Giorno: 10 novembre 2011

Grow di Dario Radi

Mentre stavo scongelando il cassetto del freezer, nel frigorifero, con le mani bagnate e fredde, ho ritrovato la scatolina che una volta avevo nascosto dietro il cassetto del tavolo. Quel tavolo che avevo piantato sotto la quercia e che col tempo aveva messo sui rami gemme e germogli a forma di forchette e coltelli. Nella scatola che avevo in mano, nelle mie mani bagnate e fredde, conservavo le biglie di vetro, le figurine dei calciatori, un’automobilina di metallo, le forcine che rubavo dai tuoi capelli e i rami che ogni sei mesi tagliavo all’alberello che tenevo fuori casa. Anche i miei boccoli, i miei capelli e i boccoli dei miei capelli lasciavo nella scatola, dopo che me li tagliavo con le forbici di mia madre. I miei capelli erano castani. C’era anche una caramella al limone, di quelle frizzanti e chissà da quant’è che era lì eppure la mangiai lo stesso. Che buona che era! Tra le figurine, quelle dei calciatori, c’era proprio quella che una volta mi fece correre a casa dopo averla trovata nella busta appena strappata e aperta. Era la figurina di un portiere (mi piacevano loro e i difensori, gli attaccanti non li ho mai sopportati e li sdegnavo) e corsi a perdifiato a casa per metterla nell’album, a riempire quel rettangolo bordato e numerato per poi vedersi arricciolare la carta lucida che staccavo dalla figurina. Finalmente l’avevo trovato e potevo finire la formazione di quella squadra! E mentre correvo vidi la torre dove si era messa la vecchietta a sparare col suo fucile alle persone sotto di lei. Urlava e delirava e intanto i botti che uscivano dalla canna grigio scura coprivano la sua voce. I poliziotti si nascondevano dietro le loro macchine bianche e nere e cercavano di colpire i proiettili con racchette da tennis e mazze da baseball. Qualcuno di loro venne colpito nel tentativo di controbattere e stramazzò a terra chiedendo se fosse tutto vero. Io svicolai tra gli alberi del palco, non potevo morire proprio adesso che avevo finalmente trovato il giocatore che mi mancava. Arrivai trafelato e col fiatone a casa e salii in camera mia senza rispondere alle domande di mia nonna, che dormiva appoggiando i gomiti al tavolino e ogni tanto scivolava giù, fino quasi a battere il mento sul legno. Quale delusione fu la mia, però, scoprendo che avevo già quella figurina e il sorriso di quel portiere dalla maglia grigia a maniche lunghe già se ne stava sulla carta patinata e adesiva. Come potevo avere fatto quell’errore? Fino a pochi mesi prima non sarebbe potuto accadere, e invece adesso mi ritrovavo seduto sul bordo del letto con le mani che stringevano una scatola di legno dal coperchio aperto. Le mie mani bagnate e fredde sulle quali contai 31 gocce d’acqua che scivolavano fino ai gomiti. Quando arrivai a 31 capii che oh sì un giorno sarei tornato bambino e sarei tornato di corsa all’albero dove ci scambiavamo le figurine, passando di nuovo davanti a mia nonna e finalmente capace di urlarle il mio odio, spiegando alla vecchietta sulla torre che non c’è bisogno di arrivare a toccare quasi il cielo e da lì mettersi a difendersi da tutto e da tutti, che tutto è molto più semplice di quanto sembra. Quando arriverò alla quercia dove ci scambiavamo le figurine avrò in mano il portiere che già avevo attaccato sull’album e chiederò a Gianni di scambiarlo con quell’attaccante che mi manca, finalmente ammettendo, soprattutto a me stesso, che ho bisogno di un maledetto attaccante per poter finire l’album.

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