Alessandra Frison – poesie

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Lascio da parte i commenti da marciapiede

alle luci stente sbranate di marzo

non spetta giudizio

e una fiera d’anime, il controcanto

del viaggio, mi ingombra l’aria

come singhiozzi di morte alla catena.

Quasi sempre la parte in vista di noi

è un lascito magro alla curva di un bancone,

raccolti su un tavolo, quando i minuti

muti senza sonno sospesi

non si possono dire e puoi passare

la sera a farti notare per quello che porti

o difendere un vizio senza discorsi,

così, non spartire niente di te.

Vedi quanto manca a saperci conclusi.

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La penombra di una stanza divide

quanto speravi da quanto rimane.

L’indifferenza di queste ore nei richiami della casa

nei fogli di carta lasciati a macerare

in una mancanza d’attenzione

in un’attenzione fuori dal mondo.

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Ne contavi a milioni di vite, in qualche chiuso progetto

rocce che affondano rocce

affiorano come cadaveri vuoti, poco per volta

sottopelle, sotto gli occhi

in uno sconforto sguaiato.

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Non avere più corpi, averne centinaia di migliaia

ogni segno che passa sul viso

è un fiore di memoria mai nato.

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E così alcuni lasceranno cervelli popolati e doni

parlanti ad ogni costo, per quanti ne chiederanno

si apriranno file di pianti e sorrisi.

Guarda invece questi lampi

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senza sostanza

otre piccole case e grige colonie

di figli. Non ci saranno voci da scrivere,

parola dopo parola come ombre

solo indizi di un passaggio.

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Passaggio

Il tempio rimane distrutto. Nell’ora

della dispersione i canali sommessi

descrivono occhi o

traiettorie da muro a muro.

Bianchissimi.

Qualche goccia divisa tra i bicchieri

per farne silenzi.

Abbiamo visto graffi sui denti,

cumuli di mani per fermare mulini,

fino a quando i corvi

calarono dai tetti. A bocca aperta.

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C’era qualche fiume da dire

una domenica, i colori della macchia

riparavano gli anni, la paura,

la zitta vita del bronzo

nelle file dei corridoi.

Si portavano fino alla sponda

con i loro cappelli, la meraviglia

nei passi, la gola nell’acqua.

Avevano mandato i cani ad inseguirli

fino alla riva i nomi dei viandanti,

la pioggia li aveva presi nei minuti

dopo la strada, a fine corsa

spugne nel fondo. Ti vedevano a memoria,

fisso, le perle del viso che torcevano gli occhi

come fuori dai muri i chiodi,

c’è così poco da dire.

Fuori questi versi

dovremmo cantare domini di colpe

e fiori da dare, fiori.

Per qualche uomo nella cornice,

per una memoria pagata come specchio da muro

per la pietra dove si crede

non manchi di nulla.

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Macerie

 

Eco di te stesso nella casa

hai pensato fossero le stesse rovine

che ti prendevano l’oro dalle mani

qualche fiore dalla bocca e nient’altro.

Tu hai creduto a favole e parole

fino a doverne inventare

soffocate le mascelle in questi muri

dove ti rimani.

Svuotarsi nella polvere nei vuoti d’aria tormenta

un unico colpo alla porta

come ritmo di un canto,

dolcemente.

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Le cose parleranno per me

nel giorno dell’io senza sostegni

nella solitudine solo ricordata.

Una casa sarà messa da parte, come tante sere

con le ultime ore a venire.

Avere voci da ascoltare, fiori da guardare

fuori da ogni cortile, lascata ogni porta

chiusa la pagina di un dovere.

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In quanti spazi ci sarà da capire

che l’inganno rivive ogni minuto

di una quiete quasi infinita, di una realtà

da non considerare

le volte che abbiamo costruito, che abbiamo distrutto

che abbiamo spiegato parole.

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Nella speranza che almeno il tempo cambi

in una neve senza misura

senza riposo da chiedere

come una coperta di nulla.

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“E’ cominciata la cadenza del soffrire. Ogni sera all’imbrunire, stretta al cuore, fino a notte.”

                                                                                                                                            (C. Pavese)

In questi giorni di quasi inverno

dovresti sapere. L’occhio ci vede sprofondare

come la zampa dell’animale

sotto la neve.

…………………Capiranno in pochi

i più, in disparte, dormono le ore

raccontano miserie poco per volta

i loro morti nelle cornici

le case vuote del mezzogiorno,

ascoltali.

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Ci saranno discorsi, ancora, silenzi ripetuti

nella sola ostentazione di noi

nel ricordare sensi, vestiti, vocabolari del nulla.

Credi che basti farsi da parte

nessuno a far ricordare

nessuno a custodire

nessuno alla fine del viaggio.

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Dovresti sapere in questa categoria

dell’invisibile, solo il respiro conta

e quelli che rimangono

come cuori obbligatori, tutto il resto

non sarà mai nostro.

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Bio:

Alessandra Frison è nata in provincia di Verona nel 1985 e vive a Milano.

Sue poesie sono comparse nell’Almanacco dello Specchio 2008 (Mondadori) e in alcuni blog e riviste.

Un suo racconto fa parte dell’antologia “Bloggirls, voci femminili dalla rete” (Mondadori 2009)

4 comments

  1. e’ una poesia molto composta nel suo dire, questa, eppure si sente continuamente la ricerca di un assestamento. le sconnessioni emergono ma come un moto che tende verso il basso, non per esplosioni, dalla soglia del riserbo via via a quella del silenzio, del non detto e dell’indicibile, fino all’invisibile. al mai stato. un smorzamento continuo nei pressi di un limite. questa la mia impressione. complimenti all’autrice!

    sergio.

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