Giorno: 30 gennaio 2012

Fabiano Alborghetti – Supernova ed. L’arcolaio

 

FABIANO ALBORGHETTI – SUPERNOVA -ED. L’ARCOLAIO – 2011 (collana: i nuovi gioielli)

 

“Il panico esplode, irradia / ti ferma: congelata sei ferma / in ascolto della paura // gli occhi fissi come i cervi / di notte, colpiti dai fari. / L’immagine è chiara: / ma il cervo accecato non vede / aspetta qualcosa che non accade. / È cieco, interrotto / resiste alla fuga o aspetta il momento migliore.” Questa bellissima, delicata e allo stesso tempo potente, poesia d’apertura del l’intenso libro di Fabiano Alborghetti, Supernova, ci introduce nel percorso che l’autore traccia. Alborghetti ci prende per mano, con delicatezza e estrema chiarezza, e ci racconta l’improvvisa malattia che ha colpito una persona cara. La malattia fulminea arriva proprio come la luce abbagliante negli occhi del cervo. Acceca. Blocca. Alborghetti mette in versi, asciutti e efficaci, la sospensione, la dilatazione degli istanti. Il rarefarsi del tempo, nuovi inizi, vecchi gesti che bisogna imparare daccapo. La luce che si accede e si spegne. “Mi sorprende certe sere la tua forza: / quando ridi soprattutto / o se non cerchi. Non più livida / o attenta ai movimenti / per non fare entrare il freddo. Quando / avanzi nelle luci, riproduci: quando // l’ombra torna gioco, una cosa da niente.” Che bellezza, quando la poesia si compie, senza bisogno di raccontarla, pochi versi e siamo lì, dove il poeta è stato. Oppure ci ricordiamo dove noi siamo stati, ci ricordiamo un futuro dove potremo capitare. La resa eccellente di questo libro sta proprio nel coraggio di Fabiano Alborghetti di mettere sul piatto della bilancia: l’intimo. La nostra parte più vulnerabile, cosa secondo me possibile soltanto spogliandosi e spogliando la scrittura di tutto il superfluo.  Alla fine del viaggio, ci resta sotto gli occhi, tra le dita, la sensibilità del poeta, l’umanità. Nessuna concessione alla facile commozione, molte, invece, alla bellezza. “Il tuo tempo è sempre dopo, quando avanza / se ti avanza. / Ti consola questa cura, ti consuma. // L’ictus ti ha fermata a un certo punto: / poi gli esami, le giornate / poi le attese. Stagioni, bonaccia, talvolta // giorni spogli. Altri più feroci / precipizi pietrosi / risaliti a mani nude. Portarsi altrove. // È così che hai speso il tempo / dopo. Ora / spesso hai giorni solenni // altri i lineamenti e non solo in superficie.”

 

Gianni  Montieri