Giorno: 24 febbraio 2012

LE NUDECRUDE COSE ED ALTRE FACCENDE – di Viola Amarelli (recensione di Maria Zimotti

LE NUDECRUDE COSE ED ALTRE FACCENDE – di Viola Amarelli edito da L’arcolaio (2011)

 

 

Viola Amarelli, campana, ha pubblicato la raccolta Fuorigioco (2007), l’ e-book Morgana (2008), il poemetto Notizie dalla Pizia (2009). Suoi testi sono presenti in varie antologie (da ultimo Mundus, 2009, e Calpestare l’oblio, 2010), su riviste e in rete tra l’altro su “Nazione Indiana”, “La poesia e lo spirito” e “Rebstein”. E’ redattrice di Vico Acitillo, e cura il lit-blog “Viomarelli”. Per idiosincrasia personale non partecipa a premi.

 

r. (pag 80): Le nudecrude cose. Una punta, un dente di pettine d’osso, l’ansa di un vaso.

a latere (pag 82):  Ogni graffio d’argilla è una giara, d’olio o di grano. O un capo di bestiame.

Il cuneiforme nasce per contare, la scrittura è dall’origine un fissare, un dar conto. E nel fissare c’è l’ordine, l’elenco, il taglio sul mondo: il “così è” artistico (…) il “così è” di chi scrive e nello scrivere descrive deambulando intorno al mondo, mai solo.

Per dire del libro di Viola Amarelli io parto da qui, dalla fine, da uno stralcio delle ultime pagine.
La prima frase parla di una necrofora e dice dei sedimenti del passato, quei sedimenti che sono la civiltà. La civiltà è la scrittura che, come dice Viola in quella sorta di manifesto della scrittura che segna le ultime pagine, è dall’origine un fissare.

Ho conosciuto la scrittura di Viola grazie a un innamoramento folgorante ed eterno come spesso mi avviene per le parole, con la sua poesia Corrente, un flusso di parole che sembrano sgorgate direttamente dalla carnalità della donna.
Da allora la lettura delle sue poesie è un allenamento continuo alle potenzialità della parola e anche un allenamento continuo al rigore artistico di una scrittura che non ammicca, che chiede al lettore uno sforzo per coglierne l’essenzialità, essenzialità che io percepisco come il risultato di un percorso di eliminazione del superfluo, con un risultato zen, anche e soprattutto per ciò che lascia al lettore.
Il ritmo di tutto il libro, come già si avverte con la citazione di Antonio Porta utilizzata come epigrafe (Non mi sono mai appagato di una forma, ho sempre cercato di provocarne molte) ha un andamento libero tra poesia e prosa breve.
In particolare nelle brevi pagine di prosa le descrizioni sono concise, dolenti ed eleganti e trovano spazio stilettate di aforismi che sono una caratteristica dell’ironia di Viola che traspare ancora di più in altri scritti.
Il libro è diviso in quattro partiture, in omaggio alla musica classica, segno di come il ritmo sia importante per questa autrice e ogni partitura ha un titolo che sintetizza in qualche modo il leitmotiv dei testi presenti.

Si parte da “C o n v i v e n z e – grave -” per dire degli incontri scontri tra civiltà o semplicemente tra l’io e l’altro da sé.
Due poesie scelgo; una, per suggestioni di periodi storici amati, è (generazioni) 1943: pennellate della guerra attraverso gli occhi di una bambina (fresca fresca della visione del bellissimo film L’uomo che verrà, l’ho letta con le immagini mentali della bambina muta del film che salva il fratellino appena nato dalla strage di Marzabotto) e (patrie), qui sotto riportata, per le corde sentimentali di uno dei miei temi più cari, l’emigrazione e il melting pot:

Ha cambiato di lingua e di nome

e il cielo ha una linea diversa

e ci sono colline

ma non uno tra i fiori che a mazzi

le riempivano i giorni al mercato

Entra in case stracolme di oggetti,

li pulisce,

stupita vi sia tutto quel ben di dio

cui nessuno oramai fa più caso.

Le persone le sembrano strane,

lamentandosi stanche di rabbia

eppure non si scava patate o carbone,

né si ammassano in fuga sui camion.

Gli uomini, quelli, più o meno gli stessi

certo non bevono tanto

ma ugualmente ci provano gratis.

Sa di essere stupida e brutta,

non importa, ha gli occhi pervinca

e sorride insiste daccapo.

Preferisce i colori sgargianti,

tutti i fucsia e i verde del mondo,

troppi morti alle spalle,

è riuscita a portarsi suo figlio.

Fino a sera spolvera e lava

al ritorno, preparata la cena,

finalmente si spoglia,

respira, in un amen di lingua d’infanzia

a un suo dio che sicuro la ama:

le radici le hanno le piante,

donne e uomini hanno le gambe.

La seconda partitura di testi è “c u r e – andante”. Qui è la fusione dell’io con le nudecrudecose del creato,

qui, là, dove

batte il sangue con l’aria

pulsa la quiete (minimalia)

e si parla anche dell’incanto dello scrivere:

(grafie)

Uno splendore inusuale bucare le parole

che si rincorrono ridendo sino a scoppiare

iridescenti contro la pena e il dolore

provando a dirla, la cosa,

che fugge e si nasconde

con il silenzio solo spettatore.

E parole, consolatorie, per andare oltre il dolore

(oltre)

Piano sciogli il dolore

                              il freddo acuto

ghiaccio dentro il sangue

                               piano, chiaro

cammina respirando

                            inutile il timore

il giorno ama la notte

                                questa perfezione.

Nella terza partitura “s t r a b i s m i – presto -” la scrittura si fa ostica come il titolo suggerisce. Qui le nudecrudecose si manifestano in numerosi termini presi in prestito dalla chimica, e dicono dei contrasti della mente e del corpo con en passant alcune stilettate ironiche della Viola che preferisco. Per esempio, sul mito dell’artista maledetto, da (glosse), tutta dedicata alle parole, agli scrittori e a ciò che ci gira intorno:

d.

Occorrono ossessioni,

fobie, dolori, démoni

per essere scrittura

sostengono gli amici,

come se grazia e gioia

per lieto contrappasso

fossero riservate

solo agli analfabeti.

E lo strabismo, il contrasto, l’amore odio per il corpo e per la vita, la rottura dell’armonia tra mente e corpo che sta alla base dei disordini alimentari nella poesia (l’opera al rosso):

Qui senza tentennamenti l’acqua sul fuoco

l’attenzione nei gesti simili, sensi diversi

.

sorridono serpenti l’efflorescenze

muffe sottovuoto espanse, fermentano

l’anoressia bambina, dentro caccia fuori,

.

cerca pazienza il cibo, l’obesità ingoia ingorda

da fuori a salamoia, la cura l’attenzione

istante a istante pura

.

qui tersa e combusta l’opera al rosso

amato Paracelso, divino è il corpo.

Chi fosse Paracelso me lo sono andato a cercare (ché la scrittura erudita di Viola ha anche questo merito, di ampliare gli orizzonti della conoscenza) e ho scoperto che è un medico del cinquecento innovativo, che considerava il corpo un tempio (orrore per la mentalità cattolica immagino) e fu, tra l’altro tra i primi a dare dignità anatomica (diciamo così) alla donna, che considerava creatrice feconda e non semplice contenitore del seme maschile in cui la misoginia cattolica l’aveva relegata. “C o n g e d i” è il titolo dell’ultima partitura, suite che parla di cose che finiscono, con leggerezza, in un’estrema solitudine in cui ci si arrende alla vita.

2. Le storie deragliano, vanno pei fatti loro, quindi lasciale andare. (pag 73)

Sano fatalismo che eviterebbe molti guai, ad esserne capaci ma forse, nei momenti in cui la vita ci sembra ingiusta (anche se probabilmente è solamente l’egocentrismo di cui non riusciamo a liberarci) tuffarci in questo libro come in un libro di preghiere, nelle nudecrucose del mondo di cui non siamo che una parte dell’eternità ci aiuterebbe.

recensione di Maria Zimotti