Giorno: 6 febbraio 2012

A WISLAWA, CON RISPETTO PARLANDO

Wislawa Szymborska non era una poetessa italiana. Se questa affermazione può sembrare scontata, visto l’eccesso di consonanti del suo nome, non lo è più all’interno di un discorso strettamente letterario. Quando venne a Pisa qualche anno fa, invitata dalla Normale, non avevo mai letto nulla di suo, la grande popolarità e la presenza invasiva nelle librerie me la rendevano un po’ sospetta. Quel giorno, in mezzo al pubblico, c’era anche un piccolo gruppo di ragazze polacche, sorridenti e orgogliose. Ne capii presto la ragione.
La Szymborska lesse alcune di quelle che sarebbero diventate le mie poesie preferite, tra cui La prima fotografia di Hitler. Le lesse in polacco, con vocina ironica, minuta, da topolino. Dopo ogni lettura del testo originale, un attore italiano recitava la traduzione, con tono impostato e retorico, gonfiandosi il petto sotto la camicia. Ogni parola era perfettamente scandita, la comprensione di ogni poesia era completa. E tuttavia la differenza risultava impressionante, perché il contrasto non avveniva soltanto tra due voci e due lingue, ma tra due mondi e due culture.
Da una parte c’era la freschezza di una ragazza ultraottantenne che non voleva fare della propria opera un’eredità da scontare. Dall’altra si sentiva tutto il peso di una tradizione letteraria sempre incombente come quella italiana, qualcosa di opprimente e da riverire, in ogni caso. L’ombra della Poesia sulla poesia.
Mi accorsi di tutto questo dallo sguardo che la Szymborska rivolgeva ogni volta all’attore intento alla lettura, uno sguardo a metà tra il divertito e l’imbarazzato, come per dire: «Ma sicuri che stia leggendo le mie poesie? Sono le stesse?». Si sentiva insomma già messa su un piedistallo che non poteva accettare, caricata di ostentazione e di pose insopportabili, mentre la sua poesia va proprio nella direzione opposta, piena di ironia, di gioco, e pure sempre coincidente con qualcosa di vero e necessario, che ci riguarda tutti. Non c’è spazio allora per timori reverenziali di nessun tipo, neppure verso se stessi. La Szymborska è stata anche questo, un classico in vita senza volerlo essere, mentre tanti imitano i classici per non sapere essere altro.
Quel giorno ho pensato che il rapporto col passato diventa proficuo solo quando è senza paura, e inseparabile da uno sguardo sulla realtà, altrimenti è monolitica rassegna di modelli, declamazione austera, gelo. Non può esistere un poeta ignaro, non può esistere un poeta isolato. Ma l’orologio della tradizione resta fermo se non hai un tempo tuo da misurare.

@Andrea Accardi