Giorno: 5 gennaio 2012

Lo Spioncino – Daniela Montella

Della sua vita modesta e senza sorprese, la signora B. ricordava con orgoglio solo il modo impeccabile in cui l’aveva vissuta. Nel corso degli anni aveva soppesato ogni azione e parola affrontando tutto con efficienza – dalla gestazione alle esequie del marito. La vecchiaia si era presentata e lei l’aveva accettata con il gelo con cui aveva accolto tutto il resto. Era come se avesse vissuto il suo destino decine di volte, e ogni cosa l’annoiasse a morte.

La signora B. considerava la vecchiaia il periodo più felice della sua vita. Non era mai riuscita ad isolarsi dagli altri. Dalla nascita all’età adulta aveva convissuto con l’angosciante demone della presenza altrui. Poi, all’improvviso, i figli si erano trasferiti e il marito era morto.

Nei dodici anni di solitudine che erano seguiti non aveva apportato un solo cambiamento alla sua persona o alla casa. Amava ricordarne ogni dettaglio, dalle crepe nel muro al modo in cui le tende filtravano i raggi del sole, riempiendo la casa di una luce soffusa e giallastra. Avrebbe potuto benissimo essere cieca e non accorgersi della differenza. I suoi ricordi erano plasmati a immagine e somiglianza del proprio mondo. Al di fuori della porta d’ingresso, per lei, non esisteva altro. Se non la famiglia A.

I vicini, infatti, si ostinavano a vedere in lei una vecchia sola e triste. Il suo sorriso, le rare volte che usciva di casa, li confondeva. Non accettavano l’idea che una vecchia donna sola potesse essere felice e si prodigavano per renderle la vita – a parer loro – più facile. Almeno una volta a settimana i due coniugi bussavano per chiederle se ci fosse qualcosa che potevano fare per lei. I figli, due inquietanti creature gemelle dai denti bianchissimi, la tampinavano ogni volta che usciva di casa per aiutarla ad attraversare la strada o portare le buste della spesa.

C’erano altri motivi per cui la signora B. odiava i suoi vicini. Erano chiacchieroni, vanitosi, esibivano sorrisi forzati e ostentavano la propria vita privata come certe scimmie mostrano i genitali. Per la signora B. non c’era paragone migliore: i suoi vicini, con l’auto lussuosa e il cane ammaestrato e gli abiti firmati, altro non erano che scimmie coi genitali per aria.

Da qualche mese a questa parte la signora B. aveva preso l’abitudine di osservarli dallo spioncino. All’inizio si era trattato di qualche minuto al giorno, guardandoli uscire di casa la mattina e inorridire ad ogni loro abbraccio, bacio o incoraggiamento entusiasta – poi i minuti erano aumentati fino a diventare un’ora, due, mezza giornata.

Nonostante sapesse quanto fosse lontano dalle sue abitudini, non riusciva a smettere di spiare la vita di persone a suo parere così basse e meschine. Studiava disgustata e affascinata quella vita così diversa dalla sua, diversa da ogni cosa che fosse mai arrivata a concepire nella vita. Erano sguaiati, chiassosi, incredibilmente scoordinati. Si lasciavano prendere dalla vita senza controllo, vantandosi al tempo stesso di una perfezione che, a differenza di lei, non possedevano né potevano immaginare.

Era arrivata a spiarli dal momento in cui uscivano di casa – le sette e mezza del mattino – fino al loro rientro. Poteva finire alle nove di sera come a mezzanotte. Si metteva lì, appollaiata sul girello, e non andava a letto finché non tornavano tutti a casa. Per evitare di spostarsi aveva preso l’abitudine di conservare il cibo sul mobile all’ingresso; e, per il resto, aveva il pannolone.

Durante le feste erano ancora più insopportabili e rumorosi del solito, pieni di boria e belle parole che sprecavano in auguri a vuoto e dimostrazioni di affetto del tutto inutili. Era felice di aver evitato per tutta la vita di ridursi ad una figura oscena e recitare in quella parodia di vita.

Gli A. la ossessionavano tanto perché in loro c’era tutto quello che aveva sempre temuto. La perdita di compostezza e dignità della figura, i gridolini, l’amore sbandierato e mai provato. Lei, considerata da tutti come una donna sola e quindi acida, fredda e senz’anima, aveva amato molto più di loro. Solo se stessa, è vero – ma profondamente, più di quanto potessero immaginare.

Il natale arrivò come una maledizione. Era il primo della famiglia A. in quel condominio e la signora B. non sapeva cosa aspettarsi. Era già provata dai preparativi per la loro festa. Non avevano badato a spese. Era stata una settimana intensa. Per la prima volta nella sua vita si era stancata, e le sue mani faticavano a tenere il girello.

Si permisero perfino di invitarla ma finse di non essere in casa, appoggiandosi alla porta come se fosse il suo ultimo appiglio fra la vita e la morte. L’inquietudine era cresciuta col passare del tempo ed eccolo lì, il giorno più crudele dell’anno, in attesa di far mattanza del suo spirito.

Vennero molte persone. Saluti. Abbracci. Quanti gesti imperfetti, quante risate sguaiate – latrati, versi animali – quanta tristezza nelle loro voci! I colori fuori la porta aggredivano i suoi occhi come lame. Ridevano nel loro modo grottesco e terrificante mentre trasportavano regali, dolci, bottiglie di spumante. Era insopportabile. Troppo vicino alla sua porta, a lei e al piccolo mondo perfetto che era riuscita a creare. Per la prima volta nella sua vita ebbe paura, e la paura era ancora più spaventosa dei suoi vicini.

Poi, accadde.

Gli A. e i loro invitati si stavano radunando sul pianerottolo. Sulle prime la signora B. pensò che stessero uscendo e il pensiero la confortava; ma poi notò che nessuno di loro aveva il cappotto addosso. I loro sorrisi, deformati dallo spioncino, erano ancora più inquietanti di quanto ricordasse. E, con sommo orrore, bussarono alla sua porta. La signora B. si trattenne. Non voleva far capire di essere già dietro la porta.

“Andate via!” riuscì ad esclamare qualche secondo dopo. I sorrisi fuori dalla sua porta si fecero ancora più larghi. Pescecani.

“Tanti auguri, signora B! Abbiamo una sorpresa per lei!”
“Andate via!” ripeté. Ma il coro era già cominciato.

Li vide, fuori la porta, compatti, a dondolarsi ritmicamente per accompagnarsi col canto. Non riuscì neanche a capire quale fosse. Le ronzavano le orecchie. Tutto quello che nella vita le faceva orrore stava cantando fuori la sua porta. Strinse con forza il girello.

“Aiuto” mormorò.

La famiglia A. al completo finì il canto e, senza aspettarsi alcun ringraziamento, rientrò in casa. Conoscevano la povera vecchia signora B., la vedova, e non chiedevano altro che alleviare un po’ la sua solitudine in quel santo giorno di festa. Erano certi che la sua diffidenza nei loro confronti fosse dovuta all’imbarazzo di vedere una coppia ancora felice e giovane mentre lei, senza nessuno al mondo, passava le sue giornate a spolverare e rimuginare sul passato. Quante volte avrebbero voluto invitarla a pranzo e porre fine alla sua tristezza! Erano convinti fosse questione di tempo. Un giorno avrebbe capito che non c’era nulla di cui vergognarsi e avrebbe deciso di accettare i loro inviti, così come loro avevano deciso di prendersi cura di lei in quanto, si è detto, una povera vecchia vedova sola.

Naturalmente non ebbero modo di mettere in atto il loro nobile piano. Dopo qualche giorno di odori molesti sul pianerottolo qualcuno si decise a chiamare i vigili del fuoco per abbattere la porta: il suo corpo era rimasto in piedi, incredibilmente in equilibrio sul girello come se fosse viva, il volto sfigurato da una smorfia d’orrore, l’occhio ancora fisso sullo spioncino aperto.