tempi. Sapeva anche commuovere, incidere profondamente nell’animo di chi lo ascoltava. La sua voce e la sua musica catturavano con armi diverse: il furore, la dolcezza, lo sdegno, la commozione.

Non era un fenomeno commerciale, questo è certo. Aveva fans in tutti i continenti, ma non era un artista dai grandi numeri. Nonostante avesse ricevuto ricche offerte da alcune major, che promettevano il “grande salto” nel rutilante mondo del rock, sventolandogli davanti al naso denari a profusione, egli aveva sempre rifiutato. Era rimasto fedele alla sua vecchia etichetta indipendente. Insomma, era un duro e puro. Picchiava, di tanto in tanto, giornalisti e fotografi invadenti, mandava a quel paese i discografici più influenti, gli era anche capitato di vomitare sul pubblico ai concerti, di approfittare della disponibilità di qualche groupie, era stato in prigione due o tre volte. Era spesso ubriaco e non aveva mai negato di far uso di sostanze stupefacenti. Il prototipo della rockstar dannata, ma a suo modo onesta: non era interessato alla ricchezza, alla fama. Viveva in un piccolo appartamento, mangiava poco e male. Non aveva idea di quanto denaro guadagnasse, spesso regalava soldi agli amici – veri e falsi – e alle fidanzate di turno. Nel giro si diceva che il suo amico-manager lo stesse fregando. Un puro, sì, con la testa altrove. Nella sua categoria, quasi un santo.
Arrivato alla soglia dei quarant’anni, durante una retata della polizia si fece beccare mentre stava acquistando droga, molta. Il giudice, questa volta, non decise di mandarlo in prigione, ma di affidarlo a una comunità terapeutica. Bestemmiando, andò. Non voleva “guarire”, a che pro? E poi, lui non si sentiva malato. Malato era il mondo, agonizzante e senza speranza, lui doveva solo andare da qui a lì, attraversando la vita, nell’unico modo che conosceva. Ma andò, non aveva scelta.
Nel centro di ascolto della comunità incontrò l’Angelo, una volontaria. Donna nobile d’animo e di stirpe, irradiava buoni propositi e grandi ideali. L’Angelo catturò con occhi luminosi e carattere fermo il cinico che, nero come la pece, nella sua vita non aveva fatto altro che coltivare il suo inferno, l’inferno di tutti.

L’Angelo lo accompagnò in un percorso di redenzione totale, fino all’altare. Il musicista dannato sposò l’Angelo e la Causa, la convinzione di poter consegnare al mondo un futuro migliore. E con gli ideali arrivò la consapevolezza di avere afferrato la verità assoluta, da spiegare alla gente. Paladino dell’ambiente, della giustizia, della solidarietà. Sano di corpo e di mente, iniziò la sua opera di evangelizzazione, con la sua musica e le sue parole. Aveva sposato la Causa, ora il suo compito era quello di diffondere il Verbo.
L’Angelo lo seguiva ovunque, lui si sentiva forte, sicuro. Se ne andava in giro suonando e predicando, rilasciando interviste a giornalisti che non menava più, sorridendo ai potenti che si dichiaravano disponibili a supportare le sue idee. Arrivarono quattro figli, uno dopo l’altro, una casa in campagna con azienda agricola e studio di registrazione annessi. Arrivarono contratti discografici importanti, soldi e fama di massa a livello planetario. Arrivarono i concertoni benefici, i sermoni televisivi. Anche un libro di poesie, seguito da un film e da un romanzo.

Alcuni degli ammiratori che fedelmente lo avevano seguito fin dagli esordi chiamarono questa trasformazione “normalizzazione”, altri “allineamento”, i più arrabbiati la definirono “prostituzione”. Solo una sparuta minoranza degli estimatori di vecchia data vedeva il mutamento come una naturale evoluzione. Ma tutto questo aveva poca importanza: per ogni fan deluso che se ne andava ne arrivavano migliaia di nuovi. Tuonando con veemenza contro le multinazionali e il capitalismo, condannando i poteri che affossano i deboli, si era comodamente inserito nel sistema. Ancora, come un tempo, non gli importavano i soldi (qualcuno, d’altra parte, se ne occupava al suo posto, e comunque ne guadagnava a palate), semplicemente se li godeva. Si sentiva necessario all’umanità, aveva un ruolo importante, lui, aveva compreso e ora doveva educare la gente comune. Un illuminato, insomma, con un destino segnato.

Lei, la nobile d’animo e di stirpe, era sempre più bella. Gli occhi brillavano ancora, soprattutto quando rimirava con il suo uomo adorante i vigneti che circondavano la splendida casa di campagna.
In un pomeriggio di una primavera tiepida e senza pensieri, se non quelli per le sorti mondiali e la fame nel mondo, fu organizzata un’intervista nella tenuta della famiglia socialmente impegnata. La troupe televisiva iniziò a riprendere interni ed esterni; la scena del picnic all’ombra degli alberi da frutto fu decisamente indovinata: informale quanto basta, efficace a livello di comunicazione.

Il nostro eroe moderno, imbracciata una chitarra acustica, si mise a suonare vecchi classici degli anni sessanta. I quattro figli cantavano con lui, battendo le mani, la troupe registrava. L’Angelo ascoltava in silenzio, sorridendo. Poi si allontanò, verso una siepe poco lontana, nascosta da un albero.
– Sire, eccomi.
– Buongiorno Angelo, tutto bene?
– Tutto bene, grazie.
– E allora?
– Tra un po’ uscirà la sua biografia, scritta da uno scrittore famoso… uhm, non ricordo il nome… la sua ultima canzone, dedicata a me e ai nostri figli, è prima in classifica. Che altro? Ha dato il consenso per la realizzazione di un tribute album da parte di artisti emergenti, sono diritti a palate. Stiamo seguendo un progetto per l’Africa, è stato dato grande risalto sui media. Ah, il mese scorso ha cantato con il Tenore. Un concerto fantastico, lo stadio era stracolmo, un grandissimo successo! Gioca a calcio per beneficenza. E a proposito di calcio, ha pure scritto l’inno della Nazionale per i prossimi mondiali. La Causa l’ha trasformato! Qualche vizio è rimasto, ho pensato fosse meglio così: con qualche segreto si può sempre… come dire… ricattare… nel caso…
– Molto bene, Angelo.
– Sire…
– Sì?
– E adesso?
– E adesso niente. Ci siamo riusciti. Ora, non c’è tempo da perdere, trovane un altro, un’altra. Servono finti oppositori. Con questi sembriamo… come dire… democratici. Altri ancora, pesca in tutte le categorie. Tutti hanno un prezzo. In più, questi cretini fanno girare l’economia, la nostra intendo.
– Sire, ingabbiare quest’uomo non è stato faticoso, ho dovuto affrontare casi ben più difficili, in passato.
– Sei brava, tu… altri, Angelo, poi altri ancora… non ne deve rimanere uno sulla faccia della terra. I coerenti ci rovinano la piazza. Ora vado. Ciao Angelo…
– A presto, Sire…

Più in là, il redento sorrideva alla telecamera.

Stefania Crozzoletti, inedito2012

Billy Collins – Osso Buco

Osso Buco

I love the sound of the bone against the plate
and the fortress-like look of it
lying before me in a moat of risotto,
the meat soft as the leg of an angel
who has lived a purely airborne existence.
And best of all, the secret marrow,
the invaded privacy of the animal
prized out with a knife and swallowed down
with cold, exhilarating wine.

I am swaying now in the hour after dinner,
a citizen tilted back on his chair,
a creature with a full stomach –
something you don’t hear much about in poetry,
that sanctuary of hunger and deprivation.
You know: the driving rain, the boots by the door,
small birds searching for berries in winter.

But tonight, the lion of contentment
has placed a warm heavy paw on my chest,
and I can only close my eyes and listen
to the drums of woe throbbing in the distance
and the sound of my wife’s laughter
on the telephone in the next room,
the woman who cooked the savory osso buco,
who pointed to show the butcher the ones she wanted.
She who talks to her faraway friend
while I linger here at the table
with a hot, companionable cup of tea,
feeling like one of the friendly natives,
a reliable guide, maybe even the chief’s favorite son.

Somewhere, a man is crawling up a rocky hillside
on bleeding knees and palms, an Irish penitent
carrying the stone of the world in his stomach;
and elsewhere people of all nations stare
at one another across a long, empty table.

But here, the candles give off their warm glow,
the same light that Shakespeare and Izaac Walton wrote by,
the light that lit and shadowed the faces of history.
Only now it plays on the blue plates,
the crumpled napkins, the crossed knife and fork.

In a while, one of us will go up to bed
and the other will follow.
Then we will slip below the surface of the night
into miles of water, drifting down and down
to the dark, soundless bottom
until the weight of dreams pulls us lower still,
below the shale and layered rock,
beneath the strata of hunger and pleasure,
into the broken bones of the earth itself,
into the marrow of the only place we know.

Ossobuco

Adoro il suono che fa l’osso contro il piatto
che come una fortezza
giace sotto di me in un fossato di risotto,
la carne tenera quanto la coscia di un angelo
che ha vissuto un’intera esistenza in volo.
E, soprattutto, il midollo segreto,
l’intimità invasa dell’animale
estratta con un coltello e buttata giù
con un vino fresco e inebriante.

E adesso, dopo cena, dondolo,
un cittadino inclinato all’indietro sulla sedia,
una creatura con uno stomaco pieno –
qualcosa di cui non si sente molto in poesia,
quel santuario di fame e privazioni.
Sai: pioggia battente, stivali alla porta,
piccoli uccelli che in pieno inverno vanno in cerca di bacche.

Ma stasera, il leone dell’appagamento
ha poggiato una zampa calda e pesante sul mio petto
e posso solo chiudere gli occhi e ascoltare
i tamburi del dolore che battono in lontananza
e il suono della risata di mia moglie
al telefono nella stanza accanto,
la donna che ha cucinato quell’appetitoso ossobuco,
che lo ha indicato per dire al macellaio quale voleva.
La donna che parla con la sua amica lontana
mentre io mi attardo a tavola
con un’amichevole tazza di tè caldo,
sentendomi uno di quegli indigeni cordiali,
una guida affidabile, forse persino il figlio preferito del capo.

Da qualche parte, un uomo sta scalando a fatica il fianco di una collina rocciosa,
i palmi e le ginocchia sanguinanti, un penitente irlandese
che trascina la pietra del mondo nel suo stomaco;
e da qualche altra parte i popoli di tutte le nazioni stanno a guardarsi
uno di fronte all’altro, seduti a un lungo tavolo vuoto.

Ma qui, le candele emettono una luce così calda,
la stessa luce alla quale scrivevano Shakespeare e Izaac Walton.
la luce che ha illuminato e fatto ombra sui volti della storia.
Solo che adesso si posa sui piatti azzurri,
i tovaglioli sgualciti, coltello e forchetta incrociati.

Tra poco, uno di noi andrà a letto di sopra
e l’altro lo seguirà.
Allora scivoleremo sotto la superficie della notte
per miglia d’acqua, alla deriva, giù
verso il fondo buio, silenzioso
sino a quando il peso dei sogni ci tirerà ancora più giù,
sotto l’argilla e la roccia stratificata,
sotto gli strati della fame e del piacere,
nelle ossa rotte della terra stessa,
dentro il midollo del solo luogo che conosciamo.

 

 

Traduzione di Giovanni Catalano.