Giorno: 23 febbraio 2012

[Racconti inediti] Il quarto giorno – di Daniela Montella

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Quel che ho dentro
nessuno lo vede
ho pensieri bellissimi che pesano
come una lapide. 

Marilyn Monroe

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8:03

Scrivo il mio nome sulla condensa del vetro prima di affacciarmi, e il profumo di ghiaccio nell’aria è quasi un sollievo. È passata un’altra notte di gambe estranee e lattice; la Casa è piena del loro odore.

Fra pochi minuti arriverà Giacomo, quello della stanza rossa, poi il mio turno sarà finito.

Le ultime ore hanno lasciato delle tracce scure impossibili da lavare: impronte nere che diventano inchiostro e scrivono parole nella mia testa. Sono i ricordi con cui affronterò questo giorno e la prossima notte, da cui nasceranno nuove parole, nuovi gesti, con cui incontrerò nuove persone. E così via.

Il vissuto di quest’ultima notte è ancora dentro di me.

Non dormo da quattro giorni.

9:40

Giro per la casa a piedi nudi e senza mutande. Mi copre solo una maglietta larga e troppo corta e Violetta, la vecchia stronza che gestisce la casa, mi odia quando lo faccio. Dice che sembro una puttana. E quando faccio per risponderle aggiunge “più puttana, dico. Una di quelle a cui piace e non si fa pagare”.

La chiama etica. Giuro.

Non lo faccio per dispetto. Indossiamo sempre tanga troppo piccoli, corsetti troppo stretti, scarpe troppo alte o trucco troppo pesante – non siamo mai, mai nude. Passeggiare con una maglietta è come lasciare che il mio corpo prenda fiato. Niente corse fra un cliente e l’altro, almeno per un po’. È così bello.

Mentre cammino per il corridoio Violetta mi ricorda che Erika non lavora da un mese. Viviamo nella stessa casa e, dice, potrei andare a trovarla. Sono a pochi passi dalla stanza in cui si trova ora, stretta fra quattro mura come nel silenzio della sua malattia, ma faccio finta di niente.
Anche io ho dei silenzi in cui nascondermi.

Mi allontano barcollando. Penso che sia per il sonno, ma non andrò a dormire. Ricordo troppo e non vedo il volto di Erika da quando si è ammalata. Sono qui per colpa sua.

11:06

I ricordi che odio sono sempre in agguato dietro gli occhi. Sono come dei flash. Rivedo all’improvviso volti sgraditi e silenzi del passato. In quei momenti metto le mani sul viso e mi piego come in preda a dolori lancinanti; per scacciarli. I brutti ricordi sono come un crampo allo stomaco. Aspiro l’aria a denti stretti e cerco la calma. Vorrei essere solo una bambola per il resto della vita, una bambola con un gran sorriso stampato in faccia. Mi chiedo cosa si provi ad essere niente, schiacciati dalla propria inconsapevolezza. Semplicemente respirare: una magnifica veglia senza lacrime.

12:41

Questo è il quarto giorno che non dormo. È come se un diavolo vivesse alle mie spalle per mangiarmi il sonno. Vorrei dirgli: mangia anche il resto e non lasciare niente in questa casa e queste strade. Lecca ogni traccia di me dal tuo piatto. Cancella la mia impronta dalla mente di tutte le persone che ho conosciuto. Che possa morire dimenticata e in pace. Vorrei spogliarmi, scendere fra la gente, inginocchiarmi e urlare “sono la tua umile meretrice, prendimi!”

Ma la mente delle persone è troppo affamata di corpi nudi e caldi per dimenticare una scena così – e io non voglio far compagnia ai loro sogni osceni.

Mi stendo sul letto. Non voglio chiudere gli occhi. Sento i gemiti troppo finti di Cherie, la mia compagna di stanza, e i grugniti lontani di qualche altro cliente. Guardo la mia mano.

“Ti amo” mormoro “ti amo tanto”

Non voglio dormire.

14:02

“Sai, forse dovresti andare a trovare Erika” ripete Violetta.

È stata lei a portarmi qui. In me vedeva un talento straordinario. In lei vedevo l’unica persona che mi trovasse straordinaria. In tre anni di lavoro qui sono passata dall’amore all’indifferenza nei suoi confronti. Per sopravvivere. Funziona così: odio, indifferenza, oblio, fuga.

Mi propongono di andare a dormire ma scuoto la testa. No, non se ne parla. Allora mi mandano da un cliente esterno sperando in una reazione che non arriva. Mi preparo in silenzio. Solo Cherie si ferma a guardarmi senza fiatare prima che esca. Non so se mi odia o se è già passata alla fase successiva. Io non le vivo più queste fasi, sono un guscio pieno di pensieri in equilibrio su tacchi troppo alti.

Cammino consapevole della mia biancheria sconcia come un criminale dopo un colpo andato male.

Il cliente di Erika mi aspetta in una camera d’albergo del centro. È un uomo come un altro che ha bisogno di scaricare. Mi strappa le calze e mi monta con una foga bestiale, del tutto inaspettata da uno con la faccia così mite e il completo stirato di fresco.

Una volta finito me ne vado senza neanche guardarlo, con i soldi in tasca e le calze strappate.

15:21

Devo solo stendermi e amare tutti. Ma non basterà a cancellare quello che sono diventata e le parole non cancelleranno quei ricordi che non mi lasciano dormire.

Sono quattro giorni. Sento che non arriverò al quinto.

17:13

L’infelicità era la mia droga; volevo che tutti piangessero per me, perché era colpa loro se ero diventata così. Non mi hanno mai dato nulla con la bontà. Le belle parole sono solo crudeli perché aprono a mondi meravigliosi e inaccessibili. Sono come le delusioni.

A volte, prima di addormentarmi, m’immaginavo Lui e pensavo a quanto saremmo stati felici se non avessi conosciuto Erika. Il pianto mi cullava fino al sonno. Adesso non dormo più.

E il suo sguardo, nei miei ricordi, fa male come un coltello nel ventre.

Quell’orribile momento in cui scopro che tutti mi odiano è qui e mi fissa.

19:52

Una volta Erika mi disse: “non sei infelice come gli altri, perché sei consapevole di esserlo. Riesci a sentire la sofferenza, conosci il suo sapore, assecondi le sue voglie; soffrire non è per tutti. L’infelicità è un lusso raro, al tocco delicata e piena di spine. I tuoi sogni negati sono una bandiera e le tue lacrime una vittoria. Tutti soffrono, ma pochi sanno portare avanti questo talento con dignità, e a conti fatti è meglio soffocare nella propria tristezza che sorridere senza motivo.

Solo chi non è felice né amato sa quanto siano importante l’amore e la felicità. La consapevolezza viene dalla negazione, la conoscenza nasce dal vuoto; quindi solo chi non ha niente possiede tutto. L’essere umano è il solo e unico profeta della negazione.

Tutti vogliono far parte della folla, tutti vogliono fuggirne; tutti vogliono distinguersi e tutti vogliono nascondersi.”

Oh, se solo sapessi come fa male la tua voce. Non vuole lasciarmi stare.

“Forse dopo vado a trovarla”, dico a Violetta, ma a voce così bassa che non mi sente. Non so se l’ho fatto apposta o se è la mia voce che sta sparendo, mangiata via dallo stesso diavolo che mi ha tolto il sonno.

20:24

La felicità è davvero vuota e futile come appare, e nulla di quello che offre mi interessa.

22:10

Alla fine sono andata a trovare Erika. Fra un po’ comincia il mio turno e il pensiero di non dormire una quinta notte mi ha spaventata più del suo volto dopo un mese di malattia.

Ha la pelle grigia e gli occhi chiusi. Penso che abbia contratto le mie stesse paure, o forse sono io che ho preso le sue seguendo le sue orme in questa casa. Le somiglio. Non l’avevo mai notato. Forse sono state proprio queste paure a scolpire i nostri volti seguendo lo stesso stampo, tanto che ora sembriamo madre e figlia. Lei ha vissuto così per vent’anni ed è malata solo da un mese. La ammiro per aver resistito tanto.

Apro la finestra. C’è un’aria meravigliosa di pioggia appena passata. La mia preferita. L’inverno è tornato e improvvisamente mi sento leggera. Stanca. Me fra vent’anni, penso, come lei. Mi avvicino al letto.

“Erika” mormoro “Erika, vieni con me. Vieni a sentire l’aria della notte.”

La aiuto ad alzarsi e la porto alla finestra. Cammina come i vecchi senza bastone. Le permetto di reggersi al mio braccio e ho i brividi. C’è qualcosa di sbagliato: non dovrebbe essere qui. Respira a fatica come se l’aria fosse fatta di piombo.

“È bello” mormora. Ha gli occhi opachi. Guarda nella mia direzione ma non sono sicura che mi veda.

“Mi dispiace. Non dovresti vedermi così.”

“Non importa.”

“Spero che non capiti anche a te. Che non diventi anche tu così.”

Per un po’ guardiamo fuori dalla finestra. Si appoggia alla mia spalla. Inspiro l’odore della sua malattia.

“Erika. Tu mi hai messo in prigione. Questa casa mi sta uccidendo.”

“Fuori è peggio”, risponde. Non apre neanche gli occhi. Rimane così anche quando mormora

“Ti amo”

“Anche io ti amo”

La amo come i miei clienti amano me. Per un’ora, un’immagine, avere un corpo e fingere che sia di qualcun altro. Avevo dato il suo volto alle mie paure. L’avevo innalzata ad idolo perché mi salvasse. Ho sacrificato ciò che ero quando l’ho conosciuta perché mi desse un nuovo corpo e una nuova vita.

Bacio le sue labbra rigide. Sa di medicine e del sudore rappreso nel letto in cui ha dormito per tutto il mese. Quando interrompo il bacio, apre gli occhi e mi sorride. Sembra rinvigorita. Ripenso di nuovo a lei come ad una dea: ha avuto il suo rituale di sangue, succhiando ancora una volta un po’ della mia vita. È lei il diavolo che mi ha rubato il sonno e la voce. Anche io le sorrido. Per me è ora di scendere dall’altare sacrificale.

“Ti amo”, ripeto.

L’istante dopo la spingo fuori. È talmente leggera che mi sembra di aver lanciato una bambola. Non mi affaccio; esco dalla stanza e non mi volto neanche quando sento il rumore sordo del suo corpo sul marciapiede. Nessuno mi ha vista uscire dalla sua stanza né sa quanto l’ho amata.

Vado a vestirmi.

Fra un po’ inizia il mio turno.

Daniela Montella

Cristi polverizzati – Luigi Di Ruscio – ed. Le lettere, pp. 105-106 e 187 (post di Natàlia Castaldi)

Luigi Di Ruscio . Cristi Polverizzati

Luigi Di Ruscio (Fermo, 27 gennaio 1930 – Oslo, 23 febbraio 2011) – POETA

pag. 106-107

Questo sole del tardo crepuscolo rende gigantesche anche le ombre dei nani. Gigantesche rende le ombre dei nani anche il sole sorgente dal mare di primissimo mattino. E alla faccia di questo mare chiamerò l’ultimo mio figlio, Adrian, e a tutti i poeti che sono nati dalla parte opposta e vedono i tramonti nel mare e il sorgere tra le pietre appenniniche io do il culo (in maniera molto e largamente metaforica), e invece ai poeti che non vedono il sole tramontare e neppure sorgere, do il culo tre volte, tutte e tre le volte in maniera metaforica, perché veramente io non vorrei avere niente a che fare con le vostre merde. Di tutte le parti del discorso, amo i verbi, essendo io a volte anche verbalizzatore nelle riunioni di partito, nonostante gli scherzi sono ancora comunista e me ne vanto e la molla della rivoluzione bolscevica non si è allentata e scattava prima della rivoluzione bolscevica e scatterà anche dopo di noi. I giacobini della rivoluzione francese furono sconfitti e certi imbecilli potevano immaginare che era la rivoluzione a rimanere sconfitta, invece la rivoluzione continuerà a rivoluzionare imperterrita anche se spariscono tutti i comunisti. Questo lavoro poetico è lavoro altamente scientifico, scopriamo le nuove particelle che danno nuovo senso al mondo e se il linguaggio quotidiano è molto stanco e smorto specie in questi periodi cadaverici e reazionari io poeta accelero vertiginosamente tutto ponendo il verbo alle alte velocità e faccio un casino peggio del casino dell’acceleratore di Ginevra. Certamente questa mia ardua speculazione, questa mia accelerazione dei tempi verbali non sempre è accolta con entusiasmo, anzi tutto l’opposto, e vengo chiamato tellirante, pellicante o titrico, e anche matto gratitico.

pag. 187

Nella valigia ho tre libri: La grammatica di francese, che essendo caduta nel lago ha le pagine tutte asciutte ma raccartocciate, la Divina Commedia, che rileggo continuamente tanto da impararne sempre nuovi canti a memoria, ho anche la mia prima raccolta di poesie, che a volte cerco anche di rileggere. Pensavo anche che se la mia prima raccolta è una specie di inferno, ora dovrei scrivere un po’ di purgatorio. Dovrei scrivere di momenti ilari o purgatoriali, improvvise febbrili gioie. Comunque i poeti si sbagliano tutti. Quasimodo a Stoccolma ha visto cigni con topi annegati nel becco. Non puoi aver visto una stronzata simile perché i cigni sono vegetariani. Montale invece ha visto le anguille risalire le correnti per andare a fecondare nelle balze appenniniche. Mica è vero. Le anguille fecondano in pieno oceano. Sono i salmoni che risalgono le correnti per raggiungere non le balze appenniniche, caso mai i salmoni risalgono le balze nordiche. E’ difficile scrivere qui a Ginevra, non faccio che ripetermi: Come possiamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore? In questa terra molto aliena i canti del signore non sono possibili nonostante tutti gli sforzi che faccio e nonostante tutti i giorni cerchi qualche frase per riempire questi blocchetti che mi porto sempre appresso. Scrivo frasi che mi sembrano cazzate non solo dopo scritte ma anche mentre le scrivo.