Mese: gennaio 2012

Un messaggio – altro- tra gli sfigati: di Silvia Rosa

“Bisogna dare messaggi chiari ai nostri giovani. Se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato”. Ok. Sì. In quanto “sfigata” e dunque con cognizione di causa, Egregio Dott. Martone, Le scrivo qualche pensiero, che tanto non leggerà mai, infatti lo scrivo a me stessa, più che altro, perché dopodomani mi laureo – speriamo – e di anni ne ho 35. E tutto sommato ho deciso che di questa cosa voglio essere felice, come di tante altre che ho portato a termine, anche se non corrispondono o non soddisfano le richieste numerose e pressanti che dall’esterno mi giungono (da che ho memoria) a conformarmi a certi percorsi e logiche, ad essere efficiente, in linea con quanto converrebbe – fare/essere – secondo la mia età anagrafica, il mio sesso, la mia posizione sociale, il mio colore di capelli e compagnia bella.
Dunque, ogni essere umano dovrebbe poter seguire un proprio originale e autentico percorso di vita, per cui ad esempio può capitargli, come è capitato a me, che a 17 anni lasci gli studi e se ne vada a lavorare, si diplomi a 25 e decida di frequentare l’università a 30. Mi sono rotta di sentirmi ripetere che cosa si deve fare ed entro quando: a 18 ti diplomi, a 25 ti laurei, poi lavori poi ti sposi, poi sforni figli, poi, poi, poi…altrimenti non vai bene, altrimenti sei fuori, altrimenti sei uno “sfigato”, un disadattato, uno che non avrà mai successo. Guardi Egregio Martone, mi sono rotta perché in fondo ho sempre creduto a questa cosa qui, sentendomi di conseguenza sempre sbagliata, visto che nella mia vita non ho seguito le tappe prestabilite (ma poi molte persone, a differenza mia, non è che non vogliano seguirle, proprio non possono). Ma prestabilite da chi, queste tappe? Da chi pensa gli individui come oggetti, pezzi di ricambio di un sistema economico e culturale che imbriglia la volontà e i desideri e li piega ai bisogni del sistema stesso, affinché il sistema si riproduca e si mantenga intatto nella sua perfetta algida efficienza. Io penso che se un “messaggio” debba passare ai giovani (che poi chi sono i giovani? Io mi sono rotta pure delle categorie, delle etichette… i “messaggi” sono per tutti, del resto mi scusi, Martone Egregio, i giovani prima di prender decisioni autonome non crescono con adulti che trasmettono loro contenuti fondamentali?), dicevo che se un “messaggio” deve passare, forse, a mio modestissimo e sfigato parere, è che bisogna impegnarsi in quel che si fa, sognare e desiderare, cambiare strada mille volte mentre si cerca di dare una direzione autentica alla propria esistenza, e che il successo non conta se non si è in grado di dare un senso al proprio esistere. È tutto fluido intorno a noi, questa stramaledetta post-contemporaneità non ha un punto di riferimento stabile che sia uno, è tutto flessibilità, cambiamento…però che cazzo, tu devi sempre avere le idee ben chiare, seguire obiettivi (prestabiliti), andare avanti velocissimo verso la meta (prestabilita). Se no sei uno che non ce la può fare.
Egregio Martone, io non ho la più pallida idea di che cosa farò dopo venerdì. Vorrei lavorare (pure se sono troppo vecchia per il mercato del lavoro), e magari fra qualche anno, se potrò permettermelo, vorrei riprendere gli studi – un’altra laurea, chissà, mi piacerebbe – , e vorrei con tutto il cuore scrivere… Non so che cosa mi riuscirà di fare sul serio, ma da adesso in poi voglio vivere me stessa senza sentire che non valgo abbastanza perché qualcuno (soprattutto io) mi giudica in base a quello che ho fatto in ritardo o che non ho fatto, che non sono e che forse non sarò mai, perdendo di me tutto quello che invece sto tentando di realizzare e di essere. Credo che la vera fortuna stia tutta qui.
La saluto e La ringrazio anche, perché alla mia veneranda età non mi pareva tanto bello festeggiare la mia laurea, cioè, mi sentivo in imbarazzo, ma poi Lei mi ha fatto un po’ incazzare, Lei e tutta una serie di persone che giudicano secondo stereotipi coi loro bei “messaggi” delle balle, e adesso mi è cresciuta dentro una strana felicità, e io, “sfigata” o no, di aver studiato, quale che sia la mia età, e anche se non servirà (a) niente e nessuno, son contenta. Oh.

Fabiano Alborghetti – Supernova ed. L’arcolaio

 

FABIANO ALBORGHETTI – SUPERNOVA -ED. L’ARCOLAIO – 2011 (collana: i nuovi gioielli)

 

“Il panico esplode, irradia / ti ferma: congelata sei ferma / in ascolto della paura // gli occhi fissi come i cervi / di notte, colpiti dai fari. / L’immagine è chiara: / ma il cervo accecato non vede / aspetta qualcosa che non accade. / È cieco, interrotto / resiste alla fuga o aspetta il momento migliore.” Questa bellissima, delicata e allo stesso tempo potente, poesia d’apertura del l’intenso libro di Fabiano Alborghetti, Supernova, ci introduce nel percorso che l’autore traccia. Alborghetti ci prende per mano, con delicatezza e estrema chiarezza, e ci racconta l’improvvisa malattia che ha colpito una persona cara. La malattia fulminea arriva proprio come la luce abbagliante negli occhi del cervo. Acceca. Blocca. Alborghetti mette in versi, asciutti e efficaci, la sospensione, la dilatazione degli istanti. Il rarefarsi del tempo, nuovi inizi, vecchi gesti che bisogna imparare daccapo. La luce che si accede e si spegne. “Mi sorprende certe sere la tua forza: / quando ridi soprattutto / o se non cerchi. Non più livida / o attenta ai movimenti / per non fare entrare il freddo. Quando / avanzi nelle luci, riproduci: quando // l’ombra torna gioco, una cosa da niente.” Che bellezza, quando la poesia si compie, senza bisogno di raccontarla, pochi versi e siamo lì, dove il poeta è stato. Oppure ci ricordiamo dove noi siamo stati, ci ricordiamo un futuro dove potremo capitare. La resa eccellente di questo libro sta proprio nel coraggio di Fabiano Alborghetti di mettere sul piatto della bilancia: l’intimo. La nostra parte più vulnerabile, cosa secondo me possibile soltanto spogliandosi e spogliando la scrittura di tutto il superfluo.  Alla fine del viaggio, ci resta sotto gli occhi, tra le dita, la sensibilità del poeta, l’umanità. Nessuna concessione alla facile commozione, molte, invece, alla bellezza. “Il tuo tempo è sempre dopo, quando avanza / se ti avanza. / Ti consola questa cura, ti consuma. // L’ictus ti ha fermata a un certo punto: / poi gli esami, le giornate / poi le attese. Stagioni, bonaccia, talvolta // giorni spogli. Altri più feroci / precipizi pietrosi / risaliti a mani nude. Portarsi altrove. // È così che hai speso il tempo / dopo. Ora / spesso hai giorni solenni // altri i lineamenti e non solo in superficie.”

 

Gianni  Montieri

Fuori di testo (n.3)

Nel silenzio

Voglio respirare lentamente il tuo profumo e non so se risvegliarti
Ho dormito poco per sognarti all’improvviso e non ho sognato niente
Esco per lasciarti libera di sopravvivere per dimenticarti e ritrovarti consapevole.

Non vedi che mi arrendo
non capisci che lasciandoti andare
potrai desiderare
riconquistarti e perderti
perché non vedi che ti attendo
ti proteggerò restando lontano
nel silenzio

Nel silenzio i tuoi vestiti ballano
poi sorpresi dalla luce cadono
con una grazia irreale
irreale

Ma io devo ritornare a camminare verso ciò che non so
anche se ieri ti ho sentito respirare in ogni cosa che ho
desiderato
esco dal tuo corpo con un gesto impercettibile
per immaginare che l’attesa sia incantevole

Non vedi che mi arrendo
non capisci che lasciandoti andare
potrai desiderare
riconquistarti e perderti
perché non vedi che ti attendo
ti proteggerò restando lontano
nel silenzio
nel silenzio.

 

Paolo Benvegnù
(da “14-19”, 2007)

 

 

Ps: In questo video la canzone inizia a 1:13

Letizia Lanza su “Il cielo aperto del corpo”, di Fabia Ghenzovich

“Il cielo aperto del corpo” di Fabia Ghenzovich


Quando ho ricevuto in dono da Fabia la sua nuova raccolta poetica (Kolibris ed. 2011), la prima cosa che mi ha colpito è stato il titolo: mi è sembrato armonioso ma indubbiamente complesso, ossimorico, instaurando appunto un nesso tra realtà all’apparenza inconciliabili. Un titolo, cioè, che consapevolmente mette in cortocircuito macrocosmo e microcosmo; alto e basso; invisibile e visibile; trascendente e immanente, innestando una sorta di scontro/incontro tra spiritualità e corporeità. Esemplare al riguardo il brano a p. 15:


“Sosta con la bellezza”

sussurra l’angelo seduto sul muro
tra i fiori di gelsomino
e mi tocca con leggera scossa
così cede la mente e il corpo
arreso anche lui inaspettatamente
si apre alla presenza.

La seconda peculiarità che mi ha conquistato, una volta iniziata la lettura, è stata la connotazione accentuatamente “femminile” delle poesie. Penso in particolare a due brani: «Movendo l’aria / dal fondale del corpo / dalle mani emerse poi / una luna femminile / una luna liquida» (p. 10); «Nel corpo / nel ventre / nell’albume del mio uovo / nuovo nato da me / muda sorgiva» (p. 12).
A differenza di altre autrici anche autorevoli o a rinomate critiche letterarie sono convinta di due cose: 1. non basta che un’opera sia scritta da una donna perché sia un’opera “femminile”; 2. il pensiero, la produzione “di genere” non rappresentano un qualcosa di limitato o di limitante, una riduzione, una parzialità rispetto alla cd. “riconquista della persona totale”, ovvero di una soggettività che a prima vista può sembrare più ricca e completa, mentre è di fatto più povera proprio per la presunta neutralità. Se infatti nell’arco dei secoli, a dispetto della censura, o piuttosto dell’ostilità maschile, non poche opere sono uscite dalla penna muliebre, è solamente nel Novecento, lo sappiamo bene, che la donna acquista piena consapevolezza della sua identità e la rivendica, in chiave prima suffragista poi femminista poi femminile, anche se non necessariamente contrapposta all’uomo; importante è in ogni caso la nuova coscienza della donna e la nuova possibilità di nominare il suo desiderio, di vivere, almeno in larga misura, la conquistata libertà tramite quella creatività anche relazionale che inventa, che circola, che fa politica. In somma, come dice tra tante la grande Christa Wolf, richiamata da A. Chiarloni nella Postfazione di Medea. Voci (ed. e/o 1996, p. 243.), «è sempre più evidente che solo l’interazione degli sguardi – maschile e femminile – può mediare un’immagine corretta del mondo. Un mondo che dev’essere plasmato da uomini e donne […] a seconda del loro specifico punto di vista. Questo condurrebbe a priorità diverse da quelle che attualmente ci condizionano. Ad altre gerarchie di valori».
Ma torniamo al libro di Ghenzovich.
Sicuramente non è un libro fatto per l’immaginario o l’immaginifico, è molto di più, è Fabia stessa: un tutt’uno con la sua vita e con il suo modo di vedere e di sentire il mondo, un’esperienza radicale all’interno del suo corpo/anima (o mente?), un percorso intenso di riflessione e di ricupero della sua identità totale. Perché il binomio anima-corpo, allumato già nel titolo, è luogo di grandi possibilità, è luogo di scoperta e di trasformazione, di conoscenza e di crescita sia personale sia collettiva. Di qui un susseguirsi di 31 brani (anche in prosa) non di immediata comprensione, anzi, refrattari a ogni presa semplice, i quali, anziché reificare realtà illusorie in una superfetazione dell’immagine e della parola, ricreano un mondo simbolico alla ricerca, necessaria, di nuovi (o ribaditi) sensi e significati al nostro “abitare il mondo”.
Per un altro verso, il “cielo aperto” è anche vertigine, perché certamente è rischioso tentare nuove vie, tanto da sentire la propria identità farsi più fragile, esposta, tanto da smarrire sicurezza; ma è importante saper vivere un mondo nel quale l’assenza dell’altro e dell’altra è sentita come una mancanza insopportabile, un vuoto incolmabile: così specialmente In principio (p. 26) e Ogni perdita (p. 14). E appunto, contro al rischio di perdere e perdersi (o di riperdersi) la parola poetica può diventare la zona franca in cui riconoscere e riconoscersi, dire e dirsi:

Pace è un foglio bianco
è la sostanza di una pausa
un breve principio d’incarnazione
della parola
il fuoco liquido pacato e denso
nel corpo
la forma nata da me
lo spazio aperto
l’Io inverso (p. 37).

Ma può essere anche ciò che consente al sentimento di scoprirsi, di svelarsi:


Nuovo nella luce
un sentire
d’infanzia sepolta nel corpo
una nascita possibile
un mare dentro (p. 36).

E ancora. La parola poetica può far esplodere, o comunque mettere allo scoperto, dichiarare, pulsioni, squilibri, addirittura conflitti: su tutti quello, ineluttabile, tra la Vita e la Morte:

Campo di battaglia è il mio corpo
fazioni opposte in lotta ne fanno scempio
ne fanno bello e brutto tempo
in aperta contesa vita e morte
si sfidano a duello con inevitabile resa
finale e morte non ha uguale
nell’opera demolitrice dell’equilibrio
imperfetto o per somma o per difetto
di sinapsi di neuroni vasi sanguigni globuli e ormoni
flussi riflussi piastrine filamenti e budelli
cellule staminali e altri potenziali
lavorii di invisibili abili mani.
Restasse almeno una traccia un indizio
che non sia carne soltanto centro motore del domani (p. 35).

Importante in ogni modo è pure un altro aspetto o meglio un’altra capacità del fare poesia di Ghenzovich, un’altra apertura, cioè a dire l’immersione senza residui nel grembo della natura, che si realizza, per esempio, in Sciamano (a Castaneda):

Sale sull’alta montagna
tocca nel corpo il diamante
incontra il suo sole
dimentica il nome
diviene albero e cielo (p. 30).

Il tutto, espresso da una parola poetica che è al contempo radicalmente asciutta e sottilmente variegata. In ogni caso, pulita, essenziale ma di una densità rara e preziosa che denota, tra l’altro, un accurato labor limae: per usare una felice espressione di un poeta e critico romano, Luca Benassi, si può dire che nei versi di Fabia «vi sono un rigore linguistico, un’essenzialità di forme che è accensione e incandescenza, profonda discesa dentro se stessa» (L. Benassi, Toccare quello che resta. Essenzialità di forme come accensione e incandescenza, noidonne, settembre 2011, p. 48.).

***

Fabia Ghenzovich. Suoi testi sono stati pubblicati nelle riviste “Le Voci della Luna”, “Poesia”, “Il segnale”, “Inverso”, “La mosca”, “Il tetto”. Nel marzo 2007 ha pubblicato per Joker edizioni la raccolta Giro di boa. Nel 2008 è stata segnalata al premio “Giorgi”; nel 2009 si è clasificata al secondo posto nella sezione silloge inedita al premio “Guido Gozzano” ed è stata segnalata al premio “Turoldo”.

*

Letizia Lanza, editor e saggista. Si è laureata in Lettere classiche presso l’Università di Padova e perfezionata in Scienze dell’Antichità (indirizzo filologico) presso l’Università di Urbino.
Svolge attività di editing per l’editrice veneziana Supernova dirigendo tra l’altro con Giovanni Distefano la collana “VeneziaStory”. È nella redazione di “Nexus”, “Relationes Budvicenses”, “Bollettino dell’Associazione Iasos di Caria”, “Senecio” (online) e collabora con altre testate, tra cui “Italian Poetry Review”, “Il Musagete”, “Poesia e Spiritualità”, “Porti di Magnin”, “Poiein” (online), “Modulazioni” (online). Ha un sito personale: http://digilander.libero.it/letizial.
Ha pubblicato una ventina di testi di saggistica, tra cui : Ritorno ad Omero. Con due appendici sulla poesia africana, Venezia 1994; Il diavolo nella rete (premessa di F. Santucci, postfazione di G. Lucini), Novi Ligure (Alessandria) 2003; Medusa. Tentazioni e Derive, Padova 2007; Femminilità “virile”, tra mito e storia, Novi Ligure (Alessandria) 2009.
Ha pubblicato note, recensioni, articoli e tre raccolte di poesie: Poesie soffocate, Venezia 2005 (Premio della Giuria “Astrolabio” 2006); Levia Gravia 2004-2005, Venezia 2006; Tracce, a cura di G. Lucini, Piateda (Sondrio) 2011.

Paolo Gulfi – Ascensione

Da una depredazione dell’essereda un compulsivo incitamento del non-essere

è venuta la paura,

come dalla mente che la elucubrava.

Come sostanza indifferenziata, sostrato che la inferenza

ha avuto origine la paura nelle origini

di ogni cosa.

Come vuoto a perdere

per dare un vuoto inizio

e traslata la fine,

non come un cerchio, dall’infinito percorso

del può essere,

ma come uno scarno scherzo,

un disinteressato emergere nella trasformazione:

pronta a esecrare

ogni cosa

a santificare

ogni cosa

in un’altra cosa,

dove

si pone la morte ed esplode la vita.

Nell’annusare muto della VOLONTA’

che sfiora il petto, non un’anima

ma una vita in corpo

che per essere non ha bisogno di chiarezza

o certezze,                    ???

Ma creatività, AZIONE,

sessualità

esplosione.

Così come dal caos che la fornicava,

ha avuto modo la realtà.

 

Non è uno spirito che ha creato le cose

ma un corpo, che per essere aveva bisogno di

                      crapulare

scriveva Artaud – ed avea ragione!

Adesso, lo so.

(Lo scrivo qui per la prima volta,

Lo trovo per la prima volta)

 

Vedo la mia ombra cambiare,

cambiando me stesso e ciò che lo attraversa

questa mia dolce vecchia armatura,

fogna incrostata

dal PANE di dio incrostata,

una vecchia pelle sifilitica

di cui gli angeli vanno matti per strappare via,

come fosse sete di settembre,

come se fosse sempre inizio

ed in realtà non si sbagliano,

questi fottuti danzatori del cielo,

come ogni cosa è un proprio inizio

nell’iniziatico sguardo di Dio.

Tolta la CROSTA

non rimane che aspettare

l’illibato corpo arrendersi

a questa scelta di morte,

saccheggi d’oltretomba

di queste mosche mefitiche,

a questo cielo ingordo di Noi

dove tutto ascende per accedere

ma dal quale tutto torna per corrompere

la mia anima, la nostra

(l’anima non è che un vecchio aforisma)

universale volontà di esistere ad esistere:

come stelle in cielo

crediamo di vivere milioni di anni in vita

al di là del tempo e dello spazio

nostre prigioni e nostre salvezze …

ché senza TEMPO la vita sarebbe il ripiego

a una noia senza fine,

a una noia mortale per l’appunto.

Ad ogni ibridazione del tempo nello spazio

noi riusciamo a vivere con qualche pezzo in più

di quel che ci veniva offerto

sin dall’inizio

sin dall’inizio dei tempi,

ed altro cos’è il tempo se non un nuovo INIZIO.

Se riuscissi a guardare Satana negli occhi

ne rimarrei bruciato,

ma avrei il tempo di dirgli

FANCULO,

      

hai voluto dividere ciò che era stato creato intero,e quel ALTRO, tuo compare,

te l’ha permesso.

Mi verrebbe voglia di guardare Dio,

per esplodere nel tempio delle sue guance

pronto a collimare

ogni cosa ad ibridare;

ogni cosa nell’esatta

cosa di ogni cosa …

… finirei per rimanermi cieco

in fondo a quell’osso

che ci ha messo dentro:

per trafugare,

impazzire,

leccare.

E la CREAZIONE!?

Non è affar nostro;

possiamo avviluppare paradiso e inferno

ma non ci è permesso di creare …

Possiamo

esplorare

sentire

pregare

 

Siamo i testicoli dell’universo

 

E non è uno scherzo da coglioni

che ti fa a questa maniera,

È lo scherzo di tutti quei coglioni

che hanno quell’osso nella fica

La nostra fica-pensiero, come nuvole dal di dentro

Ma sono certo che ora come ora

un’altra fica fa tutto il resto

Un’esplosione vaginale

una goccia di quel suo seme

che è m-io, che sono io

chi è ME? chi sono d’Io?

(sonocontraddittorio)

chi è quel me che dice di essere io?

come quel fottuto non-io che s’ubica il posto d’io?!

(che mi sta dentro e di me sa fare

tante cose come il mondo

com’è …

eterno ritorno)

Non è altro che un altro miliardesimo io

che si fessa,

pro-vetta

di tutti quelli I/O da cui si discosta.

Ora ho sentito

Ho percepito

ciò che è reale può essere tale solo per chi

di CHI ha percepito

di CHI ha sentito

DIO dal di dentro,

è , nel mio pancione,

dal dì dentro

È il PUNTO MEDIO

e la mente non è altro che un vezzo

per sviare dio

da questo nostro medio

centro

punto

di

comparsa

Dio è dal di dentro

___________________

Nota bene: Alcune parti in  corsivo e virgolettate fanno parte di alcuni testi editi da Einaudi sotto il titolo Artaud le Mômo, Ci-gît e altre poesie, Einaudi, Torino 2003. Antonin Artaud diede alle stampe Artaud le Mômo nel dicembre del 1947 presso l’editore K e Bordas. Morì 3 mesi dopo, il 3 Marzo del 1948 a Ivry, Francia.

Diritti riservati a Paolo Gulfi http://paologulfi.wordpress.com/

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Biografia

Nasco a Ragusa il 03 Giugno del 1986.

Compio i miei primi studi nella pacifica e tranquilla cittadina collinare di Chiaramonte Gulfi, in provincia di Ragusa, immerso nel verde e nella quiete del silenzio silvestre dei monti che lo costeggiano. All’età di 14 incomincio a scrivere canzoni rap accompagnandomi con basi hip-hop. A questa associo la writing painting. Mi diplomo al Liceo Scientifico “E. Fermi” con una tesina suNietzsche e la dissoluzione nell’uomo moderno.

A parte una piccola pausa, durata un anno, di spola tra Catania e Siena, per frequentare il primo anno in Filosofia, nel 2010 mi laureo in Storia e Filosofia all’ateneo di Catania.

Nel 2005 incomincio a scrivere canzoni e poesie. Dopo vari vagabondaggi con gruppi rock-indie-punk-elettro e chi più ne ha più ne mettaincomincio la stesura di una raccolta di poesie e prende avvio l’idea di una pubblicazione.

Nel 2006 l’Avis di Chiaramonte Gulfi mi inserisce nella prima raccolta antologica di poesie.

Nel 2007 vengo inserito nella raccolta di poesie “Gocce di Luce” di Sergio D’Angelo, la quale vedrà la ristampa.

Nel 2009 vengo segnalato al Concorso di Poesia Nazionale di Chiaramonte Gulfi, con la poesia “È a questo che penso se qualcuno mi parla di rivoluzione”. Sempre nel 2009 ricevo una segnalazione presso il Concorso di poesia “Giovani Scrittori” di Catania.

Il 5 Gennaio del 2010 vede la luce la prima raccolta di poesie dal titolo “Mosaico”, auto-pubblicata presso la “Villaggio Maori Edizioni”. A questo fa corso una serie di presentazioni e tour musicali che vedono varie tappe in Sicilia e fuori dai confini isolani, le quali vengono spalleggiate da opere di video making, light installation, pitture astrattiste e collaborazioni musicali. Sempre nel 2010 scrivo, durante un viaggio in Inghilterra, una concept opera dal titolo “Londra in Technicolor”.

Nel 2011 continuo il tour delle presentazioni di “Mosaico”, presentando la raccolta come unica opera di musica e poesia.

Da Novembre 2011 è Curatore editoriale in Sicilia per Thauma Edizioni.

[I Moleskine – quaderno fuori collana] I giorni ci appartengono – gianni montieri, natàlia castaldi

cliccare sull'immagine di copertina per aprire il pdf

27 gennaio 2012

I Moleskine – taccuini d’autore

quaderno fuori collana

testi di Gianni Montieri e Natàlia Castaldi

Letture di traverso

È dedicato a Il mio impero è nell’aria di Gianluigi Ricuperati il primo appuntamento di Letture di Traverso, gruppo di lettura realizzato dall’Associazione Cooperativa Letteraria all’interno del “Progetto Babel – Sulle tracce di una radice comune”.

L’autore interviene martedì 31 gennaio per parlare del suo libro presso la Sala Informa5 della Circoscrizione 5 del comune di Torino, in via Stradella 192.

Il “Progetto Babel” è composto da diverse realtà: dalla conduzione del Punto Lettura a Letture di Traverso (gruppi di letture), da LABirinti – Festival a Scuola Intorno.

Il Punto Lettura è un luogo che nasce con l’intento di condividere esperienze, in cui il denominatore comune è la promozione della lettura con la presenza di riviste e libri in consultazione gratuita. Collaboriamo, per questo specifico obiettivo, con gli editori, favoriamo l’incontro di  autori, editori e critici letterari.  Organizziamo letture recitate e musicate e consulenze editoriali, collaborazioni con biblioteche e gruppi di lettura, consultazione delle novità del momento, perciò  presentazioni, convegni, mostre, vernissage e piccoli  concerti.

Letture di Traverso  è un programma annuale che coinvolge una certa quantità di autori torinesi. È previsto un incontro mensile in cui interviene l’autore per parlare del libro che si è scelto di leggere. Alcuni degli autori coinvolti: Gianluigi Ricuperati, Ernesto Aloia, Fabio Geda, Enrico Remmert, Demetrio Paolin, Andrea BajaniGiorgio Vasta.

LABirinti Festival è un laboratorio di sviluppo progetti che sostiene i talenti emergenti che lavorano al loro primo romanzo. È un luogo dove diventa possibile far crescere le proprie storie. Un incontro-evento di due giorni che è insieme presentazione pubblica dell’opera sviluppata e occasione per premiare i migliori. Dà  l’opportunità di ottenere una pubblicazione.

Scuola Intorno è un progetto basato sull’ascolto e la partecipazione, ponendo l’attenzione sui temi dell’informazione, della collaborazione e della solidarietà. Questo percorso educativo userà strumenti diversi con i quali gli studenti verranno coinvolti attivamente. Consigliato per i bambini delle scuole elementari e i ragazzi delle scuole medie.

Il Progetto Babel come un segno o sintomo dell’epoca attuale che impone pratiche di guarigione. “Possano dunque le forze dell’uomo guarirlo dalla stanchezza che induce a rassegnarsi”.

Per ulteriori informazioni su Cooperativa Letteraria è possibile visitare:

la pagina Facebook o il blog ufficiale.

Per diventare soci di Cooperativa Letteraria e partecipare a Letture di Traverso basta chiedere l’adesione all’Associazione inviando una mail a cooperativa.letteraria@gmail.com.


Il mondo come volontà di rappresentazione: i “Segni” di Bartolo Cattafi

di Diego Conticello

Il mondo come volontà di rappresentazione: i “Segni” di Bartolo Cattafi

 

 

 

Segni[1] raccoglie il secondo corpus di poesie postume, l’ultimo che Bartolo Cattafi licenziò di suo pugno poco prima di morire. Come ci informa minuziosamente Vincenzo Leotta,

A partire dal maggio 1973, come risulta dai Diari, C. progetta di estrarre dal «Libro grosso», contenente la produzione tra il gennaio 1972 e il gennaio 1973, e dal fascicolo con i testi scritti nel trimestre febbraio-aprile del 1973, tutte le poesie da raccogliere sotto il comune denominatore «segno-scrittura», indicandole con il titolo provvisorio Caratteri e cifre, tratto dalla prima stesura di Cancellazione, datata 14 ottobre 1972, che in seguito sarà mutato in Con l’inchiostro e i caratteri, desunto dal testo omonimo, concepito l’11 febbraio 1973 e divenuto nell’assetto finale Spicchi di mondo esterno. Il loro numero aumenterà progressivamente, raggiungendo la quota di centouno componimenti il 25 luglio 1973, di centocinquanta l’11 settembre, di più di duecento alla fine di ottobre dello stesso anno; esso decrescerà negli anni successivi, confluendo negli altri libri testi esclusi da questa raccolta, per attestarsi, nella redazione definitiva del gennaio 1979, sulle centodiciassette unità. Il periodo in cui con maggiore intensità C. lavora alla rielaborazione delle poesie segniche sembra essere stato il trimestre agosto-ottobre 1978; ma anche i mesi di ottobre 1974, aprile, maggio e dicembre 1975 (col proposito di pubblicarle l’anno seguente presso l’editore Scheiwiller), febbraio e maggio 1977.[2]

C’è da chiedersi, a questo punto, che cosa si intenda per “segno”. Riferendoci all’ancor attualissima definizione saussuriana,

Il segno linguistico unisce non una cosa e un nome, ma un concetto e un’immagine acustica. Quest’ultima non è il suono materiale, cosa puramente fisica, ma la traccia psichica di questo suono, la rappresentazione che ci viene data dalla testimonianza dei nostri sensi. […] Noi proponiamo di rimpiazzare concetto e immagine acustica rispettivamente con significato e significante…[3]

Dunque, a ragione, Cattafi interpreta la scrittura come l’unione (o scontro, o interazione, sempre interdipendenza) tra significante e significato e ad essa affida la risoluzione delle lacerazioni prodotte dalla mancata conoscenza del reale.

Variamente aggruppate
rappresentano il mondo
nella puntuta congerie
nel tagliente ammasso
ci casco e sanguino
passo dopo passo.[4]

Il segno presuppone diversi requisiti intrinseci tra cui la distintività, che rende un segno distinguibile da altri, simili ma non uguali, così da ‘materializzare’, il più delle volte, un singolo significante, che diventa appunto “distintivo” del determinato significato a cui si accompagna, fino a rendersi riconoscibile da tutti i parlanti di una comunità linguistica predefinita.

La mosca ronza
sulla parola mosca
la stuzzica per farla
volare dalla carta
la mosca ignora
che quell’altra mosca
– bisillabo inchiostro sulla carta –
non è più sua compagna
ma nostra.[5]

Ne deriva, di contro (e accade sovente nel nostro idioma), che un medesimo significante possa indicare più di un solo significato, un termine può dunque abbracciare molteplici ‘eventualità’ per un eccesso di potenzialità proprio della lingua stessa. Siamo così partecipi di una violenta ambiguità che carica gli oggetti esterni di sensi nascosti, i quali emulano l’insondabilità del reale: «La grafite che ha scritto/ per tutta la vita/ ora tace la parola più bella/ il granello di brace/ sepolto nel suo buio»[6].

Taglia loro la gola
col segno d’un coltello
appèndili in fila a testa in giù
larghi medi sottili
che sgoccioli ben bene
l’inchiostro dei segni
a piè di pagina
nei segni-bacile.[7]

Da qui si propaga un’altra caratteristica del segno, ovvero l’arbitrarietà: non necessariamente un significante dovrà associarsi al suo immediato significato.
Inoltre ogni enunciazione segnica produce linearità, ovvero consta di un’estensione nel tempo (oralità) o nello spazio (scrittura). Tutto ciò implica un’inevitabile distinzione tra una parola tratta dall’infinito ‘sottobosco’ dei segni in potenza e le effettive attuazioni in un discorso a sé stante: «Ségnala/ dalle un connotato/ spazio circondato d’altro spazio/ stràppalo come foglia/ all’immane foresta del non-segnato»[8]. Da qui l’assoluta necessità della scrittura, vista come azione prometeica di conquista del minimo barlume di conoscenza possibile, sebbene ciò comporti un discernimento solo relativo dell’infinita molteplicità del reale.

In quel muro in quel foglio
nell’area bianca che la tua mano cerca
il mignolo bagnato nell’inchiostro
sopra strisciato con fiducia
azzurro corso d’acqua rapinoso
vena arteria in cui scorre
a occhi chiusi il mondo.[9]

Ma, escluso da qualsiasi possibilità d’intuizione autentica, l’uomo è messo ancora di fronte ai propri limiti: «La pagina è pista/ di decollo d’arioso atterraggio/ il disagio compare/ quando l’intero bianco scompare/ a frotte ti entrano le pecore nere»[10].
In certi casi il tracciare un segno come per compiere un atto gnoseologico può rivelarsi un’arma a doppio taglio: slontana dalla volontà schopenaueriana di rappresentare l’ambiente che ci circonda. La scrittura resta tuttavia un’operazione rischiosa, da evitare in quanto delinea fallaci figurazioni, surrogati delle percezioni.

La penna non è stata posata sulla carta
la carta è ancora tutta bianca…
[…] e quando
chino sullo mia vita scrivo
l’atto di presenza
mi effondo mi circondo di parole
copro colmo comando
parole
l’assenza certifico
attesto la finzione.[11]

Come non ricordare la scandalosa sentenza pirandelliana messa in bocca a Mattia Pascal: «La vita o si vive o si scrive, io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola».
Pare che Cattafi attesti in Segni un superomismo sui generis, che intende travalicare la visione del mondo comunemente intesa: è questo un livello successivo, rispetto al profetismo di Chiromanzia, forse anche rispetto alla concezione tradizionale di atto linguistico, dunque al ‘modo’ stesso di intendere la creazione poetica.

Scritture sbandate
malandati inchiostri…
[…] occasioni mancate
d’assenza di silenzio…
In calce alla più bella
pagina
bianca vuota perfetta
mai vedrete la croce
la sapienza
la gloria immensa dell’analfabeta.[12]

Potremmo ancora dire, attenendoci alla scrupolosissima indagine di Vincenzo Leotta,

[…] che, da un oggetto visivamente catturato e descritto nella sua specularità iconica, attraverso una serie di immagini annodate per addizione o per contraddizione, per contiguità tematica o per folgoranti analogie, il poeta dilata il significante al limite della visionarietà pura, inventando e reinventando figure sempre più smaterializzate, le quali acquistano valenza e senso dal fitto tessuto di rispondenze metaforiche e simboliche che tramano.

I segni, quindi, sono caratterizzati da un’estrema indeterminatezza che affiora da un sostrato di scrupolosa determinatezza.

[…] Adesso la poesia si configura come testimonianza di amore, come forza di coesione, oserei dire, di fraternità cosmica tra il segnato e il non segnato, il finito e l’infinito, la materia e lo spirito, e anche la scrittura, dal frammento e dal singolo grafema, s’eleva, almeno come sforzo, come potenzialità, all’universale e alla totalità.[13]

Nonostante la marginale incisività metafisica di queste poesie, uno dei significati che potrebbe assumere il termine ‘segno’ è quello di “manifestazione divina” e – contestualmente – nel dialetto siciliano, nella fattispecie peloritano, di Cattafi è frequentissima l’accezione verbale signarisi, parasintetico che mima perfettamente l’azione del “segnarsi”, ovvero “farsi il segno della croce”. In queste poesie l’esistenza di un creatore (anche degli stessi segni) è talmente assodata da risultare quasi prossimo, vissuto in piena naturalezza. Il trascendente può essere simboleggiato da un elemento naturale:

L’acqua che passa per le tue mani
che ti saltella sul palmo
simile a un pesce snello
sia che scorra o ristagni
fa alla tua bisogna
confidati con lei
confessati scrivendo su di lei
la smemorata non trattiene i nomi.[14]

Oppure fissato senza alcuna perifrasi:

Scritto su basse pergole
funzioni per tutta la vita
ci mondi dalle colpe
Verbo cedevole e pronto
mai alta uva da volpe
velenoso acerbo.[15]

In ogni caso è questo un rapporto ormai calmierato, rasserenato, anche se la limitatezza umana non riesce ancora ad ottenere una piena comprensione dei segni (siano essi spirituali o materiali) che modellano il reale.

È lei
nunzia foglia farfalla
con l’ala appuntita
che stride e scrive sulla lastra
parole impalpabili
perdute sull’altro lato della vita.[16]

La fiducia riposta nella scrittura è sempre integra, sebbene le pause dal suo esercizio comportino anche un blocco del corso stesso degli eventi: siamo all’idealismo più sfrenato, dove Cattafi ripropone esplicitamente i dettami della scuola tedesca (Fichte, Schelling e Hegel), secondo i quali ogni cosa esiste solo se percepita dal soggetto, altrimenti fa parte del non-essere pur “esistendo” di per sé in altro luogo.

La fronte è bianca
è mattino
neanche l’ombra di piedi sulla soglia
le foglie sono ferme ai loro rami
le forme vuote traverse le transenne
devono ancora tingersi e andare
per il mondo le penne
non è desta la curva
torma degli scrivani.[17]

Le parole – sostanziazioni del pensiero astratto (ricordiamo l’altra dicotomia saussuriana tra langue e parole) – hanno la capacità di rivelarsi ossessivo portato di una razionalità ormai destabilizzata: il poeta tenta di decrittare una realtà che gli si ribella, quasi fosse animata da palpiti cospirativi che disgregano una consistenza intellettiva faticosamente acquisita.

Coloniali parole
gregarie filiformi
da te lasciate in un luogo
in un discorso
nidiata
ora straniera
ritornante rimorso
fosforo stridente
nel sonno della sera.[18]

Perduta la vis demiurgica, l’io si trova svuotato di ogni orizzonte gnomico, dunque esistenziale; gli stessi oggetti dissipano la propria “funzione connotativa” di simboli: è un quadro dal barocchismo assai accentuato, un horror vacui che travolge anche la percezione più elementare. Insomma un’estrema negazione del mondo, sia esso identificabile con le cose (la vita) o col vano tentativo di arrestare il loro inarrestabile trascorrere (la scrittura).

I segni e il senso
dei segni su soggetti scalpitanti…
O apatiche scritture
membra ammansite
materie inerti ammucchiate in fondo all’anno
scritte luminose di novembre.[19]


[1] Segni. Milano, Scheiwiller 1986. Ora in Poesie 1943-1979 (a cura di Vincenzo Leotta e Giovanni Raboni). Milano, Oscar Mondadori 2001.

[2] Vincenzo Leotta, Nota ai testi, in Poesie 1943-1979, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 338.

[3] Ferdinand de Saussure, Course de linguistique générale. Paris, Payot 1922; ora Corso di linguistica generale (introduzione, traduzione e commento di Tullio De Mauro). Roma-Bari, Laterza 2001, pp. 83-85.

[4] Da Lettere, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 228.

[5] Da Mosca, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 241.

[6] Da Grafite, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 223.

[7] Da Segni, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 217.

[8] Da Pagina bianca, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 243.

[9] Da Creazione, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 218.

[10] Da Disagio, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 222.

[11] Da Nero su bianco, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 238.

[12] Da Mai, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 220.

[13] Vincenzo Leotta, I segni e il senso, in L’inverno di Bartolo Cattafi e altri studi, cit., pp. 50-62.

[14] Da L’acqua, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 233. Si noti anche l’altra, evidentissima, metafora cristologica del pesce.

[15] Da Il Verbo, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 231.

[16] Da È lei, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 232.

[17] Da È mattino, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 236.

[18] Da Nidiata, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 240.

[19] Da I segni e il senso, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 246.

Solo 1500 n. 31 – Tutta questa memoria

Solo 1500 n. 31 – Tutta questa memoria

Mi domando quanto davvero ci interessi. Quanto ci tocchi il cuore il ricordo delle vittime dell’Olocausto. Quanto sia vero il nostro disgusto, stupore, orrore, quando (una volta l’anno, in questo periodo) ci passano davanti agli occhi immagini di Auschwitz, video con racconti di superstiti. Libri che tiriamo giù dai nostri scaffali. Tutto questo, mi domando, ci fa male davvero? La nostra partecipazione alla “giornata della memoria” è seria? O è facciata, parvenza, vano tentativo di mettersi a posto la coscienza? Forse non basta questo, forse dovremmo saperne ancora di più, andare e non una volta sola nei campi di sterminio, parlare con qualcuno che rinchiuso lì dentro ci sia stato per davvero, parlarci magari in maggio a giorni della memoria lontani per comprendere, per imparare. Se la storia siamo noi, quale pezzo siamo? Sapere, ogni tanto, che il nostro piccolo, minuscolo, pezzettino di racconto personale viene da quell’altra storia, che è poi la stessa. Pensare che chi  è stato sterminato e chi ha lottato per porre fine a quello sterminio, per salvare anche una sola persona, sia il nostro certificato di esistenza in vita. Veniamo da lì, da tutti gli stermini, quelli della seconda guerra mondiale e tutti quelli prima ancora. Ricordarlo, non farne memoria, ma esserlo, tenere ben presente quell’unico dolore, non soltanto il 27 gennaio, quando saremo presi da scioperi di treni, di mezzi; esserlo sempre, ogni istante. Pensarci sotto il sole di giugno, quando il sole caldo e una prima, visibile, striscia di mare lasci immaginare che nulla di terribile possa più accadere.

Gianni Montieri

Gianluca Sansone – alcune poesie

ORE 16:38, SOPRAVVISSUTI.

Mi lasci qui, nel vuoto
del vuoto che meglio rendono
le nebbie che s’aggrovigliano
ai lampioni
che le fiamme
le mani
appena chiuse nella stretta
corsa a riprendersi le tue;

e poi dicono che i poeti
ignorino i passanti
della domenica mattina
al duomo
con l’aria di partenze
e di arrivi negli occhi
e un caffè senza zucchero in galleria:

io scriverei anche in salita
se ce ne fosse bisogno
e su per i soffitti
ma nessun cuore mi domanda

così sto zitto,
fermo come gli orologi
a Piazza Fontana.

***

LA NUOVA STAGIONE

La nuova stagione porto’
fili d’erba e bisbigli d’oltralpe,
parole a cavallo di stelle
sull’uscio di case verdi
ad interno rosa smeraldo.

Fuori campo, fuori contesto,
La mia biglia curvava
sempre oltre la buca.

Bianca di smalto
e rossa di polvere andava.
Sfiorando il viso alle dune.

***

 

CONGETTURE E CONGIUNTURE

Al pastrengo spiaccicato
contro il vetro annerito
cui neppure il giro chiuso
del tergicristallo pone
rimedio ho dato il vago
senso di oblio, di assenza
di fine della continuazione:

ed e` come se tutte le foglie
dell’ albero e le erbe pensili
e le ciglia dagli occhi cadute
ecco tutte le forme di stato

si fossero chiuse in quel punto
esatto d’oliva e di sole,
in quella vita che fu,
in questo pianto che viene.

***

ACQUE DI FIUMI CHE SCORRONO

Serrano i ranghi sparsi
gli oscuri eserciti
di formiche che sfilano
per la casa, quasi all’alba,
che s’inseguono passando
in rassegna la tavola
imbandita. Dormono mentre
passeggiamo sulle loro teste
complicate,si svegliano
sempre mentre noi dormiamo.
Questa casa li conosce tutti
i suoi abitanti, i mille cuori
il cui battito noi due ignoriamo.

***

ASCESA AGLI INFERI DI UN POETA E DELLA SUA MUSA

( Antefatto)

Non dare peso alle parole
che peso non hanno, Irene,
luce alle ombre, catene agli anelli
che insieme non vanno.

Comprendo anch’io il viaggio
delle minuscole polveri
da un fondo all’altro
delle eterne clessidre

– o discariche,
dissi una volta-

ma non amo scioglierne
il canto o le briglie,
ne` seguirne nel tempo
le tracce- l’ingrato son io,
certo, per tanta disattenzione:

1

A Gaza per una striscia
Di terra contesa
Sapessi quanto dolore
Irene, quanto amaro patire

Figurati per questa
Striscia di cielo appena appena
In salita che mai si farebbe,
Senti gia` che rumore?

2

Lascero’ che controllino negli
Albi professionali la mia dote
Di poeta, la mia attitudine
Alla follia
E la mattina niente caffe` schiumato
O discussioni da platea di reparto
Niente interviste sul come cambia
L’abitudine a soffrire della gente

Lascero` pure che mi additino
Con disprezzo gli agenti di commercio
Delle bombe in transatlantico
Pur di rimettere piede in fallo
Mano nella piaga aperta pulsante
Pur di ricomporre il decoroso
Cadavere della poesia
Potergli gridare come fosse Lazzaro
-E` tempo, cammina-
prima che il tempo asciughi la sua brina
anche per me che lascio ancora un giorno
al silenzio a filo d’erba, che avanza,
il resto allo schianto
o di taglio in doppiafila.

3

Si prosegue.
Due per volta verso la fine
Due a due,
Verso brulle colline.

4

Chiaro che nessuno ci rispondera`
Se neppure domandiamo, Irene,
noi due poi che non beneficiamo
di alcun accordo col rettore di turno
ne` di tesserini magnetici
per attraversare le porte
E chiaro e` pure che non ci sia
alcun modo di evitare la fila

-o forse quel citofono, aspetta,
quello strano interfono:
-Lei che cosa vuole signore?, dica?,
ma per favore…

5

Volevo un segno che agli onesti
Ogni cosa e` accordata, anche piu` avanti,
E magari sapere a quale punto preciso del lampo
E` previsto
Che effettivamente tutto s’aggiusti (poi)…

-Lei che cosa?…ritorni in fila, per favore-

6

Un’altra cosa volevo dirLe
Che non ho pazienza certa
Ne` amore per le faccende
Seriose o ripetitive
Per le attese che si prolungano
A dismisura

Forse sono in anticipo qui-
Che dice?-
Non lo crede lei pure?

7

(struscio un cerino
Nel buio, respiro quel poco
Che viene alle grate
E mi pare buono,
ancora buono cosi`primitivo)

8

Mi dicevano da ragazzo
Che questo di qua
Non sarebbe stato del tutto
Dissimile dall’altro lato
Del mondo,
solo che qui ogni cosa
avrebbe avuto il suo senso
e ogni parola disvolto il suo nodo

9

Nuova sosta
In prossimità di un declivo,
Nuova conta.
Infinito numero
Certo
Il mio numero
Invece sembra finito.

10

Naturale che io mi fermi
Qui Irene, che di colpo
Mi scadano i documenti
E mi si parino innanzi
le porte serrate e inviolabili,
al confine col purgatorio.
Io son qui, giunto
al varco dell’infero
al culmine del mio tragitto
al contrario
-e va bene che ho scritto
qualcosa di buono
ma non e` che fosse semenza,
chi vuoi che ricordi
cosa vuoi che ne sia?-

******************************

Gianluca Sansone, classe 1976, vive in provincia di Napoli.
Sue poesie sono uscite in antologia, su ‘Lo specchio’ della stampa, su diversi
siti letterari.

Tre poesie di Miguel Ángel Cuevas da “Scrivere l’incàvo”

a Vincenzo Consolo (1933-2012)

Tre poesie di Miguel Ángel Cuevas

ESCRIBIR EL HUECO
SCRIVERE L’INCÀVO
.
.
Studio per Jorge Oteiza

(Il Girasole Edizioni, 2011)
.
.
.
.

LITANIA:
sudario.
Trafigge ciò che nomina.
Rivela
l’esatta dimensione:
nessuno, niente.
.
.
.

LETANÍA:
mortaja.
Traspasa lo que nombra.
Revela
la dimensión exacta:
nadie, nada.
.
.
.

NON SO
disegnare un cavallo.
.
Ti richiamo
dentro la piega dei
tuoi occhi.
.
Dalla forma della pietra,
la materia della cavità, la
terra l’aria.
.
Ti convoco: dimmi
lo scongiuro:
come si dipinge un cavallo.
.
.
.

NO SÉ
dibujar un caballo.
.
Te emplazo
dentro del piegue de
tus ojos.
.
Desde la forma de la piedra,
la materia de la oquedad, la
tierra el aire.
.
Te convoco: dime
el conjoro:
cómo se pinta un caballo.
.

.

.
SCRIVO:
…….sangue.
.
Non voglio parlare di sangue,
………………………………………su sangue.
.
Voglio dire:
……………….Sangue.
.
Non posso
…………….scrivere
lo spazio,
……………la densità,
………………………….l’incàvo.
.
.
.

ESCRIBO:
……………Sangre.
.
No quiero hablar de sangre,
…………………………………….sobre sangre.
.
Quiero decir:
………………..Sangre.
.
No puedo
……………escribir
el espacio,
…………….la densidad,
……………………………..el hueco.
.
.
.
.
Miguel Ángel Cuevas (Alicante, 1958) insegna Letteratura Italiana all’Università di Siviglia. Ha curato traduzioni spagnole di Pirandello, Lampedusa, Pasolini, Consolo, Scandurra, Maria Attanasio; e, per i tipi del Girasole Edizioni, versioni italiane de Il fulgore e Tre lezioni di tenebre di José Ángel Valente. Ha pubblicato le raccolte poetiche Calebración, Manto, Silbo, incendio y término; in Italia, in autotraduzione, l’antologia 47 Frammenti (Altavoz, Caltagirone, 2005).

Collabora abitualmente nella realizzazione di libri d’arte con Massimo Casagrande (Cittadella, Padova, 1970), le cui opere indagano spesso nella sovrapposizione tra linguaggio figurativo e scrittura.

Dal 2010 ambedue promuovono in Italia il progetto espositivo itinerante In(Càvo), omaggio a Jorge Oteiza.

Fuori di testo (n. 2)

La neve che accadrà

Vorrei restarti seduto vicino
scolpire immobili figure indifferenti che
poi al tuo passaggio ti facciano l’inchino,
senza mai chiedersi né come né perché.

Vorrei che tu mi trasformassi in uomo,
perché mi son stancato d’esser come me,
e che l’inverno ti portasse in dono
qualcosa che la luna impallidisce.

La neve toccherà
le tue dolenti note
e ti carezzerà
le tue armoniose gote.

E con la neve accenderò il camino
e lo staremo ad osservare immobile,
e nel salotto costruirò un mulino
che poi d’estate farà fresco anche a te.

In primavera suonerò il pianino,
lo suonerò malaccio ma lo suonerò così,
e anche se son distratto e magrolino
sarai contenta di trovarmi fra i tuoi attimi.

La neve porterà
a te che sei il mio amore
lo stesso bianco che
non tocca le persone,
ma a te ti toccherà
e ti farà capire
perché quello che cade
può sempre risalire.

 

Giovanni Block
(tratta da “Un posto ideale”, 2011)