Giorno: 30 novembre 2011

Saverio e tu cosa diresti?

Saverio e tu  cosa diresti?

Se ti ripenso, negli ultimi anni, steso a letto, sempre su un fianco, sempre lo stesso, la televisione  accesa e d’inverno, la zazzera bianca (solo quella) che usciva da sotto le coperte. Ancora mi arrabbio, ma ormai poco, se penso al modo in cui rinunciasti a vivere. In fondo cos’era stato poi? Una caduta dalla bici, da fermo peraltro. Tu che eri super attivo anche a quell’età, avresti dovuto riprenderti in poco tempo, una rottura del femore è nulla. Invece rinunciasti, ti adagiasti. Dicevi che la fisioterapia ti dava troppo dolore. Fosti debole, nonno, o soltanto stanco. Vabbè, è andata come è andata. Ogni tanto mi manchi, non sempre, ma ogni tanto sì. Stavi fermi a letto ma ti incazzavi ascoltando le notizie. Il telegiornale lo chiamavi: ‘O giurnale radio. Evocando in me scene che si svolgevano in vecchie cucine, durante e dopo la guerra. Quelle bellissime radio. Ti incazzavi per il Napoli ma soprattutto per la politica. Quando sentivi, già a quel tempo, anni ottanta, parlare di manovre finanziarie, debito pubblico, blocchi di pensioni, ti giravano le balle sul serio. Dal letto gridavi (e non sempre ti si capiva) che erano tutti mafiosi. La nonna ti diceva di smetterla. Ma tu non la smettevi e giù insulti: Andreotti mariuolo, Spadolini mariuolo. De Mita l’avresti fatto secco, su Craxi non ti pronunciavi, non l’avevi inquadrato bene. Ti piaceva Berlinguer dicevi che era uomo d’onore. Ma a volte ti incazzavi anche con lui. Come facevi con i ciclisti durante il Giro d’Italia, durante le salite. Con i tuoi preferiti ti arrabbiavi ma per esortarli. Mi ricordo a un Giro, vinse Battaglin, certo non uno dei più forti di sempre, che ti entusiasmò. Andasti avanti settimane a dire: “So’ cuntento, ha vinciuto Battaglin, ‘o guaglion’ se l’ha faticat’ “. Ti affezionavi a certi personaggi piuttosto che a altri. Odiavi Beppe Savoldi. Sono vent’anni che non ci sei più e quando leggo le notizie sui giornali, ogni tanto, ti penso, penso a cosa diresti. Su gente come Alfano, Cicchitto, Gasparri, per non parlare di Bossi. Troveresti ridicolo Bersani. Odieresti Silvio e pure questo Papa. Ogni tanto, di nascosto dalla nonna, me lo dicevi che i preti ti stavano sulle scatole, poi ridevi. E, ti abbiamo visto, nonno, quando imbrogliavi nel dire il Rosario. Non te ne fregava una mazza ma non camminavi, non potevi scappare da nessuna parte. No, non ti piacerebbero  questi politici, nemmeno i programmi TV. A te piaceva, Corrado. E di Pippo Baudo dicevi: Nù professionista, sape faticà. Non ti piacerebbero un sacco di cose come non ti piacevano allora. Forse adesso proveresti un disprezzo maggiore o magari non te ne fregherebbe più nulla. Altre cose che ricordo di te: quando si passava dall’ora legale alla solare o viceversa, andavi avanti i mesi successivi a ripetere come litania: Mò fossen ‘e tre, mo fossen’ ‘e quatt’. Prima, invece, andavi al bar a giocare a carte: scopa o tressette. Eri bravo ma non abbastanza, quando avevi in mano una carta che contava, ti si illuminava il viso. Nonno, ti facevi beccare.

Gianni Montieri

Solo 1500 n. 24 – Maluventu, Ruina e Toc

Solo 1500 n. 24 – Maluventu, Ruina e Toc

Leggo un bell’articolo di Paolo Rumiz su La Repubblica di domenica 27/11. Rumiz compie un percorso, nemmeno tanto breve, nella Storia d’Italia. Lo fa attraverso le catastrofi: alluvioni, terremoti, frane, valanghe e così via. Ho trovato l’articolo molto interessante. La lezione è ovvia: non impariamo mai, né dalla storia né dai nostri errori. Qui, però, mi preme sottolineare un aspetto del brano di Rumiz quello che ancora una volta ci spiega quanto siano importanti le parole, le loro origini e i dialetti. Prendiamo  i tre termini del titolo, tre dialetti diversi. “Maluventu” in sardo significa : vento cattivo, i piemontesi lo registrarono male, “maldiventre” e il tratto di mare così denominato divenne tremendo per le navi che lo attraversavano. “Ruina” la frana più estesa che sia mai avvenuta in Italia – Ancona 1982, dai Romani in poi, lì non si era mai costruito. “Toc”, il Vajont, che significa  all’incirca: qualcosa che sta in bilico. Un nome ignorato e duemila morti. La riflessione che provo a fare è semplice: davvero possiamo continuare (se non a imparare da ciò che succede da sempre) a sottovalutare il valore di una parola? Di un nome? Oggi molto spesso si sente dire: chiamiamo le cose con il proprio nome. La frase la si usa soprattutto quando non si è molto chiari su ciò che si vuole. Non potremmo cominciare a considerare, allora, l’importanza di un nome dato a un luogo? O pensiamo davvero che chi sia venuto molto prima di noi sia stato tanto idiota e sprovveduto da dare un nome a caso?

Gianni Montieri