Giorno: 5 novembre 2011

Diego Conticello: Barocco Amorale (recensione di Marzia Alunni)

BAROCCO AMORALE: UN LIBERO CONCERTO DI POESIA

di Marzia Alunni

La poesia, per Diego Conticello, è un medium espressivo privilegiato, inesauribile, ma con una sorvegliata attitudine di scrittura che pone importanti problematiche nello stesso tempo in cui invita alla lettura degli esiti maturati.

Nella sua opera prima, dal titolo, affascinante e suasivo, di Barocco Amorale (LietoColle, Collana Erato, 2010), il poeta gioca sul significato polisemico attribuito alla menzionata “amoralità”. Essa è intesa come una sorta di categoria ribelle, e perciò ‘sui generis’, dell’esistere, dell’amare, in una parola dell’essere.

La visione del linguaggio, che l’autore intende proporre, è personale. I limiti del suo mondo, parafrasando dunque Wittgenstein, è preferibile non fissarli a priori in maniera restrittiva nella lettura interferente e critica.  L’ideale è avvalorare il concetto di una flessibilità a largo raggio, olistica, impegnata  nella ricerca di moduli espressivi non adusati e finalmente liberi.

Il contrasto vissuto nell’attività di scrittura, affabulatoria e creatrice, è con la tradizione, anzitutto metricologica, ma anche deitticamente espressa dai più pervasivi luoghi comuni che la caratterizzano, dai miti che surrettiziamente vengono ripetuti ‘ad libitum’ dalla contemporaneità.

Quale poesia possa valere per un mondo impoetico, sembra oggi domandarsi intanto, ogni lettore, la risposta, trovata nell’opera, risiede nella totale libertà/responsabilità del creare.  A tal uopo, si spiega l’intervento, in premessa, dell’autore, volto a chiarire le linee della sua ricerca espressiva. Essa guida, suggerisce la strada, non già semplicemente per leggere, o aderire, ma per evitare di essere lontani dalla percezione, come valenza primaria, della poesia. In tal senso è comprensibile, il rifiuto di facili ritmi, cadenze o vocaboli non originali e frutto di una ricerca meditata, sempre indice di vera arte.

A provare la sostanziale correttezza di questa posizione pensano i versi stessi, ne cito due, tratti dalla poesia ‘Nostalgia’, perchè assai emblematici della posizione assunta: “…ascolto armonie anarchiche / per sapermi vivo.”

Se non ritenessi in parte superfluo il ricorso ai parametri noti del recensire, potrei osservare che, nella fattispecie, si assiste ad una lapidaria dichiarazione di poetica.     Molto opportunamente quell’aggettivo ‘anarchiche’ interviene a salvare, liberando chi legge dall’abitudine alla classificazione, a restringere il campo.

Sono aperte tute le strade, sembra suggerire l’autore, dalla meditazione, anche controcorrente, all’atto contemplativo, fondante un mondo di metafore che si rincorrono, dialogano, e confondono i sensi, per condurre a quella amoralità, empatica e naturale, propria di ciascun essere umano. A ben vedere, nella messa tra parentesi dell’ovvietà è compresa un’ardua cura nel tentare rischiose, e premianti, esperienze di ricerca lessicale. Termini suggestivi e stuzzicanti come l’aggettivo “bluati” (ma è solo un…aggettivo?), catturano, seducono e risvegliano dall’apatia quotidiana.

Un discorso a parte bisogna dedicare inoltre alla scelta, del poeta, di parlare in prima persona, l’io adottato non è infatti puramente lirico. Le matrici ermetiche, dichiarate, sono una sfida, un nobile canovaccio sul quale recitare in modo veramente innovativo.  Non si nota una rigida scelta elitaria, come per l’artista, chiuso nella torre d’avorio, che adotta uno stile oscuro, presupponendo un’incomunicabilità che oggi nessuno più  desidera.

Il lessico originale di Conticello svela un’urgenza di aprirsi al dialogo congruente, e testimoniare, si veda la bella poesia dedicata a Catania, e le pagine volutamente non melodiche, eppure un vero concerto di poesia.

Per tornare agli aspetti meditativi, è giusto prendere atto di una distanza incommensurabile, e tutta umana,  fra la rappresentazione di un mondo, il nostro, controverso e afflitto dalla finitudine, e le attese interiori.  L’io, per Diego Conticello, non ha, del resto, i limiti della vieta e scontata confessionalità, è libero, nell’immersione naturalistico-panica che manifesta in modi assai diversi.

A riprova, si osserva una dilatazione del confine fisico/metafisico, dettata dalla necessità di rifuggire dal banale, essa trapela nella filtrata scrittura, a volte ammaliante, caratteristica del poeta che sa dire: “…E se raccogli / aroma di cosmo / nel calice / pacato / d’una mano / sarai / seta del vago”[ Svernare ad oriente].

Concludendo, l’impegno e la libertà creatrice, il lavorio e mai l’elegante e addomesticata prigionia intellettuale, sono gli elementi ‘vivi’ e fondanti di questa esperienza letteraria, certamente motivata nella ricerca di un nuovo equilibrio, di spazi mediati fra sapere ed elaborare.

@ Marzia Alunni