Giorno: 21 gennaio 2012

Il Massaggiatore di Salme – di Mario Scalzi

 


“…Non è tutto quel che vediamo o sembriamo

Un sogno in un sogno soltanto?”

(E.A.Poe)

 

 

Mi sfugge il senso delle cose. Non capisco la vita ed il suo corso. Non comprendo le persone e le loro azioni. Non accetto che tutto finisca.

Credo in una realtà. Unica e sola. La Solitudine. E nel silenzio contemplo la materia, il cui peso non mi sfugge. Ne ho cura. Fino alla fine. Poi distolgo la mia attenzione. Guardo altrove: c’è sempre un corpo che ha paura del buio. Ed Io sono lì. Io e la mia cura. Io e la mia misericordia.”

Così iniziava il mio diario giovanile. Allora scelsi il mio lavoro: prendermi cura dei corpi morti, mantenere viva la loro dignità prima della tumulazione.

Non sono un imbalsamatore, non uso prodotti chimici né bisturi: non è la scienza a muovere la mia mano, solo l’anima. Accarezzo l’immobilità. Massaggio carni spente. Le preparo ad essere scarto venerato. Lavoro strano il mio, inutile forse, ma è il mio.

Se avessi dato ascolto ai consigli dei miei genitori sarei dovuto diventare un medico, ma fin da piccolo ho imparato ad ascoltarmi con attenzione: troppa responsabilità, non si gioca con la vita della gente, é un dono preservare l’esistenza dalla malattia e dalla morte, ed io a malapena riuscivo a sopravvivere. Amavo l’arte, ma troppa sensibilità consuma l’anima e non avrei fatto altro che perdermi nella voragine dei sensi, per cui finii per scegliere una via di mezzo: curare i corpi appena abbandonati dal soffio vitale, preservarli dai primi segni della morte, concedere la giusta attenzione per ciò che fino a poco tempo prima era una persona, ora un sacco, un legno, un filo d’erba.

All’inizio fu una cura personale. Anonima. Lavoravo presso un’agenzia funebre ed il trattamento che riservavo alle salme non prevedeva neanche un’autorizzazione o una richiesta specifica da parte dei loro congiunti. Faceva parte del servizio. In breve divenne un lavoro a sé stante, autonomo. Bastò spargere la voce ed un’idea considerata originale ma inutile divenne un’esigenza dei più, un vezzo indispensabile.

Curavo la natura cadente, e ai miei clienti bastava. I miei strumenti erano le mani, la mia cura i massaggi. Con oli e unguenti sfregavo la materia inerme e la rendevo viva alla vista. I cadaveri, dopo il mio trattamento, lasciavano il mondo come se si dovessero allontanare solo per qualche giorno, nel pieno della forma, nel pieno della propria bellezza.

Giorno dopo giorno il mio nome divenne una garanzia.

I parenti dei defunti facevano la fila per ringraziarmi, e accadeva spesso che scegliessero, come foto ricordo dei loro cari, un’istantanea scattata dopo i miei massaggi.

Fosse stato così bello in vita il mio Giorgio – le parole di una donna una volta – da vivo il suo viso era sempre così corrucciato. Un burbero, dottore, mio marito era un burbero con la faccia sempre scura. Lei lo ha trasformato in un angelo… – .

Non contava ribadire ogni volta che io non fossi  un medico. Per tutti lo ero. E chissà che non avessero ragione. D’altronde, si, non curavo malattie, ma elargivo la migliore fra le medicine possibili: la grazia. La gente bussava alla mia porta disperata e ne usciva serena, guarita. Cos’altro ero, dunque, se non un dottore?

Nel corso degli anni lo studio fu scenario anche di eventi sgradevoli, inconsueti per un mestiere come il mio. Fra i tanti ne ricordo uno in particolare, l’unica volta in cui pensai seriamente di interrompere la mia attività. Protagonista dell’episodio fu il marito di una paziente.  Annebbiato dal dolore e dalla meraviglia del mio lavoro, l’uomo non era più convinto che la moglie fosse realmente trapassata. Non credeva neanche all’oggettività dei dati clinici, alla mancanza del battito, all’assenza del respiro: – Vede dottore, è offesa con me, non mi rivolge la parola…le dica qualcosa…– ripeteva continuamente – è un complotto? Vi siete messi d’accordo per levarmi di mezzo? – come un nénia. Di fronte al mio stupore pensò bene di sferrarmi un pugno in faccia, non prima di avermi minacciato – … la faccia uscire da lì subito o vi rinchiudo tutti e due dentro una cassa…- . Solo l’intervento della polizia mi salvò dalla sua follia.

Subii anche un tentativo di rapimento. Non ero io la vittima, ma una mia salma. Non denunciai nessuno in questo caso, anzi, mi dispiacque che il colpo non fosse andato a buon fine. Pensavo che il responsabile del gesto avesse avuto ragione a fare quel che aveva fatto: la bellezza non può nascondersi dietro una lastra di zinco, non è naturale.

Plasmavo carne morta e la rendevo viva, così tanto da creare disagio. Chissà, forse avevo lo stesso dono di Dio, solo che a lui era sfuggita la situazione un pò di mano.

Bussano alla porta. Toc, toc, toc. Sono colpi delicati, quasi accennati. Lavo le mani, indosso una giacca, vado ad aprire. E’ una donna anziana molto elegante la persona che mi si presenta di fronte. Una lunga veste nera le cinge il corpo. Al collo, un grande crocifisso distoglie l’attenzione dai suoi occhi gonfi: ha pianto. Si rivolge a me quasi sussurrando, se parlasse  ad alta voce penso scoppierebbe in un pianto ininterrotto. Accenno un inchino, le bacio la mano. E’ fredda. Ossuta. Ma l’età mangia la carne e cerco di guardare oltre.

– Le vengo ad affidare mia figlia…è qui fuori…mi raccomando… – senza neanche guardarmi.

– Non si preoccupi signora, farò del mio meglio – e un brivido a smentire lo slancio.

– La renda viva…un’ultima volta…- non sono quì per questo?

– Farò il possibile. Intanto si accomodi, prego…-, il silenzio  è complice.

Guardo in basso mentre le indico la porta. Gesto inutile il mio, la signora non è più lì. Mi sporgo oltre l’ingresso: nessuno. Occhi a destra, a sinistra. Sparita. Solo un carro funebre, una bara, e due uomini ad occupare l’orizzonte di fronte ai miei occhi. E per poco. Nemmeno il tempo di metterli a fuoco che ho già in mano un foglio con un nome, una foto e la data entro la quale svolgere il mio compito. Elisabetta Elpis. E’ questo il nome  della ragazza nella cassa.

Ho imparato col tempo a fare poche domande. A parlare il meno possibile. Questa volta mi riesce difficile stare in silenzio. Quella donna, la sua preghiera, questi due energumeni che adagiano con velocità la salma sul lettino. Sembra vogliano tutti scappare. Non faccio in tempo ad espirare una parola che anche loro vanno via senza neanche salutare. Rimango fermo sulla porta.

Ora sono solo. Io e la ragazza.

Avere a che fare con i morti quotidianamente, alla lunga, ti priva di ogni tipo di emozione, di ogni forma di empatia. Non pensi abbiano avuto anche loro una vita, desideri, aspettative probabilmente simili alle tue. Hai di fronte un oggetto da restaurare. Nient’altro. Conta solo fare un buon lavoro. Che sia pelle e non legno ciò che deve rifiorire poco importa. Nel mio caso, poi, tutto è ancora più facile. Non ho mai creduto nei rapporti sociali, né ho mai rispettato il vissuto di nessuno: troppe parole, troppe scuse. La materia vivente mi spaventa, l’imprevedibilità mi atterrisce. Un cadavere porta in eredità un orizzonte già compiuto e facilmente identificabile, per cui mi viene facile essere pittore di eventi non più passibili di cambiamento. Ciò che mi interessa è solo la bellezza del già fatto, del già detto, l’immagine che l’anima svela in assenza di spasimo.

Non so perché sono fatto così. Sarà forse la paura di non essere capace di vivere come gli altri, sarà il conforto che mi trasmette l’abbraccio gelido che preserva un organismo concluso. Chissà. Ma intanto quì, ora, di fronte a questo corpo immobile, mi trovo in difficoltà. Non so neanche da dove iniziare. La giovane è lì, pallida, avvolta nella propria bellezza. Non vi è nulla di morto in lei se non la Vita. E non basta.

Sembra stia dormendo. Le carezzo il volto. Il rumore della sua anima si espande nell’aria. E’ un fischio invadente che mi violenta il cervello, che mi rende fragile e inaspettatamente disarmato. Meglio mettersi al lavoro, cercare di non pensarci, considerarla una salma come le altre. Cosparse le mani di olio,  percorro ad uno ad uno i fasci muscolari che mi si inceppano tra le dita. Conto le sue vene necrotizzate come fosse la prima volta.

Sembra ieri. Mio nonno, inerme di fronte a me, steso sul lettino ad occhi chiusi, freddo, così distante da non rivolgermi nemmeno una parola. Niente. Neanche un saluto. – Devi fare quel che è ti è più congeniale –mi diceva sempre – ti piace scrivere? Scrivi! Ti piace volare? Vola! – . Era sempre lì, pronto a consigliarmi di non rinunciare mai a seguire le mie attitudini. Quando gli ripetevo di non sentirmi depositario di chissà quale grande talento, mi sorrideva sempre – vedrai piccolo mio, il tempo ti suggerirà la risposta – . Era fiero di me mio nonno, così convinto che  potessi riuscire in qualunque cosa avessi voluto fare nella vita, che non perdeva occasione per incoraggiarmi. Qualunque cosa facessi. Offrendo il suo corpo alle mie cure confermava ancora una volta il suo amore, la sua fiducia in me.

Lo ripagai restituendogli la gioventù per un giorno.

Non so se gradì il mio regalo, non tornò mai indietro a dirmelo. Di certo so che il sorriso che mia nonna gli riservò, quando lo vide nella bara aperta sotto l’altare, mi rese l’uomo più felice del mondo: solo allora capì di aver fatto la scelta migliore. Da quel giorno mai una pausa, mai un dubbio. Ero a mio modo un artista, e godevo nel fare quel che facevo.

Questo fino a poche ore fa.

Ora, per la prima volta dopo così tanti anni, di fronte ad un cadavere, mi sembra di non sapere neanche da dove iniziare. Guardo la ragazza. Non riesco ad esserle distante, non riesco proprio a non fissarle le palpebre serrate, è come se si dovessero spalancare da un momento all’altro. I miei occhi nei suoi, la prima cosa vista al suo risveglio: vorrei questo fosse possibile. Per cambiare pagina, per ricominciare a pedinare le ore come sempre. Ma niente. Impasto il mio imbarazzo con la sua pelle, ne faccio un’unica massa.

Freddo, sfregare di mani, olio che scorre come sangue e minuti ad inseguirne il fluire. Le mia dita dipingono nuove vene lasciando rapide scie di tepore. Massaggio, massaggio senza sosta. Se non muovessi tanto rapidamente le mani sulla carne untuosa, avrei nettamente l’impressione di consumare il mio corpo sul suo. Secondo dopo secondo. Sono così attento ad ogni movimento che non mi accorgo di quel che sta succedendo, o che mi sembra stia accadendo sotto gli occhi: le mie dita si stanno erodendo, perse nel pallore della salma adagiata sul lettino. Ma la stanchezza gioca brutti scherzi e continuo il lavoro.

Tic, toc, tic, toc, tic, toc. L’orologio reclama il tempo che fugge. I minuti scappano via. Non sto al passo questa volta.

Dal momento della morte allo svolgimento del funerale passano solo poche ore. Un breve lasso di tempo che di solito basta per concludere il compito assegnatomi. Senza alcuna fretta. Nessuno reclama i corpi prima del dovuto: la gente rinuncia senza problemi alla camera ardente pur di vedere la Vita riflettersi sui volti dei propri cari un’ultima volta. Poi l’addio.

Di solito massaggio e via a casa, a dormire, lasciando le lancette girare su se stesse. Questa volta no, sono io a girare a vuoto.

Lavorerò tutta la notte, il tempo stringe. Guardo membra morte e mi sembra di riceverne Pace. In quel corpo freddo risuona l’eco della mia voce, il suono delle mie mani. Il silenzio di quelle carni richiede attenzione, più di quella che solitamente concedo.

Massaggio, massaggio, massaggio e non alzo mai lo sguardo dal lettino. D’improvviso lo specchio in fondo alla stanza mi reclama: alzo le braccia. Il rapido riflesso tra la porta ed il vetro mi atterrisce. Corro subito in bagno.

Accendo la luce, spalanco le palpebre. Gli occhi ben aperti rimandano indietro un’immagine terrificante: non ho più dita, le mie mani sono monche. Deve essere un’allucinazione, la stanchezza, non può essere altrimenti. Mi lascio fumare da una sigaretta ed osservo meglio.

Non sono spaventato, solo curioso – …troppo viva per la mia cura…- penso tra me e me. Sorrido. Quando un rumore di passi in salotto mi risveglia dal torpore dei pensieri, mi accorgo di non essere solo. Non ho neanche il tempo di domandarmi chi possa esserci, che un’ombra veloce taglia la strada alle mie domande. E’ lo specchio ad indicarmi la via da seguire.

Sono stranamente sereno.

Una figura adagiata sulla poltrona riempie la penombra nel salotto. E’ la signora di oggi, la madre della ragazza, sembra proprio lei. Tranne per un particolare: la sua giovinezza. Non so se sia per la poca luce o per i miei occhi stanchi, ma le rughe sul suo viso sembrano scomparse. E’ avvolta negli stessi abiti di qualche ora fa. Sussurra rivolta verso la finestra:

  – Mi manca il peso degli anni… ne conosco solo il riflesso…-

– …Signora Elpis…?- nascondo le mani incredulo.

– Si…mi scusi…pensavo a voce alta…- girandosi verso di me,

– come ha fatto ad entrare?…-

– la porta era aperta…-. Era chiusa. Ne sono sicuro. Passo oltre.

– E’ ancora presto Signora…-

– …dipende dai punti di vista…-

– prego…?-

– …posso vederla?- mi attraversa con lo sguardo.

 Senza neanche aspettare una risposta o un mio gesto, la signora si incammina verso lo studio. Diretta. Percorre il corridoio come se conoscesse alla perfezione casa mia. Eppure non è mai stata quì. Dovrei spaventarmi, farle qualche altra domanda, ma non riesco a far altro che seguirla in silenzio. Lascio che sia. Capirò.

– E’ bellissima…non trova?- di fronte al corpo della ragazza.

Gli occhi della donna riflessi sul viso pallido della figlia colmano la distanza tra di loro. Compensano l’assenza d’aria. L’immobilità dell’una é solo il riflesso dell’altra. Nient’altro.

– …Quanti corpi sono passati da questo lettino?- mi sussurra.

– Molti, ho perso il conto…-

– …Non le sembrano tutti uguali?-

– no…ricordo il viso di ognuno…-. Mento. Proteggo la mia esperienza dalla curiosità della donna. Le rispondo per inerzia – si…gli occhi di tutti…-

– proprio di tutti?-

– si… per ogni volto, un’anima –

– …lei è fortunato…-

 Guardo in basso. La sua freddezza mi imbarazza. Ascolto senza interrompere.

Ho avuto anche io a che fare con i morti, dottore. Per una vita. Forse anche oltre. Ma non ho mai incontrato l’Anima…solo decadenza…-

Non crede in Dio signora?-

Credo in ciò che vedo –

E pensa tutto finisca con la morte? –

Si –

…in un mondo così imperfetto, non ritiene che la bellezza sia un segno di Dio…? –

…polvere simmetrica. Nient’altro, dottore. Cosa crede diventi la carne una volta sepolta se non polvere? Se fosse segno di Dio come dice lei, non dovrebbe rimanere intatta?Non è eterno il suo Dio? –

Non è questo il punto signora. Ho sempre immaginato il corpo come se fosse  un lampo…uno squarcio lucente di un quadro ben più ampio…-

…e aspetta il tuono? –

…il temporale, signora, aspetto il temporale! -. Qualche attimo di silenzio. Mi osserva.

…e se non dovesse arrivare? – d’un tratto – Se tutto finisse con il disfacimento? Se i corpi che lei cura non fossero altro che un modo per scappare dall’evidenza dei fatti?-

Non so cosa aggiungere. Ma d’altronde penso non abbia molta importanza. Non un’espressione in lei, non un gesto. La donna, immobile ai piedi della ragazza, la fissa ininterrottamente da quando è entrata. Soffoca le labbra nel pronunciare suoni impalpabili. Provo comunque a risponderle in qualche modo, in fin dei conti mi ha rivolto una domanda.

E’ tutto imperfetto, signora. Tutto. Ma io adoro le favole. Penso siano l’unica cosa per cui valga la pena di vivere

– Allora le renda grazia lei, dottore. Per favore. Più di quanto non sia riuscita a fare io nel corso degli anni…forse sono cresciuta troppo in fretta e non ho ascoltato mai tante storie da bambina.

Se pensa che l’anima possa risiedere nei volti, se la riconosce, la renda visibile sul viso di mia figlia…anche solo per un momento…poi magari tornerò della mia idea…ma lo faccia! La morte dura troppo tempo per non vederla almeno una volta…- 

Non aggiungo altro. Non reggo il suo sguardo. Neanche mi accorgo che d’un tratto sono di nuovo solo: la donna è andata via. La cerco ovunque. Corro verso la porta: niente, scomparsa nel nulla. Non riesco ad afferrare il senso di queste ore malate, e non è per colpa delle mie dita consumate. L’unica cosa che so è che la sua visita mi ha riempito di nuova linfa, forse per la stranezza con cui si è verificata. Ora dovrò sbrigarmi, la notte è agli sgoccioli.

Devo finire il mio lavoro al più presto e smentire la disillusione di quella donna.

Massaggio. Massaggio. Senza pormi troppe domande. Massaggio le gambe, massaggio le spalle che si alzano veloci non sapendo cosa dire. Muovo le mani consumate sulla pelle della ragazza. Centimetro dopo centimetro perdo di vista i miei arti, ad ogni tocco perdo il corpo. – Preoccuparmi delle tendenze dell’anima non mi avrà reso immune al declino dei corpi – penso – ed intanto massaggio, massaggio, e massaggio con quel che rimane di me.

Ed ho massaggiato senza sosta fino all’alba.

Al mattino hanno bussato alla morte: nessuno alla porta.

Sono scivolati via i miei massaggi, via, assorbiti nello straccio bagnato che un inserviente ha passato per terra qualche ora dopo, spazzando via la mia storia. E la mia cura, seppellita senza nome sull’opera d’arte più grande che abbia mai compiuto.  Fuggita via.

Il giorno del funerale della ragazza, una fila ininterrotta di persone ha reso omaggio alla sua salma. Tutti sono stati conquistati dalla sua bellezza. Tutti. Così tanto da dimenticarsi delle quattro tavole che la contenevano. Come fosse più viva dei vivi.

Nessuno ha dimenticato quel viso, la patina dorata che ne rivestiva la pelle rendendola lucente. C’è chi ha giurato fosse cera, chi ha pensato fosse imbalsamata.

Per quel che serviva…

E’ bastato che la gente chiudesse gli occhi al suono del saldatore perché tutto svanisse.

Per sempre.

E loro con lei.

Mario Scalzi

racconto tratto da

‘Il Massaggiatore di Salme ed altre Storie’

 

Dopo la laurea in Lettere moderne inizio un percorso artistico/vitale tra letteratura e musica che mi porterà ad essere autore del soggetto e coatuore della sceneggiatura nel corto cinematografico “NoisyHours”(2009), aiuto-regista ed attore nel corto “Il Buio” e autore dei libri “Favole Spente” (Ilfilo,2006), “Il Buio Esaudito”(2011) e “Il Massaggiatore di Salme ed altre Strorie” (2011).
Attualmente svolgo il ruolo di sceneggiatore per la casa di produzione ‘Faiden Blass’, collaborando occasionalmente con diversi siti nella realizzazione di testi ed illustrazioni varie.
Oltre a scrivere, scrivere e scrivere, suono il basso e la chitarra nel gruppo “ODH”, e tutti gli strumenti nel progetto personale “IlBuioEsaudito”