Giorno: 10 gennaio 2012

Come leggono gli under 25 #5: Alda Merini, “Ballate non pagate”

Risucchiata dall’esistenza: Alda Merini e le sue Ballate non pagate

di Alessandra Trevisan

«Ad una cert’ora della notte non c’è più nulla: solo le parole, un libro, un vecchio calamaio e un foglio. SOLO LA LETTERATURA INTRIDE COMPLETAMENTE la mia vita, e mi salva dalla solitudine». Lo appuntai su un post-it giallo nell’autunno del 2007 e lo appiccicai dentro Ballate non pagate di Alda Merini. Lo penso ancora, e non mi vergogno della ‘fictio’ che si nasconde dietro quell’ingenuo ‘calamaio’. Era poco tempo fa eppure paiono quattro vite fa; all’epoca non capivo quasi nulla di poesia, o meglio non la sentivo torcermi le viscere come accade ora, ferirmi e curarmi assieme. Questo pensiero privato si fa pubblico per due ragioni: una riguarda la catarsi (comprensibile), l’altra la centralità del tema qui invocato ossia ‘la solitudine’; inflitta, auto-inflitta, allontanata, risvegliata, male-di-vivere più acuto rispetto alla malattia mentale di cui la Merini ha sofferto per molti anni, è anche perno dell’antologia uscita nel ’95 ma che raccoglie versi dall’89 al ‘93, assieme al corpo (si parla di donne, e ancora si parla di corpo, sempre), all’amore e a Dio (e molta letteratura greca, com’è sin dalle prime raccolte).

«Ho una nave segreta dentro al corpo,/ una nave dai mille usi,/ ora zattera ora campana/ e ora solo filigrana» oppure «Ho gli inguini decisi/ come una donna/ ma son già lontana/ dalle richieste delle praterie». L’autrice cerca se stessa nei versi che son pendici del suo corpo, estremità imprescindibili della sua anima, e non si può dire altrimenti. Cos’è la poesia staccata dall’esperienza per Alda Merini? Cos’è la poesia senza il suo corpo ingombrante? Cos’è la sua scrittura senza il dolore, che rifugge il luogo comune, che trova però nel sangue e nella carne la sede del pensiero – e si direbbe anche nell’utero per quest’autrice altra. Niente, non sarebbe stata niente la sua poesia, avrebbe perso ogni sfumatura, ogni significato. Le immagini non facili, si intrecciano l’una sull’altra, come le sensazioni i sentimenti vissuti sino in fondo anche solo con le parole e tuttavia totali. E queste ballate nuove per il corpo – che non seguono lo schema classico della canzone a ballo -, non sono (ri)pagate perché condivise sì ma senza nulla in cambio.

Nel 2008 in un Teatro Bibiena gremito nell’ambito di Festivaletteratura, Alda Merini già molto malata sedeva su un palco fumando e parlando in versi: non svogliata ma assente, spostata, sola tra le sue parole. Fu un’ora di pura bellezza, d’incanto. Alda Merini resta per me un’esperienza fisica, e non solo letteraria, quella, l’essere travolta dalla sua poesia, che era la sua vita.

Ballate non pagate: gli amori di Alda Merini

di Maddalena Lotter

A parlare di Alda Merini ci si trova impigliati in un fitto gomitolo di esperienze, perché se c’è una cosa che ha caratterizzato la vita della poetessa è proprio la voracità, la turbolenza con cui essa è stata affrontata dal principio. Le liriche della Merini riflettono questa ricchezza, questa ridondanza di immagini vissute (o create, nell’arte non fa differenza) e ricordate: “Liberatemi il cuore/ da questa assurda stagione d’amore/ piena di segreti ricordi” (Ballate non pagate, Einaudi 1995). La raccolta delle ballate comprende liriche dal 1989 al 1994, cioè dopo il Tutto, dopo il manicomio, dopo la guarigione e le ricadute, dopo la rabbia contro Dio, dopo quello che la Merini definì come un inferno terreno: “mi piace anche l’inferno della vita e la vita spesso è un inferno” (intervista alla poetessa). Le ballate però dimenticano questo rapporto-scontro fra la poetessa e il mondo, raccogliendo piuttosto storie reali, tangibili, ritratti di personaggi (G. Manganelli, M. Perri, “Titano”), presenze “cercate nel quotidiano da una donna forse stanca di Dio … un Dio a lungo chiamato e oggi un poco accantonato per aprire più decisamente le braccia al pagano, da sempre rimasto sull’uscio.” (Laura Alunno, prefazione al testo). Le Ballate sono insomma la certificazione dei legami vissuti, come in “Ricolma il tuo vuoto, amore/ stampa gli occhi al cielo/ come un’offerta mobile di ombre […] Vorrei il vuoto della tua pienezza./ Insieme, misurandoci i ginocchi,/ abbiam patito aspre dissonanze.”, e anche “Sei la finestra a volte/ verso cui indirizzo parole/ di notte, quando mi splende il cuore/ e il pudore è vano”. Commuovono in Alda Merini la precisione e l’adozione rigogliosa del vocabolo, ad arricchire le crude realtà dell’amore, spesso molto semplici, talvolta addirittura scarne.