Mese: dicembre 2011

Uwe Timm, l’amico e lo straniero

Ogni anno scelgo un libro per accompagnare il consueto passaggio del testimone. Quest’anno la scelta è caduta su Der Freund und der Fremde, romanzo che Uwe Timm (autore del quale mi è capitato  già di scrivere) ha pubblicato nel 2005 e che nel 2007 è stato pubblicato in Italia, nella traduzione di Margherita Carbonaro, con il titolo L’amico e lo straniero. Il termine tedesco “der Fremde” racchiude tuttavia due aggettivi sostantivati: “lo straniero”, appunto, e “l’ estraneo”. La molla della memoria nel romanzo, scritto quasi quaranta anni dopo quella tragica giornata del 2 giugno 1967 a Berlino, che vide la morte di Benno Ohnesorg per mano dell’investigatore della polizia in borghese Kurras in un cortile a Berlino, nel corso della manifestazione contro la visita dello scià di Persia in Germania, è l’immagine dell’acqua, nel fiume “che scorre verde e quieto” sotto lo sguardo di Benno, amico straniero/estraneo di Uwe Timm.
Acquista così un significato potente l’esergo, la citazione dalla seconda parte di The Dry Salvages, il terzo dei Quattro Quartetti che Thomas Stearns Eliot pubblicò sessanta anni fa, nel 1941. (a.m.c.)

Di seguito chi vuole può leggere l’incipit del romanzo, nella traduzione italiana e, di seguito, nella versione originale.

There is no end, but addition: the trailing
Consequence of further days and hours,
While emotion takes to itself the emotionless
Years of living among the breakage
Of what was believed in as the most reliable—
And therefore the fittest for renunciation

(T.S. Eliot, Four Quartets)

Quel primo sguardo. Al di sotto il fiume che scorre verde e quieto, il ponte di pietra e lui seduto sul parapetto, le gambe accavallate, così guarda verso la riva opposta, punteggiata da qualche salice e cespuglio, mentre al di là si stendono i prati e i campi. Una mattina di giugno, molto presto, nell’aria ancora la frescura della notte, il cielo è limpido e riporterà il caldo secco del giorno precedente.
Così, raccolto in se stesso, lo vidi mentre seguivo il sentiero che dal parco del collegio lo portava al fiume Oker ed esitai un istante chiedendomi se non dovessi tornare sui miei passi, ma poi pensai che forse mi aveva già visto e poteva immaginare che volessi evitarlo. La sera prima avevo cercato di convincerlo a venire con noi a Hannover. Si diceva che al sabato ci fossero feste nelle ville, cose folli e sfrenate, ed era stata pronunciata addirittura la parola orgia. Nonostante i racconti fantastici, e benché andasse spesso a Hannover, lui non era venuto.
Un po’ sorpreso e addirittura spaurito alzò lo sguardo quando mi avvicinai a lui. Gli raccontai di quella notte e dei bagordi durati fino al mattino e del viaggio in macchina, io ero appena tornato. Gli dissi che si era perso qualcosa, pensavo dovesse provare anche lui la mia stessa fame di esperienza. Avremmo vissuto e studiato insieme poche settimane ancora.
L’avevo notato la prima volta che ci eravamo ritrovati in classe, mentre cercavamo i nostri posti ai banchi. Adulti chiassosi che dopo anni erano diventati studenti. Sedici ragazzi e due ragazze. Credo fosse il più giovane, aveva vent’anni ma ne dimostrava ancora meno. Durante i primi giorni rimase un po’ in disparte dai gruppi che si andavano formando, ma senza ostentare nulla. Nella sua introversione non si leggeva alcun disagio o timidezza, piuttosto una naturale indipendenza. Questo suscitò la mia curiosità e cercai di avvicinarmi a lui. Nelle settimane successive parlammo qualche volta delle nostre rispettive città, Hannover e Amburgo, di Braunschweig dove vivevamo in quel momento e dei nostri rispettivi mestieri. Lui era stato apprendista decoratore, io invece pellicciaio, ma ben presto ci mettemmo a discutere soprattutto dei libri che stavamo leggendo, lui mi aveva parlato di Molloy di Beckett e me ne aveva letto alcuni brani di cui apprezzava molto i giochi di parole.
La nostra amicizia cominciò conversando di letteratura. Ma fino a quel mattino di giugno non avevamo parlato ancora dei nostri dei nostri desideri e progetti. Ed è un ricordo molto nitido: io in piedi accanto a lui, lo sguardo fisso sull’Oker, il silenzio che si dilatava lasciando sempre più spazio alla sensazione di averlo disturbato, e allora gli chiesi, tanto per parlare, che cosa stesse facendo.
Dopo aver esistato un solo istante, lui mi mostrò un piccolo taccuino, Scrivo.
E cosa?
Per me.

Anch’io scrivevo per me,
Così iniziammo a mostrarci quello che scrivevamo e lui divenne il mio primo lettore.

(da: Uwe Timm, L’amico e lo straniero. Traduzione di Margherita Carbonaro. Mondadori, Milano 2007, 9-11)

Dieser erste Blick. Unten der Fluß, der ruhig und grün dahinfließt, die Steinbrücke, auf deren Mauer er sitzt, ein Bein über das andere geschlagen, so schaut er zum anderen Ufer, ein paar Büsche und Weiden stehen dort, dahinter öffnen sich die Wiesen und Felder. Ein Tag im Juni, frühmorgens, noch mit der Frische der Nacht, der Himmel ist wolkenlos und wird wieder die trockene Hitze des gestrigen Tages bringen.
So, versunken in sich, sah ich ihn sitzen, als ich den Weg durch den Park des Kollegs hinunter zur Oker ging und zögerte, ob ich nicht umkehren sollte, dachte dann aber, er könnte mich schon bemerkt haben und vermuten, ich wolle ihm aus dem Weg gehen. Am Abend zuvor hatte ich auf ihn eingeredet, mit uns nach Hannover zu fahren. Dort, so hieß es, gebe es samstags Partys, in Villen, exzessiv werde da gefeiert, sogar das Wort Orgie war gefallen. Er war, trotz der phantastischen Erzählungen und obwohl er sonst oft nach Hannover fuhr, nicht mitgekommen.
Ein wenig überrascht, ja erschrocken blickte er hoch, als ich zu ihm trat. Ich erzählte ihm von dieser Nacht und dem Gelage bis in den Morgen und der Fahrt im Auto, das mich eben zurückgebracht hatte. Ich sagte ihm, er habe etwas versäumt, denn ich glaubte, mein Erlebnishunger müsse auch der seine sein. Noch lebten und lernten wir erst wenige Wochen zusammen in dem Kolleg.
Aufgefallen war er mir, als wir zum ersten Mal im Klassenraum zusammenkamen und unsere Plätze an den Tischen suchten. Lärmende Erwachsene, die nach Jahren der Berufstätigkeit wieder Schüler geworden waren. Sechzehn junge Männer und zwei Frauen. Er war, glaube ich, der Jüngste, zwanzig Jahre alt, sah aber noch jünger aus. Er hielt sich in den ersten Tagen ein wenig, doch jeden demonstrativen Gestus vermeidend, von den sich bildenden Gruppen fern. Aus diesem Insichgekehrten sprach nichts Verdrucktes, Zaghaftes, sondern etwas selbstverständlich Unabhängiges. Das weckte meine Neugier, und so suchte ich seine Nähe. In den folgenden Wochen hatten wir ein paarmal miteinander geredet, über die Städte, aus denen wir kamen, Hannover und Hamburg, über die Stadt Braunschweig, in der wir jetzt lebten, über unsere früheren Berufe, er hatte Dekorateur gelernt und ich Kürschner, vor allem aber hatten wir sehr bald über Bücher, die wir gerade lasen, gesprochen, er über den Molloy von Beckett, und er hatte mir einige Stellen vorgelesen, deren Wortwitz ihm besonders gefiel.

Unsere Freundschaft begann als Gespräch über Literatur. Aber bis zu diesem Morgen im Juni hatten wir noch nicht über unsere Wünsche, über unsere Pläne gesprochen. Und das ist eine der bildgenauen Erinnerungen: Neben ihm stehend und über die Oker blickend, dehnte sich das Schweigen und gab dem Gefühl, ihn gestört zu haben, immer mehr Raum, und so fragte ich ihn, um überhaupt etwas zu sagen, was er denn da mache.
Nach einem kurzen Zögern zeigte er mir das kleine Notizbuch. Ich schreibe.
Und was?
Für mich.

Auch ich schrieb für mich.
So begann es, daß wir einander unser Geschriebenes zeigten und er mein erster Leser wurde.

(aus: Uwe Timm, Der Freund und der Fremde, Kiepenheueer & Witsch, Köln 2005)

Rovi – Ted Hughes

 

 

L’aria intera, il giorno intero
vortica dei richiami delle taccole. La stirpe neonata
delle taccole è iniziata
alla taccolità – quella complicata
corte di convenzioni

e precedenze, di sciovinismo e leggi.
Corte che è quasi una prigione – con sbarre
di gridi e di segnali. Carcerieri
sono tutte le altre taccole. Aprendomi una via
tra i grovigli dei rovi

ho pensato di nuovo: mi sentono?
I rovi sono un tale successo, le loro difese
così elaborate,
la loro estensione così intenzionale, sono svegli?
Certo un nimbo di dolore e di piacere

siede sulla loro nuda corona,
la loro offerta sessuale. Certo non sono solo insensibili,
un vano andare a tentoni. E poi perché no?
Non è lo stesso per le cellule del mio sangue?
Le mie cellule cerebrali forse temono o sentono

il bisturi o l’incidente?
Anch’esse incoronano una pianta
di straordinaria insensibilità. E le taccole
si danno segretamente da fare per essere taccole
come se fossero semi nella terra.

L’intera claque è un’ottenebrata religione
intorno alla sintassi e al vocabolario divini
di una muta cellula, che non sa chi siamo
e neppure che siamo qui,
inimminenti come un qualsiasi fiore di rovo.

Paola Casulli – Di là dagli alberi e per stagioni ombrose

La poesia di Paola Casulli trafigge la pagina, l’occhio, l’orecchio, il respiro, sa farlo con grazia, con agilità, ponendo molta cura nel passaggio tra luce e buio, tra terra e acqua, tra una stagione dell’anno e la successiva.
La parola si fa sinfonia, e proprio alla maniera di Vivaldi interpreta nei quattro movimenti del libro il carattere stagionale, mettendo in versi un reale viaggio sensoriale e riflessivo, che avviene dentro e fuori dal corpo. Il verbo germoglia sulla variazione del tempo – tra il profumo di mele e la stanchezza della quercia-, assorbendone la temperatura, il suono, il volo d’uccelli variegati, la meraviglia di piante appartenenti a molte specie. Così, se gli strumenti sembrano ripetersi per tutta l’opera, la varietà di nomi, gesti, riflessi di luce, rinnova il canto ad ogni pagina, fino a renderlo sorpresa e mai scontato: nello scambio di orizzonti, nell’odore delle cose, nel gesto puntuale del contadino. (Rossella Renzi) (altro…)

LETTERATURA NECESSARIA – ESISTENZE E RESISTENZE – AZIONE N° 7

LETTERATURA NECESSARIA – ESISTENZE E RESISTENZE

AZIONE N° 7

GIOVEDÌ 29 DICEMBRE ore 21.00

CAPUA (CE)

Palazzo Lanza
Corso Gran Priorato di Malta 25

reading con

MARCO PALASCIANO
VIOLA AMARELLI
LUCIA PINTO
DANIELE VENTRE
JACOPO NINNI
ENZO CAMPI

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Marco Palasciano

Pensatore eclettico e artista multidisciplinare, presidente dell’Accademia Palasciania, P., nato a Capua nel 1968, opera principalmente nei campi dell’alta letteratura, dell’attivismo etico e dell’oratoria didattica (v.p.e. le 12 lezioni di De natura mundi, 2011). Non si sbatte molto per pubblicare, preferendo dedicarsi a progetti a lunghissimo termine, indifferenti ai ritmi dell’editoria moderna. Su commissione e no, senza contare i non inscenati, ha scritto e talvolta diretto e interpretato 6 lavori teatrali (tra cui Un Amleto di ritagli e di pezze, 1998) e composto musiche di scena per altri 7. Si è laureato in regia presso la Libera Università del Cinema di Roma. È stato tra i vincitori del Premio “Laura Nobile” 1995 con L’insectarium dei burattini e per 3 volte tra i finalisti del Premio “Calvino”, la terza con Prove tecniche di romanzo storico (Lavieri, 2006). Suoi testi minori si trovano in Mundus (Valtrend, 2008), Napoli per le strade (Azimut, 2009) e altrove. Nell’ultimo decennio ha tenuto 18 concerti pianistici e 61 spettacoli di lectura Dantis.

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Viola Amarelli

Campana, ha pubblicato la raccolta Fuorigioco (2007), il poemetto Notizie dalla Pizia (2009) e Le nudecrude cose e altre faccende (2011) oltre ad alcuni e-book.. Suoi testi sono presenti in varie antologie, su riviste e in rete tra l’altro su “Nazione Indiana” e “La dimora del tempo sospeso”. È redattrice di “Vico Acitillo”, e cura il lit-blog “Viomarelli”.

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Lucia Pinto

Grafico, con esperienza teatrale e di pittura. Collabora con la casa editrice LietoColle con la quale ha pubblicato Amare, null’altro. Sta lavorando a L’intradotto fracasso del legame e a Penelopea sulla tela di Odisseo.
È rintracciabile in rete su
http://luciapintomf.blogspot.com/

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Daniele Ventre

Dottore di ricerca in filologia classica e insegnante di materie letterarie, latino e greco nei licei classici, V., nato nel 1974 a Napoli e ivi laureatosi all’Università degli Studi “Federico II”, ha pubblicato nel 2010 presso la casa editrice catanese Mesogea una traduzione in esametri italiani dell’Iliade di Omero, per la quale ha ricevuto ex æquo il Premio “Achille Marazza” 2011. Come poeta ha tra l’altro partecipato al Premio “Giancarlo Mazzacurati e Vittorio Russo” 2010, indetto dalle Edizioni d’If, riuscendo a vedere pubblicati alcuni suoi sonetti nell’antologia relativa. Tra i reading cui ha preso parte cita con particolare affetto S’i’ fossi poeta cangerei ’l mondo, organizzato dall’Accademia Palasciania in occasione dell’evento 100 Thousands Poets for Change, celebratosi il 24 settembre 2011 in tutto il mondo. Dall’agosto 2011 fa parte della redazione del blog letterario Nazione Indiana. Sta attualmente lavorando alla rifinitura delle traduzioni dell’Odissea e della Teogonia, di prossima pubblicazione presso Mesogea.

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Jacopo Ninni

È nato a Milano, vive a Vicchio (FI), dove scrive per il settimanale locale, suona e collabora con la biblioteca.
Ha pubblicato diversi racconti in antologie (Perrone editore) e in riviste come Toilet e Prospektiva.
Alcune sue poesie sono state selezionate per alcune antologie e segnalate o premiate in alcuni concorsi.
Collabora con l’attrice Agnese Leo ed è redattore del blog collettivo Poetarum Silva.
Diecidita (Smasher, Messina, 2011) è la sua opera prima.

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Enzo Campi

È nato a Caserta. Vive e lavora a Reggio Emilia.
Autore e regista teatrale. Critico, poeta, scrittore. È presente in alcune antologie poetiche edite, tra gli altri, da LietoColle, Bce Samiszdat, Liminamentis. È autore del saggio filosofico Chaos – Pesare-Pensare, scaricabile sul sito della compagnia teatrale Lenz Rifrazioni di Parma.
Ha pubblicato per Liberodiscrivere edizioni (GE) i saggi Donne – (don)o e (ne)mesi (2007) e Gesti d’aria e incombenze di luce (2008); per BCE-Samiszdat (PR) il volume di poesie L’inestinguibile lucore dell’ombra (2009); per Smasher edizioni (ME) il poemetto Ipotesi Corpo (2010) e la raccolta Dei malnati fiori (2011). È redattore dei blog La dimora del tempo sospeso e Poetarum Silva. Ha curato prefazioni e note critiche in diversi volumi di poesia Dal 2011 dirige, per Smasher edizioni, la collana di letteratura contemporanea Ulteriora Mirari e cura l’omonimo Premio Letterario. È ideatore e curatore del progetto di aggregazione letteraria “Letteratura Necessaria – Esistenze e Resistenze”.

LETTERATURA NECESSARIA – ESISTENZE E RESISTENZE

Lo scopo del progetto è essenzialmente quello di far CIRCOLARE i libri e le cosiddette “risorse umane” creando dei momenti di aggregazione, scambio e confronto che possano abbattere qualsiasi tipo di divisione ideologica, editoriale, di mercato, ecc., mettendo in comunicazione tra loro diverse e svariate realtà che operano nel settore o che sono impegnate in tal senso. Quello che conta qui è una vera e propria “messa al lavoro” della letteratura. Semplificando e riducendo, si potrebbe dire che se le “esistenze” sono riconducibili ai libri, in quanto oggetti fisici, le “resistenze” rappresentano le “azioni” di quei “soggetti” fisici che producono i libri. Aggiungendo una sola caratterizzazione: il fatto di ostinarsi, per esempio, a produrre e a “spacciare” poesia, oggi come oggi, deve essere considerato come un vero e proprio “atto politico”. In tal senso ogni azione di questo tipo viene a rivestirsi di un plusvalore sociale. “Letteratura necessaria” è un progetto che vuole rendersi pratico, concreto e tangibile. Qui si tratta di far sì che la necessità di mettersi in gioco in prima persona diventi l’aspetto preponderante della diffusione della letteratura come atto corporeo, politico e aggregativo. L’idea di fondo è quella di ovviare alla sempre più imperante DISPERSIONE che caratterizza, in negativo, l’attuale panorama letterario nazionale e di creare una sorta di rete che permetta la costituzione e la ripetizione di eventi collegati tra loro ove far interagire realtà letterarie e realtà editoriali, in un regime non competitivo, ma collaborativo. “Letteratura necessaria”, beninteso, non vuole essere un movimento tematico, ma pluritematico, volto a certificare la propria “esistenza” e a diffondere una sorta di “resistenza”. Resistenza a chi e a cosa? A tutto ciò che è privazione, restrizione, negazione, omologazione, ghettizzazione, a tutto ciò che lede i propri diritti, che ripropone gli stessi, triti e ritriti canoni letterari. In poche parole il progetto, almeno in fase concettuale, nasce “in costruzione” e crescerà sempre “in costruzione”, assorbendo e consolidando, di volta in volta, necessità, urgenze, tematiche e facendosi portavoce di messaggi che possano rientrare nei concetti di necessarietà, esistenza e resistenza. (Enzo Campi – Reggio Emilia – Settembre 2011)

Franzobel, Ode a Milano

Franzobel

Franzobel, Ode a Milano

Franzobel (Franz Stefan Griebl) vive a Vienna, ma ha scritto molto sull’Italia. Nel 2012 pubblicherà, per i tipi della casa editrice Zsolnay, un libro con una storia che si svolge in gran parte a Roma. A una città italiana è dedicata la poesia che propongo come introduzione alla lettura di Franzobel, Ode auf Mailand, nell’originale e nella mia traduzione in italiano.

Ode auf Mailand

Mailand, meine Lieben, hat etwas Kurioses.
Schon daß es einzig ist, unwiederholbar,
macht so schnell ihm keiner nach.
Mailand, meine Lieben, hat etwas Furioses,
leicht perverses, weil es so x-beliebig kommt.
So krummbeinig. So rundherum daher.
Es schmeckt nach Marzipan und Knoblauchbrot,
nach lauen Lüftchen, Huschhuschhusch,
nach Jetzt-will-ich-nicht-alleine-sein.
Kalt ist es wie Leberkäse, ausgeraucht,
und warm wie Spucke da im Mund.
Es grinst, wenn es die Gänsehäute
die Rücken runterlaufen sieht, und weint,
wenn man ihm ungerührt entgegentritt.
Mailand, es bringt nichts, nimmt nichts mit,
ist einfach da, macht sichs bequem.
Mailand, meine Lieben, ist etwas Kurioses.
Schon daß es einzig ist, unwiederholbar,
macht so schnell ihm keiner nach.

Ode a Milano

Milano, miei cari, ha qualcosa di curioso
Già il fatto che sia unica, irripetibile,
non è che si possa imitare così facilmente.
Milano, miei cari, ha qualcosa di furioso,
leggermente perverso, perché ritorna così a piacimento.
Con le gambe così storte. Quindi così tutt’intorno.
Sa di marzapane e pane all’aglio,
di ariette tiepide, sussussussussu,
di adesso-non-voglio-star-da-solo.
È fredda come Leberkäse, arrosto senza più fumo,
e calda come saliva nella bocca.
Sogghigna quando vede le pelli d’oca
scorrere lungo le schiene, e piange,
quando le si va incontro impassibili.
Milano, non porta a niente, niente si porta via,
c’è, semplicemente, e si mette comoda.
Milano, miei cari, ha qualcosa di curioso.
Già il fatto che sia unica, irripetibile,
non è che si possa imitare così facilmente.

(traduzione di Anna Maria Curci)

Franzobel legge qui Ode auf Mailand

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Il mio grazie va a Franzobel e all’amico e compagno di studi universitari Antonio Ventresca, per la lettura critica della traduzione e per la preziosa consulenza.

Reading di poesia a Chiaramonte GUlfi – “Orgoglio di Frontiera” – 28/12/2011

Il Comune di Chiaramonte Gulfi in collaborazione con la casa editrice Thauma Edizioni sono lieti di invitarvi al reading “Orgoglio di Frontiera” il quale avrà luogo nei locali della splendida Sala L.Sciascia a Chiaramonte Gulfi, il 28/12/2011. L’evento curato da Paolo Gulfi e Sebastiano Adernò prevede la lettura di poesie, scritti di filosofia e narrativa accompagnati dal pianista compositore Giovanni Guglielmino. Interveranno Sergio Russo, scrittore e Gaetano Giuseppe Magro, docente all’Università di Catania.

INIZIO ORE 20:00

 

APERTURA DI PAOLO GULFI

 

SEGUE INTERVENTO DI DIEGO CONTICELLO ( dato il suo lavoro su Lucio Piccolo e la sua produzione molto legata alla Sicilia in Barocco Amorale)

 

INTERVENTO DI GAETANO GIUSEPPE MAGRO – ( legge da Le lumache mediocri, Lietocolle, 2011 e parla delle difficoltà di essere qualcosa, qualcuno)

 

SEGUE INTERVENTO DI GIUSEPPE CARRACCHIA – ( legge da La virtù del chiodo, poemetto sull’antinichilismo)

 

SEGUE LEONARDO CAFFO ( azione e natura, come risveglio di consapevolezza di essere per cui agire )

 

SEGUE LUCIANO MAZZIOTTA (Oggetti e prognostici: legge poesie da Previsioni e Lapsus)

 

INTERVENTO DI LUCIA GRASSICCIA ( sull’arteterapia e la scrittura come sollievo nelle patologie psichiatriche)

 

INTERVENTO DI SERGIO RUSSO ( poesia ed emigrazione)

 

INTERVENTO DI PAOLO GULFI ( parla di Thauma Edizioni e legge alcune poesie tratte da Londra In Technicolor)

 

INTERVENTO DI SEBASTIANO ADERNO’ (chiudo leggendo due brevi poesie scritte a 4 mani con Letizia Dimartino che verranno pubblicate in primavera con Ladolfi)

 

SALUTI, RINGRAZIAMENTI

 

Fine: ore 22:30/23:00

 

Rinfresco offerto dal Bar Sicilia (ore 22:30/23:00)

 

Concerto piano solo: Giovanni Guglielmino (23:00-00:00)

Nuovi inediti di Greta Rosso

scena 2.

RITIENE IMPOSSIBILE DIRE LA CURVA COSÌ COME È TRACCIATA,
 lievemente, dai capelli umidi vicino alla orecchie
 o la poesia che non risiede, se non sussurrata, in un
 paio di slip di cotone, ripiegati, sul bordo di una vasca
 da bagno, rivestita di piastrelle azzurre e spente;
 nessuna finestra.

scena 1.

LE CICATRICI BRUNE SULLA MANO SINISTRA
 lei spreme un fondo di limone nella sua tazza.
 i movimenti misurati, calmi, appena teneri
 “ti è passato il mal di stomaco?”

la trama nei movimenti, nelle cicatrici, nella tazza.
 espungerla, impossibile. 

lia.2

il porto sicuro nel quale non sono mai approdata
il gesto squallido con cui lui avvia la testa di lei verso la zona pubica
l’intangibilità dei sogni in cui lei si offre a un uomo diverso e uguale
le lattine arrugginite che lui pone a perimetro del suo cuore.
lia e tutti i suoi nomi interrotti di prima che le dicessero non andartene. 

lia.6

a volte temo di essere solo
l’immagine al negativo
degli amori che sono stata

(altri livelli) 

la sera si ritrovano su un piccolo divano, lui
tace. l’impianto della scena si fonda sul buio.
le imposte non filtrerebbero luce nemmeno se aperte.

Altre poesie di Greta Rosso sono già state pubblicate su Poetarum Silva a cura di Gianni Montieri.

Un Natale di Antonia Monanni (racconto inedito di Luigi Bernardi)

«Dottoressa Monanni, può venire nel mio ufficio?».
«Arrivo subito, capo».
Antonia Monanni aveva abbassato svelta la cornetta, prima che il Procuratore capo potesse ribadirle poco civilmente che non voleva essere chiamato capo.
Era uscita dalla sua stanza, aveva percorso il tortuoso corridoio della procura, evitando le scorciatoie che l’avrebbero di sicuro condotta a perdersi nei meandri del palazzo di Giustizia. Quando aveva bussato all’ufficio del Procuratore capo, era ormai disposta a scommettere lo stipendio di un mese sul motivo della chiamata.
Avrebbe vinto. Di lì a dieci giorni sarebbe stato Natale e, come sempre, si poneva il problema di chi avrebbe dovuto coprire il turno fra i sostituti procuratori. Le ultime quattro volte Antonia Monanni si era offerta volontaria. Non aveva una famiglia e da troppo tempo quello di Natale gli sembrava il giorno più insulso dell’anno. Meglio lavorare che restarsene inebetiti a ragionare sul senso della vita e sull’imbecillità degli uomini. Lo stesso valeva ovviamente per Capodanno. Natale e Capodanno, i due giorni più tragicamente idioti che l’uomo si fosse mai inventato.
«Si accomodi, dottoressa Monanni».
Antonia Monanni si era seduta.
«Mi scusi se vengo subito al dunque, ma ho un mucchio di arretrati da sbrigare», aveva borbottato il Procuratore capo con un tono vago di accusa, quasi che fosse stata la Monanni a volerlo incontrare e non viceversa. «Ho notato che quest’anno non si è offerta volontaria per il turno di Natale».
«Ha notato bene, capo».
«Non mi chiami capo, non lo sopporto. Quante volte glielo devo ripetere», aveva risposto il Procuratore capo innervosendo il tono della voce. Ad Antonia Monanni pareva che gli si fossero anche drizzati i capelli, per un attimo si era perduta nel pensiero dell’utilità di comandarne a piacere il movimento. Si era annotata mentalmente di sviluppare il ragionamento, due minuti dopo lo aveva già dimenticato.
«Va bene, ma non si arrabbi», aveva risposto mordendosi la lingua per non aggiungere “capo”.
«Allora?» aveva insistito il Procuratore capo, pedante.
«Allora cosa? Ah, sì, il turno. No, non mi sono offerta volontaria. Cambia qualcosa?».
«No, non cambia nulla, tanto di turno ci sarà lo stesso. In compenso la lascerò libera per Capodanno. È contenta?».
«Mettiamoci d’accordo, capo. E non s’incazzi se la chiamo capo perché è questo che è, c’è scritto pure sulla targhetta fuori dalla porta. Se faccio il turno di Natale voglio anche quello di Capodanno. Tutti e due o nessuno».
Il Procuratore capo, pur senza nascondere un’aria accigliata, non aveva ribattuto, ma si era limitato a segnare in rosso il doppio turno di Antonia Monanni sul planning tutto scarabocchiato che teneva sotto gli occhi per poi congedare rapidamente la sostituta con un gesto eloquente della mano. “Stronzo”, aveva bofonchiato la Monanni uscendo dall’ufficio.
Il turno di Natale sarebbe una pacchia se i poliziotti e i carabinieri non fossero più incazzati del solito. Antonia Monanni li capisce. Quasi tutti hanno una famiglia con la quale festeggiare, una fidanzata, qualcuno che permetta loro di sopravvivere incolumi alle festività. Non come lei che ha giusto un gatto che fatica a distinguere il giorno dalla notte, visto che non fa altro che dormire e reclamare i suoi croccantini preferiti. Natale la fa diventare più perfida del dovuto. Loro incazzati, lei perfida, una malaugurata convergenza che ogni volta che si verifica genera aneddoti sui quali il palazzo di Giustizia vive di rendita per un buon paio di settimane. La condizione necessaria è che qualcuno si metta in testa di compiere un crimine il giorno di Natale, proprio in quella città, sotto la giurisdizione di Antonia Monanni. Le probabilità sono scarse, ma credere alle statistiche è come condannarsi alla ritorsione.
Si è svegliata presto, come al solito. Ha riordinato malamente casa. Per l’ennesima volta si è ripromessa di chiamare un’agenzia specializzata perché non è più rimandabile una pulizia in grande stile, soprattutto ai vetri e in cucina. Non lo farà dato che puntualmente dimentica ogni decisione alla quale non può dare seguito immediato.
Finito di sistemare, sente il bisogno di un bel bagno, si fa il terzo caffè che beve a piccoli sorsi mentre si è già adagiata nella vasca, dove non manca di fumarsi anche un paio di sigarette. Si lava, si asciuga, si pettina, indossa dell’intimo raccolto a caso dal cassetto, un paio di pantaloni pesanti e un maglione. Si sdraia sul divano e si mette a leggere un libro. Si augura che, se proprio deve accadere qualcosa, almeno avvenga prima dell’ora di pranzo, così non dovrà neppure pensare al cibo, accontentandosi di mangiare qualcosa dove capita. Il libro ha una storia avvincente ed è ben scritto, se va avanti con quel ritmo di lettura lo finirà prima di mezzogiorno.
Finalmente qualcuno ha avvertito la necessità di pubblicare un’edizione decente dei romanzi di Rex Stout con Nero Wolfe, i suoi gialli preferiti anche nelle traduzioni malconce in cui era stata costretta a leggerli in passato. Le mancano trenta pagine per finire il primo della serie, quando il telefonino si mette a pigolare con quella sua suoneria fastidiosa che ogni volta si ripromette di cambiare. Risponde. Sono i carabinieri. La informano che in caserma si è presentato un tipo. Sostiene di avere ammazzato una donna, il cadavere, come se volesse tenerlo sott’occhio, lo ha ficcato nel bagagliaio della sua station wagon, posteggiata proprio davanti al portone della caserma. Antonia Monanni si fa dare l’indirizzo che peraltro già conosce, ringrazia tra sé e sé il presunto omicida per averle tolto il peso di dover preparare il pranzo, e comunica che arriverà in venti minuti.
L’assassino è uno degli uomini più brutti che Antonia Monanni abbia mai visto. Di statura largamente inferiore alla media, poco più di un metro e mezzo, i capelli stopposi che sembrano appiccicati con la colla, la corporatura sgraziata che si indovina sotto un cappotto pesante lungo fin quasi ai piedi. La cosa peggiore è comunque la faccia, che si restringe a forma di muso di topo sotto due occhi da rospo, enormi e sporgenti. Ha detto di chiamarsi Egisto Diotallevi e dev’essere il risultato di chissà quanti incroci genetici sbagliati. Più che a un uomo piccolo fa pensare a un nano grande. Ha cinquant’anni, risulta celibe, residente in un paesotto della campagna.
Il cadavere è vestito e in ordine, a esclusione del sangue che ha inzuppato tutti i vestiti, i pantaloni, uno strato di tre fra maglie e maglioni, un giubbotto. È una donna di quarant’anni, di cittadinanza moldava, alta circa un metro e settanta, corporatura energica. Sul volto le è rimasta un’espressione dura, quasi di sfida. Dal giubbotto emerge il manico di un coltello da cucina, la lama è tutta piantata nel costato. Dev’essere morta all’istante.
Come un ometto di venti centimetri più basso di lei abbia potuto accoltellarla in pieno petto, e poi caricarla cadavere nel cofano della propria auto, è una dinamica che Antonia Monanni non riesce a spiegarsi. Prova a scherzarci su con i carabinieri, ma quelli sono tutti incazzati per via del Natale. Non le rimane che interrogare il reo confesso, che l’aspetta nell’ufficio del comandante.
«Mi fa portare un panino e una bottiglietta di acqua naturale dal bar?» chiede all’appuntato, mentre rientra in caserma dopo avere salutato il medico legale, arrivato in ritardo e con una faccia che non aveva bisogno di spiegazioni.
«E perché non un bel piatto di tortellini?» replica acido l’appuntato. «È Natale, non c’è neanche un bar aperto. Se vuole un caffè c’è la macchinetta, ma ci vogliono gli spiccioli e non dà il resto», e abbassa la testa fingendo di dover scrivere qualcosa d’importante su un foglio. “Stronzo”, bofonchia Antonia Monanni avviandosi lungo il corridoio.
Detesta gli uffici dei carabinieri. Sanno di vecchio, ci sono mobili che devono aver sentito parlare di qualche guerra, pareti che da decadi reclamano una tinteggiatura, pavimenti dai quali esalano zaffate di muffa, per non parlare di quella interminabile fila di calendari, appesi diagonalmente uno dopo l’altro, che vorrebbe stracciare, mese dopo mese e anno dopo anno, come fa con i libri che detesta.
La poltrona dietro la scrivania è di pelle logora, in alcuni punti sembra smangiucchiata dai topi. Antonia Monanni si siede con circospezione, quasi tema di essere addentata da un roditore nascosto sotto il rivestimento sbrindellato. L’uomo è in piedi di fronte a lei. Ai suoi lati due carabinieri dall’aria vagamente divertita, forse perché lo sovrastano di una trentina buona di centimetri. Gli hanno permesso di togliersi il cappotto. Il corpo magro e sgraziato sembra troppo piccolo persino per l’abito che indossa, un completo grigio chiaro che ricorda, anche nella taglia, quelli dei bambini che fanno la prima comunione. La Monanni non riesce a tenergli gli occhi addosso per più di un istante. Distoglie lo sguardo per il disagio, ma anche per il timore di scoppiare a ridere. Ha il presentimento di che si troverà di fronte alla storia più sconclusionata della sua vita, tanto vale cominciare a dipanarla. Apre la borsa, estrae i documenti che dovrà compilare, punta i gomiti sulla scrivania, parla fissando un punto imprecisato della parete di fronte a lei.
«Mi racconti cos’è successo, dall’inizio», chiede annoiata all’uomo.
«L’ho ammazzata perché cercava di violentarmi», risponde Egisto Diotallevi senza alcuna emozione.
«Questa è la fine. Io le ho chiesto l’inizio», incalza Antonia Monanni. S’immagina la scena evocata dall’uomo e fatica a trattenere il sorriso.
«L’inizio è che ha provato a violentarmi».
«Mi racconti come».
«Così, come si violentano le persone».
«L’ha baciata?»
«No, per carità, con quella bocca marcia che aveva».
«Allora l’ha toccata?»
«Sì».
«Dove?»
«Dappertutto».
«Va bene, dappertutto. Ma da qualche parte avrà pure cominciato?».
«Mi ha tirato per un braccio».
«E poi?»
«E poi continuava a tirare».
«Tirare una persona per un braccio non significa violentarla».
Sembra di essere in una recita di teatro dell’assurdo. Antonia Monanni teme di rimanerne prigioniera. Si stiracchia sulla poltrona come farebbe su quella del suo ufficio. Ricorda dov’è, evoca l’immagine del roditore in agguato, fa un balzo per ricomporsi. Da come parla e dalla tranquillità che esprime, Egisto Diotallevi non sembra appartenere a questo mondo. Meglio provare a dargli una collocazione.
«Che mestiere fa, signor Diotallevi?».
«Lo speaker alla stazione ferroviaria».
«Non usano le voci registrate?».
«Non hanno capito niente, la gente vuole una voce vera come la mia».
«Questo non glielo so dire».
«Appunto, lasci che glielo dica io».
«Non mi sfidi, signor Diotallevi, non mi conosce abbastanza. Allora, lo fa o no lo speaker?»
«Quando serve».
«E quando serve?»
«Quando si rompe l’impianto oppure ci sono delle emergenze, tipo un treno che viene deviato su un altro binario».
«Quindi è la sua quella che ogni tanto sento in stazione. Ha una bella voce, veda di usarla per raccontarmi una storia convincente».
A dispetto del corpo sgraziato e della faccia da topo, Egisto Diotallevi ha effettivamente una bella voce, oltre che una dizione chiara e una proprietà di linguaggio che non di rado Antonia Monanni ha riscontrato negli assassini. Evita di portare il pensiero alle conseguenze estreme, alle conclusioni sul malessere psichico dell’uomo contemporaneo, ragionamenti inutili e ormai talmente banali che hanno fatto breccia persino nei salotti televisivi. Si concentra sull’interrogatorio. Rimane per un minuto in silenzio, gli occhi sempre fissi sulla parete di fronte.
«Le ha toccato i pantaloni?» domanda come risvegliandosi da un sogno.
«Sì». Diotallevi non si fa prendere di sorpresa. Sembra pronto a un’altra schermaglia.
«Dove?»
«Dappertutto».
«Magari si è pure chinata e ha controllato che non ci fosse polvere nei risvolti».
«Questo no».
«E allora dove?»
«Sul sedere».
Sono eoni che Antonia Monanni non sente usare la parola sedere per indicare il culo.
«Sul culo, vuole dire?»
«Non sia volgare».
Antonia Monanni è come attraversata da una scarica elettrica che fulmina in un istante tutti i relais della pazienza e dell’etica professionale. È un’onda lunga che le scaraventa addosso canzoncine sceme, babbi natali appesi ai muri dei palazzi, scambi di auguri dai contenuti vuoti e risibili, la mania recente di aggiungere un “davvero” a ognuno di essi, degradando il valore di tutti quelli che li hanno preceduti. Natale è il giorno in cui la viltà può mostrare il volto tronfio dell’ipocrisia. L’espressione le si trasforma in un ghigno cattivo, gli occhi in spade fiammeggianti pronte al combattimento finale. I due carabinieri rimasti nella stanza, che fin lì avevano assistito all’interrogatorio senza mostrare la minima attenzione, si danno di gomito.
«Insomma, le ha aperto i pantaloni o no? Le ha tirato fuori il cazzo e si è messa a menarglielo o no? Si è inginocchiata e lo ha preso in bocca? Era vestita o nuda? Ha provato a infilarsi il suo coso nella figa?».
«Si calmi».
«Si calmi un cazzo. Ha ammazzato una donna che con ogni probabilità non le ha fatto niente di male e viene qui a dirmi che devo stare calma?».
La scarica elettrica che aveva attraversato Antonia Monanni sembra colpire anche Egisto Diotallevi. L’effetto è contrario. Abbassa la testa. I suoi enormi occhi di rospo non cercano più di sfidare quelli della donna che gli sta di fronte, li evitano come una maledizione a cui sanno di non essere più in grado di sottrarsi.
«Non è vero che aveva la bocca marcia», mugola con un tono di voce flebile, a tratti tremolante.
«Quindi vi siete baciati?».
«Ieri».
«Ieri vi siete baciati e oggi l’ha ammazzata. Cos’è successo di tanto grave fra una cosa e l’altra?»
«Ieri abbiamo fatto anche l’amore».
«Entrambi consenzienti suppongo. Quindi la storia della violenza era una bugia?».
«Sì, come quella che aveva la bocca marcia».
«Ieri avete fatto l’amore, stavate bene, suppongo. E allora perché oggi l’ha ammazzata?»
«Voleva che la sposassi».
«Bastava che le dicesse di no, sarebbe stato più che sufficiente».
«Lo dice lei».
«Mi dica dov’è che sbaglio».
«È rimasta incinta».
«Ieri avete scopato e oggi è venuta a dirle che era rimasta incinta e pretendeva che la sposasse?».
«Abbiamo fatto l’amore, non abbiamo scopato».
«Cambia poco, vada avanti».
«Ieri abbiamo fatto l’amore, questa mattina è venuta a casa mia pretendendo che la sposassi perché era rimasta incinta».
«E lei le ha creduto?»
«Certo che le ho creduto, se me l’ha detto doveva essere vero».
Antonia Monanni aggiunge un altro movente impossibile alla sua collezione personale, peraltro già ricca. S’impone di fare su internet qualche ricerca su cosa i maschi sappiano della gravidanza, dei suoi tempi, di come determinarla. Dopo neanche cinque minuti dimenticherà anche questo proposito.
«L’amava?» chiede.
«No, mi piaceva».
«Non abbastanza da sposarla».
«No, non abbastanza da sposarla».
«Così l’ha uccisa, perché non l’amava abbastanza da sposarla».
Egisto Diotallevi scoppia a piangere, forse per il rimorso, forse perché non sopporta più quella conversazione che l’ha messo alle corde. Strilla come un bambino che fa i capricci, lì dentro non c’è nessuna madre in grado di calmarlo.
Antonia Monanni lo guarda con un’espressione di sufficienza. Ha smesso da tempo di provare pietà per gli imbecilli. Compila il rapporto dell’interrogatorio, lo fa scivolare sulla scrivania fin davanti all’uomo che intanto si sta soffiando il naso.
«Firmi qui. C’è scritto che ha ucciso la signora Maria Urechean colpendola con una coltellata al petto. Per tutto il resto ci rivedremo al prossimo interrogatorio nel quale sarà assistito dall’avvocato che nominerà come suo difensore».
Egisto Diotallevi prende la penna e firma senza neppure leggere. Subito dopo ricomincia a piangere, le piccole spalle curve scosse dai singhiozzi.
«Portatelo dentro», ordina Antonia Monanni ai due carabinieri. «Ecco la convalida dell’ordine di arresto».
«Ma è Natale, quest’uomo non potrebbe far male a una mosca. Riportiamolo a casa, lo terremo d’occhio, le promettiamo che non scapperà».
«Non rompetemi il cazzo anche voi. Qualche giorno di carcere preventivo non ha mai ammazzato nessuno», sbotta la Monanni, esce dalla stanza, si precipita all’aperto e subito si accende una sigaretta. Sente lo schiaffo del freddo. Ha dimenticato di mettersi il giaccone. Fa per rientrare.
«Spenga la sigaretta, è vietato fumare in caserma», le dice l’appuntato di guardia.
Potesse, Antonia Monanni farebbe arrestare anche lui.

 

[Questo è un racconto inedito. Le altre storie di Antonia Monanni sono raccolte nel libro Niente da capire, Perdisa Pop, 2011]

Il vuoto – Georges Bataille

Francesca Woodman

Le fiamme ci avvolsero
sotto i nostri passi l’abisso si aprì
un silenzio di latte di gelo d’ossa
ci avviluppò di un alone

tu sei la trasfigurata
la mia sorte ti ha scassato i denti
il tuo cuore è un singhiozzo
le tue unghie hanno trovato il vuoto

tu parli come il ridere
i venti sollevano i tuoi capelli
l’angoscia che chiude il cuore
precipita la tua impertinenza

le tue mani dietro la mia testa
non afferrano che la morte
i tuoi baci ardenti non si aprono
che alla mia povertà d’inferno

sotto al baldacchino sordido
dove pendono i pipistrelli
la tua meravigliosa nudità
non è che una menzogna senza lacrime

il mio grido ti chiama dentro al deserto
dove tu non vuoi venire
il mio grido ti chiama dentro al deserto
dove i tuoi sogni s’avvereranno

la tua bocca chiusa nella mia bocca
e la tua lingua tra i miei denti
l’immensa morte ti accoglierà
l’immensa notte cadrà

allora io avrò fatto il vuoto
dentro la tua testa abbandonata
la tua assenza sarà nuda
come una gamba senza calza

aspettando il disastro
quando la luce s’estinguerà
io sarò dolce nel tuo cuore
come il freddo della morte.

Giovanni Raboni: una poesia di natale

Aver pietà dei ricchi cercarli
passando un piede dopo l’altro mettendo acqua nella neve.

dove poteva esserci Piazza Borromeo
– non c’è bisogno d’ombrello quando nevica dicevi togliendo
dita di manciate di neve dal colletto – cercarli
quei tenui cannibali quei nemici così facili da perdonare
docili attaccapanni fragili mummie in riso
sui loro reciproci regali da quattro soldi
sulla squisita avarizia lombarda del loro pranzo del 25/12.

per organo e ossi, flauto e digiuno
oh sì, cercarli, avere pietà
di loro, dei loro guasti, che soluzione.
Ma adesso, adesso – e Cesare che vuole
una poesia di Natale, da me! con l’aria che tira
di peste, tersa, meravigliosa
e questi botti sparsi per la boscaglia urbana,
caccia che ricomincia, compagni
fra non molto più numerosi in prigione
che sotto l’albero acceso o il vischio appeso al cornicione….

.

@ Giovanni Raboni (1969: da “Tutte le poesie”, Garzanti – gli elefanti)

Tutti i giorni Natale – di Heinrich Böll

Heinrich Böll scrisse il racconto Nicht nur zur Weihnachtszeit (tradotto in italiano con il titolo Tutti i giorni Natale) sessanta anni fa. Trenta anni fa l’ho letto per la prima volta e torno spesso a scorrerne le pagine, sempre spiazzata dalla attualità della sua satira, nella duplice dimensione pubblica e privata. Allora largo a zia Milla e alla sua strampalata famiglia, chissà che qualcuno non si riconosca e riconosca qualcuno.
Dal racconto riporto i primi due dei dodici capitoli e invito tutti a leggerne il seguito nel volume Racconti umoristici e satirici (Aus: Gesammelte Erzählungen von Heinrich Böll.© 1981 Verlag Kiepenheuer & Witsch, Köln; Die Schwarzen Schafe © 1983 Lamuv Verlag, Bornheim-Merten. Traduzione di Lea Ritter Santini; Qualcosa accadrà Diario della capitale sono tradotti da Marianello Marianelli; © 1964 Gruppo Editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas S.p.A., Milano)

 

Tutti i giorni Natale
1

Si cominciano a notare nella nostra parentela dei fenomeni di decadenza che per un certo periodo ci siamo sforzati in silenzio di non vedere; ma ora siamo decisi a guardare in faccia il pericolo.
Non vorrei già azzardare la parola crollo, ma gli avvenimenti preoccupanti si moltiplicano in tal maniera da rappresentare un pericolo e mi costringono a raccontare cose che suoneranno certo sorprendenti alle orecchie dei miei contemporanei, ma che nessuno può mettere in dubbio. Le muffe della decomposizione si sono annidate sotto la crosta spessa e dura del decoro, colonie di mortali parassiti che annunciano la fine dell’integrità di tutta una razza.
Oggi dobbiamo rimpiangere di non aver ascoltato la voce di nostro cugino Franz, che cominciò presto a farci notare le terribili conseguenze che avrebbe avuto un fatto “di per sé innocente”.
Un avvenimento in sé così irrilevante che la misura delle sue conseguenze ora ci spaventa; Franz ci aveva avvertiti in tempo. Purtroppo godeva di ben poca reputazione. Aveva scelto una professione che non era mai comparsa sino allora in tutta la nostra parentela e che non avrebbe nemmeno dovuto comparire: Franz fa il pugile. Melanconico già nella giovinezza, e di una devozione che venne sempre definita: “esagerato fervore” prese presto strade che diedero non poche preoccupazioni a mio zio Franz – uomo dal cuor d’oro. Quel figliolo aveva la passione di sottrarsi ai suoi doveri scolastici, in una misura che non può venir definita normale. Si incontrava con equivoci compagni in parchi fuori mano ed in folti cespugli di periferia. Là si esercitavano nelle dure regole dei pugni e delle lotte, senza mostrarsi per nulla preoccupati del fatto che il retaggio umanistico venisse così trascurato. Questi “duri” mostrarono ben presto i vizi della loro generazione, che ha già dimostrato nel frattempo di non valere nulla. Le eccitanti battaglie spirituali dei secoli passati non lì interessavano, occupati com’erano con le dubbie eccitazioni del proprio secolo. All’inizio mi sembrò che la devozione di Franz fosse in contrasto con questi regolari esercizi di attiva e passiva brutalità. Pure oggi comincio a capire qualcosa: dovrò tornarci sopra.
Fu dunque Franz che ci avvertì in tempo, si tenne lontano da certe feste da lui definite storie inutili, eccessive e che più tardi si rifiutò di aver una qualsiasi parte nelle misure necessarie per il mantenimento di quelle che egli aveva appunto chiamato storie inutili. Pure – come ho già detto – godeva di troppo poca reputazione per essere preso in considerazione dalla parentela. Ora, d’altra parte, le cose sono
arrivate a tal punto che noi non sappiamo cosa fare, come riuscire a fermarle. Franz è diventato da tempo un pugile famoso, ma rifiuta le lodi che la famiglia gli tributa, con la stessa indifferenza con cui allora rifiutava ogni critica. Suo fratello però – mio cugino Johannes – un uomo per cui io avrei messo sempre la mano sul fuoco, avvocato di grido, il figlio più amato di mio zio Franz, Johannes, dicono si sia avvicinato al partito comunista, voce questa cui mi rifiuto accanitamente di credere. Mia cugina Lucie, finora una donna normale, pare accompagnata dal meschino consorte, si sarebbe data, in locali equivoci, a danze per le quali non so trovare altro aggettivo che quello di esistenzialiste. Lo stesso zio Franz, quest’uomo dal cuor d’oro, avrebbe detto di essere stanco della vita, lui che fra tutti i parenti era consi-derato un modello di vitalità ed un esempio di quel che abbiamo imparato a chiamare un commerciante cristiano. Intanto si moltiplicano i conti dei medici, si chiamano a consulto psichiatri. Solo la zia Milla, causa prima di tutti questi fenomeni, gode ottima salute, sorride, è tranquilla e serena come è sempre stata. La sua freschezza e la sua verve cominciano però ora a preoccuparci, dopo che per lungo tempo ci era stato così a cuore il suo benessere. Perché ci fu una crisi nella sua vita che minacciò di diventare preoccupante. E qui devo entrare in dettagli.

2

È semplice scoprire risalendo agli inizi l’origine di una inquietante serie di fatti: lo strano è che solo ora, osservandoli obiettivamente, i fatti che da quasi due anni avvengono nella cerchia dei miei parenti, mi appaiono straordinari. Avremmo dovuto arrivarci prima a capire che c’era qualcosa che non funzionava. Sul serio, c’è qual-cosa che non funziona – e se mai qualcosa ha funzionato – io ne dubito – certo qui accadono fatti che mi riempiono di terrore. La zia Milla era famosa in famiglia perché la cosa che le piaceva di più era addobbare l’albero di Natale; un debole innocente, anche se particolare, pure abbastanza diffuso nella nostra patria. Tutti sorridevano con indulgenza di questa sua piccola mania, e l’avversione, che Franz già nella prima giovinezza – aveva manifestato per tutte quelle “cianfrusaglie” era oggetto della più violenta indignazione tanto più che Franz era di per se stesso un fenomeno sconcer-tante. Si rifiutava di collaborare all’addobbo dell’albero di Natale. Tutto fino ad un certo punto procedeva normalmente. Mia zia, si era abituata all’assenza di Franz durante i preparativi delle settimane dell’avvento e a che – durante la festa – compa-risse solo per il pranzo. Non se ne parlava nemmeno più.
Pur rischiando di rendermi odioso, debbo qui ricordare un fatto, in difesa del quale posso soltanto dire che esso è vero: negli anni dal 1939 al 1945 abbiamo avuto la guerra. In guerra si canta, si spara, si discorre, si combatte, si soffre la fame e si muore e si buttano bombe; tutte cose poco allegre, e ricordandole non voglio assolutamente annoiare i miei contemporanei. Sono costretto a ricordarle perché tutte hanno avuto la loro importanza per la storia che voglio raccontare. La guerra venne infatti avvertita dalla zia Milla solo come una forza che aveva cominciato già a Natale del 1939 a mettere in pericolo il suo albero di Natale. Senza dubbio il suo albero di Natale era di una particolare sensibilità.
La principale attrazione dell’albero di Natale della zia Milla erano dei nanetti di vetro che tenevano nelle braccia alzate un martelletto di sughero; ai loro piedi erano appese incudini a forma di campana. Alle suole dei nanetti erano fissate delle candele; raggiunto un certo grado di calore, cominciava a muoversi un meccanismo nascosto, una frenesia nervosa si comunicava alle braccia dei nanetti che battevano come matti coi loro martelli di sughero sulle incudini a forma di campana e provocavano – una dozzina in tutto – un fine tintinnio concertante, come una musica di elfi. In cima all’abete era attaccato un angelo vestito d’argento, dalle guance rosse, che a determinati intervalli muoveva le labbra e sussurrava “pace, pace”. Il segreto meccanico di quest’angelo, custodito gelosamente, mi si è rivelato solo più tardi, sebbene allora avessi occasione di ammirarlo quasi ogni settimana. Ma dall’abete di mia zia pendevano una infinità di altre cose, caramelle di zucchero, biscottini, figurine di marzapane, zucchero filato – e da non dimenticare – i fili di stagnola: attaccare tutte queste cosine, questi ornamenti – mi ricordo ancora – richiedeva una notevole fatica. Tutti dovevano partecipare e nessuno della famiglia, la sera di Natale, aveva appetito, per la tensione nervosa e lo stato d’animo – per così dire – era terribile: tranne che per mio cugino Franz che non aveva partecipato a tutti questi preparativi e che unico godeva e gustava l’arrosto, gli asparagi, il gelato e la panna. Quando poi per Santo Stefano noi arrivavamo in visita e osavamo esprimere l’azzardata ipotesi che il segreto dell’angelo parlante si basasse sullo stesso meccanismo che fa dire a certe bambole “mamma” e “papà” raccoglievamo soltanto risate di scherno.
Si potrà immaginare quindi come le bombe cadute nelle vicinanze mettessero in estremo pericolo un albero così sensibile. Ci furono scene terribili quando i nanetti caddero dall’albero: una volta cadde addirittura l’angelo. Mia zia era inconsolabile. Dopo ogni incursione aerea, cercava di rimettere a posto, con enorme fatica, tutto l’albero com’era prima e tentava per lo meno di mantenerlo in vita durante i giorni di Natale.
Ma già nel 1940 non c’era nemmeno più da pensarci. Rischiando di nuovo di rendermi molto antipatico, devo qui ricordare brevemente che il numero delle incursioni aeree sulla nostra città fu realmente notevole per non parlare della loro violenza. Ad ogni modo l’albero di Natale di mia zia fu una vittima – parlare di altre vittime me lo impedisce il filo del discorso – della moderna tattica di guerra: esperti stranieri di balistica ne spensero temporaneamente l’esistenza.
Tutti partecipammo al dolore di nostra zia che era una donna amabile e simpatica. Ci fece dispiacere che si dovesse dichiarare disposta – dopo dure lotte, dispute infinite, dopo lacrime e scene, a rinunciare al suo albero per tutta la durata della guerra.
Per fortuna – o debbo dire per sfortuna? – questa fu l’unica cosa per cui si accorse della guerra. Il bunker che mio zio aveva costruito era a prova di bomba, e poi c’era sempre una macchina pronta per portare la zia Milla in regioni in cui nulla si notava degli effetti della guerra; si fece tutto per risparmiarle la vista delle paurose distru-zioni. I miei due cugini ebbero la fortuna di non conoscere la guerra nella sua forma più dura: Johannes entrò subito nella ditta di mio zio, che aveva una parte decisiva nell’approvvigionamento di frutta e verdura per la nostra città. Inoltre soffriva di cistifellea. Franz invece andò soldato ma gli venne solo affidata la sorveglianza di prigionieri, posto in cui ebbe l’occasione di rendersi odioso ai suoi superiori militari perché trattava come esseri umani i russi e i polacchi. Mia cugina Lucie allora non era sposata e aiutava nell’azienda. Un pomeriggio alla settimana aiutava – in servizio di guerra volontario – a ricamare croci uncinate in un laboratorio.
Ma non voglio qui elencare i peccati politici dei miei parenti. Nell’insieme comunque non mancavano né denaro né generi alimentari, né ogni necessaria sicurezza e per mia zia era solo amara la rinuncia al suo albero. Mio zio Franz, quest’uomo dal cuor d’oro ha accumulato in quasi cinquant’anni meriti notevoli comprando aranci e limoni in paesi tropicali e subtropicali e rimettendoli poi in commercio con un notevole aumento. Durante la guerra estese il suo commercio anche a frutta e verdura di minor pregio. Ma dopo la guerra tornarono le frutta piacevoli, cui andava il suo maggior interesse, gli agrumi, che furono pure oggetto del più attento interesse anche da parte di ogni genere di compratori. Lo zio Franz riuscì a rimettersi in primo piano e ad assicurare alla popolazione il godimento di vitamine e a se stesso quello di un notevole patrimonio.
Ma aveva quasi settantanni, voleva mettersi a riposo, lasciare l’azienda nelle mani del genero. Fu allora che si manifestò quell’avvenimento che allora deridemmo e che ora ci appare invece l’origine di tutte le successive miserande conseguenze. La zia Milla ricominciò con l’albero di Natale. Era una cosa in fondo innocente: persino la tenacia con cui volle che tutto fosse “come prima” ci strappò solo un sorriso.
Dapprima non c’era davvero ragione che prendessimo questa cosa troppo sul serio. La guerra aveva distrutto tante cose la cui ricostruzione ci procurava maggiori pensieri: perché privare – dicemmo – una deliziosa signora anziana di questa piccola gioia? Ognuno sa quanto fosse difficile allora trovare burro è lardo: persino per lo zio Franz con tutte le migliori relazioni – era impossibile procurare, nell’anno 1945 figure di marzapane, ciondoli di cioccolata e candele; solo nel 1946 si poté avere tutto. Per fortuna si era salvata una serie completa di nanetti e di incudini e anche un angelo.
Mi ricordo ancora bene del giorno in cui fummo invitati: era il gennaio del 1947, fuori faceva un gran freddo, ma da mio zio era caldo e di cibi non mancava niente. Quando si spensero le lampade e si accesero le candele, quando i nanetti comincia-rono a battere col martelletto sulle incudini, l’angelo a sussurrare “pace, pace”, mi sentii trasportare indietro, in un tempo che avevo creduto ormai passato.
Pure, anche se sorprendente, questo avvenimento non aveva nulla di straordinario. Straordinario fu invece quanto vidi tre mesi dopo.
Mia madre – era già metà marzo – mi aveva mandato dallo zio Franz per vedere se “non ci fosse niente da fare”. A lei importava la frutta. Gironzolai nel quartiere vicino – l’aria era mite, imbruniva – non sospettavo nulla. Passai vicino ai mucchi di macerie verdi di erba, al parco inselvatichito, apersi la porta del giardino di mio zio e mi fermai inebetito. Nel silenzio della sera si sentiva chiaramente che nel soggiorno di mio zio si stava cantando. Cantare è una buona e sana abitudine tedesca e ci sono molte canzoni dedicate alla primavera, ma io intesi chiaramente:
“O Bambino divino, dai riccioli d’oro”.
Debbo confessare che restai sconcertato. Mi avvicinai lentamente, attesi la fine del canto. Le tende erano chiuse, mi chinai a guardare dal buco della serratura. In quel momento arrivò alle mie orecchie il tintinnio delle campane dei nanetti ed udii chiara-mente il bisbigliare dell’angelo: “pace, pace”. Non ebbi il coraggio di entrare e tornai lentamente a casa.
In famiglia il mio racconto provocò divertimento generale, ma solo quando comparve Franz e ci fornì i particolari, sapemmo cosa era accaduto.
Nei giorni della Candelora, il tempo cioè in cui si spogliano nei nostri paesi gli alberi di Natale, si gettano fra l’immondizia, da dove i ragazzini sfaccendati li riprendono, li trascinano fra la cenere e altre porcherie e li usano per ogni sorta di giochi, nei giorni della Candelora dunque, era successa la cosa terribile. Quando mio cugino Johannes, dopo aver acceso per l’ultima volta l’albero la sera della Candelora, cominciò a staccare i nanetti dai loro uncini la mia – fino allora – così dolce zia cominciò a urlare da far pietà e tanto forte e tanto improvvisamente che mio cugino spaventato perse il controllo dell’albero che già leggermente oscillava e fra scricchiolii e sinistri tintinnii – nanetti e campane, incudini e angelo, tutto precipitò fra le urla di mia zia.
Mia zia urlò per quasi una settimana; telegraficamente vennero chiamati a consulto neurologi, psichiatri arrivarono a tutta velocità in taxi, ma tutti – anche i grandi luminari – se ne andavano spaventati, alzando le spalle.
Nessuno aveva saputo por fine a quell’acuto ed assordante, sgradevole concerto. Solo le medicine più forti recarono alcune ore di pace ma le dosi di Luminal che possono venir somministrate giornalmente ad una sessantenne, senza metterne in pericolo la vita, sono purtroppo minime. È però un tormento avere in casa una donna che urla con tutte le sue forze: già il secondo giorno la famiglia era sfinita.
Non diede alcun risultato nemmeno il conforto del prete che era solito intervenire alla festa della notte di Natale: mia zia continuava a urlare. Franz si attirò l’antipatia di tutti perché consigliò di fare dei veri e propri esorcismi. Il parroco lo rimproverò, la famiglia sconcertata dalle sue idee medievali era scandalizzata, la fama della sua brutalità superò per alcune settimane la sua fama di pugile. Frattanto si tentava di tutto per liberare mia zia dal suo stato. Ella rifiutava il cibo: si fece ricorso all’acqua fredda, ai pediluvi caldi, alle cure idroterapiche, i medici aprirono i loro manuali; cercarono il nome di questo complesso, ma non lo trovarono. E mia zia urlava. Urlò tanto finché a mio zio Franz, quest’uomo dal gran cuore, non venne l’idea di trovare un nuovo abete.[…]

(da: Tutti i giorni Natale, in Heinrich Böll, Racconti umoristici e satirici, Bompiani, Milano 2007, 61-76)

Paola Quadrelli, «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura della DDR

Paola Quadrelli, «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR

 Paola Quadrelli, «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR

Nota di lettura di Anna Maria Curci

«[…] stranamente il linguaggio della letteratura sembra essere quello che più si approssima oggi alla realtà dell’individuo[…]. Forse perché nella letteratura è sempre contenuto il coraggio morale dell’autore – il coraggio della conoscenza di sé».

È con questa citazione di Christa Wolf che Paola Quadrelli decide di aprire «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR, saggio ampio e dettagliato su un’area, la Schülerliteratur, che, già nutrita di una solida tradizione, almeno a partire da I Buddenbrook di Thomas Mann, vive nei quaranta anni di vita della Repubblica Democratica Tedesca un’epoca di rigogliosa fioritura.

Gli esempi, numerosi e consistenti, tratti dalla letteratura della DDR, confermano la veridicità della definizione di “autenticità soggettiva”, anch’essa uscita dalla penna di Christa Wolf e centrale nella sua poetica. La letteratura è “realtà filtrata dalle passioni e dalle urgenze dell’autore” (p. 7).

La tesi di fondo, sostenuta da Paola Quadrelli con valide argomentazioni, può essere sintetizzata nella parola composta Ersatzöffentlichkeit, vale a dire:  “surrogato dell’opinione pubblica”. In un paese nel quale i mezzi di comunicazione – accadeva nella DDR, continua ad accadere oggi, aggiungo io, in molti, troppi, luoghi del mondo – “non erano liberi, la letteratura costituiva una preziosa fonte di informazione e di discussione di temi di interesse pubblico” (p. 174).

Sullo sfondo di questa tesi, il saggio si articola in quattro capitoli concepiti in logica concatenazione. Il primo capitolo, infatti, descrive il sistema educativo della DDR e rende chi legge edotto su sigle e strutture che della formazione del cittadino, almeno negli auspici del partito, costituivano il fondamento. Il secondo capitolo, «Educare l’uomo nuovo»: la scuola negli anni dello stalinismo, racconta la scuola della DDR negli anni Cinquanta attraverso due opere di Uwe Johnson – l’opera prima dello scrittore nato nel 1934 in Pomerania, pubblicata postuma nel 1985, Ingrid Babendererde. Reifeprüfung 1953 (“Ingrid Babendererde. Esame di maturità 1953”); il quarto volume di Jahrestage (i primi due volumi sono stati tradotti in italiano con il titolo I giorni e gli anni. Dalla vita di Gesine Cresspahl) – e due opere di Helga Novak:  Die Eisheiligen (“I santi di ghiaccio”, 1979), Vogel federlos (1982; la traduzione italiana, Volava un uccello senza piume, è del 1990). Il terzo capitolo ruota intorno al concetto di nascita della cultura giovanile nella DDR degli anni Sessanta e analizza con passione e accuratezza Gli anni meravigliosi di Reiner Kunze, soffermandosi, con scelte lucidissime e puntuali,  su testi centrali (Nove anni, Undici anni; Clown, muratore o poeta; Ordine, Moventi, Elemento) e concetti cardine nella raccolta, primo fra tutti “il pugno che può piangere”, “metafora impossibile”. Il quarto capitolo rivolge l’attenzione, nei precedenti capitoli focalizzata sulle figure di studenti, alle figure di insegnanti nella narrativa della DDR: Karla, l’insegnante piena di dubbi in conflitto con lo schematismo ideologico, disegnata, per la sceneggiatura dell’omonimo film di Martin Zschoche del 1964/65, da Ulrich Plenzdorf, l’autore de I nuovi dolori del giovane W.;  Gustav Wanzka, il professore con la passione pedagogica di Pause für Wanzka oder die Reise nach Descansar (“Pausa per Wanzka ovvero il viaggio a Descansar”, 1968) di Alfred Wellm, Karl Simrock, l’insegnante in aperta ribellione di Schlaflose Tage (“Giorni insonni”, scritto nel 1976, pubblicato nel 1978 nella Germania Federale dalla casa editrice Suhrkamp) di Jureck Becker, l’autore di Jakob il bugiardo.

Il saggio, che si apre con una citazione di Christa Wolf, ha con un testo di Christa Wolf, Das haben wir nicht gelernt (Questo non ce lo hanno insegnato) il suo epilogo. Si tratta di un testo che Wolf pubblicò alla fine di ottobre 1989, sul settimanale “Wochenpost”, una critica incisiva alle pratiche educative invalse nel paese, una inequivocabile “denuncia di deformazioni psicologiche e intellettuali subite da un’intera generazione di cittadini della DDR” (p. 217), di un conformismo ideologico padre di una “schizofrenia cronica”, della “condizione sconvolgente” di un sistema formativo che fa delle pratiche di censura e intimidazione i suoi strumenti di sopravvivenza. A pagina 219, Paola Quadrelli riporta un brano significativo del testo di Christa Wolf:

«I media tacevano, o peggio coprivano il nocciolo del problema – il fatto che a scuola i nostri figli sono educati all’insincerità e lesi nel carattere, che vengono imbrigliati, tarpati e umiliati – con quella fumisteria verbosa e immaginifica con cui si propinavano problemi fittizi per poi risolverli in un batter d’occhio. (Tanto di cappello a quegli insegnanti che, pienamente consapevoli della situazione e spesso prossimi alla disperazione, hanno cercato di creare per i loro studenti uno spazio in cui potessero pensare e svilupparsi liberamente).»

Un libro necessario su letteratura necessaria, per la quale formulo l’auspicio di una più ampia accessibilità mediante un rinnovato slancio traduttivo.

Paola Quadrelli, «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR, Aracne 2011