Giorno: 14 febbraio 2012

Francesca Genti – L’aurora boreale (inedito)

L’aurora boreale

In questa vita loca che trascorre
ho poco da donarti e da parlare,
ma in quella immaginata è un’altra storia:
è tutto azzurro e tu mi passi il sale
per le patatine, mi prendi per i polsi
e mi travolgi.

Così sudati siamo così belli:
potenti come il sole e calmi come il mare,
trafitti d’ametista e trasparenti,
sirene allegre nell’aurora boreale.

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@ francesca genti


Leonardo Renzi – Resident Evil

Resident Evil

“Maarco è ora”, il ragazzo si alza, sbuffa, dà un ultimo colpo al pad, giusto per non mollare il gioco senza il piacere di una killata facile… sono le undici di sabato, bisogna accompagnare la nonna al cimitero. Non che la cosa sia complessa: prendi le chiavi di casa, quelle dell’auto, infila il giubbotto e schizza fuori. Il difficile è solo portare di peso giù la vecchia: l’ascensore è rotto, e i trentadue gradini che separano la porta di casa dal portone d’entrata sanno di via crucis; poco male, il ragazzo c’è abituato. La giornata è calda, il sole lascia pozze che ti schizzano la faccia, di gente in giro se ne vede poca. Saranno a lavorare, o su fb. “Mi raccomando le chiavi”, come se di chiavi lui non ne avesse abbastanza: USB, d’accesso, di conferma, di verifica, di profilassi contro la vita. Certo che la tipa scassa: come tutte le pensionate ristagna nel suo tran tran di ufficio postale-chiesa-centro anziani, ha quell’odore di usato non garantito da museo di biologia abbandonato… eppure vive, se così si può dire: mangia, beve, a volte caga, come fosse ancora giovane, come se il mondo non l’avesse da tempo rottamata, messa in un angolo d’inutilità socialmente riconosciuta.

Il tragitto da casa al cimitero è breve: imbocchi un paio di vie secondarie ai 100 all’ora, smanopolando sulla radio alla ricerca del brano giusto, della soundtrack perfetta per questo viaggio in territorio sconosciuto, smadonnando il giusto per evitare i pensionati col berretto, letali anche a bordo di un triciclo. Da notare: i vecchi si muovono a branchi, come i tonni e i fattoni… ognuno perso nel suo mondo, col suo passato che lo rincorre come un cane, gli piscia addosso e poi scompare. Sì, perché Marco una cosa l’ha imparata da questi scarrozzamenti cimiteriali: il passato vive, succhia e defeca più e meglio dell’adesso; i morti parlano, certo a modo loro, per suoni inarticolati, accenni, ogni tanto farfugliano una frase, poi vanno in loop e non si capisce più niente, fanno dell’ottimo noise e non lo sanno.

L’arrivo è da manuale: parcheggio deserto, sgommata sulla ghiaia giusto perché si sappia che sono arrivati, una controllatina all’ora sul cruscotto, poi giù ad aprire alla nonna, aiutando il suo femore pericolante a non frantumarsi nell’impervia discesa dal veicolo… solo dopo la sfacchinata arriva il guardiano, becchino e magnaccia del luogo: viso ossuto, sguardo errante, labbro sporgente che a mala pena trattiene gli ultimi denti sopravvissuti al disastro del tempo, un elemento da horror di serie C, di quelli anni ’60, girati a basso costo, con attori teatrali che il viale del tramonto l’avevano percorso in lungo e in largo. Poco male, pensa il ragazzo: il guardiano prende sottobraccio la nonna, per accompagnarla verso il loculo del caro defunto… a guardarli andare sembrano degli eterni promessi: il passo regolare, da minuetto, i volti su cui balugina qualcosa di strano, come dei lampi di giovinezza che vanno e vengono, come se qualcuno c’avesse preso gusto a smanettare con l’interruttore delle ere… On-off, on-off, on-off… chissà se si era accesa la luce quando la matrona cenciosa aveva conosciuto suo nonno: stranamente sul fatto la vecchia di solito così loquace taceva, come presa da un pudore… a Marco toccava immaginare, e la cosa non gli piaceva… vedeva il suo paese contrarsi in poche case di muratura buttate su nel tempo libero dai campi, corpi di ventenni duri, callosi e abbronzati come i marocchini accampati in stazione, corpi brutti, screpolati, che si lanciano in danze assatanate, che si incontrano, palpano e si parlano, con quel dialetto sgraziato, senza doppie, frullato con un italiano appreso appena, a grandi sforzi, come una lingua straniera… e poi le passeggiate lungo strade fangose, gli appuntamenti nel fienile, a far l’amore (perché i vecchi dicono così, loro facevano l’amore) con accanto vacche e maiali, tutto fottutamente scrippato, già detto e già visto, una commedia ripetuta ad uso e consumo delle famiglie, che poi li sgamavano e pretendevano, contrattavano campi e animali, alla faccia dei sentimenti e dei sacramenti, che poi arrivavano puntuali, calati dall’alto, dal prete-hub che glieli scaricava sulle spalle larghe da contadini, e via fedeltà-indissolubilità-apertura alla vita, e loro dicevano sì, sulle note di Wagner assentivano davanti all’evidenza di un destino a tappe obbligate, quasi la vita si percorresse a passo di marcia…

“Cazzo, Cazzo” diceva tra sé Marco, lo sforzo mentale l’aveva fleshato, tanto che dovette sedersi su una lapide, guardarsi intorno con aria bovina mentre tabacco, cartine e filtrino gli erano finiti in mano per riflesso innato… “Rolliamo”, se l’era detto da solo, per farsi forza, mentre i pensieri già tornavano alla carica, meno nitidi, a pixel grossi e sgranati… intanto la nonna si era fermata davanti alla tomba del marito, cominciando a biascicare le sue litanie lente, ieratiche, come in un rito d’evocazione, negromanzia da massaie…. eppure sembrava funzionare… certo, lei giocava in casa: lo si vedeva da come si toglieva lo scialle, lo deponeva sulle mani di un angelo in marmo vicino, con la naturalezza di chi va a far visita ad amici di lunga data, e le convenienze se le può risparmiare. Qualcosa però non torna: adesso la vecchia alza la voce, conversa, parla di quello che accade in casa, senza fretta e senza dimenticare i particolari più infimi, di quelli che interessano solo chi di te sa già tutto, e vuole i dettagli, le minuzie, la narrazione dell’infinitesimale… mentre da sotto un singulto si fa strada, rimbomba, morde le foglie peggio del vento, sembra l’intro della resurrezione universale, corpi e terra tremano, duettano, come se qualcuno avesse inserito la vibrazione, è allora che marco alza gli occhi sull’orizzonte, e lo vede immobile, monolitico, un wall senza cavo e senza segnale.

@Leonardo Renzi