Giorno: 29 gennaio 2012

Fuori di testo (n.3)

Nel silenzio

Voglio respirare lentamente il tuo profumo e non so se risvegliarti
Ho dormito poco per sognarti all’improvviso e non ho sognato niente
Esco per lasciarti libera di sopravvivere per dimenticarti e ritrovarti consapevole.

Non vedi che mi arrendo
non capisci che lasciandoti andare
potrai desiderare
riconquistarti e perderti
perché non vedi che ti attendo
ti proteggerò restando lontano
nel silenzio

Nel silenzio i tuoi vestiti ballano
poi sorpresi dalla luce cadono
con una grazia irreale
irreale

Ma io devo ritornare a camminare verso ciò che non so
anche se ieri ti ho sentito respirare in ogni cosa che ho
desiderato
esco dal tuo corpo con un gesto impercettibile
per immaginare che l’attesa sia incantevole

Non vedi che mi arrendo
non capisci che lasciandoti andare
potrai desiderare
riconquistarti e perderti
perché non vedi che ti attendo
ti proteggerò restando lontano
nel silenzio
nel silenzio.

 

Paolo Benvegnù
(da “14-19”, 2007)

 

 

Ps: In questo video la canzone inizia a 1:13

Letizia Lanza su “Il cielo aperto del corpo”, di Fabia Ghenzovich

“Il cielo aperto del corpo” di Fabia Ghenzovich


Quando ho ricevuto in dono da Fabia la sua nuova raccolta poetica (Kolibris ed. 2011), la prima cosa che mi ha colpito è stato il titolo: mi è sembrato armonioso ma indubbiamente complesso, ossimorico, instaurando appunto un nesso tra realtà all’apparenza inconciliabili. Un titolo, cioè, che consapevolmente mette in cortocircuito macrocosmo e microcosmo; alto e basso; invisibile e visibile; trascendente e immanente, innestando una sorta di scontro/incontro tra spiritualità e corporeità. Esemplare al riguardo il brano a p. 15:


“Sosta con la bellezza”

sussurra l’angelo seduto sul muro
tra i fiori di gelsomino
e mi tocca con leggera scossa
così cede la mente e il corpo
arreso anche lui inaspettatamente
si apre alla presenza.

La seconda peculiarità che mi ha conquistato, una volta iniziata la lettura, è stata la connotazione accentuatamente “femminile” delle poesie. Penso in particolare a due brani: «Movendo l’aria / dal fondale del corpo / dalle mani emerse poi / una luna femminile / una luna liquida» (p. 10); «Nel corpo / nel ventre / nell’albume del mio uovo / nuovo nato da me / muda sorgiva» (p. 12).
A differenza di altre autrici anche autorevoli o a rinomate critiche letterarie sono convinta di due cose: 1. non basta che un’opera sia scritta da una donna perché sia un’opera “femminile”; 2. il pensiero, la produzione “di genere” non rappresentano un qualcosa di limitato o di limitante, una riduzione, una parzialità rispetto alla cd. “riconquista della persona totale”, ovvero di una soggettività che a prima vista può sembrare più ricca e completa, mentre è di fatto più povera proprio per la presunta neutralità. Se infatti nell’arco dei secoli, a dispetto della censura, o piuttosto dell’ostilità maschile, non poche opere sono uscite dalla penna muliebre, è solamente nel Novecento, lo sappiamo bene, che la donna acquista piena consapevolezza della sua identità e la rivendica, in chiave prima suffragista poi femminista poi femminile, anche se non necessariamente contrapposta all’uomo; importante è in ogni caso la nuova coscienza della donna e la nuova possibilità di nominare il suo desiderio, di vivere, almeno in larga misura, la conquistata libertà tramite quella creatività anche relazionale che inventa, che circola, che fa politica. In somma, come dice tra tante la grande Christa Wolf, richiamata da A. Chiarloni nella Postfazione di Medea. Voci (ed. e/o 1996, p. 243.), «è sempre più evidente che solo l’interazione degli sguardi – maschile e femminile – può mediare un’immagine corretta del mondo. Un mondo che dev’essere plasmato da uomini e donne […] a seconda del loro specifico punto di vista. Questo condurrebbe a priorità diverse da quelle che attualmente ci condizionano. Ad altre gerarchie di valori».
Ma torniamo al libro di Ghenzovich.
Sicuramente non è un libro fatto per l’immaginario o l’immaginifico, è molto di più, è Fabia stessa: un tutt’uno con la sua vita e con il suo modo di vedere e di sentire il mondo, un’esperienza radicale all’interno del suo corpo/anima (o mente?), un percorso intenso di riflessione e di ricupero della sua identità totale. Perché il binomio anima-corpo, allumato già nel titolo, è luogo di grandi possibilità, è luogo di scoperta e di trasformazione, di conoscenza e di crescita sia personale sia collettiva. Di qui un susseguirsi di 31 brani (anche in prosa) non di immediata comprensione, anzi, refrattari a ogni presa semplice, i quali, anziché reificare realtà illusorie in una superfetazione dell’immagine e della parola, ricreano un mondo simbolico alla ricerca, necessaria, di nuovi (o ribaditi) sensi e significati al nostro “abitare il mondo”.
Per un altro verso, il “cielo aperto” è anche vertigine, perché certamente è rischioso tentare nuove vie, tanto da sentire la propria identità farsi più fragile, esposta, tanto da smarrire sicurezza; ma è importante saper vivere un mondo nel quale l’assenza dell’altro e dell’altra è sentita come una mancanza insopportabile, un vuoto incolmabile: così specialmente In principio (p. 26) e Ogni perdita (p. 14). E appunto, contro al rischio di perdere e perdersi (o di riperdersi) la parola poetica può diventare la zona franca in cui riconoscere e riconoscersi, dire e dirsi:

Pace è un foglio bianco
è la sostanza di una pausa
un breve principio d’incarnazione
della parola
il fuoco liquido pacato e denso
nel corpo
la forma nata da me
lo spazio aperto
l’Io inverso (p. 37).

Ma può essere anche ciò che consente al sentimento di scoprirsi, di svelarsi:


Nuovo nella luce
un sentire
d’infanzia sepolta nel corpo
una nascita possibile
un mare dentro (p. 36).

E ancora. La parola poetica può far esplodere, o comunque mettere allo scoperto, dichiarare, pulsioni, squilibri, addirittura conflitti: su tutti quello, ineluttabile, tra la Vita e la Morte:

Campo di battaglia è il mio corpo
fazioni opposte in lotta ne fanno scempio
ne fanno bello e brutto tempo
in aperta contesa vita e morte
si sfidano a duello con inevitabile resa
finale e morte non ha uguale
nell’opera demolitrice dell’equilibrio
imperfetto o per somma o per difetto
di sinapsi di neuroni vasi sanguigni globuli e ormoni
flussi riflussi piastrine filamenti e budelli
cellule staminali e altri potenziali
lavorii di invisibili abili mani.
Restasse almeno una traccia un indizio
che non sia carne soltanto centro motore del domani (p. 35).

Importante in ogni modo è pure un altro aspetto o meglio un’altra capacità del fare poesia di Ghenzovich, un’altra apertura, cioè a dire l’immersione senza residui nel grembo della natura, che si realizza, per esempio, in Sciamano (a Castaneda):

Sale sull’alta montagna
tocca nel corpo il diamante
incontra il suo sole
dimentica il nome
diviene albero e cielo (p. 30).

Il tutto, espresso da una parola poetica che è al contempo radicalmente asciutta e sottilmente variegata. In ogni caso, pulita, essenziale ma di una densità rara e preziosa che denota, tra l’altro, un accurato labor limae: per usare una felice espressione di un poeta e critico romano, Luca Benassi, si può dire che nei versi di Fabia «vi sono un rigore linguistico, un’essenzialità di forme che è accensione e incandescenza, profonda discesa dentro se stessa» (L. Benassi, Toccare quello che resta. Essenzialità di forme come accensione e incandescenza, noidonne, settembre 2011, p. 48.).

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Fabia Ghenzovich. Suoi testi sono stati pubblicati nelle riviste “Le Voci della Luna”, “Poesia”, “Il segnale”, “Inverso”, “La mosca”, “Il tetto”. Nel marzo 2007 ha pubblicato per Joker edizioni la raccolta Giro di boa. Nel 2008 è stata segnalata al premio “Giorgi”; nel 2009 si è clasificata al secondo posto nella sezione silloge inedita al premio “Guido Gozzano” ed è stata segnalata al premio “Turoldo”.

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Letizia Lanza, editor e saggista. Si è laureata in Lettere classiche presso l’Università di Padova e perfezionata in Scienze dell’Antichità (indirizzo filologico) presso l’Università di Urbino.
Svolge attività di editing per l’editrice veneziana Supernova dirigendo tra l’altro con Giovanni Distefano la collana “VeneziaStory”. È nella redazione di “Nexus”, “Relationes Budvicenses”, “Bollettino dell’Associazione Iasos di Caria”, “Senecio” (online) e collabora con altre testate, tra cui “Italian Poetry Review”, “Il Musagete”, “Poesia e Spiritualità”, “Porti di Magnin”, “Poiein” (online), “Modulazioni” (online). Ha un sito personale: http://digilander.libero.it/letizial.
Ha pubblicato una ventina di testi di saggistica, tra cui : Ritorno ad Omero. Con due appendici sulla poesia africana, Venezia 1994; Il diavolo nella rete (premessa di F. Santucci, postfazione di G. Lucini), Novi Ligure (Alessandria) 2003; Medusa. Tentazioni e Derive, Padova 2007; Femminilità “virile”, tra mito e storia, Novi Ligure (Alessandria) 2009.
Ha pubblicato note, recensioni, articoli e tre raccolte di poesie: Poesie soffocate, Venezia 2005 (Premio della Giuria “Astrolabio” 2006); Levia Gravia 2004-2005, Venezia 2006; Tracce, a cura di G. Lucini, Piateda (Sondrio) 2011.