Giorno: 3 febbraio 2012

VIOLA AMARELLI (Le nudecrude cose e altre faccende – ed. L’Arcolaio, anno 2011) tag: nonrecensione (post di Natàlia Castaldi)

Violetta Valéry

canta

sempre libera

Viola Amarelli

sempre libera

scrive.

E cos’è la scrittura se non un canto libero?

E’

V I O L A,

un Amaryllis Viola

e s p l o s i v o

come la  v e r i t à

di  u n  f i o r e  che

NUDO E CRUDO

racconta:

cliccando sulla copertina si accede alla schermata per ordinare il libro

Le nudecrude cose e altre faccende.

Un libro lo percepisci bello o brutto da tante cose, nudecrude, per come sono. Così come un libro non può essere semplicemente bello o brutto, ma un universo di cose: belle e brutte. E di una cosa sono certa, questo libro non va recensito, ma regalato, diffuso, comprato e letto. E non certo perché si voglia far sparire la critica letteraria dai blog, o non si consideri degno, giusto, meritevole e opportuno lo sforzo e l’impegno critico di molti, diamine no! Ma semplicemente perché – grazie al cielo! – ci sono libri che dicono già tutto da soli, ed è un bene che parlino di sé da soli, in modo puntuale, nudoecrudo, sì da non accelerare il processo di completa estinzione del lettore di poesia.
Già, perché un libro nasce per essere letto, per colpire nel segno e dire qualcosa a qualcuno, che nella fattispecie dello scambio messo in gioco da un libro, altri non è se non il lettore stesso, che deve essere immaginato quale lettore comune (non necessariamente addetto ai lavori, per intenderci), da non svilire e umiliare con la critica trombona, che sembra volergli rammentare tra le righe di aver capito tutto e il contrario di niente, o di essere un probabile “deficiente” capitato veramente male.
Poi, un libro è anche un oggetto, una di quelle cose tangibili, oltre che fruibili per il suo utile contenuto, che necessitano e chiedono “possesso”; è un contenitore d’arte, arte esso stesso, e questo qui che tengo in mano fa piacere al tatto, restituendogli la cura, la precisione nella scelta della carta e del formato, che ne caratterizzano suono e odore colpendoti a prima vista – come per un coup de coeur – che si fissa sulla copertina, sul quel camminare e scorrere del tempo di ciascuno, fissato in un istante di bianco e nero dall’obiettivo di Orfeo Soldati.

E fa bene Viola in ouverture a citare Antonio Porta quando dice:

“Non mi sono mai appagato di una forma, ho sempre cercato di procurarne molte”,

perché non ci potrebbe essere introduzione migliore per questo libro e per la sperimentazione che Viola fa nel declinarsi in scrittura; dicevo giocosamente in apertura che la scrittura è “un canto libero”, e libera da schemi di maniera, mode e “scuole di pensiero” appare qui la scrittura di Viola, sempre attenta al ritmo, al taglio, alla cesura, al fine di quanto deve e vuole dire, senza mai cadere nel trito, nel già detto, nella facile risoluzione.
Dunque nudoecrudo questo libro, non ha bisogno di trombonate, né tantomeno di sviolinate, ma d’essere letto nel corso delle faccende, come stacco, intermezzo, riflessione, pausa, balletto, giravolta: gioiosa, amara, dolente, sarcastica, ironica, tanto quanto la vita e la memoria.
Ve lo sfoglio questo libro e ne piroetto alcuni brani, certa che oscurandomi, ciò che deve arrivare arriverà a destinazione, senza bisogno di interventi e benevolenze varie ed eventuali.

.

(generazioni)

1943

.

L’afa e la noia del ritorno

a casa dopo la scuola

tra sassi e rovi, balzando

gamba a gamba di corsa

vecchio gioco, ortiche e uccelli

ramarri e fossi e l’aria

bassa. La fame, le scarpe

orami preziose, i libri nati sciupati,

un altro giorno, muovere terra secca

polvere e foglie, al frastuono improvviso

la ragazzina alza la testa,

nuvole grigie e celesti insieme

il cielo si riempie ora di aerei, mai

visti tanti, vibra tutto intorno.

Fermarsi, attonita, gli occhi che

brillano tra le scie che ricadono,

lontano a valle nella città le bombe

e i botti, lontano la ragazzetta

sale su un masso per guardare meglio

pulsando il sangue come nei film

quando arrivano i nostri,

a valle nella città i morti che

lei non sa, non conosce, batte le mani,

avanti l’aria si elettrizza.

A valle gli ultimi lutti, atrocità

nascoste per ora fusoliere,

fumo e scintille, pura potenza

in movimento. lei vive, c’è

vivente tutto s’allarga,

la fine della guerra.

*

.

1978

.

Assorta alla larghezza dei seni

troppo tardi urlò di non sparare al passamontagna

asfissia di bambini

con la preoccupazione del dolore ai tendini causa scarpe basse

urtavano le vecchiette in fuga i mitra

vieni con me in Marocco Bedford camioncino cinquecento dollari

le gomme straziano i freni inchiodati dal basista

scientifico, non come i nomadi che sparano

da Land Rover ammucchiate

vicino al Marocco sfiorato Bedford

con l’occhio liquido pensava prossime notti con Nino

disattenta alle pozze di sangue ai lati

che giocavano la vita agli e-roi-ci

nei margini del telefono gridava dimessa

dalla raucedine notturna di una vita compressa

sola al respiro.

Perciò interrogata testimone depose non c’ero

ed era vero,

esclusa da guardie-e-ladri fin da piccola

era già in gabbia.

*

.

(biancoviola)

.

Riprende il corso il giorno

chiuso il frammischio

con le voglie intorno, fauci gentili

pronte a divorarti, ma la fortuna oggi

alleggerisce l’aria

scrosci di pioggia a ripulire terra

e cieli, sola.

*

.

(necessità)

.

Sarà polvere , e brezza, e cerchio in goccia

o in ombra,

e cenere, e fumo di spirali e afa

pioggia e verde, e odore di muschio

e gran silenzio,

e fiamme e rombi e razzi cadenti di scie striate

arcobaleni

argenti, fissi, immoti tristi

allegre sfingi

sarà l’acqua e l’aria e il fuoco con la terra

fino a una supernova

pura materia e spirito

iustum in perpetuum vivet,

basta e avanza al cuore.

*

.

(campagna d’inverno)

.

La luce di gennaio che ora è febbraio filtra le foglie

dei sempreverdi

i tronchi con i rami pazienti di vento

questa immane stanchezza di

nuvole in corsa, riepilogo di temporali,

spossa il midollo e la pelle a toccarla si secca

restano, eroi, i cani randagi e le code di uccelli

.

ci vorrebbe un riposo incessante

un letargo che plachi la crosta e protegga le ossa,

il latte che è inacidito l’hanno

buttato nel pozzo, gli sciocchi.

***

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