Esilio e desnacimiento, una lettura su “Esilio di voce” di Francesco Marotta – (post di natàlia castaldi)

Esilio di voce – Francesco Marotta

Esilio di voce

Francesco Marotta

Pag. 84

Edizioni Smasher, 2011

Tracciare le coordinate di una poetica complessa come quella di Francesco Marotta, impone un’attenzione che ripercorra la sua vastissima produzione, con la consapevolezza di essere di fronte a un caso letterario, che non può essere “rivelato” e sintetizzato senza che se ne consideri l’intero e continuo percorso poetico, talmente frastagliato di echi e rimandi, da generare una nuova “scoperta” ad ogni “incontro” di senso e lettura.

Nell’approssimarci a un qualunque testo poetico è necessario ricorrere a diversi piani di lettura: un primo piano che ne metta in luce le caratteristiche linguistiche, stilistiche e quindi tecniche; un secondo tipo d’approccio che miri ad esaminarne, analizzarne (o cercarne) il significato, ed un terzo che provveda a sintetizzarne il risultato nella valutazione di come e quanto significato e significante coincidano nella stesura, ma potremmo anche dire nell’esecuzione, di suono e senso in partitura.

Nel caso della poesia di Francesco Marotta, e nel caso specifico di “Esilio di voce”, l’azione che si palesa necessaria è la partecipazione attiva nei confronti della “mise en abîme” che l’autore opera su carta, aderendo dunque all’erranza, al cammino, al suono, alla ferita dell’ombra e della luce, di cui inevitabilmente e soggettivamente ci si renderà attori.

Trovare le chiavi di una poesia, trovarle tutte, per farne un’oggettiva spiegazione, una parafrasi semplicistica, non è salutare e non serve né al lettore né tantomeno alla poesia stessa, ma nel particolare caso della poesia di Marotta, non è proprio possibile, giacché essa nasce da una scintilla così intima e profonda, che non la si può smembrare su carta per analizzarla scientificamente. Scinderla nel suo “inner” come fosse un atomo, una cosa, un nucleo, sarebbe profana vivisezione, che non porterebbe a nulla, essendo questa scrittura talmente sovrastrutturata da far sì che sia sempre il nostro nucleo, la nostra scintilla implosa a riflettersi nel testo – nostro malgrado.

Ed è questo a rendere ad Esilio di voce la sua “aura incantata delle origini[i], ossia quella incontaminata, aurorale purezza di pensiero ed intuizione, che transitando svolge il suo ruolo “materno”, femminile ed originario nel concepire l’esilio come desnacimiento[ii], ossia disappropriazione volontaria di tutto ciò che ci era per nascita e identità, attraverso la perdita, il rifiuto estremo, la separazione ed il distacco, l’assenza.

A farmi sentire questa poesia del “ritorno” come aurorale, nel senso materno e femminile del termine, è stata anche la similitudine presente all’erranza della Pozzi, laddove parlando del ritorno alla montagna/madre aurorale, Antonia definisce il suo “esilio” come condizione luminosa e errante che, ponendola all’orlo estremo dell’attesa che nasca un’aurora fin nel cuore delbrullo ventre perché fiorisca rosai, traduce in gesto di nascita (desnacimineto), quello che poi si rivelerà annuncio di morte.

Difatti, parlando del suo stesso esilio, Maria Zambrano dice che si tratta di “qualcosa di sacro, di ineffabile”, una condizione per cui si esce “dal presente per piombare in un futuro sconosciuto, […] senza dimenticare il passato”, ed ancora aggiunge che esso è il ripetersi di un’ “ora tragica e aurorale” in cui “le ombre della notte cominciano a mostrare il loro senso e le figure incerte cominciano a rivelarsi al cospetto della luce, l’ora della luce in cui si danno convegno passato e presente”[iii]; l’esilio di Francesco Marotta, è bene sottolinearlo, è un esilio di voce nella sua stessa voce, e si compone di tre elementi, che sono incipit e titolo delle tre sezioni del suo errare:

IMAGO

si inciampa in un grido

che si dissangua in luce

ogni volta che guardiamo le stelle

nessuna soglia ci separa dall’assenza

nessuna parola così profonda

da poterla tacere

*

SPECULUM

sarà parola solo l’incompiuto legame

che irrompe dalla cruna delle labbra

e allarma gli specchi del risveglio

indossa l’arte di contarsi ferita

e di affidarsi al flusso interminato

che spazza il sangue in refoli di nebbia

parvenze animate a farsi voce

*

VULNUS

ci vuole la luce violenta di un rogo

per accostare l’abisso di volti che migrano

immaginare una sosta tra fioriture di imbarchi

liberare le tue labbra dal gelo

madre che parli l’infanzia dei giorni

Marotta sembra ripercorrere un cammino di erranza apolide, che rimanda al non-luogo del puro pensare in cui, direbbe la Arendt, l’io consapevole della sua condizione di escluso (“paria consapevole”[iv]), diventa io pensante, ossia quell’essere che privo delle sovrastrutture dell’appartenenza sociale, vive una dimensione atemporale in cui il suo stato di estraneità fa i conti con la sintesi “sospesa” del tempo e della storia (nell’accezione zambraniana). L’esilio di voce in Marotta è silenzio che si fa voce, parola scritta, che in vari passaggi assume il tono di un’accorata preghiera affinché in essa stessa – preghiera e parola – si rinnovi di volta in volta l’erranza, il cammino, il “desnacimiento”.

Al dettato fluido, liquido, si sovrappongono immagini oniriche di quella che ho già definito come una “messa in abisso”,  originando dunque uno sdoppiamento di voce, un canto stratificato tra l’ “io pensante” e la sua “memoria storica e onirica”: le luci si rincorrono in un susseguirsi di tinte che vanno dalle più fosche alle più tenui, e che sembrano trattenere e nel suono e nell’immagine, tutto il carico di vita e di morte che la storia ha strappato al grido dell’innocenza, alla “parola bambina”, alla voce pura.

Labiali, gutturali, liquide, dentali, palatali  sono le vocali e le consonanti, praticamente le note, di una composizione di parole che musicheranno il pensiero – dentro di noi – in  dialogo, affinché avvenga il transito, quale testimonianza, traccia e memoria in cui la componente onirica si manifesta come vettore di creazione poetica, con tutta la carica ancestrale del “sueño creador”[v].

La liquidità della parola, nei versi di Francesco Marotta, si consuma nell’analisi del dolore, nell’avvento zambraniano del “sacrificio”[vi]. Il verso spesso appare sincopato, spezzato, irrisolto e ripreso con profonda consapevolezza nella gestione del verso, che appare ricucito in enjambement, sinafie e sinalefi, che non hanno unicamente il compito “formale” di conferire il voluto ritmo – musicale quanto ottico – al “colon”, ma – ancor più – il senso sciolto dell’affermare il disordine del tutto e del suo stesso contrario nello scorrere del pensiero.

La fusione di suono, senso, visione e significato, in Marotta raggiunge apici talmente elevati da consentire la lettura di più frammenti dell’opera nel loro esatto contrario, dando luogo cioè ad un immagine speculare capovolta:

*

dissipare la memoria di uno specchio

senza tradirsi al pensiero

di ciò che rimane muto in quella fiamma

in quella banda d’illusione

da spremere in profili d’acqua

orbite di scintille e due papaveri

ardenti per occhi e lasciare

che sia questa la sera la lingua

che s’intorbida come un respiro

d’erba sul ciglio delle sabbie

l’oscuro di una donna tra le braccia

in un polverio di sguardi

che recitano rosari di luce

in faccia alla morte nel qui e ora

che tace che si tace insieme

*

sorprendersi nel novero delle ombre

nell’eco che ci volge

al discorrere quieto delle siepi

in tutto quanto va a morte

tra sostanze destinate oscure

e nel folto intuire la traccia

di ciò che ci precede senza parole

di ciò che si mostra senza lasciare

traccia

*

restituire l’immagine

al vuoto che precede alla pronuncia

perduta dove suono e colore

si congiungono indifesi

in ciò che arde senza pensiero

nel bianco che annotta inconsapevole

lungo il filo reclinato della luce

solo l’ombra che resiste intatta

al congedo dalla sua dimora

conserva  legame e distanza

l’eco del sentiero inaugurato

dal passo oscuro della lingua

_______________________

Per approfondimenti critici sull’opera di Francesco Marotta, si consiglia la lettura dei seguenti lavori:

– Indecidibili sequenze del sempre (Appunti su Esilio di voce di Francesco Marotta), di Enzo Campi – https://poetarumsilva.wordpress.com/2011/11/11/esilio-di-voce-di-francesco-marotta-con-una-nota-critica-di-enzo-campi/

– Vortice immobile – prefazione a “Esilio di voce”, a cura di Marco Ercolani – http://www.edizionismasher.it/component/content/article/77/122-francescomarotta.html


[i] “Lascia alla parola l’aura / incantata delle origini, / il lume che le compete / per nascita e destino, / il fondo oscuro / matrice d’ogni luce”. Francesco Marotta, Per soglie di increato – Bologna, Edizioni Il Crocicchio, 2006 – postfazione di Luigi Metropoli.

[ii] Maria Zambrano, L’agonia dell’Europa, Marsilio, Venezia 1999.

[iii] Maria Zambrano, le parole del ritorno a cura di Elena Laurenzi, Introduzione di Mercedes Gomez Blesa, Città Aperta, Enna 2003, pp. 24/25

[iv] H. ARENDT, Rahel Varnhagen. Storia di una donna ebrea, a cura di L. Ritter Santini

[v]  F. J. MARTÍN – Università di Siena – El “sueño creador” de María Zambrano – (Razón poética y hermenéutica literaria)  http://cvc.cervantes.es/literatura/aispi/pdf/09/09_229.pdf

[vi] «la categoría de ‘sacrificio’ contiene, a la vez y en unidad indisoluble, un principio de ‘razón pura’ –la necesidad– y un principio de ‘razón práctica’ –la libertad–, una verdad y un valor». J. C. Marset, Hacia una ‘poética del sacrifcio’ en María Zambrano, Cuadernos Hispanoamericanos, n. 466, 1989, pp. 101-118.

39 comments

    1. tentare di parlare di Francesco è la dimostrazione del fatto che sono un’incosciente, ma mi piace perdermi in questo stato di incoscienza, consapevole di quanto mi sia impossibile arrivare a quella luce.
      Enzo, grazie di cuore, questo libro che nasce grazie a te e Giulia, è una perla, lui sì.

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  1. Vi ringrazio.

    Natàlia, solo una donna poteva intuire e far emergere la sostanza eminentemente “femminile” di “questa” scrittura e di “questo” libro. E l’ombra della Zambrano che osserva il transito con occhi presi a prestito dalla Arendt, è più che un “disvelamento”…

    Mia moglie, che (per sua fortuna) non legge quasi mai quello che scrivo, stavolta ha definito i testi una “doglia infinita senza parto”. Io le ho fatto notare che, forse, il parto era proprio la doglia che stava leggendo…

    Ciao, un abbraccio grande.

    fm

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    1. in più di un’occasione i commenti di tua moglie sono stati tagli incisivi, e mi riferisco ad esempio a quando mi raccontasti a Verona di quel testo che le avevi sottoposto; e del resto, è tua moglie.
      Salutamela tanto, e i ragazzi, abbracciali per me.

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  2. a farmi sentire questa poesia del “ritorno” come aurorale, nel senso materno e femminile del termine, è stato anche un nesso che poi ho scelto di non trattare nel testo qui sopra, ma che ti “racconto” ora qui nei commenti.
    A me sembra che quella “doglia” uterina di cui parli con tua moglie e che nel tuo testo si fa erranza, non-luogo, deserto, sabbia e parola “bambina”, possa essere in un certo senso paragonato all’erranza della Pozzi, quando parlava del ritorno alla montagna/madre aurorale, definendo in suo “esilio” come condizione luminosa e errante che, ponendola all’orlo estremo dell’attesa che nasca un’aurora fin nel cuore del brullo ventre perché fiorisca rosai, traduce in gesto di nascita quello che poi si rivelerà annuncio di morte (come purtroppo sappiamo).

    ti lascio questa, che poi è solo la restituzione di un tuo grande dono:

    Montagne

    Occupano come immense donne
    la sera:
    sul petto raccolte le mani di pietra
    fissan sbocchi di strade, tacendo
    l’infinita speranza di un ritorno.

    Mute in grembo maturano figli
    all’assente. (Lo chiamaron vele
    laggiù – o battaglie. Indi azzurra e rossa
    parve loro la terra). Ora a un franare
    di passi sulle ghiaie
    grandi trasalgon nelle spalle. Il cielo
    batte in un sussulto le sue ciglia bianche.

    Madri. E s’erigon nella fronte, scostano
    dai vari occhi i rami delle stelle:
    se all’orlo estremo dell’attesa
    nasca un’aurora

    e al brullo ventre fiorisca rosai.

    Antonia Pozzi

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  3. Sì, anche la Pozzi – che guarda con gli occhi della Weil: in sottofondo, una musica di clorofilla e resine a fissare nell’ambra tutte le sillabe del silenzio, dell’esilio di voce. Una partitura di scale (dis)armoniche (dis)sonanti, (trans)eunti, votate per loro stessa natura a essere polvere (o rosai) dell’/dall’ unico ventre.

    fm

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  4. Sarò molto cauto a commentare il percorso poetico di Marotta, come diceva E. Montale
    ‘i poeti laureati’…secondo me esistono anche poeti laureati grandissimi sia uomini che
    donne. Onestamente non mi pare che Marotta faccia parte di questa categoria, io ho un
    altro concetto dei poeti. Per me esistono poeti sconosciuti che meriterebbero di essere
    noti e pubblicati a dispetto di molti poeti noti e sopravvalutati!

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  5. Era la musica che cercavo di “creare” combinando i suoni (nel verso) in modo che potessero essere udibili a tutto ciò che siamo – tranne alle orecchie. Le nostre sono “libere” – dovrebbero essere “murate” per accoglierli.
    Credo di esservi riuscito, in parte, solo in “Vulnus”.

    fm

    p.s. (teatrale)

    Come si conclude il “dialogo” inter-coniugale al n. 3:

    Lei mi guarda e tace per qualche attimo. Poi mi dice:
    – Sono felice che i nostri figli non ti somigliano…
    – E come fai a dirlo?
    – Ne ho le prove: l’altro giorno il più piccolo mi ha confessato che da grande vuole fare il muratore… non sai la gioia che mi ha preso.
    – Allora mi sa che dovresti cominciare a preoccuparti, invece di gioire…
    – E perché?
    – Hai dimenticato che da giovane, per sbarcare, ho fatto anche il muratore? E’ una vocazione, non trovi?
    – …

    :)

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  6. Mia moglie è sconvolta dalla scoperta di una mia laurea in poesia e dalla prospettiva della notorietà: l’idea di avere frotte di fotografi all’uscio e di non poter più uscire dal monolocale la sgomenta.

    Provo a tranquillizzarla…

    Ciao, Natàlia. Ancora grazie.

    fm

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  7. So leggere e scrivere e non sbaglio una mail, forse nei commenti. Il punto è che qualcuno nei miei confronti ha preso fischi per fiaschi! Mi scuso con il poeta Marotta. Umberto

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  8. Non deve scusarsi di niente, De Vita, lei ha espresso il suo parere, sacrosanto come quello di chiunque e, soprattutto, non ha offeso nessuno.

    Cordialità.

    fm

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  9. La ringrazio della sua cortesia, anche se la critica è legittima e a volte anche necessaria.
    Tuttavia riconosco daver esagerato. Cordiali saluti. Umberto

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  10. esiste la bellezza, grazie a dio o a chi per esso: la bellezza dei poeti che amano i poeti e delle donne poeta che hanno una marcia in più, un terzo occhio per cogliere dalla volontà – noi del tango diciamo intenciòn, da cui dipende la direzione del passo e la comunicazione dei corpi – dalla volontà del silenzio il dolore della parola.
    sono amica di due persone coraggiose, prima di tutto, di due anime in cui mi ritrovo: e questo è veramente molto per me.

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  11. devo ringraziare fb che guardo poco, ma quel poco serve :).
    Una lettura molto accurata nel restituire la doglia soglia di questa poesia complessa e polimorfa (come messo bene in evidenza dalla lettura).

    Bello anche che su questa stessa pagina si possa leggere quella di Enzo Campi. Ottimi sguardi!

    Spero di avere presto il libro, dato che per forza di cose nn sono stata capace di arrivare all’incontro al Cernizza.
    Un saluto!

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  12. Una premessa: per Marotta-persona e dunque per Marotta-poeta ho una ammirazione enorme; per questo, ogni volta che lo leggo, mi avvicino alla sua poesia con rispetto, forse troppo, nel senso che diventa quasi una sorta di paura, anche perchè si muove su piani che per me sono quasi sconosciuti. Per fortuna, direi, nel senso che quella di Francesco è una scrittura che mi costringe a scardinare il mio “ordine” e ne mostra uno nuovo e diverso.
    Ho il libro qui vicino ma non lo ho ancora letto davvero, so che mi riserverà molte sorprese e molte possibili chiavi di lettura. Fra tutte queste, Natàlia, trovo che la tua sia una delle migliori possibili, e lo dico con grande sincerità.

    Francesco t.

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  13. prima c’è il lavoro che Francesco Marotta compie sulla parola, un lavoro non da tutti, per nulla semplice ma che quando deve arrivare arriva. Dopo c’è il lavoro che ha fatto qui Natàlia. Un lavoro attento, preciso, scientifico e fatto con amore. Francesco nel libro e Natàlia qui, hanno avuto cura

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  14. Grazie ragazzi, mi ricorderò di voi: vi citerò nel discorso di accettazione del premio che, prima o poi, andrò a ritirare in Scandinavia (o nello Scantinato: l’è istèss…)

    :)

    fm

    Vi amo, voi tutti che siete in questo blog!

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  15. Natàlia, magari lo conosci già, in caso contrario spero ti faccia lo stesso “effetto” di Egberto Gismonti. Ricordi?

    E’ il mio *grazie* per te e per tutti voi. I suoi dischi sono bellissimi, l’ultimo “My wilderness” è un capolavoro. Eccone un assaggio:

    fm

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  16. Il mio viaggio attraverso “Esilio di voce” è stato accompagnato da un pensiero, anzi un desiderio, costante: quello di riuscire a leggere ad occhi chiusi. Per amplificare un sentire diverso, al di fuori e al di là dei consueti punti di riferimento, poetici ma non solo. Ci sono tempi e luoghi “altri” che si manifestano solo se rimaniamo in ascolto.

    La lettura di Natàlia, la nota di Enzo e la prefazione di Marco Ercolani sono state per me “chiavi” davvero preziose. Prendo in prestito alcuni passi:

    L’esilio di voce in Marotta è silenzio che si fa voce, parola scritta, che in vari passaggi assume il tono di un’accorata preghiera affinché in essa stessa – preghiera e parola – si rinnovi di volta in volta l’erranza, il cammino, il “desnacimiento”. (Natàlia Castaldi)

    Se ogni cosa ha un’anima, la voce di quest’anima ci permette di entrare in contatto non tanto con la cosa ma con il cuore della cosa. Se poesia significa “toccare la cosa delle parole”, ebbene Marotta ci permette di toccare il cuore poematico di tutte quelle cose che, attraverso il suo tocco, si fanno portavoce di poesia. (Enzo Campi)

    Leggendo questa poesia, non si ha mai la sensazione che l’autore sia il regista assoluto del testo che scrive; non impone al lettore cosa leggere e come leggere, ma piuttosto è un umile e appassionato coordinatore di materiali – acqua, aria, terra e fuoco – e gli sfuggono sempre dalle dita, perché non può essere altrimenti. (Marco Ercolani)

    Leggendo la poesia di Francesco Marotta ho avuto la sensazione di essere le parole/le cose che stanno sulla pagina, di trovarmi di fronte a (o immersa in) uno specchio che riflette e restituisce la nostra dolorosa essenza, la purezza di qualcosa che è stato, e che si è perduto.
    Non c’è un centro da cui partire in questa scrittura, a cui si possa tornare, ma parole e direzioni infinite. Un continuo andare, in una ricerca senza fine, lungo bordi che circondano con confini mobili, ma non difendono, i nostri “luoghi interiori”. Camminare, attraversare, disegnare, cancellare e ancora disegnare in un continuo presente, un momento che si dilata e diventa sconfinato.

    Davvero la poesia, quando ci offre uno sguardo diverso, è un grandissimo dono (e ringraziando Francesco Marotta mi scuso con lui per il commento poco professionale, da lettrice che ha tutto da imparare).

    Grazie, un caro saluto
    Stefania

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  17. Grazie di cuore, Stefania.

    Ho appena letto, e trovo nelle tue parole la conferma di quanto penso da sempre: che la poesia è un corpo che vive solo nel respiro di chi la legge: è quel “respiro” che ne perimetra l’esistenza; sono quegli “occhi chiusi” a regalare a chi scrive l’unica visione possibile di quanto i segni gli hanno “volutamente” nascosto in corso d’opera.

    Ciao, un abbraccio a voi.

    fm

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