Letizia Lanza su “Il cielo aperto del corpo”, di Fabia Ghenzovich

“Il cielo aperto del corpo” di Fabia Ghenzovich


Quando ho ricevuto in dono da Fabia la sua nuova raccolta poetica (Kolibris ed. 2011), la prima cosa che mi ha colpito è stato il titolo: mi è sembrato armonioso ma indubbiamente complesso, ossimorico, instaurando appunto un nesso tra realtà all’apparenza inconciliabili. Un titolo, cioè, che consapevolmente mette in cortocircuito macrocosmo e microcosmo; alto e basso; invisibile e visibile; trascendente e immanente, innestando una sorta di scontro/incontro tra spiritualità e corporeità. Esemplare al riguardo il brano a p. 15:


“Sosta con la bellezza”

sussurra l’angelo seduto sul muro
tra i fiori di gelsomino
e mi tocca con leggera scossa
così cede la mente e il corpo
arreso anche lui inaspettatamente
si apre alla presenza.

La seconda peculiarità che mi ha conquistato, una volta iniziata la lettura, è stata la connotazione accentuatamente “femminile” delle poesie. Penso in particolare a due brani: «Movendo l’aria / dal fondale del corpo / dalle mani emerse poi / una luna femminile / una luna liquida» (p. 10); «Nel corpo / nel ventre / nell’albume del mio uovo / nuovo nato da me / muda sorgiva» (p. 12).
A differenza di altre autrici anche autorevoli o a rinomate critiche letterarie sono convinta di due cose: 1. non basta che un’opera sia scritta da una donna perché sia un’opera “femminile”; 2. il pensiero, la produzione “di genere” non rappresentano un qualcosa di limitato o di limitante, una riduzione, una parzialità rispetto alla cd. “riconquista della persona totale”, ovvero di una soggettività che a prima vista può sembrare più ricca e completa, mentre è di fatto più povera proprio per la presunta neutralità. Se infatti nell’arco dei secoli, a dispetto della censura, o piuttosto dell’ostilità maschile, non poche opere sono uscite dalla penna muliebre, è solamente nel Novecento, lo sappiamo bene, che la donna acquista piena consapevolezza della sua identità e la rivendica, in chiave prima suffragista poi femminista poi femminile, anche se non necessariamente contrapposta all’uomo; importante è in ogni caso la nuova coscienza della donna e la nuova possibilità di nominare il suo desiderio, di vivere, almeno in larga misura, la conquistata libertà tramite quella creatività anche relazionale che inventa, che circola, che fa politica. In somma, come dice tra tante la grande Christa Wolf, richiamata da A. Chiarloni nella Postfazione di Medea. Voci (ed. e/o 1996, p. 243.), «è sempre più evidente che solo l’interazione degli sguardi – maschile e femminile – può mediare un’immagine corretta del mondo. Un mondo che dev’essere plasmato da uomini e donne […] a seconda del loro specifico punto di vista. Questo condurrebbe a priorità diverse da quelle che attualmente ci condizionano. Ad altre gerarchie di valori».
Ma torniamo al libro di Ghenzovich.
Sicuramente non è un libro fatto per l’immaginario o l’immaginifico, è molto di più, è Fabia stessa: un tutt’uno con la sua vita e con il suo modo di vedere e di sentire il mondo, un’esperienza radicale all’interno del suo corpo/anima (o mente?), un percorso intenso di riflessione e di ricupero della sua identità totale. Perché il binomio anima-corpo, allumato già nel titolo, è luogo di grandi possibilità, è luogo di scoperta e di trasformazione, di conoscenza e di crescita sia personale sia collettiva. Di qui un susseguirsi di 31 brani (anche in prosa) non di immediata comprensione, anzi, refrattari a ogni presa semplice, i quali, anziché reificare realtà illusorie in una superfetazione dell’immagine e della parola, ricreano un mondo simbolico alla ricerca, necessaria, di nuovi (o ribaditi) sensi e significati al nostro “abitare il mondo”.
Per un altro verso, il “cielo aperto” è anche vertigine, perché certamente è rischioso tentare nuove vie, tanto da sentire la propria identità farsi più fragile, esposta, tanto da smarrire sicurezza; ma è importante saper vivere un mondo nel quale l’assenza dell’altro e dell’altra è sentita come una mancanza insopportabile, un vuoto incolmabile: così specialmente In principio (p. 26) e Ogni perdita (p. 14). E appunto, contro al rischio di perdere e perdersi (o di riperdersi) la parola poetica può diventare la zona franca in cui riconoscere e riconoscersi, dire e dirsi:

Pace è un foglio bianco
è la sostanza di una pausa
un breve principio d’incarnazione
della parola
il fuoco liquido pacato e denso
nel corpo
la forma nata da me
lo spazio aperto
l’Io inverso (p. 37).

Ma può essere anche ciò che consente al sentimento di scoprirsi, di svelarsi:


Nuovo nella luce
un sentire
d’infanzia sepolta nel corpo
una nascita possibile
un mare dentro (p. 36).

E ancora. La parola poetica può far esplodere, o comunque mettere allo scoperto, dichiarare, pulsioni, squilibri, addirittura conflitti: su tutti quello, ineluttabile, tra la Vita e la Morte:

Campo di battaglia è il mio corpo
fazioni opposte in lotta ne fanno scempio
ne fanno bello e brutto tempo
in aperta contesa vita e morte
si sfidano a duello con inevitabile resa
finale e morte non ha uguale
nell’opera demolitrice dell’equilibrio
imperfetto o per somma o per difetto
di sinapsi di neuroni vasi sanguigni globuli e ormoni
flussi riflussi piastrine filamenti e budelli
cellule staminali e altri potenziali
lavorii di invisibili abili mani.
Restasse almeno una traccia un indizio
che non sia carne soltanto centro motore del domani (p. 35).

Importante in ogni modo è pure un altro aspetto o meglio un’altra capacità del fare poesia di Ghenzovich, un’altra apertura, cioè a dire l’immersione senza residui nel grembo della natura, che si realizza, per esempio, in Sciamano (a Castaneda):

Sale sull’alta montagna
tocca nel corpo il diamante
incontra il suo sole
dimentica il nome
diviene albero e cielo (p. 30).

Il tutto, espresso da una parola poetica che è al contempo radicalmente asciutta e sottilmente variegata. In ogni caso, pulita, essenziale ma di una densità rara e preziosa che denota, tra l’altro, un accurato labor limae: per usare una felice espressione di un poeta e critico romano, Luca Benassi, si può dire che nei versi di Fabia «vi sono un rigore linguistico, un’essenzialità di forme che è accensione e incandescenza, profonda discesa dentro se stessa» (L. Benassi, Toccare quello che resta. Essenzialità di forme come accensione e incandescenza, noidonne, settembre 2011, p. 48.).

***

Fabia Ghenzovich. Suoi testi sono stati pubblicati nelle riviste “Le Voci della Luna”, “Poesia”, “Il segnale”, “Inverso”, “La mosca”, “Il tetto”. Nel marzo 2007 ha pubblicato per Joker edizioni la raccolta Giro di boa. Nel 2008 è stata segnalata al premio “Giorgi”; nel 2009 si è clasificata al secondo posto nella sezione silloge inedita al premio “Guido Gozzano” ed è stata segnalata al premio “Turoldo”.

*

Letizia Lanza, editor e saggista. Si è laureata in Lettere classiche presso l’Università di Padova e perfezionata in Scienze dell’Antichità (indirizzo filologico) presso l’Università di Urbino.
Svolge attività di editing per l’editrice veneziana Supernova dirigendo tra l’altro con Giovanni Distefano la collana “VeneziaStory”. È nella redazione di “Nexus”, “Relationes Budvicenses”, “Bollettino dell’Associazione Iasos di Caria”, “Senecio” (online) e collabora con altre testate, tra cui “Italian Poetry Review”, “Il Musagete”, “Poesia e Spiritualità”, “Porti di Magnin”, “Poiein” (online), “Modulazioni” (online). Ha un sito personale: http://digilander.libero.it/letizial.
Ha pubblicato una ventina di testi di saggistica, tra cui : Ritorno ad Omero. Con due appendici sulla poesia africana, Venezia 1994; Il diavolo nella rete (premessa di F. Santucci, postfazione di G. Lucini), Novi Ligure (Alessandria) 2003; Medusa. Tentazioni e Derive, Padova 2007; Femminilità “virile”, tra mito e storia, Novi Ligure (Alessandria) 2009.
Ha pubblicato note, recensioni, articoli e tre raccolte di poesie: Poesie soffocate, Venezia 2005 (Premio della Giuria “Astrolabio” 2006); Levia Gravia 2004-2005, Venezia 2006; Tracce, a cura di G. Lucini, Piateda (Sondrio) 2011.

64 comments

  1. ah aggiungo e poi chiudo: questo “sig. Michieli” è lo stesso “Fabio” che ogni tanto riceve suoi messaggi con la preghiera di lettura e pareri!

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  2. quali messaggi con la richiesta di pareri?ma mi faccia lei il piacere,lei è falso! La avrò certamente invitata a qualche rappresentazione di poesia,non non abbiamo mai avuto uno scambio diretto,questo è certo, e se anche avessi,e non è ,chiesto a lei pareri,ora so che lei non ha l’obbiettività per darne. lei non si ferma mai perchè la bacchetta di professorino ,non è altro che il suo fallocentrico smisurato EGO

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  3. ha ragione.
    e mi scuso per tutta questa inutile bagarre nata dal nulla e basata sul nulla.
    io e il mio ego ci ritiriamo

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  4. Mi piacerebbe ricevere stroncature del genere, se argomentate. Non necessariamente come poeta bisogna ritenere distruttive alcune critiche alla propria poesia. Una poesia può piacere e non piacere per molte ragioni, stilistiche, di contenuto o per altro, ma una poesia se fa riflettere e discutere significa che ha raggiunto il suo scopo, ossia quello di stimolare il confronto, e su questa mi sembra ce ne sia stato parecchio.
    Altro che autoreferenzialità!
    Così bisognerebbe fare per ogni poesia (se ne vale la pena). Invece la poesia lentamente muore, sembra roba morta e quando ne parlo i miei amici mi guardano con compassione, chiedendomi se credo a quelle assurdità di amore, cuore e dolore, che tirano fuori in certe occasioni speciali (tipo san valentino). Perché la poesia fa sembrare tutto stucchevole (fatta eccezione per certi autori, come Majakovskij o Brecht).
    Questa poesia è un campo di battaglia! Non è forse questo che voleva l’autrice?
    Io mi ritrovo molto nella sua visione poetica del corpo. Non sarà perché sono donna? Non so, so solo che raggiunge qualche nota nel mio cuore, e mi lascia la sua stessa domanda finale. Sul petrarchismo… mah! Mi pare azzardato, anche se argomentato.

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  5. grazie Giulia per questo commento.
    davvero grazie.

    p.s.
    non ho intenzione di ritornare sulla questione, ma credo che nessuno abbia capito cosa intendessi con “petrarchismo”. rinvio direttamente alla lettura di Cortellessa, perché ripeto non ho intenzione di tornare sull’argomento per cibare il mio ego ;)

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  6. cara Giulia,
    qui in questione non è solo la critica,ma la maleducazione che è stata esternata,quanto al fatto che nessuno abbia capito il petrarchismo,forse dipende dal fatto che è improprio parlare di petrarchismo riguardo questo mio libro e questi miei versi. Con questo non voglio dire che questo libro non abbia dei limiti,ma non gli riconosco questo limite e non lo ho trovato ,a dire il vero,nemmeno argomentato.

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  7. Peccato che lo scambio dialettico in modalità virtuale possa , per sua precipua natura , produrre quasi sempre risentimenti acredine e fraintendimenti più o meno commestibili .
    Diciamo che le stesse parole pronunciate al telefono o a quattr’occhi avrebbero probabilmente prodotto risultati ben diversi – non dico pacificati – ma certamente meno “virulenti” . Ma il blog è questo ; amplificazione di un ego fisiologicamente orientato ( com’è normale ) a schierarsi e a radicalizzare .
    Diciamo anche ( ma senza sicumera per carità ! ) che se nella fattispecie fossero stati proposti ( meglio ancora se in forma anonima ) versi – che so – di Lucio Piccolo o di Cattafi , si sarebbe aperta la stessa diatriba ” vivace ” di cui sopra .
    Il fatto è che la poesia fa quello che vuole e non è mai quella che avevamo pensato un attimo fa : nella modalità della G. possono certamente essere individuati arcaismi più o meno vistosi ma non tali da poterli ascrivere ad un esplicito passatismo , a filiazioni e canti di sirena . La resa finale potrebbe – credo – essere ricondotta ad una scrittura sicuramente più preoccupata di essere che di apparire , laddove l’autoascultazione tende a produrre comunicazione diretta ( e , soprattutto , v. mio precedente commento ) risolta in misura / respiro antisentimentale , senza sterili opzioni estetizzanti intarsio e azzardo intellettuale volti a celebrarla , vulnus micidiale di tanta poesia che va per la maggiore .

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  8. ma chi ha mai parlato di passatismo? esiste un petrarchismo pure in Montale e nelle opere più recenti di Ramat, per tacere di autori ancora più in qua in senso cronologico.
    se al solo leggere “petr” scatta la molla del passatismo non so cosa farci. io leggo “continuità” e nient’altro con la tradizione (di segno positivo o negativo poi è altra questione).
    il “trite”, grazie a Saba, non conosce accezione prettamente negativa se non in chi si riconosce negativamente in esso (aggettivo); a quel punto non è un mio problema.
    il petrarchismo è insito nella tradizione poetica, stop.
    il frequente uso di endiadi fine a se stesse fanno “petrarchismo” ma non Petrarca.
    comunque la cosa mi è andata in noia più di quanto io non annoi i miei interlocutori, o li indisponga.

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  9. Ringrazio Leopoldo Attico per le osservazioni e a proposito dell’arcaismo,vorrei ricordare quello che ho detto:“Scusate ma tra muovendo l’aria e movendo l’aria, il mio orecchio sceglie movendo, costi quel che costi”. Quando interessa il suono significa che l’incontro con il testo, passa anzitutto a livello subliminale. Dunque il mio non è un uso ideologico del lessema arcaico, ma una scelta che va a premiare le relazioni fonosimboliche e sono interventi sporadici come appunto il caso del “movendo”,non un’abitudine ,non un tic linguistico.

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  10. Il problema delle tre parole, sole cuore amore, e quel “muso fugge e manto di faina” di Cacciatore. E poi la questione di Scotellaro, i cinque versi di pagliarani, la tursi perduta e ritrovata da Pierro. Partire dai quattro punti cardinali e dall’azimut e dal nadir per convergere qui , in questo punto esatto. Son cose anche queste. Possono accadere, a me accadono, non hanno un’algebra nè un piglio accademico e tanto meno cercano sicumera. Accadono in forma di negazione, per conflitto di attribuzione, ma accadono. Vede che alla fine avevo ragione?La sua poesia attrae e distrae. La lasci andare. Nel senso buono.GS

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