Mese: novembre 2011

Saverio e tu cosa diresti?

Saverio e tu  cosa diresti?

Se ti ripenso, negli ultimi anni, steso a letto, sempre su un fianco, sempre lo stesso, la televisione  accesa e d’inverno, la zazzera bianca (solo quella) che usciva da sotto le coperte. Ancora mi arrabbio, ma ormai poco, se penso al modo in cui rinunciasti a vivere. In fondo cos’era stato poi? Una caduta dalla bici, da fermo peraltro. Tu che eri super attivo anche a quell’età, avresti dovuto riprenderti in poco tempo, una rottura del femore è nulla. Invece rinunciasti, ti adagiasti. Dicevi che la fisioterapia ti dava troppo dolore. Fosti debole, nonno, o soltanto stanco. Vabbè, è andata come è andata. Ogni tanto mi manchi, non sempre, ma ogni tanto sì. Stavi fermi a letto ma ti incazzavi ascoltando le notizie. Il telegiornale lo chiamavi: ‘O giurnale radio. Evocando in me scene che si svolgevano in vecchie cucine, durante e dopo la guerra. Quelle bellissime radio. Ti incazzavi per il Napoli ma soprattutto per la politica. Quando sentivi, già a quel tempo, anni ottanta, parlare di manovre finanziarie, debito pubblico, blocchi di pensioni, ti giravano le balle sul serio. Dal letto gridavi (e non sempre ti si capiva) che erano tutti mafiosi. La nonna ti diceva di smetterla. Ma tu non la smettevi e giù insulti: Andreotti mariuolo, Spadolini mariuolo. De Mita l’avresti fatto secco, su Craxi non ti pronunciavi, non l’avevi inquadrato bene. Ti piaceva Berlinguer dicevi che era uomo d’onore. Ma a volte ti incazzavi anche con lui. Come facevi con i ciclisti durante il Giro d’Italia, durante le salite. Con i tuoi preferiti ti arrabbiavi ma per esortarli. Mi ricordo a un Giro, vinse Battaglin, certo non uno dei più forti di sempre, che ti entusiasmò. Andasti avanti settimane a dire: “So’ cuntento, ha vinciuto Battaglin, ‘o guaglion’ se l’ha faticat’ “. Ti affezionavi a certi personaggi piuttosto che a altri. Odiavi Beppe Savoldi. Sono vent’anni che non ci sei più e quando leggo le notizie sui giornali, ogni tanto, ti penso, penso a cosa diresti. Su gente come Alfano, Cicchitto, Gasparri, per non parlare di Bossi. Troveresti ridicolo Bersani. Odieresti Silvio e pure questo Papa. Ogni tanto, di nascosto dalla nonna, me lo dicevi che i preti ti stavano sulle scatole, poi ridevi. E, ti abbiamo visto, nonno, quando imbrogliavi nel dire il Rosario. Non te ne fregava una mazza ma non camminavi, non potevi scappare da nessuna parte. No, non ti piacerebbero  questi politici, nemmeno i programmi TV. A te piaceva, Corrado. E di Pippo Baudo dicevi: Nù professionista, sape faticà. Non ti piacerebbero un sacco di cose come non ti piacevano allora. Forse adesso proveresti un disprezzo maggiore o magari non te ne fregherebbe più nulla. Altre cose che ricordo di te: quando si passava dall’ora legale alla solare o viceversa, andavi avanti i mesi successivi a ripetere come litania: Mò fossen ‘e tre, mo fossen’ ‘e quatt’. Prima, invece, andavi al bar a giocare a carte: scopa o tressette. Eri bravo ma non abbastanza, quando avevi in mano una carta che contava, ti si illuminava il viso. Nonno, ti facevi beccare.

Gianni Montieri

Solo 1500 n. 24 – Maluventu, Ruina e Toc

Solo 1500 n. 24 – Maluventu, Ruina e Toc

Leggo un bell’articolo di Paolo Rumiz su La Repubblica di domenica 27/11. Rumiz compie un percorso, nemmeno tanto breve, nella Storia d’Italia. Lo fa attraverso le catastrofi: alluvioni, terremoti, frane, valanghe e così via. Ho trovato l’articolo molto interessante. La lezione è ovvia: non impariamo mai, né dalla storia né dai nostri errori. Qui, però, mi preme sottolineare un aspetto del brano di Rumiz quello che ancora una volta ci spiega quanto siano importanti le parole, le loro origini e i dialetti. Prendiamo  i tre termini del titolo, tre dialetti diversi. “Maluventu” in sardo significa : vento cattivo, i piemontesi lo registrarono male, “maldiventre” e il tratto di mare così denominato divenne tremendo per le navi che lo attraversavano. “Ruina” la frana più estesa che sia mai avvenuta in Italia – Ancona 1982, dai Romani in poi, lì non si era mai costruito. “Toc”, il Vajont, che significa  all’incirca: qualcosa che sta in bilico. Un nome ignorato e duemila morti. La riflessione che provo a fare è semplice: davvero possiamo continuare (se non a imparare da ciò che succede da sempre) a sottovalutare il valore di una parola? Di un nome? Oggi molto spesso si sente dire: chiamiamo le cose con il proprio nome. La frase la si usa soprattutto quando non si è molto chiari su ciò che si vuole. Non potremmo cominciare a considerare, allora, l’importanza di un nome dato a un luogo? O pensiamo davvero che chi sia venuto molto prima di noi sia stato tanto idiota e sprovveduto da dare un nome a caso?

Gianni Montieri


[Novità Editoriale] La Fame – Chiara Catapano

La Fame, Thauma Edizioni
2011


(madre padre)

Porto sulla pelle il nome affiliato di mia madre
sono ricorrenza calcificata delle sue viscere
ho le sue rughe precoci
a squadrarmi una via ragionevole
in mezzo alle sterpaglie
e rimozione algebrica
(non posso essere 1+1=2DNA sommati nella pancia)
Schiudo la porta all’uscio di mio padre
la maniglia lucida
di fatiche chiuse all’angolo

Nel cuore rosso d’uovo
graffio la parte cedevole
a crearmi un varco
luogo impreciso da non far quadrare i conti
luogo che sia vera privazione
dove alcuna gravità attecchisca alle pareti
I miei pranzi trafugati
alla giornata
sono fuoco negli occhi di mio figlio
C’è qualcosa che devo pur
abbandonarmi dietro
alla rinfusa
tirare dritta per la strada d’abbandono
Un figlio è un patibolo di vita
cui diligentemente offrire il collo
lasciarsi sgorgare in un fuori di battaglia

Alla durezza d’osso che copri    (a Creta)
con le tue bianche parole
sei così interamente condivisa
che spaventi
come una madre aperta al parto.
non ti sorprendere il sollevamento
e lo schianto nel cuore
di crudo melograno?
Capisci di cosa sto parlando?
Parlo di radici, quelle che mi escono
di bocca in ogni ieri.

Se questo mondo preme e tu
mi pieghi libellula all’acqua
ancora non capisco ma provo per poco
la giusta proporzione
da ripartirmi pezzo pezzo
ci fosse quasi un intero
cui crearsi pratica di qualche immunità,
perchè ho sempre troppe parole
da passarmi al setaccio delle mani
ripulirle all’osso
rendere riassunto di un’azione
-un verbo-
più confortevole al passaggio di tutte
le reliquie sacre della terra

Poesie di Domenico Lombardini

Poesie di Domenico Lombardini

 

L’oggetto individuato fuori, segnalato dai sensi:
la sua presenza sostanziale rassicurante.
Poi l’attenzione vòlta ad oggetti interni,
invisibili ma apprezzabili, a volte distintamente.
Seguì l’oscillazione: dedicarsi-prostituirsi
o incunarsi-partorirsi?
Ci si rifugiò nella contingenza, per non scegliere.
Lo stato non risolto poi riemerse, lo si chiamò “nevrosi”,
e l’oscillazione riprese: si trattava di sciogliere il nodo
o di romperlo; o di cambiare la percezione dell’io-mondo.
Sapeva bene: non si può servire due padroni.

Curriculum

dovrei forse ho deciso di ecco che
ah bene non bene proprio veramente poteva
non vedo perché meglio ecco potrei
abbiamo avuto un riarmo ecco un suono
non vedo come peggio ho avuto
non proprio come avrei voluto cambio
si va sempre non mica ben potuto
non ecco proprio come avrei
strazio si cresce un po’ si svolta
poco declina piano si va giù
siamo tanti giù c’è da fare
non posso corde ordàlia non
proprio bello fatto accumulo
facce non bene – non faccio.

*

ai margini della strada, una lumaca:
la prendo, la manipolo, la apprezzo, la ripongo sul
marciapiede, al sicuro.

volontà dice fai, e il fatto è; il desiderio vuole
questo, e questo è; il pensiero desidera
un mondo, e il mondo è;
siamo persuasi: basta pensarlo.

Osservazione 2

si erano dette cose del tipo:
ci sarà tempo per; oppure,
se cercherai, troverai;
infine: l’amore salva. ma il tempo
non basta e l’amore consuma; e quella voce
interna sostanziata
da prove, da un certo nesso causale.

Abitare il niente

un oggetto: la mano pregusta
il tatto, stupisce al contatto
e apprende questo diverso,
non previsto, né nuovo né vecchio.

così l’occhio modella
il mondo, lo informa e
stilizza, ma poco fende
il vero, e apre al falso.

immediatezza richiede visioni,
dischiudono queste
immagini future: a un passo
seguirà per forza un altro.

non il momento, si vivono
irrisolte giunzioni di durata,
si abita il niente: indeterminati
sono lo spazio e il tempo.

un costante anestetico
convincimento di coscienza,
che è incoscienza, brusio
di fondo, Io, lògos.

per il resto, certo automatismo
induce a fare quel che facciamo
incautamente: dimentichi
del tutto, abitiamo il niente.

*

si tratta di questo:
si son fatte rare le esperienze, rarificate sono
le risorse, inficiate le possibilità
di scambio empatico, reificato
è il tutto, sprofondato in materia,
materializzata è ogni cosa, ogni sentimento
inchiodato al muro della sua irresponsabilità, tutto.
oltre lo sguardo di altri l’invidia, il sospetto
che altri stiano meglio, che dispongano del modo,
dello strumento, del segreto per aggiogarla infine la vita.

 

 

Kata-strofe – Alessandro Chiappanuvoli Gioia (post di Natàlia Castaldi)

alle persone colpite

 

Vado cantando kata-strofe

 

– e son stufo –

 

alletterando tintinnii di

di pioggellinina finissimissima

a gravi crateri di TeRRa

e fragorose frotte di fango, a cumuli

dimmondizzia immarciscente

 

– e son stufo –

 

Piuttosto

(io)

di così mi spezzo

– TRA

l’odore una volta di terra e di madre

oGGi puzza

dal classico al moderno

dal grigio al viola

di porte / da un lato

di ponti / dall’altro

TRA

5 € 500 tagli SEMPRE

mal distribuiti

TRA le vittime e

i carnefici

– un tempo

TRA servi e imperatori

passando per tutti i diversi gradi di vassallaggio

– che oggi

a TRAtti non ha più neanche odore

(pausa: richiamo: la paura del crollo delle borse

quando invece ci cadono sulla testa montagne)

piuttosto

di così preferisco sognare

che la terra sia salda come i capisaldi

dei principi dell’economia e i saldi

a Natale.

 

– Ché son stufo –

 

– 4 saldi dalla padella alla brace

debito – interesse – capitale – liber(TIN)ismo moderno

ma lasciamo stare. –

 

Piuttosto

(IO) me ne sto qui a cantare

mentre villaggi finiscono in fondo al mare

miserrime kata-strofe

medesime nelle conseguenze in tutto lo stivale

medesime nello spazio in faccia al giornale

alletterando tintinnii

medesime nelle sub-strutture mafiose in azione

medesime nella (SUB?) strutturale mancanza di prevenzione

– e son stufo –

medesime della medesima puzza di morte

DIVERSE

nel dolore SOLO

astoricamente radicato in quell’ultimissimo lampo

davanti la singola sorte.

 

Sono stufo del senso di colpa.

 

23/11/2011

La logica del desiderio (Giulio Perrone Editore, 2011) – recensione di Roberto Ranieri (post di natàlia castaldi)

cliccando sulla copertina si apre il link al sito ibs per l'acquisto online del libro

 

Giuseppe Aloe

La logica del desiderio

(Giulio Perrone Editore, 2011)

 

 

Per dire se un romanzo funziona, non mancano metafore acquatiche: la scrittura scorre, fluisce, s’incaglia. Il lettore si immerge, i personaggi affiorano. Così, restando a pelo d’acqua, il primo verbo che istintivamente soccorre nel cogliere le virtù de La logica del desiderio (Giulio Perrone Editore, 2011), l’ultima fatica letteraria del cosentino Giuseppe Aloe, potrebbe essere “gocciola”. Perché se lo scorrere può render bene la mobile empatia dell’immaginazione a contatto di eventi e personaggi, il “gocciolare” di Aloe abbisogna di un talento e una tecnica non meno raffinati; che ogni stilla depositata per accumulo sul pozzo centrale di raccolta, il ritratto psicologico del giovane protagonista alle prese con gli incerti e i sommovimenti del proprio eros, segue la bussola di imbuti convergenti dalla taratura assai delicata. Occorre innanzitutto buona mira, evitando rivoli inutili su ridondanze o dettagli inessenziali, ma soprattutto un giusto dosaggio; in questo, ogni “stilla” di costruzione psicologica del personaggio, in Aloe, ha un respiro riconoscibile, incalza il lettore al ritmo sincopato di proposizioni brevi, talvolta semplici costruzioni nominative, in un’opera di continuo avvicinamento, più che al premeditato disegno di un paesaggio fisico o antropologico, alle sfumature di una messa a fuoco soggettiva continuamente  in progress: ma l’empatia con l’io narrante, per funzionare e reggere bene duecento pagine di flash e istantanee sui moventi e i retropensieri di un’ossessione amorosa, ha bisogno di molto mestiere, e l’autore lo sa bene. Così l’affresco interiore di una libido mobile e irrequieta, fra risalite e improvvisi inabissamenti, si tiene opportunamente alla larga da un facile effettismo, rilancia l’eco di una discesa agli inferi del sé come un misterioso inventario di accadimenti interiori e esterni, il cui filo rosso sembra tendere al lettore un ponte condiviso di inconoscibilità, quasi un contrappasso solidale al logos che informa un’azzoppata rappresentazione del mondo; e i personaggi che ruotano attorno all’ego onnivoro dell’autore prendono corpo in una continua tensione bipolare fra intangibilità del fantasma e plasticità di un rito quotidiano di esistenza – sopravvivenza. Qui forse, nell’equilibrio calibrato fra Es e Res, il gocciolio frastico di Aloe scava un solco durevole nella disposizione percettiva di chi legge, sta al gioco senza sforzo, e difficilmente si stacca dalla pagina; dove poi quell’equilibrio si cristallizza in una forma allegorica compiuta, come nella descrizione del sogno del padre fatto di cera (vero snodo centrale del libro), il risultato può regalare emozioni letterarie autentiche, e l’empatia a pelle mettere radici di consonanza più sottili. La logica del desiderio sfugge per definizione, o per cronica indefinizione dei moventi che ci legano all’altro; resta la logica della scrittura, che ne rappresenta le oscillazioni, regala loro cause e effetti in ordine sparso. Talvolta perfino il fantasma di un senso possibile.

Roberto Ranieri

Lost in quotation (4)

(4)

Cantando nel sole, ridendo sotto la pioggia, scoprendo il chiaro di luna, rotolandosi nel grano. L’idea di omicidio evoca spesso l’idea di mare, di marinai. Venerdì sera sono andato a una festicciola a casa di un collega di lavoro. I pescatori – insinuai io – sono tradizionalmente incuranti della verità. Tutto quello che ho fatto io è stato, di tanto in tanto, desiderare con tutte le mie forze che morisse. Una parola di troppo, uno sguardo sbagliato, e il gruppo rischiava di disperdersi, tutti e ciascuno di corsa verso la propria macchina. Un vero e proprio miracolo. Non è durato, certo, ma è stato piuttosto convincente per qualche attimo. Il pesce che segue l’acqua vive nel tempo dell’acqua; più acqua non significa più tempo. Tutto sommato l’unica ragion d’essere della vita oppure di una storia è “cosa succede dopo?”.

Anche quel giorno, nel tardo pomeriggio, si incamminò per la via in salita. Non avrebbe dovuto prendere quella scorciatoia. La prima cosa che ho visto è il fumo. Una catena con un lucchetto chiudeva il cancello. L’erba bruciata in cima alla scogliera e la strada polverosa oltre il cancello. Non c’era miseria, ma neppure ricchezza. Era una gioia appiccare il fuoco.  Fossero i colori malinconici, fosse la luce pomeridiana pallida, anemica, estenuata dalla caligine: uomini e cose avevano qualcosa d’indifferente, di spento, di meccanico, quasi fossero parte della scena d’un teatro di marionette. Il sole spariva dietro le colline che limitavano la vista verso ponente. Il cielo sopra il porto aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto. C’era di tutto, nel cielo.

Ma la processione su per il colle straniero, delimitata dai cipressi, sospinta dal monotono salmodiare del sacerdote e ritardata dalle soste alle quattordici stazioni. Fu lui che ebbe l’idea. Fu lui che mi disse di portarmi la vanga. E fu sempre lui che mi diede gli ordini, al momento buono, e le istruzioni del caso. È meglio essere invisibili. La cosa più abbondante sulla terra è il paesaggio. Anche se tutto il resto manca, di paesaggio ce n’è sempre stato d’avanzo, un’abbondanza che solo per un miracolo instancabile si spiega, giacché il paesaggio è senza dubbio precedente all’uomo e nonostante ciò, pur esistendo da tanto, non è esaurito ancora.

E sul porto ho trovato una strana, quasi consapevole rispondenza. Era un rumore sconosciuto e inquietante, un tuono lontano. Benché si fosse tolto la maglia della scuola, che ora gli penzolava da una mano, la camicia grigia gli stava appiccicata addosso, e i capelli gli erano come incollati sulla fronte. Attraversare un guado: era questo che mi veniva in mente quando ci ripensavo. Credere al progresso non significa credere che un progresso ci sia già stato. Molti si sentono soddisfatti del proprio lavoro perché credono di fare qualcosa di importante, qualcosa che vale la pena fare. Non cominciare con niente, non smettere con niente: ecco il migliore stile di vita. La vita, vedete, non è né così bella né così brutta come si crede. La vita è una perpetua distrazione, che non lascia neppur prendere coscienza di ciò da cui distrae. Alcuni avanzi di leggi di un antico popolo conquistatore. Offrono il vantaggio di far risparmiare tempo alla gente, perché non pretendono un’attenzione che si prolunghi per settimane e mesi. Mentre l’uovo cuoce, mentre aspettiamo che il numero chiamato si liberi (se è occupato). Dimentichiamo facilmente le nostre colpe quando siamo i soli a conoscerle. Dobbiamo convenire che l’errore è la radice costitutiva del pensiero umano e della sua storia. Spesso è necessario persino tornare sui propri passi per cercare un’altra via d’uscita, prima che la notte sia definitivamente nera, ma l’acqua sempre più alta e più agitata rende il ritorno ancora più pericoloso. Gli ho sparato negli occhi.

Chi può mai sapere perché facciamo le cose che facciamo?  Sono proprio le avversioni e i desideri non espressi ad arrivare più lontano e a indirizzare la nostra condotta, simili alle linee di un campo magnetico. Si sa che sono otto i colori che fanno il bianco. Il bianco è anche una specie di nero. Quando si riconosce che qualcosa è necessario si prova una sorta di libertà. Era forte. Era esultante. Era pronto. Sono pronto, si disse, e si chiese che cosa ciò significasse. È penoso considerare il problema di quanti sono morti, nel corso della storia, perché altri non fossero morti invano. Molte sono a questo mondo le opinioni, e una buona metà di esse appartengono a persone che non sono mai state nei guai. E su questo non c’è altro da pensare, mi pare.

La scuola era finita. I ragazzi, finalmente liberi, fluivano a schiere per il cortile lastricato e, usciti dal cancello, si separavano e si allontanavano in fretta, a destra e a sinistra. Nessuno sa cosa significhi essere perseguitato se non l’ha vissuto personalmente e se la persecuzione non è stata costante e attiva, realizzata deliberatamente e con determinazione e con vigore e senza sosta, con perseveranza o con fanatismo, come se i persecutori non avessero altro da fare nella vita che inseguire qualcuno e ancor prima cercarlo, stargli addosso, spiarne i movimenti, localizzarlo e al massimo aspettare l’occasione migliore per regolare i conti. A questo ci si riduce. Non molto tempo prima era una ragazza, una giovane donna, coi suoi pregi e i suoi difetti, fragile e dura, debole e forte. “Cosa c’è?” chiese lui. La stanza era al buio, ma poté vederle la faccia stravolta dal terrore. “Qualcuno ha tentato di aprire la porta”.  Dio solo sa, se non ce l’ho messa tutta per capire come va il mondo, addirittura me lo sentivo, che poteva girare bene. La donna china la testa con aria indifferente, come per nascondersi dalla voce dell’uomo. Ci sarà pure qualcosa di meglio alla tv. La cosa piu’ bella della televisione e’ che se qualcosa di importante accade in qualunque parte del mondo, giorno o notte, tu puoi sempre cambiare canale. Oppure, se proprio hai del tempo da buttare, che so, potresti iscriverti a un corso serale. Diventare un dottore. Così magari riesci a tirare su due soldi. Ti regali una cena fuori. Ti tingi i capelli. Tanto, ringiovanire non ringiovanisci. Il potere è stare in piedi all’angolo di una strada senza aspettare nessuno. Ma è una questione personale. È proprio questo l’effetto dell’istruzione. Rende il mondo intero qualcosa di personale.

Un suono acuto, come la sirena di una nave, ma più stridulo, mi scuote. E così, qui dunque viene la gente per vivere; crederei piuttosto che si muoia, qui. Sono uscito. Ho visto: ospedali. Ho visto un uomo che barcollava e cadeva. La gente gli si è raccolta intorno, mi è stato risparmiato il resto. Un tempo, se ben ricordo, la mia vita era un festino in cui tutti i cuori s’aprivano, in cui tutti i vini scorrevano. Conosco quella prospettiva da cui ogni cosa appare terrificante e misteriosa. Rifletti sull’eternità, considera, se ne sei capace, l’oblio, e tutto diventa un portento. Eppure in assoluta umiltà io dico che certe cose sono più straordinarie di altre e che io sono una di esse. Perché l’argomento presenta un’allettante combinazione di glamour intellettuale e glamour giornalistico; e perché le ragazze mi hanno sentito recensire libri alla radio o visto parlare di cultura alla televisione. Ero in piacevole compagnia. Il mio è un sentimento personale, irrilevante rispetto al mio scopo presente. È un sentimento così completo, così egoista che io quasi me ne vergogno mentre la tristezza mi è sempre parsa onorevole. Per aprire una strada si scelgono sempre delle giornate calme, affinché i venti non spazzino via le opere degli uomini. I fatti parlano da sé, si dice, ma i fatti che ci toccano da vicino parlano, mi pare, una lingua un po’ più volgare degli altri. La miglior cosa sarebbe scrivere gli avvenimenti giorno per giorno. Tenere un diario per vederci chiaro. Non lasciar sfuggire le sfumature, i piccoli fatti anche se non sembrano avere alcuna importanza, e soprattutto classificarli. È la stessa differenza che passa tra una camicia e una camicia di forza. In passato è stato particolarmente eccitante seguire un corso di probabilità e statistica: benché piuttosto brutto, mi insegnò che si potevano fare affermazioni precise e utili su un mondo incerto. Io non vi biasimo tanto per la vostra voracità, miei simili; questa è natura, e non c’è niente da fare; ma dominare questa cattiva natura, questo è il punto. Voi siete pescecani, certo; ma se dominate il pescecane in voi, allora siete angeli; perché tutti gli angeli non sono altro che pescecani ben dominati.

carosello musicale – Umberto “Donato” Bossi – Sconforto – Ebbro (post di natàlia castaldi)

Sconforto

"Piangerò sulla vita passata
e il mio amore
piangerò
gri(iiiiiiii)derò
nella notte infinita"

*

Ebbro

"Ebbro di vita,
ho chiesto al sole
un po' di luce
sul nostro amor.
Ebbro,
felice,
è il mio destino:
un inno al sole
voglio cantar"

 

Tra le righe n.7: Joyce Mansour

Il pleut dans le coquillage bleu qu’est ma ville
Il pleut et la mer se lamente.
Le morts pleurent sans cesse, sans raison, sans mouchoirs
Les arbres se profilent contre le ciel voyageur
Exhibant leurs membres drus aux anges et aux oiseaux
Car il pleut et le vent s’est tu.
Les gouttes folles plumées de crasse
Chassent le chats dans les rues
Et l’odeur grasse de ton nom se répand sur le ciment
Des trottoirs.
Il pleut mon amour sur l’herbe abattue
Où nos corps allongés ont germé joyeusement
Tout l’été.
Il pleut, ô ma mère, et même toi tu ne peux rien
Car l’hiver marche tout seul sur l’étendue de nos plages
Et Dieu a oublié de fermer le robinet.

Joyce Mansour  ‘Déchirures’, 1955

Piove nella conchiglia blu della città
Piove e il mare si lamenta
I morti piangono senza tregua senza ragione senza fazzoletti
Gli alberi si stagliano contro il cielo viaggiatore
Esibendo i loro membri ispidi agli angeli e agli uccelli
Perché piove e il vento tace
Le gocce folli pennate di sporcizia
Scacciano i gatti nelle strade
E l’odore vischioso del tuo nome si sparge sul cemento dei marciapiedi
Piove mio amore sull’erba spianata
Dove i nostri corpi distesi hanno gioiosamente germogliato
Per tutta l’estate
Piove oh madre mia e anche tu non puoi farci niente
Perché l’inverno avanza solitario sulla distesa delle spiagge
E Dio ha dimenticato di chiudere il rubinetto

Trad. Rita R. Florit 

Piove nel guscio azzurro che è la mia città
Piove e il mare geme.
I morti piangono senza posa, senza motivo, senza riparo
Gli alberi si stagliano contro il cielo che passa
Esibendo i loro membri ispidi agli angeli e agli uccelli
Perché piove e il vento s’è zittito.
Le gocce pazze come piume sporche
Inseguono i gatti per strada
E l’odor di grasso del tuo nome si sparge sul cemento
Dei marciapiedi.
Piove amor mio sull’erba pesta
Dove i nostri corpi stesi son sbocciati con gioia
Tutta l’estate.
Piove, madre mia, e anche tu non puoi nulla
Perché l’inverno incede da solo lungo i nostri lidi
E Dio, diméntico, non ha chiuso il rubinetto.

Trad. Carmine Mangone

Simona Pocorobba, 2011

Il n’y a pas des mots
Seulement des poils
Dans le monde sans verdure
Où mes seins sont rois.
Il n’y a pas de gestes
Seulement ma peau
Et le fourmis qui grouillent entre mes jambes onctueuses
Portent les masques du silence en travaillant.
Viens la nuit et ton extase
Et mon corps profond ce poulpe sans pensée
Avale ton sexe agité
Pendant sa naissance.

Non ci sono parole
Soltanto peli
Nel mondo senza fogliame
Dove i miei seni regnano.
Non ci sono gesti
Soltanto la mia pelle
E le formiche che brulicano tra le mie gambe untuose
Portano le maschere del silenzio lavorando.
Piomba la notte la tua estasi
E il mio corpo profondo questo polipo spensierato
Ingoia il tuo sesso agitato
Durante la sua nascita.

[Traduzione di C.Mangone]

Questo Brano, più il meraviglioso disegno di Simona fanno parte del nuovo e-book della MaldororPress che uscirà nel 2012.
Ho colto l’occasione proprio per la Poetessa da me scelta, di aggiugere queste chicche, che sicuramente invogliano alla lettura della Mansour.

Joyce Mansour
Fiorita come la lussuria

a cura di Carmine Mangone

 

Poesia: sostantivo femminile?

Pur dando semplicemente una scorsa ai titoli più importanti del surrealismo storico (1924-1969), ci si rende subito conto di quanto l’amore, insieme a poesia e rivoluzione, abbia rappresentato per Breton e compagni una sorta di elemento “trinitario” imprescindibile[1].

Tuttavia, se la ricerca zelante dell’amore tra le brutture della vita quotidiana costituisce un’incessante e mirabile tensione nell’attività dei surrealisti, esistono nondimeno dei buchi neri – relativi in particolare al ruolo della donna e delle diversità sessuali – che offuscano alquanto la satinata prosopopea amorosa del gruppo.

E in effetti, nella prassi del surrealismo, la donna finisce talvolta per rivelarsi un mero complemento ispiratore dell’artista: una sorta di objet trouvé da collocare sull’altare di un patetico culto del femminino, quando non addirittura una presenza mitica o stregonica da raffinare nell’athanor del proprio ego letterario.

In altre parole, non ci si distacca poi molto dallo schema dicotomico tipicamente giudaico-cristiano della donna vista o come vergine-madre, o come figura perturbante e demoniaca[2]. La donna, anche per i surrealisti, sembra un essere dotato di una propria identità solo di riflesso.

Se poi si passa alla questione “omosessualità”, allora il violento ostracismo di molti surrealisti, tra i quali spicca lo stesso Breton, è addirittura indifendibile. Per alcuni di loro, la questione di una relazione amorosa tra individui dello stesso sesso non è neanche da porsi, perché finirebbe – ed è sin troppo chiaro – per inquinare la visione romantica e sostanzialmente convenzionale del rapporto tra uomo e donna su cui si fonda gran parte dell’armamentario surrealista[3].

All’interno del quadro sommariamente delineato, ci sono beninteso alcune fulgide eccezioni, e tra queste bisogna annoverare certamente la poetessa Joyce Mansour, che rappresenta, se così si può dire, il versante protofemminista (e bisessuale) del surrealismo.

Joyce Patricia Ades – questo il suo nome da “signorina” – era nata a Bowden, in Inghilterra, nel 1928. I suoi genitori risiedevano però abitualmente al Cairo, dove la famiglia Ades faceva parte da diverse generazioni della numerosa colonia britannica. Dopo gli studi secondari svolti in Svizzera e Inghilterra, Joyce rientra quindi in Egitto. Nel 1947, primo tragico matrimonio: suo marito, colpito da un male incurabile, muore dopo appena sei mesi. Nel ‘49, si risposa con Samir Mansour della comunità francese. La nuova coppia comincia allora a spostarsi tra Parigi e Il Cairo, e Joyce s’inizia alla cultura francese assimilandone la lingua. Nel ‘53 pubblica a Parigi la sua prima raccolta di poesie, Cris, attirando da subito l’attenzione dei surrealisti. Sarà l’inizio di una parabola creativa che si esaurirà soltanto nel 1986, allorquando la scrittrice angloegiziana muore per un tumore al seno.

Per dare un’idea del personaggio, riportiamo qui di seguito una testimonianza di Claude Courtot (membro del gruppo surrealista nel 1964-69): «Avevo fatto la conoscenza di Joyce e di Breton nel 1964. Al caffè La promenade de Venus, lei si sedeva sulla panca in fondo alla sala, sotto il grande specchio, in modo da essere di fronte a Breton (…) chiedeva regolarmente del rum e fumava un sigaro enorme che, per uno strano contrasto, rendeva ancora più femminili i tratti del suo viso di bambola bruna dagli occhi attraenti come pozzi. (…) Rileggo non senza emozione questo breve annuncio apparso su France-soir del 15-16 ottobre 1967: “Cerco sogni da collezionare. Scrivere a Joyce Mansour, 1 avenue du Maréchal-Maunory. Parigi 16°.”»[4].

L’opera letteraria della Mansour[5], tuttora pressoché sconosciuta anche in Francia, ridisegna incessantemente una cartografia dell’amore carnale, cercando, allo stesso tempo, di sottrarlo all’utilitarismo e ai buoni sentimenti; il tutto grazie all’espressione di un’energia vitale ricca di humour e di fervido erotismo.

Siamo comunque ben distanti dalle manie ostentate da un Dalí, come pure dall’accanimento lirico-ossessivo di un Bataille (si pensi qui al simbolismo uovo-occhio-testicolo di Histoire de l’œil); tuttavia, anche nella poesia della Mansour è quanto mai preminente la lotta tra Eros e Thanatos, benché si risolva spesso in un’aggressiva ed ironica civetteria, la quale, d’altronde, si sposa magnificamente alle ruvidità, per niente volgari, di una scrittura risoluta e personale. Inoltre, fin dagli esordi, i testi della Mansour mantengono scarsi legami di parentela con la scrittura automatica adottata dagli altri membri del gruppo.

Secondo Arthur Rimbaud – uno dei numi tutelari del surrealismo –, la “donna poeta”, liberata dalle costrizioni sociali, avrebbe trovato “cose strane, insondabili, ripugnanti, deliziose”[6]. Ebbene, con la poesia di Joyce Mansour, tale premonizione ha trovato certamente una delle sue realizzazioni più belle, imperiose ed emozionanti.

Carmine Mangone

http://carminemangone.com/


[1] L’Amour fou (1937) di Breton, L’Amour la Poésie (1929) di Eluard, La Liberté ou l’amour (1927) di Desnos, Anthologie de l’amour sublime (1956) di Péret, ecc.; la lista delle opere sarebbe piuttosto lunga e basta d’altronde consultare una qualsiasi bibliografia sul surrealismo per rendersene conto.

[2] Si veda ad es. La Noyau de la comète di Péret, testo che fungeva da prefazione all’Anthologie de l’amour sublime, ora in : Benjamin Péret, Oeuvres complètes, tome 7, Librarie José Corti, Paris, 1995, pp. 253-294.

[3] Cfr. Recherches sur la sexualité, in: “La Révolution Surréaliste”, n. 11, 15 mars 1928, pp. 32-40. Traduz. it. in: Archivio del surrealismo, Ricerche sulla sessualità, ES, Milano, 1991, pp. 33-69. Preme qui rilevare la mancata partecipazione di René Crevel (dalle note “simpatie” omosessuali) alle sedute surrealiste sulla sessualità. Sarà stato un caso? José Pierre non ne è affatto convinto (cfr. ibidem, pp. 20-21), e neanche chi scrive.

[4] Claude Courtot, Les Ménines, le cherche midi éditeur, Paris, 2000, pp. 109-110.

[5] Tutti i suoi testi editi sono stati raccolti (insieme a qualche inedito) in: Joyce Mansour, Prose & Poésie – Oeuvre complète, Actes Sud, Arles, 1991.

[6] Arthur Rimbaud, lettera a Paul Demeny, detta “del veggente”, 15 maggio 1871.

[1] Claude Courtot, Les Ménines, le cherche midi éditeur, Paris, 2000, pp. 109-110.

[1] Tutti i suoi testi editi sono stati raccolti (insieme a qualche inedito) in: Joyce Mansour, Prose & Poésie – Oeuvre complète, Actes Sud, Arles, 1991.

[1] Arthur Rimbaud, lettera a Paul Demeny, detta “del veggente”, 15 maggio 1871.

Grida
(Cris, 1953)
estratti

*

Amo le calze che rassodano le tue gambe
Amo il corsetto che regge il tuo corpo tremante
Le tue rughe i tuoi seni che traballano la tua aria affamata
La tua vecchiezza contro il mio corpo teso
La tua vergogna di fronte ai miei occhi che sanno tutto
I tuoi vestiti che hanno l’odore del tuo corpo guasto
Tutto questo mi vendica finalmente
Degli uomini che non mi hanno voluta.

*

Che i miei seni ti provochino
Voglio la tua furia
Voglio vedere i tuoi occhi appesantirsi
Le tue guance sbiancare incavandosi.
Voglio i tuoi brividi.
Devi esplodere tra le mie cosce
I miei desideri vanno esauditi sul terreno fertile
Del tuo corpo senza pudore.

*

Non mangiate i bambini degli altri
Perché la loro carne marcirebbe nelle vostre bocche ben fornite.
Non mangiate i fiori rossi dell’estate
Perché la loro linfa è il sangue dei bambini crocifissi.
Non mangiate il pane nero dei poveri
Perché è fecondato dalle loro lacrime acide
E metterebbe radici nei vostri corpi allungati.
Non mangiate affinché i vostri corpi avvizziscano e muoiano
Creando sulla terra in lutto
L’Autunno.

*

Le cieche macchinazioni delle tue mani
Sui miei seni frementi
I lenti movimenti della tua lingua paralizzata
Nelle mie orecchie patetiche
Tutta la mia bellezza annegata nei tuoi occhi senza pupille
La morte nel tuo ventre che si nutre del mio cervello
Tutto questo fa di me una strana signorina.

*

Chiamami col mio ultimo nome.
Appendi i miei vestiti ai pianeti alle stelle.
Che le mie gambe senza uscita marcino sulla terra
Seminando la mia disperazione nei cuori degli animali
Che le mie ultime risposte suonino come rintocchi
Per invitare gli uomini all’assoluzione.

*

Voglio mostrarmi nuda ai tuoi occhi cantanti.
Voglio che tu mi veda gridare dal piacere.
Che le mie membra piegate sotto un peso troppo greve
Ti spingano ad atti empi.
Che i capelli lisci della mia testa offerta
S’impiglino alle tue unghie incurvate dal furore.
Che tu rimanga in piedi cieco e credente
Guardando dall’alto il mio corpo spiumato.

Biografie:

Joyce Patricia Ades – questo il suo nome autentico – è nata ad Bowden, in Inghilterra, nel 1928. I suoi genitori risiedevano però abitualmente a Il Cairo, dove la famiglia Ades faceva parte da diverse generazioni della numerosa colonia britannica. Dopo gli studi secondari svolti in Svizzera e Inghilterra, Joyce rientra quindi in Egitto. Nel 1947, primo tragico matrimonio:suo marito, colpito da un mare incurabile, muore dopo appena sei mesi. Nel ’49 si risposa con Samir Mansour della comunità francese. La nuova coppia comincia allora a spostarsi tra Parigi e Il Cairo, e Joyce s’inizia alla cultura francese assimilandone la lingua da autodidatta. Nel ’53 pubblica a Parigi la sua prima raccolta di poesie, “Cris” attirando da subito l’attenzione dei surrealisti. Sarà l’inizio di una parabola creativa che si esaurirà soltanto nel 1986, allorquando la scrittrice angloegiziona muore per un tumore al seno.
Scrisse di lei Claude Courtot, membro del gruppo surrealista: “Avevo fatto la conoscenza di Joyce e di Breton nel 1964. Al caffè La promenade de Venus, lei si sedeva sulla panca in fondo alla sala, sotto il grande specchio, in modo da essere di fronte a Breton (…) chiedeva regolarmente del rum e fumava un sigaro enorme che, per uno strano contrasto, rendeva ancora più femminili i tratti del suo viso di bambola bruna dagli occhi attraenti come pozzi…”.[via web]
La poesia di Joyce Mansour è tratta dalla sua seconda raccolta di versi: Déchirures [Lacerazioni], edita a Parigi nel 1955 dalle Éditions de Minuit. Dopo la pubblicazione del suo primo libro (Cris, 1953), la poetessa di origini anglo-egiziane era divenuta un membro ufficiale del gruppo surrealista parigino riunito intorno alla figura di André Breton e si sarebbe affermata, in pochi anni, come maggior voce poetica femminile del movimento.[Carmine Mangone]

Rita Regina Florit  si nutre della poesia della Natura rintracciata nella bellezza nelle emanazioni del Divino nei popoli della terra (umano animale vegetale minerale) traducendola in versi e in videopoesia.
Ha pubblicato  “Lezioni inevitabili” Lietocolle, 2005 e “Passo nel fuoco” edizioni d’if, 2010.
E’ presente in varie antologie,  in rete su siti, lit-blog e in e-book.
Ha  partecipato a Roma-Poesia nel 2005 e 2006 con i video *Lezioni inevitabili* con Giorgio Bevignani e *Varchi del rosso* con Enrico Frattaroli.
E’ stata  autrice per il teatro-danza e installazioni.
Ha curato la sezione letteraria delle mostre “Battiti e altri echi del cuore”  Ostuni 2007, “Fuoco e fuochi”  2006, “Terra e territori”  2007 “Aria e vento” 2008, al Forte di Marina di Bibbona (Li)
Suoi testi sono stati tradotti in francese, inglese, spagnolo e punjabi.
Con “Passo nel fuoco” ha vinto il Premio Nazionale di Letteratura Giancarlo Mazzacurati e Vittorio Russo per la Poesia 2010.

Carmine Mangone nasce a Salerno il 23 dicembre 1967.
La traduzione integrale di Déchirures verrà pubblicata in italiano nel 2012, in formato digitale e gratuito, dalla Maldoror Press [http://maldoror.noblogs.org], con un’introduzione di Carmine Mangone e alcune splendide illustrazioni di Simona Pocorobba.
Bibliografia:
*Così perdutamente umani, Nautilus, Torino, 2010;
*EMILE HENRY, Aforismi di un terrorista, in appendice: Carmine Mangone, La qualità dell’ingovernabile, edizioni Gwynplaine, Camerano (AN), 2010;
*Metti pure una virgola dopo la tua fica, amore, Machine Jockey, Milano, 2010, disco digitale [6-track EP in mp3], testi & voce di C.
Mangone, suoni di Claudio Vittori, Marcela Pavia, Insects Are Sexy, Alessandro Inguglia e Alberto Campi [download su Ibs, iTunes Store, ecc.];
*Anche ieri ho dimenticato di morire, Maldoror Press, 2010 [riedizione illustrata in ebook];
*“La vivo, come si vive un principio”, in: AA.VV., Lunatica, ebook a cura di Paolo Melissi e Francesca Mazzucato, Lulu.com, 2010;
*ANDRÉ BRETON, PAUL ÉLUARD, RENÉ CHAR, Rallentare lavori in corso, a cura di C. Mangone, Edizioni L’Obliquo, Brescia, 2009;
*“Cerchi sull’acqua”, in: Auroralia, a cura di Gaja Cenciarelli, Editrice Zona, Civitella in Val di Chiana, (AR), 2009;
* Mai troppo tardi per le fragole, Edizioni L’orecchio di Van Gogh, Falconara Marittima (AN), 2009;
* Là dove io mi sarò infranto, in: “La clessidra”, n. 1, Anno XV, maggio 2009, Edizioni Joker, Novi Ligure (AL);
* AA.VV., La nuova carne poetica, vol. I, “Della femmina intelligenza”, a cura di C. Mangone, PesaNerviPress, San Nicola la Strada (CE), 2008;
*Al centro esatto dello stupore, libro a 4 mani con Valentina mosca, PesaNerviPress, San Nicola la Strada (CE), 2007;
*ISIDORE DUCASSE/LAUTRÉAMONT, Dieci unghie secche invece di cinque, a cura di C. Mangone, Giunti, Firenze-Milano, 2005;
*MAURICE BLANCHOT, La follia del giorno. Con due poesie di Georges Bataille e René Char, a cura di C. Mangone, Edizioni L’Obliquo, Brescia, 2005;
*[traduz. dei testi di Benjamin Péret e Jehan Mayoux in:] I surrealisti francesi, a cura di Pasquale Di Palmo, Stampa Alternativa, Viterbo, 2004;
*JOYCE MANSOUR, Fiorita come la lussuria, a cura di C. Mangone, Nautilus, Torino, 2003;
* BENJAMIN PÉRET, Io non mangio di quel pane, a cura di C. Mangone, Edizioni Bi-Elle, Firenze, 2002;
* Ab imis, con una foto dell’autore di Enzo Eric Toccaceli, Edizioni PulcinoElefante, Osnago, 2002;
* BENJAMIN PÉRET, Sparate sempre prima di strisciare, con accompagnamento alla lettura di C. Mangone, Nautilus, Torino 2001;
*In piena vita, con 5 fotomontaggi di Luca Tanzini, City Lights Italia, Firenze, 2001;
* BENJAMIN PERET, Les Rouilles Encagées/Les Couilles Enragées, a cura di C. Mangone, City Lights Italia, Firenze, 1998;
* Incastrato tra fuoco e lacrime, City Lights Italia, Firenze, 1998;
* Anche ieri ho dimenticato di morire, TraccEdizioni, Piombino, 1993;
* AA.VV., Fuori dal cerchio magico. Stirner e l’anarchia, a cura di C. Mangone, Centrolibri, Catania, 1993 [contiene estratti della tesi di laurea in Scienze Politiche];
* L’affronto, libro a 4 mani con Monica Andreis, s.l., s.d [Carrara, 1990].

Paolo Triulzi: Chirurgia estetica (racconto)

Chirurgia estetica.

«Sei proprio sicura Marianna?». «Assolutamente sì!». «Questo sarebbe il quarto intervento…». «Lo so.». «Quello che mi chiedi oggi sarà più complicato di tutti gli altri…». «Conosco già i rischi». «Non preferiresti una bella taglia di reggiseno in più?». «No. Ho detto che voglio intervenire sul mento. Sono irremovibile.». «Ti rendi conto che per limare il mento ti dovrò letteralmente scollare la faccia?». «Sì, ma è l’unico modo.». «Per fare che cosa, scusa?». «Per vedere se la situazione della mia fronte migliora. Non vorrà mica operare le ossa del cranio, no?»

Il dottor Bagorscik, conoscendo la signorina Marianna Alteri da diversi anni ne conosceva bene anche il temperamento. A sedici anni Marianna aveva ottenuto dai genitori il permesso, oltre che il denaro, per correggere un difetto al quale lei imputava grande responsabilità nel disagio adolescenziale di cui era vittima. Marianna aveva le orecchie a sventola e nessuno ci poteva fare niente. Tranne il dottor Bagorscik, amico di famiglia e compagno di golf dei signori Alteri.

Dato che si trattava solo di lavorare su della cartilagine inerte, il dottore aveva rincuorato i signori Alteri allargando le braccia come chi dice: “ma sì glielo compri pure il motorino, è una ragazza coscienziosa, dopotutto!”. L’operazione infatti fu una cosa da nulla, smaltita durante i quindici giorni di vacanze invernali, o poco più.

In seguito, al raggiungimento della maggiore età,la Marianna, come regalo di compleanno, pretese la rinoplastica. «Ma Mari, amore, il tuo naso è perfetto!». Si oppose stridula la signora Alteri. «Mamma non dire stronzate, è una casa! Adesso che posso firmare io me la dovete far fare l’operazione. Ho diciotto anni: non voglio morire cessa!». La discussione, articolata per altro su pochi altri argomenti, consumò le battute finali su di un tavolo da pranzo del circolo Tre Pini.

Bagorscik assicurò al signor Alteri che così fan tutte, che i rischi concreti approssimano lo zero. In definitiva il dottore si impegnava a seguire personalmente il caso della giovane Marianna e a trattare costei con la cura che avrebbe riservato alla sua stessa figlia. «In fondo», disse Bagorscik, «la ragazza è maggiorenne e deve imparare ad assumersi le proprie responsabilità». La signora Alteri ebbe difficoltà a prendere sonno per un paio di notti, problema superato grazie a una ventina di gocce di Tavor, e Marianna ebbe il suo nuovo naso. Operazione a fine di giugno, convalescenza tutto luglio, in agosto abbronzatura di rito e a settembre il nuovo naso fu pronto per la stagione lavorativa, perfettamente integrato.

A vent’anni Marianna Alteri desiderò di gonfiarsi le labbra. Solo leggermente. Non una bocca da troione, ma un canottino di salvataggio per un broncio irresistibile. «È ora, del resto, che io diventi più donna». Questa volta telefonò personalmente a Bagorscik il quale paternamente le domandò: «Le vuole al silicone o di tessuto naturale?». «Il naturale significa che mi espianta della ciccia dalle natiche e me la inietta nelle labbra?». «Più o meno». «No grazie, io non ho ciccia nelle natiche: il mio corpo è perfetto. Le voglio al silicone». «Ottima scelta Marianna, i derivati di silicone di ultima generazione sono assolutamente anallergici, traspiranti e preferibili per duttilità e affidabilità persino allo stesso adipe umano». Il problema economico non era ormai più tale dato che i genitori avevano aperto perla Mariannaun conticino bancario privato per le necessità personali.

A ventiquattro anni, ora, Marianna ha terminato gli studi, sta lavorando part-time presso lo studio di un amico di famiglia in attesa di partire alla volta di un università straniera e conseguire un certo Master. Comunque, l’amico dei suoi genitori che Marianna continua a preferire fra tutti è il cortese, ponderato ma resoluto dottor Bagorscik.

«Posso domandarti, Marianna, per quale motivo ritieni di intervenire sul suo mento?». «Per risolvere il problema rappresentato dalla mia fronte». «E quale sarebbe questo problema?». «Ma è cieco Doc? Ho la fronte bassa come un neanderthaliano ma, che io sappia, non si può alzarla chirurgicamente perciò ho deciso di rimpicciolire la parte bassa del mio volto in modo da far risaltare quella alta.». «Ho capito… E mi sapresti dire perché ha deciso di sottoporti a quest’operazione proprio ora, in questo preciso momento della tua vita?». «Lo sviluppo l’ho finito, ormai così come sono mi devo tenere e non va bene. Fra poco andrò all’estero a specializzarmi e a lavorare. Devo essere al massimo, devo essere perfetta, questo è indi-spensabile. Capisce?». «Sì. Un’ultima domanda: riesci a ricordare quante volte hai cambiato colore di capelli diciamo nell’ultimo anno?». «Cosa c’entra questo? Comunque non lo ricordo: a ogni tinta cambio colore». «E quante volte hai cambiato guardaroba negli ultimi anni?». «Ogni stagione. Vuol sapere anche quante paia di scarpe ho nell’armadio?». «No, voglio solo avvisarti sin da ora che tu esattamente fra due anni tornerai da me. Vorrai farti limare o gonfiare gli zigomi, cominciare un ciclo di applicazioni anti-invecchiamento al botulino o forse avrai scoperto che in fondo si può intervenire sulla fronte o quanto meno sulle orbite.».

Bagorscik prende fiato e, sprofondato nella poltrona grande e scura, resta ad osservare per qualche secondo la sua paziente. Marianna presa alla sprovvista, prima dal discorso del dottore e ora da questo silenzio e dall’assenza di conclusioni, si agita sulla sedia e fruga nella micro borsetta.

«Vuol dire che non mi opera? Pensavo fosse dalla mia parte dottore… Lei ha sempre capito, lei ha sempre convinto i miei genitori…». Marianna annaspa. Si sente già perduta. Solo di Bagorscik si fida, lui è come un padre ma più brillante, più superumano. Ha paura di doversi tenere quel mento deciso, quella fronte dall’attaccatura bassa. O peggio: di rivolgersi a un altro chirurgo.

«Io voglio dire, signorina Alteri, che forse sei vittima di una mania…». «Non mi opera allora!?». «… dico forse, Marianna, forse. Ma anche se così fosse sono io che ti ho portata fin qui, sono io che ti ho operata fin da quando avevi sedici anni, sono io il tuo creatore Marianna, forse più ancora di tuo padre!». «E allora? Allora?». «Allora mi sento in dovere di aiutarti, perché ho la precisa responsabilità di non abbandonarti a te stessa. E non lo farò, Marianna, non lo farò. Ora che vedo chiaramente come stanno le cose te lo voglio dire: io ho la possibilità concreta di porre fine a tutti i tuoi problemi.». «Anche la fronte?». «Anche gli zigomi, Marianna, anche i denti, tutto, tutto!».

Marianna sorride, ride anche, non si trattiene. È tutta agitata, tutta confusa. Sente un mare di possibilità aprirsi davanti a lei. È eccitata, curiosa, pronta a tutto. È proprio dove Bagorscik la voleva.

Poi c’è un po’ di pantomima: lei chiede finalmente: come? Lui si finge reticente e le dice che no, che non doveva parlare… Che in realtà una tecnica c’è ma è solo sperimentale. Che le limerà il mento e basta. Ma lei ormai è incuriosita e lo prega, lo supplica di dirglielo, almeno di dirglielo. Allora Bagorscik riprende contegno e spiega:

«Si tratta di una tecnica che accoppia la chirurgia alla cosmesi. In poche parole si fa del viso una superficie morbida, le ossa vengono frollate con un procedimento di cui ti risparmio i dettagli. Nella pelle vengono impiantati frammenti di tessuto sintetico altamente reagente a determinati composti.». Il dottore gesticola. Con le dita plasma forme invisibili nell’aria. «Quindi, Marianna, ti verranno dati dei cosmetici. Dei trucchi di tutti i colori e tutte le sfumature. Tu non dovrai far altro che imparare ad usarli sul tuo volto perché questo prenda la forma che tu gli vuoi dare. Ogni sostanza cosmetica, crema, ombretto, rossetto, interagisce con la pelle sintetica del tuo viso. Imparando a combinare le sostanze puoi ottenere prati-camente qualunque faccia. Ti rendi conto?».

«Lo voglio fare dottore, mi operi, è la cosa più fantastica che abbia mai sentito. Lo voglio fare!». «Ma certo che lo vuoi fare cara, ma certo. E lo faremo… ma è una ricerca estremamente riservata, capisci?». «Sì, certo. Non ne parlerò a nessuno. Ora che vivo sola poi non lo saprà nessuno! Quando si fa?». «Quando vuoi tu. Ma prima voglio che vai a casa e ci pensi bene, che ripensi a tutto quello che ci siamo detti. Poi, quando sei pronta, mi chiami e ti ricoveriamo una settimana.». «Sì, sì, dirò che sono in mare aperto e non prende il cellulare.». «Marianna… vai a casa e pensaci. Fra qualche giorno ci risentiamo. In ogni caso ricorda che possiamo fare benissimo solo il mento».

Marianna, lasciato lo studio del dottor Bagorscik, si precipita nell’appartamento che i genitori le hanno preso quando si è laureata, perché avesse la propria indipendenza, e prepara una valigia per stare fuori una settimana. Quindi fa un giro di telefonate. Avverte amiche, datore di lavoro e genitori che passerà una settimana in barca a vela con vecchi amici della cui identità nessuno si interessa. L’ultima telefonata è per Bagorscik. «Dottore? Sono Marianna Alteri.». «Sì, cara. Sai dove venire? In clinica, non in studio. Vieni con la tua macchina? Vuoi che ti mandi a prendere? Perfetto, a fra poco allora.».

Marianna entra in clinica tutta gasata. Non ha paura, lei è esperta di operazioni. Le danno una stanza singola parecchio confortevole. Sembra di stare in albergo invece che in ospedale. Bagorscik le tiene compagnia durante tutta la serie di esami a cui la sottopongono. Lui le infonde sicurezza. Ora non accenna più a dubbi o rischi. Parla solo di vantaggi e progresso tecnico. Marianna è allegra, sistema le flebo da sola e si aggiusta la mascherina. A sera è pronta. Le hanno tagliato un po’ i capelli ma questo, ha detto Bagorscik, è l’unico prezzo da pagare. Anche l’operazione è gratis, pagata dai fondi per la ricerca. Marianna, eccitata e sedata, si addormenta ed entra in sala operatoria. Bagorscik lavora sul suo viso tutta la notte.

L’operazione riesce un successo, dice il dottore. Marianna è bendata e contenta, non vede l’ora di scartare il suo nuovo viso. Mentre i giorni passano, le fanno molti esami. Una dottoressa, una psicologa, va da lei tutti i giorni e la trova sempre di ottimo umore. La psicologa annuisce molto e sorride poco. Fa domande in continuazione, certe poi non c’entrano veramente con niente. Marianna risponde lo stesso, sempre allegra. La psicologa scrive in fondo alla relazione per Bagorscik: “La paziente n. 0 sembra non aver preso  coscienza.”. Marianna sente un po’ male al volto ma le dicono che è normale, di non toccarsi assolutamente con le mani e le fanno molti impacchi freddi sopra le garze. Bagorscik dice che tutto sta andando a meraviglia. Marianna gli crede e passa le giornate con due truccatrici professioniste che le svelano i segreti del make-up. Sapere truccarsi sarà fondamentale per poter utilizzare la nuova faccia. Sarà indispensabile per avere una faccia. Arriva il gran giorno. Bagorscik in persona le toglie le bende per ammirare il suo capolavoro. Appena viene rimosso l’involucro nella stanza cala il silenzio.Le infermiere fanno delle facce strane, la psicologa neanche respira, Marianna è confusa ma Bagorscik grida: “È un successo  completo!». Le infermiere, le truccatrici e la psicologa battono piano le mani. Marianna si vede nello specchio sul muro, vede una maschera bianca priva di lineamenti. Pensa che debbano ancora togliergliela. Poi Bagorscik le dice: «cosa ne pensi?». Allora lei si tocca e sente che adesso è quella la sua faccia. Non fa in tempo ad alzare gli occhi sul dottore che è svenuta. Bagorscik estrae dalla tasca una foto di Marianna prima, la dà alle truccatrici e ordina: «fatela diventare così.».

Marianna Alteri, ritornata a casa, si mette subito a sperimentare. Per prima cosa, pensa, limiamo il mento, e si passa della crema sull’ossatura della mandibola e sulla punta del mento. Miracolosamente tutta la parte inferiore del viso rimpicciolisce, come fosse gonfiabile. Marianna pensa che così va meglio ma bisognerebbe gonfiare un po’ le labbra. Allora si da del burrocacao e poi un rossetto delicato. È quasi soddisfatta, solo che la fronte è ancora un po’ poco spaziosa. Ci spalma sopra una specie di crema anti età e poi del fondo tinta e la fronte si allarga e diventa perfettamente tonda, lievemente bombata. Come lei l’ha sempre voluta. Marianna è al settimo cielo, inaugura il suo nuovo viso con un giro per negozi con le amiche.

Tutti la trovano estremamente in forma. Dicono che la settimana in barca le ha fatto bene e se non è per caso innamorata. A più di una cara amica viene in mente, e non mancherà di insinuarlo per telefono con altre care amiche, chela Mariannaè andata in realtà  a trovare il dottor Bagorscik, ma nessuno indovina esattamente per che cosa.

Il dottore chiama Marianna tutti i giorni. Si accerta, fa domande, si preoccupa. Allora Marianna civetta e ride e pensa che il dottor Bagorscik è l’uomo più affascinante che conosca. Se solo fosse un po’ più giovane. E poi è un genio della chirurgia estetica, le ha fatto il più grande regalo che potesse desiderare. L’unico inconveniente è quello che ogni mattino bisogna perdere molto più tempo per truccarsi e alla sera molto di più a struccarsi. In quei momenti, soprattutto la sera, Marianna non ama guardarsi nello specchio. Quando i batuffoli di cotone rimuovono il trucco si vede il viso tornare così neutro, come una cera dell’orrore. Marianna fa finta di avere una maschera di bellezza e ogni mattina si rimette all’opera con slancio.

Una sera Marianna è invitata a una festa in una discoteca in centro. Si guarda e non trova di avere un aspetto festaiolo, si sente pochissimo danzatrice. Si siede davanti ai suoi trucchi e li guarda malinconica. Poi lo sguardo si ferma sulla copertina dell’ultimo numero di Vogue. Marianna è folgorata. Ripensa alle lezioni delle truccatrici. Si lega i capelli e comincia a lavorare. Dopo tre quarti d’ora di tentativi, abbozzi, correzioni, Marianna assomiglia alla modella in copertina. Potrebbe esserne la sorella. Fortunatamente gli occhi sono sempre i suoi e anche i capelli. Marianna esce, guida, il suo nome è sulla lista, il buttafuori non fa domande. Ci mancherebbe, Marianna è da mozzare il fiato. Passa la serata. Nessuno dice niente. Sembra che la gente la riconosca, ma qualcuno le parla in inglese, lei comunque non ha problemi a rispondere nella stessa lingua. Gli uomini nei suoi confronti sono molto più galanti del solito e a fine serata non ha pagato neanche una consumazione.

Così inizia la doppia vita della signorina Alteri. Di giorno, per lavorare, si trucca da se stessa versione migliorata. Di sera, dipende da cosa deve fare. Per una cena formale si orienta su di un tipo di bellezza più algida. Per un party in giardino preferisce qualcosa di più sensuale e morbido. Per un compleanno in un locale alla moda si dona tratti duri e seducenti. Se deve presenziare a un’inaugurazione si ispira a un modello acqua e sapone ma con qualche dettaglio esotico. Poi ci sono le cene intime e in tal caso tutto dipende dalla persona che deve incontrare e dal ristorante in cui bisogna andare. Nel tempo libero Marianna si allena. Tira fuori i numeri vecchi di riviste di moda e gossip e si cimenta con varie facce. In due mesi ha già ripercorso tutti gli anni novanta e sta pensando di cercare arretrati per specializzarsi nei settanta/ottanta, che sono appena tornati di moda.

Marianna è all’apice della felicità. Il suo aspetto può finalmente rispondere ai suoi desideri, e a quelli degli altri, alla velocità con cui questi si formano. Non deve più invidiare nessuno. Non deve più guardarsi allo specchio con senso di frustrazione, basta una passata di crema per ingrandire o rimpicciolire. Può persino concedersi il vezzo di un neo, se vuole. Può creare una lieve imperfezione, se quel giorno si sente naif. Forse può anche invecchiarsi o ringiovanirsi, non lo sa, deve chiedere a Bagorscik la prossima volta.

Il buon dottore non la chiama più tutti i giorni. Marianna si sente diventata grande e lo va a trovare in studio quella volta al mese, quando capita. Poi, un giorno, arriva una lettera. La chiamano dal college americano. Deve andare a prendere visione della struttura, possesso di un alloggio e incontrare qualche tutor. Marianna decide di partire la settimana successiva, così può fare i bagagli con calma. Sceglie con cura i vestiti, ne porta almeno due per ogni possibile occasione. Deve pensare anche a portare qualche documento scolastico per mostrare la sua brillante carriera di studentessa. Si mette a frugare nell’armadietto in cui conserva tutte le cose di scuola, dall’asilo all’università. Marianna cerca, cerca. Certificati, attestati. Inevitabilmente le capitano in mano quaderni, diari, fotografie. Si sofferma, legge, riguarda con tenerezza i ricordi di quand’era bambina. Si vede in foto da piccola, poi sempre più grande. Fino a trovare una foto con due amiche dell’università. Marianna ricorda: si era appena gonfiata le labbra. Le viene un pochino da piangere ma le hanno rimosso i condotti lacrimali, Bagorscik ha detto che era indispensabile. Marianna alza la testa e si vede nello specchio: attualmente assomiglia a quell’attrice che ha fatto quel film di successo l’anno scorso. Un po’ indispettita si strucca. Avverte l’esigenza di avere la propria faccia in quel momento. Se no, sembra di guardare le cose di qualcun altro. A memoria si applica le dosi di vari cosmetici. Poi si guarda nello specchio, poi guarda la foto, poi riguarda nello specchio. Non era così. La fronte è troppo grande, il mento piccolo e le labbra… proprio non ci siamo. Prova a correggere ma si imbruttisce e basta. Marianna si strucca completamente, ci riprova una, due, tre volte. Non riesce a diventare uguale alla ragazza nella foto. Una grande rabbia la prende, una grande tristezza. Le viene sempre più da piangere. Decide di uscire a fare un giro e riprovarci dopo. Ha molti pensieri in testa, ma tutti confusi. Si trucca come quella modella dalla faccia ossuta, un po’ malinconica un po’ maudit. Non vuole sembrare la brutta copia di se stessa.

Intanto la signora Alteri, la mamma di Marianna, è sotto casa della figlia. Entra nell’androne, chiama l’ascensore e si ferma ad aspettarlo. È da due mesi che non vede la figlia, riceve solo sporadiche telefonate, così quel giorno ha deciso di andarla a trovare. È una sorpresa, in realtà, perché casa di Marianna le era di strada. L’ascensore sta scendendo. Quando tocca terra e si apre Marianna non esce subito ma resta lì un po’ interdetta. La signora Alteri la fissa per qualche secondo poi l’apostrofa: “Cosa fa signorina? Esce dall’ascensore o vuole risalire insieme a me?”. Marianna scende senza dire una parola. La madre la supera, entra in ascensore e pigia il bottone per salire. Non l’ha riconosciuta.

Marianna accende la macchina e comincia a guidare senza meta per le vie della città. In questo modo trascorre alcune ore. Ogni tanto si ferma qua e là, prende un drink, mangia una patatina. La testa della Marianna si fa leggera e lei non sa più se è disperata o felice. Continua a guidare e basta, ma la sua guida si fa sempre più disinvolta e spregiudicata.  A un certo punto un vigile la ferma. «Prego, patente e libretto», dice quello e: «andava un po’ forte, signorina Alteri, un po’ pazzerella, diciamo.». E ancora: «si può togliere gli occhiali da sole, signorina?», e infine: «la foto sul documento non corrisponde: la devo portare al Comando.». Al Comando, davanti a vari agenti e a un Comandante, Marianna dice che lei è propriola Marianna. La Marianna Alteri, quella della patente, che ha solo cambiato taglio di capelli. Ma la lingua le si attacca al palato e poi sono lì in dieci che guardano la foto e guardano lei e scuotono la testa. La ragazza piange, o meglio singhiozza, perché piangere non può. Il Comandante si intenerisce, le mette una mano sulla spalla, lei sussulta. È disperata e molto bella, il Comandante si fa conciliante. «Vede signorina Alteri, sarà di certo come dice lei, ma la foto qui non corrisponde proprio niente. Noi abbiamo il dovere di accertare che lei è proprio lei, e non qualcun’altra capisce? Non c’è qualcuno che possiamo chiamare a testimoniare, qualcuno che la riconosca? Non so… I suoi genitori?». Santo Comandante, sbirro dal cuore umano! Ma se sono proprio i genitori della Marianna gli ultimi che saprebbero riconoscerla?! Come si può fare?

Marianna si calma. Pensa un attimo con i palmi delle mani premuti contro gli occhi e le dita affondate fra i capelli. Poi prende fiato e dice l’unico nome che potrebbe dire: «Bagorscik. Chiamate il dottor Bagorscik, della clinica ****, in via ****.». Loro lo chiamano. Bagorscik dice che sì, quella è Marianna Alteri. È sua paziente, la stava cercando. Non contrariarla, lui arriva subito. Gli agenti dicono a Marianna che è tutto a posto, di stare tranquilla. Bagorscik arriva come un lampo. Marianna lo guarda, lui le sorride e le accarezza la testa, lei gli si struscia con la faccia contro la mano. Bagorscik è arrivato, Bagorscik la salverà.  Il dottore fa un cenno al Comandante. Si ritirano in un altro ufficio del Comando. Il dottore mostra tutta una serie di documenti. Dice che Marianna è malata di testa, che le hanno dovuto fare la plastica per via di alcune ustioni. I documenti di identità non li ha ancora rinnovati e, ovviamente, non sarebbe dovuta uscire da sola in auto ma in pratica è scappata.  «Quindi lei è il medico curante e il tutore legale», conclude il Comandante. Le carte sono lì da vedere, le ha effettivamente firmate Marianna prima dell’operazione. La ragazza, inoltre, mostra di riconoscere il dottore, dice di volere andare con lui e la sua firma corrisponde a quella sulle carte. Per il Comandante l’incidente si può anche chiudere lì e fa i migliori auguri a Marianna.

Marianna è salva. Escono, Bagorscik si mette al volante della sua auto. Lei gli racconta tutto, gli dice che non riesce più a diventare se stessa, che è disperata. Bagorscik è dolce, con il braccio libero le circonda le spalle e la culla leggermente. Le dice di non preoccuparsi, che ci pensa lui. In clinica hanno il calco originale della sua faccia. La faranno tornare come prima. Marianna fa di sì con la testa e si appoggia a Bagorscik mentre lui guida. Poi Marianna si ricorda che dopodomani deve partire, che è incasinata. Allora vanno a casa sua e prendono tutti i bagagli. Marianna chiude casa, prende i biglietti dell’aereo ed è pronta a partire. Prima in clinica e poi, dopodomani, in aeroporto. Bagorscik la rimetterà a posto in men che non si dica: in un giorno. Tutto sistemato. Mettono l’auto di Marianna nel box e chiamano un taxi. Arrivano in clinica che è notte inoltrata, non c’è nessuno.

«Mi dispiace Marianna ma la tua stanza adesso è occupata. Ti devo sistemare da basso, nel seminterrato». Il seminterrato è due piani sotto terra. A Marianna non importa, va bene tutto. Bagorscik è il suo eroe e il suo salvatore. Farebbe tutto quello che lui le dice. La stanza è un po’ inospitale, con le pareti di cemento e le luci al neon forti. Ma in fondo è solo per una notte e Marianna è stanchissima. Bagorscik l’aiuta a sistemarsi, lei si spoglia davanti a lui come una bambina. Si mette a letto e lui le rincalza le coperte e le bacia la fronte. Le dice: «Dormi bene tesoro». Le luci si spengono. La porta si chiude con un rumore metallico un po’ pesante.

Fuori: un infermiere, Antonio, tira con cautela un paio di chiavistelli. Guarda Bagorscik interrogativo. C’è anche la psicologa, anche lei guarda Bagorscik ansiosa, incerta, severa. Bagorscik non parla. Il corridoio lungo e spoglio, di cemento, linoleum e piastrelle è pronto a fargli l’eco. Bagorscik si stringe nelle spalle. «Pare avesse ragione lei, dottoressa. La riuscita dell’operazione non è in discussione, ma devo ammettere che la ragazza ha retto meno di quanto mi aspettassi.». La psicologa guarda a terra. «Non so se la paziente è più reinseribile, a questo punto». La psicologa continua a tacere ma alza lo sguardo, si vede che è d’accordo. Si può sentire distintamente il ronzio delle lampade al neon. «Di fatto il processo, a questo stadio della sperimentazione, non è reversibile». La psicologa scuota la testa come dire: beh, questo lo sapevamo già. Poi parla: «Bisogna prendere una decisione, dottore. Sta a lei.». Si gira e va via, un po’ incassata nelle spalle. Si sente l’eco prodotta dei suoi tacchi mentre raggiunge l’ascensore. Il corridoio sotterraneo rimane sospeso nel silenzio notturno. L’infermiere continua a osservare in volto il dottore. Bagorscik lo guarda a sua volta: «Per favore Antonio…» e indica la porta di Marianna. L’infermiere annuisce, scuro in volto.

fine

@ Paolo Triulzi

Solo 1500 n. 23: fotografie di un terremoto scattate da un bimbo di nove anni (23/11/1980)

Solo 1500 n. 23:  fotografie di un terremoto scattate da un bimbo di nove anni (23/11/1980)

Le immagini veloci nella mente. La prima: io e mio cugino che di pomeriggio dobbiamo andare a vedere un film di Bud Spencer “lo sceriffo extraterrestre”, all’ultimo momento non andiamo. Il cinema poi crollò. La seconda: io, mia sorella e i miei cugini che giochiamo a calcio nel cortile di mia zia. La terza: corriamo ma stiamo fermi sul posto, è il cortile a muoversi. Ridiamo. La quarta: Le urla, mia mamma, le mie zie, gli zii “Maronna ‘o terremoto!”.  La quinta: mia zia entra in cortile e sviene. La sesta: piangiamo un po’ tutti senza capire perché. La settima: Parlano di crolli, e, in Irpinia, di morti. L’ottava: Il telegiornale dice di passare la notte all’aperto. La nona: io ho un impermeabile e degli stivali (a nove anni? mah). La decima: Mia sorella è spaventata. Io faccio avanti indietro nel cortile con le mani i tasca. Fingo di essere grande, mi sa che mi diverto. L’undicesima: Il cortile ormai è pieno di macchine e di gente, è notte fonda. La dodicesima: Gli anziani stanno più vicini alle stufe, tutti hanno scialli, Raffaele un vecchio salumiere litiga con mia zia Carmelina su chi deve tenere i piedi più vicini alla stufa, cito testualmente: “Carmelì ma tu te ne vuò ì cù sti piedi ‘e l’uccello grifone”. La tredicesima: Arrivano i cugini grandi di mio padre, per far passare la nottata giocano a calcio in strada, davanti all’ospedale, mi lasciano giocare con loro. La quattordicesima: per noi bambini questa notte è un film. La quindicesima: Il cielo sopra di noi sembra finto, completamente bianco.

Gianni Montieri

[Novità Editoriale] L’eresia del pianto – Tiziana Tius

L'eresia del pianto - Tiziana Tius - Thauma edizioni 2011

*
Nell’ansa di me stessa
il prolungamento del respiro
occhi se ne avessi
direbbero che han visto.
*
Mi partorisco ad ogni amplesso
dove il sangue non giunge
ho lacrime da scorrere.
*
Mi sono tolta le mani
dentro il sogno che non ti vede
ma il labbro sa della tua presenza
e scalpita la lingua in fremito
lancia alla gola segnali di saliva
muovi le cosce veloci al vento
che ci spinge fuori dal cielo
e il sogno cade sulla punta
dell’albero felice.
*

Rivoltami la carne
con denti allargati
sottrai il fulcro del verbo
e rimandami nel letto del fiume
fui acqua ancor prima di parola
corteccia che ogni notte incidi
fino all’alba, poi ritorno carne
da rivoltare.

Blog personale di Tiziana Tius:

http://tizianatius.wordpress.com/