Mese: ottobre 2011

PORCI SENZA PERLE… – n° 2 (media et cordoglio: una riflessione)

Girovagando nella rete dopo la morte prematura di Steve Jobs, ho rilevato con un po’ di  sorpresa quanto rapidamente ed a macchia d’olio si sia diffuso il sentimento di cordoglio per questo tragico evento. Molti hanno espresso il proprio profondo rincrescimento quasi nei termini in cui ci si duole per la scomparsa di un vecchio amico che non si vedeva da tempo. Sulle prime ho ipotizzato si trattasse di sublimazione della gratitudine – che molti sembrano nutrire – per l’inventore di strumenti che hanno modificato radicalmente i nostri comportamenti. Si tratta non solo di sofisticati utensili per il lavoro, ma di vere e proprie protesi aggiuntive per comunicare, nuovi acceleratori e moltiplicatori delle relazioni umane. In questo preciso istante, probabilmente, devo qualcosa a colui – o a coloro – che mi consente di avere dei lettori fisicamente molto lontani da me. Personalmente non provo un particolare dispiacere per questa dipartita, sono altri i lutti che mi colpiscono. Eppure mentirei se mi proclamassi indifferente a questa notizia. Inutile girarci intorno: Jobs è un mito moderno, ed è questo che ha amplificato l’intensità dell’onda emotiva provocata dalla sua scomparsa. Un mito nato dal suo precocissimo talento, dalle sue idee talmente innovative da apparire geniali, dal suo ostentato anticonformismo, dal suo spirito di ribellione, genuino o costruito che fosse. Le parole di un suo toccante discorso agli studenti di Stanford rimarranno incise a lungo nella memoria di molti giovani (e meno giovani) che ancora sognano di farcela. Era certamente una persona di grande fantasia, perché le cose bisogna prima immaginarle. A quest’uomo non mancava nulla per essere, come era, innegabilmente affascinante. Il genio della porta accanto, potremmo dire. Tuttavia io non sono persuaso che la sua aura di “folle razionale” ed il suo acume ribelle fossero la spia di un reale anticonformismo o insofferenza verso l’ambito sociale e lavorativo che si era scelto per emergere. Non reputo il vero anticonformismo indirizzato verso la creazione di un colossale impero economico, anche se questo impero è il frutto di una straordinaria scintilla iniziale. Riflettendoci su, cosa distingue il ribelle, l’anticonformista, il “folle”, dalla piatta normalità di tutti gli altri? L’anticonformismo è essenzialmente rifiuto; ma se questo rifiuto è confinato nel mero rigetto dei rituali standardizzati dell’apparire, nell’esibizione del sembrare ordinari in consessi non ordinari, democratici pur appartenendo ad una elite, accessibili eppure intoccabili come ogni tycoon che si rispetti, allora, probabilmente, parliamo di superficie, di pura immagine. Il genio “folle”, se rifiuta la sostanza e non solo l’apparenza delle cose, pur avendo strumenti intellettuali superiori alla media, si ribella proprio ad un sistema che gli consente di arricchirsi smodatamente in una società caratterizzata da enormi disuguaglianze. Un anticonformista non persegue l’accumulazione di capitali, altrimenti a cosa non è “conforme”? All’indossare giacca e cravatta durante i consigli di amministrazione? ribellione è vestirsi – da ricco – come uno studente diciottenne e povero? A cosa si ribella uno che è diventato miliardario? Possono esistere enormi ricchezze ottenute senza la povertà di qualcun altro? proprio in questo sistema economico con tutte le sue atroci sperequazioni? Ciò che intendo è che il mito Jobs è un mito della società capitalista, ancora più subdolo perché il personaggio in questione si presentava come una persona normale, l’incarnazione del sogno americano a cui chiunque può accedere (a patto di avere capacità e volontà), perché la società capitalista un’opportunità la offre a tutti, non è vero? e se non ce la fai, vuol dire che non sei stato abbastanza intelligente o lungimirante, che non eri dotato di ferrea volontà, che non hai colto al volo l’occasione. Da ciò non discende direttamente che il vero ribelle è sempre uno sfigato malmesso. Ma, di certo, se non è un emarginato, almeno è un “non allineato”, e certamente, consentitemelo, non è nemmeno quotato in borsa. Tutti noi, volenti o nolenti, viviamo in questo tipo di contesto socioeconomico, sforzandoci di guadagnare abbastanza per vivere senza affanni, magari usufruendo di beni o servizi non indispensabili, diciamo pure di piccoli lussi superflui, a volte. Anche lo scrivente, per esser chiari. Ma entrare nel circuito economico e finanziario mondiale è altra storia: bisogna volerlo. Bisogna volerne accettare tutte le regole codificate così come quell’unica che si deve tacere: l’assoluta, criminale, effettiva mancanza di regole e di controllo, quella perversa libertà che costituisce l’unico modo per tenersi a galla nel  feroce e lontano mondo dell’alta finanza, quel mondo in cui bisogna “conformarsi” sul serio.

Credo che Jobs fosse una persona dal carattere solido e concreto (uno che ci ha indotto a “desiderare” cose che nemmeno sapevamo di volere), così come credo che il suo mito sia frutto di un’abile costruzione mediatica: un utilissimo apporto all’immagine della sua azienda ed un potente contributo al potere di persuasione dell’ideologia capitalista che – in mancanza di robusti anticorpi politici – attecchisce ovunque. Basta osservare uno dei suoi ultimi apprezzatissimi  filmati pubblicitari che attualmente impazza nel web, quello con frammenti di Ghandi, Luther King, ecc.. Quel filmato solletica mellifluo le aspirazioni e i miti proprio “del popolo della sinistra”, perché per vincere bisogna invadere il territorio del nemico. Ancora una volta “Lo strumento più potente nelle mani dell’oppressore è la mente dell’oppresso”. (Steve Biko, martire sudafricano).

Come “lucida follia ribelle”, preferisco la dolorosa parabola di Artaud. “E cosa c’entra Artaud con Jobs?” si potrebbe obiettare. Il nodo è proprio questo: nulla.

Dalla rete:

 1) Grazie a Jobs ma anche agli operai cinesi che producono, in condizioni “manchesteriane” (cioè da Inghilterra del primo Ottocento) per quanto riguarda salari, condizioni di lavoro, contesti abitativi e di vita, IPhone, IPad, MacAir progettati dal “grande” Steve. Speriamo che il nuovo CEO di Apple si ponga il problema di migliorare un po’ la loro situazione, perché risulta che Jobs non se ne desse pensiero.

2) Una famosa poesia di Brecht chiedeva chi costruì le piramidi. Bellissime le musiche di Verdi ma quanto erano sfruttati i suoi contadini? (…) Molti anni fa ho avuto la fortuna di ascoltare quel grande attore e provocatore di Carmelo Bene: nelle biografie non bisogna far cenno che a suon di sevizie mandava la sua donna in ospedale? Che storia è quella che parla solo dei grandi personaggi e cancella tutti gli altri e tutte le altre?

[Novità Editoriale] Certi Ragazzi – Luigi Romolo Carrino

“Certi Ragazzi”, Luigi Romolo Carrino

Liberodiscrivere Edizioni, 2011.


Io dico il sangue


Io dissi il sangue che mi fugge
,
pronunciava a fiotti da sopra il costato.

Diventai una legge naturale,
il suono di una cosa piccola sulla Terra,
il taglio stesso della bocca mentre
poi il giorno,
le ferite mi trascorrevano sottovoce e
e di me fecero un fatto vivo.

Poi un giorno,
con un poco di bene
le cicatrici smisero di guarirmi il tempo
– tutta l’ora del tempo si fece una –
fino a fare di me
una definitiva parte della Quiete.

Io dico il sangue che posso.
L’avevo rappreso tutto
– tutto quanto –
nella tua promessa che non mi ha mantenuto.

 

Canto Storto della Notte che curò gli amanti
Per la follia del bene del mio sempre molto pensare
ho il dovere della notte che m’informa nella testa:
mi è questa l’occasione dell’amore dato per bocca.

Nella folla degli occhi verdi mi evento di nulla:
noi qui ci siamo, cosa di uomini e mi sono accanto.
M’inghiotti come una smorfia di medicina brutta
nel Bisogno o nel Ritorno mi ho incubo storto:
plagiato il sogno mostro dietro una fratta, e ho morto.

Nostro è questo amore che io non sono detto, che mi è
mare di ottobre a cataste di sole sulla pelle azzurra e nera.
Nostro è questo sudore appassionato e malato che ci ha
cercati bagnati, fatti a pazzi e poi rappresi su per le narici.
Nostro nostro è questo rancore intradito a ieri o, dov’eri,
che mi sono sanguinato le gengive per affermarti.

Oh siine fiero: mi sono ricoltellato il cuore che
da solo non uccide,
non si uccide solo.

 

 

 Anidride bruciata
I baci, le strette che ti fanno vero anche quello
alla piccola lettera di niente anche hai sottratto,
tutti i possessivi dimostrati che fanno storti
e sono notti, più notti di molte altre sere, galere.

Ma quando chiudo le labbra sembra solo una barba
incolta e rada che percepisce un soffio di gioia.
Ma quando penso a te io penso a me che mi a malo
che giro inesatto, aggettivato, come se mi amassi.

Poi non è che ti cerco, solo ti parlo ortodosso e vano,
il piccolo alieno che abita le mie possibilità, verità
che tengo strette come leccalecca che ti regalai
o, forse, bestemmiai le tutte anidridi del nostro fiato.

 

 

Biografia:

Luigi Romolo Carrino nasce nel ’68 a Napoli. Laureato in Informatica, è specializzato in Problem Solving e Ingegneria del Software.

Poesia: Il Settimo Senso (Nola 1998, Il Laboratorio Le Edizioni); TempoSanto – Liturgia della Memoria (Liberodiscrivere, 2006).

Teatro (tra gli altri): Ricordo di Famiglia (Teatro Stabile del Giallo di Roma), Morso per attaccarsi (Teatro in Scatola, Roma), 70 mi dà tanto (ispirato all’opera di Annibale Ruccello, Nuovo Teatro Nuovo, Napoli), La versione dell’acqua (recital tratto da Acqua Storta, anche interprete, prodotto da “Ilnaufragarmédolce”).

Romanzi: Acqua Storta (Meridiano Zero, 2008; in edizione speciale con allegato CD del recital La versione dell’acqua); Pozzoromolo (Meridiano Zero, 2009).

Racconti (tra gli altri): due in Men on Men 5 (Milano 2006, Mondadori), la raccolta Istruzioni per un addio (Azimut, 2010) e il racconto lungo Calore (Senzapatria Editore, 2010).

Ha curato un po’ di raccolte per piccoli editori, ha appena concluso un testo sui cantanti neomolodici (NEOpolis) e sta finendo l’editing della sua seconda raccolta di racconti, Gerusalemme. E sta cercando lavoro come editor.

Gianni Montieri – inediti 2011 (in estrema sintesi)

1)

Guardo mio padre:
in una mano la borsa con la carta
nell’altra quella con la plastica
a piedi verso il punto di raccolta,
lui che non guida, con quanta dignità
e così poca convinzione, differenzia
è uomo d’altri tempi.

Mia sorella carica tutto in macchina
e ogni due o tre giorni, senza alcuna
certezza, ricicla tutto ciò che può, che deve.
Passo davanti alla biblioteca comunale
mi appunto la data: otto aprile 2011
e un fotogramma,: duecento metri
di spazzatura accatastata.

In tutto questo mio nipote canta
la sua canzone preferita.

2)

Quattro venditori di rose passano
davanti alla panchina a intervalli regolari
uno ha l’aria triste, uno insiste troppo
l’ultimo, quasi elegante si gira e se ne va
il no che fa più male lo riservo a quello
che mi sorride – fermo – per un minuto

(nel parco i riflessi del pomeriggio che avanza
fra gli alberi, le bici, il cane anziano che rallenta

siamo pronti a partire, annusare il mare)

ogni indiano, pakistano, cingalese ci prova
più o meno alla stessa maniera,
così io garbato abbasso il tono della voce:
“no, non insistere per favore”
e quanta immensa pena provo nel tempo
che ci vuole per muovermi dalla panchina
al binario che mi porta a casa: cinque minuti.

3)

Milano mi somiglia, non il fiume
che l’attraversa all’ora dell’aperitivo
l’aprire e chiudere il giornale,
il doppio giro al collo
che fa la sciarpa in pieno inverno
nemmeno stasera che è bello
e me ne vado in bicicletta verso casa

a volte è il grigio che disegna la Ghisolfa
o il suono secco della parola: Lambro.
Cose che si tengono da parte
come vestiti che non vuoi buttare.

Mi somiglia nei pomeriggi estivi
quando stiamo zitti entrambi
stupefatti dal colore che fa verso le sei
il sole, quando piomba su Viale Monza.

4)

A RITROSO

Voglio andare indietro a prima del boato
ai secondi di silenzio prima dello schianto
fare magari ancora un passo indietro
allo sguardo che punta verso l’alto
sulla forma indistinta che precipita

sforzarmi un altro poco andando oltre
all’aereo bombarolo che sfreccia
e plana verso terra come un razzo
al dito che s’attacca al tasto: Fire
ma pensandoci voglio vedere prima di qui:
la testa sotto il casco verde, con gli occhi
verdi nascosti sotto il casco verde

(e qui apro una parentesi su un prato
verde dietro casa e figli sorridenti
dentro camerette verdi).

Sì, ma poi la chiudo la parentesi
per aprirne in fretta un’altra:
(e qui io non vedo ma so di ordini
di Generali – Presidenti – di altri ordini
so di soldi – di mercanti – di bastardi).

L’istante in cui mi accorgo andando indietro
mi fermo dentro un campo sotto il cielo
il cielo prima del pulsante, del dito,
del casco verde, dell’aereo volo basso.

Ecco, lì in quel campo ci sono tre
forse quattro bambini e un pallone.
Questa cosa, questo prima me lo segno
ci scrivo sopra un nome.

5)

SPONDE

Questo fiume grigio scuro, i ponti
la S-Bahn che corre in alto, binari
gli orologi sospesi, le vecchie fabbriche
appena sopra il letto come sponda: il muro
dietro disegnano murales colorati
simboli, colombe bianche in volo

qui dove scattiamo foto, beviamo birra chiara
talvolta confondendo l’Est con l’altra parte
qualcuno provava a saltare, qualcuno arrivava di là.

6)

LE CASE

Le case di nuova costruzione
appoggiate a sinistra della tangenziale
se vai da est a ovest verso Mecenate
hanno forme regolari, tutte di tre piani
e i colori sono quelli in voga: a pastello
per cui un giallo chiaro, un salmone
qualcuno che azzarda un arancione
ovunque: mattoncini a vista.

Cartelli esposti con la scritta: vendesi
ancora liberi attici, mansarde, trilocali
con terrazza, appartamenti con giardino.
Quelli che già abitano e altri
con bambini e mutuo a tasso fisso
al seguito, che compreranno qua.

Non sanno la fortuna che regala
il panorama dai balconi, dai gerani
tutte le macchine che sfilano
la vita che sta dentro l’ora di punta
o l’adagio rallentato di una domenica
mille mani sul volante, bestemmie,
attese, cellulari, tutte le varianti
del Pop dalle autoradio, l’ebbrezza
di un sorpasso sulla destra.
D’inverno quando è freddo verso sera
milioni di luci colorate, di rosso
guardando in direzione Palmanova
di bianco argento trasparente
se le segui verso l’aeroporto di Linate.

7)

Scrivere di una madre
farlo in una sera di febbraio
riporre, seguendo schema matematico
i piatti asciutti in credenza
poi i bicchieri, le tazze
nel mobile più in alto.

La somma delle rinunce di una madre
di seguito la teoria del sottrarsi:
meno cose – meno vestiti – meno me

applicazione scientifica del dare:
più sacrificio – più amore – più esserci.

Dopocena faccio cose del genere,
quando sto in casa e non esco
non guardo la tele e nemmeno scrivo
sarebbe facile spiegarti il bene che mi fai
più facile con la neve fuori
-il bianco ti somiglia-
invece mi accomodo in poltrona
controllo la posta e non ti chiamo.

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Gianni Montieri – inediti 2011

L’erotismo è arte #4: Gabriele Rigon

Biografia:

Gabriele Rigon è sostanzialmente un pilota di elicottero dell’Aviazione dell’Esercito. Sono nato nel 1961 a Gemona nel Friuli e ancora non so cosa farò da grande. Però diciamo che pilotare elicotteri non è solo il mio mestiere ma una delle due grandi passioni della mia vita. È una professione che ho affrontato con amore fin dall’inizio, quando avevo ancora diciannove anni, per cui il volo, oltre essere il mio lavoro è anche qualcosa di piacevole e una fonte di grandi soddisfazioni personali. Durante gli anni la mia professione mi ha dato l’opportunità di andare in Somalia, Libano, Bosnia, Namibia, Afganistan, Iraq e moltissimi altri posti. L’altra passione è quella delle fotografie.

Il suo sito:

http://www.gabrielerigon.it/

Solo 1500 N. 16 – Bronte ( ovvero del pistacchio)

 

Solo 1500 N. 16 – Bronte ( ovvero del pistacchio)

Mi incuriosisce – particolarmente – la questione del pistacchio. Precisamente quanto pistacchio (l’oro verde) si produca nella cittadina di Bronte. La curiosità riguarda soprattutto il legame fra la cittadina siciliana e le gelaterie. Un certo tipo di nuove gelaterie. Quelle che a passarci fuori sembrano negozi d’alta moda. Quelle che non usano conservanti, che la loro frutta è soltanto di stagione, che il latte è soltanto delle proprie mucche. Di conseguenza, anche il fiordilatte, la panna, lo yogurt sono super naturali. Un elenco infinito di nocciole del Piemonte, limoni di Sorrento (dove saranno rimasti una decina di alberi in tutto), mirtilli del Trentino, ribes che dio solo sa di dove e, naturalmente, il pistacchio di Bronte. Per la cronaca va segnalato che il gelato fatto con questo tipo di pistacchio è veramente squisito. Mettiamo che la cittadina di Bronte sia abitata da 20.000 persone (il dato è reale) e che il suo territorio sia di 25.000 ettari, non è poco, pare che a Bronte si produca l’uno per cento della produzione mondiale di pistacchio, resta comunque una domanda irrisolta ovvero non è possibile che a Bronte ci sia tutto ‘sto pistacchio. Contando che il pistacchio serve pure a Natale e non, come accompagnamento di fine pasto, insieme a noci, mandorle, nocciole, prugne secche ecc., quanto ne resterà per i gelati? E  il nostro rapporto con il gelato in fino a qualche anno fa qual era? Era buono anche prima? Avendo i conservanti, tra l’altro, non si scioglieva mai, fattore non trascurabile. Certo il dettaglio dello scioglimento precoce del gelato si può risolvere mangiandolo nella coppetta. Sì, vabbè, ma senza cono che gelato è?

Gianni Montieri

Letteratura Necessaria – Voci del Novecento – Piero Bigongiari

Ungaretti e Bigongiari

da  La figlia di Babilonia (Parenti, 1942)

Assente dal passato

Porte di spazio perduto
e luce di tempo che non tiene,
e voi fantasmi al tristemente muto
ricordo che non viene.

Un cielo di memoria ha lacrimato
sulla piena baldoria, ora è mancato
un attimo, e per quello sei entrato
trionfatore assente del passato.

O assente per sempre? Dal futuro
i fiori sono morti, ormai è seccato
nei vitrei boccali il brindisi, la rissa
dei battimani non ti ha ridestato.

*

da  Rogo (Edizioni della Meridiana, 1952)

Rogo

Il tuo dolore sorvegliato
quasi fosse una speranza,
eccotelo negli occhi.

E le strade leggere dei morti
percorse da viventi leggeri come morti
a un tratto s’animano, vicino a casa,
dei colpi sordi tirati a un pallone
da due ragazzi di notte.

Che fanno i diademi nelle teche
o il mare lungo la tua città balneare
vuota di tutto fuorché del tuo dolore incomprensibile!
Io preso dalla vampa di questa città,
quasi un’orma si stampa in mezzo al fuoco:
le ombre ormai sono così consistenti,
leggeri sono solo i viventi, ma le parole
che cercano qualcosa da descrivere,
i loro sentimenti,
che cercano di riconoscere qualcosa,
i loro gesti,
sono perse, glauche, indefinibili
parole del Logos,
è la morte che parla, il silenzio che pesa nelle parole.

Che cosa facesti, non sai: che cosa fai.

Ma vero e non vero sono forse la stessa cosa,
l’unica frontiera è forse quella che non si può varcare,
e il resto appartiene al discorso urlato dai morti
iene attorno al rogo.

*

da  Antimateria (Mondadori, 1972)

Le antiparole del dramma

Separava – o univa – cielo e mare
il segno che tracciava la sua riga
attenta, anche compunta, non felice
né infelice: il sospetto d’una riva
tra i fulmini a un candore di vetrate
altosparente tra l’inchiostro e l’ostro
che rapido tingeva la deriva
degli occhi su una nuca, su una chioma.

Troppo netto quel segno che non può
separare o distinguere, non può
dal geometrico caos avere voce
marina, grido celeste, portare
salsedine, giorni, passi di naufraghi?
Ed è appena finita l’innocenza
d’una tolda ondeggiante che sorridi,
chioma, se la tua tenebra è ora un volto?

Ma è necessario trattenersi tra le
pieghe del rito, preparare la
risposta, amare chi non ti ha
amato e che avvampò nella fiammata,
è necessario sillabare
lentamente, scandire fino in fondo,
toccare increduli la piaga, è
necessario, se in essa fruga attento,

il dramma fino alla sua indifferenza
che ti ha portato a ogni differenza
sorridendo: là dove un segno indichi
–    la freccia o la ferita non importa –
che lì soltanto diviso e indiviso
smisero d’essere divisi e indivisi.
Ripassa il suono dove già il silenzio
attende il segno, un segno: occorre sia
cosciente che dà quanto non possiede.

Tremula la linea che non distingue
qualcosa che finisce o vuol finire
sull’infinito tremulo del mare
o del tempo. Fanciullo, tu cresciuto
dove i vetri tinniscono a un eterno
stormire, separate le sostanze
non hanno volto, un’energia le muove
ad essere felici nel lamento

che separa e confonde: ascolta, seguilo.
Fu detto che la verità, essa sola,
era da perseguire, era la favola
del vero; ma ora vedi la menzogna
è un po’ più vera, solo questa povera
verità fa soffrire, non consola,
le sue parole battono sull’asse
schiodato, crocifiggono, liberano.

*

da Col dito in terra (Mondadori, 1986)

Tra le tavole della legge e la scrittura del perdono

Col dito in terra scavi l’amore rappreso,
scrivi del malinteso quanto non si può intendere,
allontani la morte dall’arreso, l’arreso dalla morte.

Lì non funziona più l’alfabeto, ma quanto della parola
sottostà al segno che indica, ma non più gli orizzonti,
le cose o le persone che sono o che non sono.
Rimandi la leggenda all’illeggibile:
è che è lì che nasce
la chiarezza suprema dell’equivoco,
il chiarore che limita le ambasce
trattenute, quasi orlo illuminato
del bicchiere posato poco fa
terminato il festino, allontanato
il brillio della stella, il morso alato
del bacio che sembrava alfine schiudere
labbra su labbra per dissigillare
la voce dell’enigma, le sue rare
occhiate troppo alte, troppo intrepide,
la trappola di pietra non ancora
fattasi rena umida di mare.

*

da Nel delta del poema (Mondadori, 1989)

Comicità del tragico

Perduto nella storia il sempre e il mai
resta un filo di canto nella gola.
Gli scrigni sono chiusi, il silenzio
parla attraverso le porte. Dove andrai,
mia anima, finita la tua storia,
se non forse a ritessere in parola
che non finisce ancora sulle labbra
quel filo già avvolto a un’altra spola.

Dalla Tauride ancora odo il lamento
di Ifigenia perdersi fraterno
sul flutto aurato, alterno, che nasconde,
lo lascio gocciolare tra le mani,
il sempre e il mai che furono il tuo sguardo:
è il dardo d’oro che ora, dove io ardo,
è ancora nelle spire del suo fuoco,
né raggiunge il traguardo, ma tra poco…

Il big bang e l’attesa della sera
si somigliano, visti nella spera
della mente, un clangore: tu sdipana
l’altrui che s’allontana: vanno inquiete
ammirazioni, cercano la tana
donde sbucare. Lucida qui intanto
tra il fuoco e il mare l’aria è ormai la terra
in cui solo si radica morgana.

*

da  Diario americano (Amadeus, 1987)

Una poesia tra arsi e tesi

Ho vissuto una favola, o l’ho
narrata nel suo oscuro specularsi?
Passo attraverso un muro? Sono apparsi
o scomparsi orizzonti come se
un fatto altro non fosse che il suo farsi
più chiaro o più oscuro nello specchio
che ora ritorna muro. Anche, può darsi
che il futuro non sia che in questa arsi,
fra le tesi sottili il suo abbassarsi,
mentre il tempo con salti di canguro
per la felicità degli occhi si allontani
nei deserti riarsi dal sorriso
del folle che, già in via del Vento sparsi
i suoi canti di Scita della mente,
rinnovi la saggezza di Anacarsi
tragica per ogni altro animo impuro.

*

da  La legge e la leggenda (Mondadori, 1992)

Anche il muro della prigione si sgretola

Il muro che si sgretola ritrova
le particelle inutili di un mondo
che si rinnova dalle sue macerie,
me è proprio in questa sua iniziale
allegria dell’inutile che in quanto
esiste trova il modo di consistere
quel mondo che si stringe sempre più
al suo tragico – triste o allegro – essere
integro fino all’ultimo pulviscolo.

Ma perché tu ne attendi la conferma
(mentre Achille) che esce dalla tenda
verso il corpo inanime di Patroclo
ancora spera) e la disperazione
è un occhio che non trova la sua spera
per ritornare in sé – dimmi, perché,
se nulla manca in ciò che non si ferma,
guardi, attendi, sospiri, bendi e sbendi
la ferita? Anche la morte è vita
che si riversa nella sua invisibile
vicenda…

La guarigione è incerta,
la costruzione l’atto più improbabile,
eppure il guarito ancora sale
sull’ultimo gradino per le scale
della casa in cui più nessuno attende.
Il sale ha ormai coperto la scogliera
col proprio amaro scintillio. Rugge
la sera verso il mare aperto.
Non fugge il cane di Ulisse dal passo
annusato del suo padrone, il sasso
su cui il piede posa ha un suono antico,
il fico è ancora quello lattescente
che versa il proprio lento stillicidio
di fuoco.

Eppure incondito
è proprio il lato che tu più conosci
o credi di conoscere. Lo iato
dell’incontro è simile al fiato
della separazione. E ciò che è
separato attende il disegno
che vortica nel simùn in minuscole
particelle. Il deserto
è quanto la speranza ha lasciato
senz’orma dei suoi passi. Il dato è un darsi
a chi non altro attende, del messaggio,
che il messaggero a mani vuote. Altro
non ti consegna che l’iridescente
beltà delle sue tese ali Iride.
Non bada a spese ciò che non si sa.

***

[…] Quello disegnato dalla poesia di Bigongiari nella sua ormai cinquantennale presenza è un percorso di forte novità nel panorama poetico contemporaneo, percorso scandito anche da una ininterrotta riflessione teorica e di ricognizione letteraria che porta l’autore toscano a fare della propria attività creativa il terreno della verifica e della sperimentazione intellettuale e, nella direzione opposta, l’incunabolo in cui quella riflessione trova di continuo materia per modificarsi e per svilupparsi. Per questa via, e nella serrata dialettica stabilita da tale continuo interscambio, Bigongiari si presenta più di altri come il poeta che, pur senza mai irretirsi nella griglia cogente nella formalizzazione, ha cercato di immettere nel vivo del proprio lavoro – come dati suscettibili di innescare e favorire la scintilla creativa – le acquisizioni della moderna linguistica laddove, ad esempio, essa si incontra con le teorizzazioni della psicoanalisi (Lacan e Derrida, tanto per fare dei nomi); fino ad incontrare, su questa strada e attraverso un’attività costante di discussione attiva, il senso e la direzione della nuova scienza (si pensi, tra gli altri, ai Boltzman, ai Toller, ai Prigogine). In lui, in tal modo, i nuclei semantici e tutto l’universo linguistico messo in campo dall’atto poetico vengono delineando un microcosmo simbolico che ha le caratteristiche e le funzioni di quello naturale: come particelle sub-atomiche (quazar di materia ed energia) i nuclei minimi di materia fonica attivati nel linguaggio e attivanti il linguaggio conducono a strutture linguistiche sempre cangianti, metamorfiche, instabili. Così la poesia, più che non il linguaggio definitivamente acquisito, si rivela come inesausta tensione al linguaggio stesso, inesausta tensione a un senso sempre rimandato. L’asemantismo di origine, allora, conduce a una semanticità che nell’atto di concretarsi – di disporsi a una significazione univoca, a un’acquisizione di senso – si scopre nuovamente asemantica, innescando all’infinito il proprio viaggio verso un senso sempre nuovo e sempre rimandato. La vita della poesia insomma si attua nel testo bigongiariano come una sorta di continua reciproca stimolazione tra materia ed energia, tra l’inerzia e la resistenza della prima e l’attività pulsante della seconda; dove tuttavia non conta tanto la contrapposizione di statuti fortemente diversificati, quanto soprattutto l’implicita presenza in ciascuno dei termini in conflitto del germe attivo/attivante del proprio opposto […]
(Giancarlo Quiriconi, dalla postfazione a Piero Bigongiari, Poesie, Jaca Book, Milano, 1994).

***

[…] il processo di enunciazione (vale a dire la messa-in-discorso della “langue” da parte del Soggetto) si trova associato inevitabilmente a due istanze, o a due luoghi di sapere: un sapere dell’Io e un sapere del Mondo, ovverossia un sapere del Soggetto e un sapere d’Oggetto. I due saperi sono rappresentati, nello schema precitato, rispettivamente dall’Osservatore (l’Io, il Soggetto) e dall’informatore (l’Oggetto, il Mondo), dato che tutti gli oggetti che mi circondano, da quelli naturali a quelli culturali, sono depositari di “informazioni”, e quindi di un sapere obiettivato, di un sapere esistente in re.
In base alla dialettica, o alla dinamica, che questi due saperi intrattengono fra di loro, si daranno vari tipi di enunciazione e, per ciò stesso, di sapere, o di visione del mondo. Così, per esempio, e tanto per restare ancora nell’ambito della pittura, un sapere d’Oggetto (Informatore) che si dia come prioritario rispetto al sapere dell’Io (Osservatore), sarà produttivo del cosiddetto “realismo” (o del “naturalismo” ottocentesco); il caso inverso, e cioè quello ove il sapere dell’Io si pone come prioritario rispetto al sapere d’Oggetto sarà produttivo, ad esempio, della visione barocca, o impressionista. I casi-limite dell’una e dell’altra posizione qui esemplificate sono, rispettivamente, “l’oggetto” di Duchamp, ove il sapere d’Oggetto occupa l’intero spazio della rappresentazione, con drastica esclusione del sapere dell’Io, e l’arte astratta, ove il sapere dell’Io si dà come egemonico rispetto al sapere d’Oggetto, che risulta estromesso dal campo della visione. Secondo questo schema, l’informale pittorico rappresenta anch’esso una situazione-limite: quella stessa, cioè, in cui il sapere dell’Io e il sapere d’Oggetto attuano una relazione di simbiosi o, per usare un termine più tecnico, di “confusività”. A differenza dell’arte astratta, qui sopra esemplificata, l’informale mantiene attivo il sapere d’Oggetto (quello, in genere, inerente alla natura vegetale, o minerale, o atmosferica, o  anche, per citarne qualche accezione italiana, corporale), per cui si dà precisamente il caso che i due saperi si compenetrino reciprocamente, realizzando (unica nella storia dell’arte) la precitata “relazione confusiva”. Se adesso semplifichiamo la terminologia, e facciamo coincidere il sapere dell’Io direttamente col polo dell’enunciazione (il polo ove si effettua la messa-in-discorso della “langue” da parte del Soggetto, con relative marche grammaticali di I e II persona ecc.) e il sapere d’Oggetto col polo concorrente dell’enunciato (il polo del rappresentato, con relative marche grammaticali di III persona ecc.), possiamo precisare quanto segue circa la qualificazione di “informale” applicata al poetico e, nella fattispecie, alla poesia di Bigongiari: e cioè che, nella poesia di Bigongiari, e particolarmente nella produzione degli anni Ottanta (come si vedrà), si verifica, e in termini abbastanza macroscopici, il precitato fenomeno di relazione confusiva (di interpenetrazione reciproca) dei valori e delle modalità di cui sono normalmente e singolarmente depositari l’enunciazione e l’enunciato (ma si potrebbe anche dire: la predicazione e il referente, o il rèma e il tema). Possiamo precisare altresì che tale relazione (interpenetrazione) confusiva si dà proprio perché i due saperi, quello del Soggetto e quello d’Oggetto, sono entrambi diffratti, non univoci, in quanto sottoposti alle infinite sollecitazioni, assestamenti, mobilità, del mondo esterno e del mondo interno. Nel quadro dell’enunciazione fornito dalla scuola di Greimas, la posizione che io definisco “confusiva” (in relazione allo status della stessa) è denominata “derealizzante” (in relazione ai suoi effetti). Ebbene, tale posizione si pone come la più reattiva, la più aperta a sviluppi e a espansioni, in contrasto con la posizione simmetrica e opposta dello schema: quella, cioè, in cui i due saperi figurano improntati a rispettiva univocità e assolutezza e, per ciò stesso, destituiti di qualsiasi possibilità di sviluppo ed elaborazione. Tale infatti è la posizione che inerisce al sapere dogmatico (quello, ad esempio, rappresentato da qualsiasi “fede”, religiosa o laica), oppure al sapere come chiusura terminale di un processo (quello, ad esempio, rappresentato dal sapere matematico, ove l’uguaglianza conclusiva di un procedimento di calcolo è rigorosamente destituita di ogni ulteriore sviluppo). In questi casi, il sapere del Soggetto e il sapere d’Oggetto finiscono per coincidere in un vero e proprio “sapere assoluto”. Per quanto riguarda la poesia di Bigongiari, diciamo dunque che qui l’enunciazione (proprio sul piano della pura manifestazione linguistica: presenza della I o della II persona grammaticale, tempo presente delle voci verbali ecc.), diciamo dunque che l’enunciazione risulta incessantemente e macroscopicamente contaminata dalle istanze d’oggetto (il quale può essere sia l’oggetto fisico sia l’oggetto mentale). […]
(Stefano Agosti, da La poesia “informale” di Bigongiari, in id. Poesia italiana contemporanea, Bompiani, Milano, 1995)

Tra le righe n. 5: Hugo von Hofmannsthal

Tra le righe n. 5:  Hugo von Hofmannsthal

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman[i]

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Ballade des äußeren Lebens

Und Kinder wachsen auf mit tiefen Augen,
Die von nichts wissen, wachsen auf und sterben,
Und alle Menschen gehen ihre Wege.

Und süße Früchte werden aus den herben
Und fallen nachts wie tote Vögel nieder
Und liegen wenig Tage und verderben.

Und immer weht der Wind, und immer wieder
Vernehmen wir und reden viele Worte
Und spüren Lust und Müdigkeit der Glieder.

Und Straßen laufen durch das Gras, und Orte
Sind da und dort, voll Fackeln, Bäumen, Teichen,
Und drohende und totenhaft verdorrte…

Wozu sind diese aufgebaut? und gleichen
Einander nie? und sind unzählig viele?
Was wechselt Lachen, Weinen und Erbleichen?

Was frommt das alles uns und diese Spiele,
Die wir doch groß und ewig einsam sind
Und wandernd nimmer suchen irgend Ziele?

Was frommts, dergleichen viel gesehen haben?
Und dennoch sagt der viel, der ”Abend” sagt,
Ein Wort, daraus Tiefsinn und Trauer rinnt

Wie schwerer Honig aus den hohlen Waben.

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Hugo von Hofmannsthal, 1903

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Ballata della vita apparente

E fanciulli dai grandi occhi innocenti
Fioriscono e declinano nel buio
E ognuno corre la sua via nel mondo

E d’acerbi maturan dolci frutti,
Cadono a notte come uccelli,
Giacciono al suolo in pochi dì corrotti.

E vaga eterno il vento, eternamente
S’ascoltano e rispondono parole
E gioia e noia piegano le membra.

E strade bianche corrono fra l’erba,
Incontro a piazze lumi alberi stagni,
Fra cupo rombo e squallidi deserti.

Tante pietre perché, tante contrade,
E nome e volto mai non hanno eguali?
Riso e pianto, che muta, e impallidire?

E questo a noi che giova e questi giochi,
Che grandi siamo ed in eterno soli
E non cerchiamo al nostro andare un fine?

Cose tante, che giova aver vedute?
E molto dice chi mai dica «sera»,
Parola da cui tardo un lutto stilla

Come da l’arnie vuote grave miele.

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(Traduzione di Leone Traverso)

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Ballata della vita apparente

E crescono i bambini, con i profondi occhi
Che nulla sanno, crescono e poi muoiono,
ed ogni uomo va per la sua via.

E in dolci frutti mutano gli acerbi
e nella notte cadono come uccelli
e in pochi giorni giacciono corrotti.

E sempre spira il vento e sempre ancora
noi diciamo e ascoltiamo numerose parole
e voluttà e stanchezza tocca le nostre membra.

E strade corrono, traverso l’erba, e luoghi
sono qua e là, con lumi, alberi, stagni,
o minacciosi e mortalmente calvi…

A che furono edificati? E mai
due si uguagliano? e sono innumerevoli?
Che mutano le risa, il pianto ed il pallore?

Che giova il tutto a noi, e questi giuochi,
se siamo grandi ed in eterno soli
e non poniamo segno al nostro andare?

Che vale aver veduto tanto? Pure
Dice molto colui che dice «sera»,
parola da cui goccia lutto e meditazione

come dai vuoti favi il miele greve.

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(Traduzione di Cristina Campo)

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Ballata della vita esteriore

Fanciulli che crescono con occhi profondi.
Di nulla sanno, crescono e muoiono,
E tutti gli uomini vanno per la loro strada.

Dolci frutti che nascono dagli acerbi
E cadono giù di notte come uccelli morti,
Giacciono pochi giorni e marciscono.

Sempre soffia il vento e sempre torniamo
Ad ascoltare e dire molte parole
Ad avvertire il piacere e la stanchezza delle membra.

Strade che corrono attraverso l’erba e luoghi
Qua e là, pieni di fiaccole, alberi, stagni,
Ora minacciosi, ora spettralmente disseccati.

Perché vi sono queste cose? e tanto
L’una all’altra dissimile? E in così grande numero?
Cos’è che alterna il riso, il pianto ed il pallore?

Tutto ciò, e questi giuochi, a noi che giovano?
A noi che pure siamo adulti ed eternamente soli,
Che vagando non cerchiamo mai una meta?

Che giova, di queste cose averne viste tante?
E tuttavia dice molto chi dice «Sera»,
Una parola da cui scorre profondità e tristezza

Come greve miele dagli incavati favi.

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(Traduzione di Elena Croce)

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Hugo von Hofmannsthal (1874-1929). Viennese di nascita, ha antenati paterni di origine boema e di religione ebraica; in lui, come scrisse Hermann Broch, convivono due patrie, l’austriaca e la lombarda: il nonno August Hofmann von Hofmannsthal aveva sposato la nobile milanese Petronilla Rho. Hugo von Hofmannsthal esordisce sulla scena letteraria viennese con lo pseudonimo di Loris, mentre è ancora studente liceale. Nel 1892 pubblica il frammento drammatico Der Tod des Tizians (La morte di Tiziano) su “Blätter für die Kunst”, rivista letteraria diretta a Monaco dal poeta Stefan George. Nel 1897, durante un viaggio in Italia, scrive di getto opere teatrali (tra queste, Il piccolo teatro del mondo, La donna alla finestra, L’imperatore e la strega). Conclusi gli studi, Hofmannsthal si sposa nel 1901 e va a vivere nel castello di Rodaun nei pressi di Vienna, dove conduce una vita ritirata. A quel periodo risale la redazione di Ein Brief (traduzione italiana: Lettera di Lord Chandos), segnale di una crisi poetico-esistenziale e della scoperta di un «significato latitante» (Claudio Magris). Nel 1906 incontra Richard Strauss, del quale diviene consulente e librettista ufficiale. Dal sodalizio nasce, tra l’altro, Der Rosenkavalier (Il Cavaliere della Rosa), 1911.

Leone Traverso. «Reputato a ragione il maggior grecista e germanista nella brillante schiera dei cosiddetti “ermetici” fiorentini, possiede accanto a uno straordinario senso della lingua un talento poetico  che pone al servizio dei poeti che traduce, ma che al dire di amici come Mario Luzi, Tommaso Landolfi, Oreste Macrì gli avrebbe permesso di esprimersi altamente con la sua voce, non avesse tutta piegata quella voce a offrire al lettore italiano i versi assoluti di Pindaro, dei tragici greci, di Hölderlin, di Trakl, di Rilke, di Hofmannsthal.» (dalla nota di Margherita Pieracci Harwell in: Cristina Campo, Caro Bul. Lettere a Leone Traverso (1953-1967), Milano, Adelphi, 2007, pp. 207-208).

Cristina Campo, al secolo Vittoria Guerrini (1923-1977), ha pubblicato in vita la raccolta di poesie Passo d’addio (1956), e le prose di Fiaba e mistero (1962) e Il flauto e il tappeto (1971), oltre a traduzioni e saggi. Tra questi ultimi vanno menzionate le introduzioni alle versioni poetiche, in particolare a quelle da John Donne (introduzione a Poesie amorose e teologiche, a cura di Cristina Campo, Torino, Einaudi, 1971) e William Carlos Williams (Introduzione a Poesie di William Carlos Williams, tradotte e presentate da Cristina Campo e Vittorio Sereni, Torino, Einaudi, 1961). Di Cristina Campo Adelphi ha pubblicato due volumi di saggi, Gli imperdonabili (1987) e Sotto falso nome (1998), il volume di poesie e traduzioni poetiche La Tigre Assenza (1991), le Lettere a Mita (1999) e le Lettere a Leone Traverso (1953-1967) nel volume Caro Bul (2007)

Elena Croce (1915-1994). Figlia primogenita di Benedetto Croce, è stata traduttrice, scrittrice e ambientalista. Con il marito Raimondo Craveri ha condiviso la conduzione del mensile letterario “Lo spettatore italiano”. A lei si deve il riconoscimento del valore del romanzo di Tomasi di Lampedusa Il Gattopardo; nel 1957 ne invia il manoscritto all’amico scrittore Giorgio Bassani. Con Bassani e altri intellettuali fonda nel 1956 l’associazione Italia Nostra. Ha contribuito alla creazione della Fondazione Biblioteca Benedetto Croce e dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.


[i] Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.

Sbocciata nelle viscere (A. Taravella, Ed. Smasher 2011) – recensione a cura di Roberto Ranieri

La poesia talvolta può diventare autobiologia. Non nel senso del corpo-metafora nel filtro doloroso/gioioso del ricordo, o dell’ingombro del proprio involucro fisico da introiettare o espellere, carezzandolo o dilaniandolo a colpi di metrica; piuttosto, automatismo che dal corpo trae direttamente l’umor, la sostanza preverbale vitrea o sanguinolenta degli scarti fonici o semantici sulla pagina. Se poi il corpo deborda dal proprio perimetro, fondendosi in una specie di “ipercorpo” che abolisce confini e rimodula continuamente vasi comunicanti, ben oltre l’espansione al “tu” quale universo di senso amorosamente condizionabile, l’autobiologia può diventare dichiarazione esplicita di poetica, farsi portavoce di ogni scarto o slancio afferrabile dietro l’ombra dell’esserci, come una rabdomanzia ventriloqua di sensi e “significato” . La nuova fatica poetica “Sbocciata nelle viscere” di Antonella Taravella (Smasher edizioni, 2011), veronese di nascita e sarda di adozione, offre in questo senso un ampio campionario di alchimie biolinguistiche, come premesse indispensabili alla riscrittura del mondo, nell’arco riacceso tra il meraviglioso fibrillare di sensi e cellule, e il periglioso ordine cristallino del codice; ove non si dà rappresentazione del vissuto, se non come scossa produttiva di senso nel guscio vivo rigenerato sulla pagina; qui ogni particolare anatomico si sottrae al disegno di una mappa convenzionale di sommovimenti, piuttosto anela a rifarsi funzione in un nuovo organismo. Così “vertigini e vertebre / raccontate alla pancia” (p. 24) affiancano “taciti graffi addensati negli occhi” (p. 26), in una tessitura sottratta a cadenze o scadenze temporali, unicamente subordinata all’urgenza dei propri nodi interni da sciogliere o ricomporre. Se l’io in sé appare “ insondabile / come un marenero di parole / alla ricerca d’ossigeno” (p. 62), la poesia di Taravella sembra ritentarne un ripristino pneumatico, dove il “tu” e l’ “amore” rifuggono contingenze d’assemblaggio, infiltrano moventi indispensabili fra i lembi di una ricucitura più ampia. “…Accarezzata dalla libertà / di vorrei senza parentesi / con cui sentirmi in gabbia” (p. 63), l’autrice sembra attrezzare la propria dotazione di psichiche risorse, perché quell’“ipercorpo”, o cosmogonia terrena di schegge pronominali a specchio, tenga come luogo di rifrazione veritativa a prescindere: “Occorre approntare la parola per gl’inverni a venire / stringendosi addosso assoluzioni e i colpi bassi delle ghiacciate / di brina” (p. 40). Luogo ove i dispacci meteo del futuro ritarano i barometri del senso su espansioni metafisiche incerte, raggiungendo qua e là vette poetiche di grande intensità: “ … E poi in un orgasmo di nuvole / siedo con le labbra poggiate al vetro / e tu al di là / sfuggente su strade di acciottolati domani” (p. 18).

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(N.d.R.): la presente recensione è stata già pubblicata nella pagina culturale del quotidiano “Terra Nord Est”, il 2 agosto 2011, con titolo “La poesia che accende i sensi”.