Mese: ottobre 2011

Solo 1500 N. 18 : Poesia e Canzone


 

 

 

SOLO 1500 N. 18 : POESIA E CANZONE 

 

 

 

 

Di tanto in tanto, mai scomparendo del tutto, restando sempre un po’ in agguato, salta fuori il dibattito: Poesia e Canzone. Ovvero se la canzone d’autore, possa essere in qualche maniera definita: Poesia. Quest’anno la discussione si è riaperta in occasione dell’assegnazione, avvenuta pochi giorni fa, del Nobel per la letteratura, che è andato al poeta svedese Tomas Tranströmer. I favoriti della vigilia (oltre al vincitore) erano: il cantautore folk Bob Dylan, il solito Philiph Roth e altri, soprattutto narratori. Le fazioni venutesi a scontrare nei giorni successivi alla premiazione sono state due, chi pro Tranströmer, chi pro Dylan. Nessuno, naturalmente, ha messo in discussione il valore immenso del musicista. La vera questione, posta da molti intellettuali, e che io sottoscrivo, sta in una differenza che non è così marginale. Il poeta ha a disposizione un foglio e una penna, la sua capacità di osservare e le parole. Il suo talento sta nel trovare un’armonia scegliendo o rinunciando ad alcune di queste. Il cantautore pur eccelso nella costruzione di un testo, avrà sempre dalla sua la musica. Per spiegarlo meglio viene in soccorso proprio un cantautore, De Gregori (dvd Left and Right) che alla domanda, se le canzoni d’autore potessero essere accostate alle poesie, rispose più o meno così: “Si tratta di un’invasione di campo non richiesta da parte della poesia, la canzone ha il vantaggio della musica e l’artista la fortuna (se vuole) di poterla cambiare ogni sera”. Conosco meglio le canzoni di Dylan che le poesie di Tranströmer, ma sono felice che abbia vinto un poeta.

Gianni Montieri                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Link ai tre numeri precendenti:  n. 17  n. 16 n. 15

Andrea Zanzotto [1921 – 2011] Ciao Andrea.

1921 - 2011

Ancora qui. Lo riconosco. In orbite
di coazione. Gli altri nell’incorposa
increante libertà. Dal monte
che con troppo alte selve m’affronta
tento vedere e vedermi,
mentre allegria irrita di lumi
san Silvestro, sparge laggiù la notte
di ghiotti muschi, di ghiotte correntie.
E. E, puro vento, sola neve, ch’io toccherò tra poco.
Ditemi che ci siete, tendetevi a sorreggermi.
In voi fui, sono, mi avete atteso,
non mai dubbio v’ha offesi.
Sarai, anima e neve,
tu: colei che non sa
oltre l’immacolato tacere.
Ravvia la mia dispersa fronte. Sollevami. E.
È questo il sospiro che discrimina
che culmina, “l’attimo fuggente”.
È questo il crisma nel cui odore io dico:
sì, mi hai raccolto
su da me stesso e con te entro
nella fonte dell’anno.

Premio nazionale di Poesia Maria Marino – V Edizione

Comune di Caltagirone

Premio Nazionale di Poesia

“Maria Marino”

V Edizione

21-22 ottobre 2011

La giuria composta da: Maria Attanasio (poeta), Andrea Cortellessa (critico letterario), Elio Pecora (poeta), Francesco Pignataro (sindaco di Caltagirone), Domenico Amoroso (responsabile del premio),

ha decretato i seguenti vincitori:

Sezione poesia edita: Francesco Balsamo, Ortografia della neve, Incerti editori 2010. 

Sezione poesia inedita: Luciano Mazziotta.

Venerdì 21 ottobre

ore 19,30 Museo Civico del Carcere Borbonico

Brut poetry “Versi diversi”

Presentazione della collana delle Edizioni “Il Minotauro”

a cura di Domenico Amoroso

Ore 21,00 READING DI POESIA

Intervengono: Domenico amoroso, Maria Attanasio, Francesco Balsamo, Innocenzo Carbone, Milo De Angelis, Sara Lo Faro, Luciano Mazziotta, Josephine Pace, Salvatore Padrenostro, Antonella Panarello, Elio pecora.

Sabato 22 ottobre

ore 10,30 Incontri con le scuole

Istituti Comprensivi: “Giorgio Arcoleo”, Vittorino da Feltre”, “Alessio Narbone”.

Liceo Classico e Linguistico: “Bonaventura Secusio”.

Partecipano: Francesco Balsamo, Milo De Angelis, Luciano Mazziotta, Elio Pecora.

ore 20,00 Palazzo municipale – Salone di rappresentanza

Cerimonia di premiazione

Introduce Francesco Pignataro, Sindaco, Presidente della Giuria

Lettura di poesie di Domenico Marino a cura di Viviana Nicodemo

Lettura del verbale della Giuria e conferimento dei premi.

Lettura delle poesie premiate e segnalate da parte degli autori.

Ospite d’onore: Milo De Angelis.

“And makes me end where I begun” – Carmen Gallo

“And makes me end where I begun”
Riscrittura a due voci di
A Valediction: Forbidding Mourning
di John Donne

inizio e fine non coincidono
se nel mezzo la voce si fa lucida e ingombrante
inizio e fine si guardano le spalle
e hanno specchi sulla schiena
si danno appuntamento
nelle parole che danno nomi alle cose
nei tempi che si moltiplicano
lontano dalla storia
sotto cattiva stella, o al riparo
della divina provvidenza
restano atti non pensati
coincidenze sfuggite al caso
nell’ingorgo delle voci
una ne pronuncia il senso
l’eccezione all’ordine
e il tempo s’incrina per accogliere
la frattura del rincorrere, del ritornare
Forbidding Mourning, dicevi,
a vietarmi il lamento
a insegnarmi l’intero
del nostro essere
pura coincidenza
e rinnegare il fatto
che è solo nei tuoi occhi
che il destino che si traduce
nel profilo luminoso
di cose somiglianti
nelle figure sovrapposte
di purezze coincidenti

Come uomini virtuosi che al trapasso
Sussurrano all’anima di andare
Mentre amici rattristati si dicono
“Il respiro viene meno”, e altri “ non ancora”

Sciogliamoci noi, senza alcun rumore,
Senza alluvioni di lacrime o tempeste di sospiri.
Sarebbe profanare la nostra gioia
Raccontare ai laici del nostro amore.

profanazione sarebbe raccontare
che questo mondo crede ancora
in corrispondenze da celebrare
nella parata del tout se tient
del non è un caso, e non è un caso
se il respiro viene meno,
e le lacrime non fanno più rumore
se è solo tuo l’inizio, e tua la fine delle cose
se nasconderai ogni sasso lasciato sul percorso
occultando ogni mio gesto intorno

Il movimento delle sfere porta con sé mali e paure
Gli uomini lo sanno e sanno cosa significa
Ma la trepidazione delle sfere,
Per quanto grande, è innocua

L’amore degli ottusi amanti sublunari
la cui anima è senso – non ammette
Assenza, perché questa ne rimuove
Il principio e l’elemento

Ma noi, raffinati da un amore che noi stessi
Non sappiamo cosa sia, e rassicurati a vicenda
Dalle certezze della mente, ci curiamo meno
Di sentir mancanza di occhi, labbra o mani

Le nostre anime allora, che sono cosa sola,
Sebbene io debba andare, non subiscono
Frattura, ma espansione
Come oro battuto fino a farsi d’aria

fino a confondere l’aria, fino a disperdermi
in sostanza di buio, vorresti fare di me
anima senza senso, e battere occhi labbra mani
fino a farli coincidere con i tuoi
perché io non abbia un corpo sublunare
e fiato, fiato da sprecare
affinché io sia cosa e sola
in espansione mai divergente
né principio né elemento
delle cose che ti somigliano
ma calco vuoto del tuo identico

Se pure sono due, lo sono come i rigidi
Gemelli del compasso: la tua anima,
Il piede fisso, pare non si muova,
Se non quando l’altro si muove

E se pure è ferma nel suo centro,
Quando l’altro si spinge più lontano
Esso s’inclina e lo segue
E torna eretto, al suo tornare al centro.

Così tu sei per me che devo, come
L’altro piede, allontanarmi in obliquo:
La tua fermezza completa il mio cerchio
And makes me end where I begun.

ma io voglio
cominciare dove tu non finisci
farmi voce in tua assenza
voglio rincorrerti
nella tua fuga obliqua, e superarti
abbandonando i piedi al centro
voglio aspettarti
fuori dal cerchio
cuore lucido e ingombrante
e abitare lo spazio
dove la tua parola non arriva, e la mia
si fa mappa infinita
coincidenza indistinta del mondo col mondo
dare il mio nome alla liberazione del caso
e cancellare inizio e fine
e cadere, fuori da te.

(ritrovata…)

chiudimi il cerchio, occhiuta,
prendimi il vuoto, l’incavo,
e nulla rimarrà.
prendi lo sguardo estremo,
il tuo, che non vedrò,
che non ho visto mai.

da Giuliano Mesa, Chissà. Poesie 1999-2000

Altre pubblicazioni di Carmen Gallo su Poetarumsilva QUI

Anno kleistiano 2011 – 2 – Kleist, Il trovatello

In attesa di consultare l’edizione completa delle opere di Kleist, curata da Anna Maria Carpi, riprendo la lettura di Der Findling, Il trovatello, “la” novella per eccellenza, scritta da Heinrich von Kleist nel 1811, duecento anni fa. Se si pensa alla prosa di Kleist, l’associazione immediata è alle opere più note: Michael Kohlhaas, La Marchesa di O.., Il terremoto in Cile, Fidanzamento a Santo Domingo.
La novella Der Findling, Il trovatello, è meno nota e molto più breve rispetto ai quattro racconti menzionati, che aprono l’edizione italiana dei Racconti di Kleist (Introduzione di Giuliano Baioni, traduzione di Andrea Casalegno, Garzanti, Milano 1977). Solo per sedici pagine si estende il racconto delle vicende del commerciante romano Antonio Piachi, che, in un viaggio d’affari con il figlio Paolo, fuori Ragusa, città nella quale infuria la peste, si imbatte in Nicolò, bambino che “candidamente” gli dice di essere infetto e ciononostante gli bacia la mano. Da quell’incontro si dipanerà una serie di eventi drammatici. Le sedici pagine della novella sono tuttavia così dense, che riassumerle brevemente escluderebbe dettagli rilevanti.
Nell’introduzione all’edizione dei Racconti del 1977, Giuliano Baioni mette al centro di questa novella la vendetta come principio metafisico e vede nell’epidemia la metafora del disordine rivoluzionario.
In Un inquieto batter d’ali. Vita di Heinrich von Kleist, Anna Maria Carpi afferma:
“Il Trovatello, questa storia d’ipocrisia e di adulterio inconscio con un defunto che si svolge nella Roma dei papi, gliel’avevano ispirato il Tartufo di Molière e il Monaco di Lewis” (p. 286).
Vendetta e inaudita ignominia, ipocrisia e adulterio, scontro tra generazioni come collisione epocale, tema del doppio, malvagità e solitudine: di questi e di altri temi si nutre Il trovatello, che invito a leggere integralmente, proseguendo l’itinerario che inizia qui con le prime pagine:

“Antonio Piachi, facoltoso mediatore romano di terreni, era costretto di tanto in tanto dai suoi commerci a intraprendere lunghi viaggi, durante i quali lasciava di solito a casa Elvira, la giovane moglie, sotto la protezione dei parenti di lei. Uno di questi viaggi lo condusse, con il figlio Paolo, un ragazzo di undici anni, nato dalla sua prima moglie, a Ragusa. Ora, avvenne che laggiù fosse appena scoppiata un’epidemia, che spargeva gran terrore in città e nei dintorni. Piachi, che ne aveva avuto notizia solo durante il viaggio, si fermò nei sobborghi, per informarsi sulla sua natura. Ma, quando udì che il morbo si faceva di giorno in giorno più pericoloso, e si pensava di chiudere le porte della città, l’angoscia per il figlio prevalse su ogni interesse commerciale: si procurò dei cavalli e ripartì.
Giunto in aperta campagna, notò accanto alla carrozza un fanciullo che tendeva le mani verso di lui, come se implorasse, e sembrava in preda a una forte agitazione. Piachi ordinò di fermare. Quando gli fu chiesto che cosa volesse, il fanciullo rispose candidamente che aveva la peste e che i birri lo inseguivano, per portarlo all’ospedale, dove erano già morti suo padre e sua madre; pregò per tutti i santi che lo prendesse con sé e non lo lasciasse morire in città, e con queste parole afferrò la mano del vecchio, la strinse, la baciò e la coperse di lacrime. Piachi, nel primo impulso del terrore, fece per spingere lontano da sé il ragazzo; ma poiché egli, proprio in quel momento, cambiò colore e cadde al suolo svenuto, il buon vecchio si mosse a compassione: smontò, con il figlio, adagiò il ragazzo nella carrozza e proseguì con lui, anche se non aveva la più pallida idea di che cosa dovesse farne.
Stava ancora discutendo con i locandieri, alla prima tappa, sul modo per liberarsene, quando, per ordine della polizia, che aveva ricevuto una soffiata, venne arrestato e ricondotto sotto scorta a Ragusa, insieme a suo figlio e a Nicolò, come si chiamava il fanciullo malato. Tutte le rimostranze di Piachi contro la crudele di quel procedimento furono inutili; arrivati a Ragusa, essi furono consegnati a un poliziotto e portati tutti e tre all’ospedale, dove Piachi, bensì, restò sano, e Nicolò, il fanciullo, si ristabilì, ma Paolo, il suo figliolo di undici anni, contagiato da lui, in tre giorni morì.
Quando le porte vennero riaperte Piachi, seppellito il figliolo, ottenne dalla polizia il permesso di partire. Era appena salito in carrozza, prostrato dal dolore, e, scorgendo accanto a sé il posto vuoto, aveva tirato fuori il fazzoletto per dare sfogo alle lacrime, quando Nicolò, con il berretto in mano, si avvicinò alla carrozza e gli augurò buon viaggio. Piachi si sporse dal finestrino e gli domandò, con la voce rotta da violenti singhiozzi, se voleva fare il viaggio con lui.
«Oh sì, molto volentieri!», disse il ragazzo annuendo, non appena ebbe compreso le parole del vecchio. E poiché i responsabili dell’ospedale, quando il commerciante chiese se al ragazzo era permesso partire con lui, l’assicurarono, sorridendo, che era un figlio di Dio, e nessuno ne avrebbe sentito la mancanza, Piachi lo fece salire, con grande commozione, nella carrozza e lo portò con sé a Roma, al posto di suo figlio.
Per via, davanti alle porte della città, il commerciante guardò per la prima volta con attenzione il ragazzo. Era di una bellezza strana, un po’ fissa; i capelli neri gli ricadevano sulla fronte in ciocche lisce, ombreggiando un volto serio e intelligente, che non mutava mai espressione. Il vecchio gli rivolse parecchie domande, alle quali egli diede solo brevi risposte; taciturno e raccolto in se stesso, se ne stava seduto nell’angolo, con le mani in tasca, contemplando, con occhi timidi e pensierosi, le cose che correvano via a lato della carrozza. Di tanto in tanto, con gesti lenti e silenziosi, prendeva una manciata di noci da una borsa che aveva con sé e, mentre Piachi si asciugava le lacrime, le metteva fra i denti e le spezzava.”  (Heinrich von Kleist,  Racconti, introduzione di Giuliano Baioni,  traduzione di Andrea Casalegno, Garzanti, Milano 1977, 190-191)

Inediti [Api]


*

Ti apri come baia al mare
ombroso scoglio a separare marea,
con semina di orme antiche
nelle occultate crepe dell’umano giudizio.
-Che il conoscerti non è di fuoco,
fulmine d’incolta pazienza
su pietre riarse e dimenticate-.

E mi preparo, Terra,
ad offrirti calura di luce
accarezzando i tuoi grani di grazia.

Leggero l’animo nello scostarti
per semi e foglie, in anarchica posa
arrampicati su di te, di calma offerti e condivisi.

Nessun furore
t’accompagna al germinare futuro.

Lento stillare di elementi
a sostenere gli steli che verranno
nel regalarsi, calmi, al mio conoscerti
nel caleidoscopio dei tuoi frutti:
lavorio eterno, Madre di premura.

Da te imparo l’espandersi del cerchio
compreso nel volo di un’ape.

*

Le parole scavano in pozzi presunti vuoti ed aprono
rigagnoli d’umore e voragini di cielo. travolgono
le nicchie del silenzio, le colmano, le trasformano in incanto.
le parole sì, sfuggono, una fiaba fragorosa
è uno stramare sottile sull’esistenza,
un divenire alterato. Le parole nuotano
nella risacca quotidiana.

Biografia:

Api nasce e vive a Nuoro.
Legge legge e legge e a volte scrive, la scrittura la salva.
Collabora con la rivista Terre Libere di Nuoro.
Testi di poesia e prosa, in italiano e in lingua madre,  son presenti in varie antologie ed ha partecipato ad alcuni concorsi con ottimi risultati.

Avrai poche cose ma quelle le avrai – Luigi Nacci

Avrai poche cose ma quelle le avrai:

 

 

così al labirinto ci si lascia andare,
comodo rifugio. goditi, col tempo
altre verità verranno a galla
emergendo dagli infiniti spazi
altri creati, altre immagini di dèi sbocceranno
nel fiorito universo. e tu sarai secco,
albero di sangue e di paura.

Fabio Doplicher, Curvano echi dentro l’universo, VII

.

Avrai poche cose ma quelle le avrai:

la forfora nei vasetti, i ciuffetti
di sebo, il pelo perso a primavera.
L’urna che mi conterrà non la mettere
nell’atrio: scoperchiala presto, riempila
di bora, fanne una fioriera
di cicloni. Stappali i vini,
versali a terra, allaga il corridoio:
chiama alla festa il condominio.

Avrai poche cose ma quelle le avrai:

febbri psicosomatiche, cirrosi
autunnali, climatiche sciatalgie.
Della mia collezione di tumori
salva i pezzi più rari.
Un paio di aritmie le ho lasciate
sotto il materasso matrimoniale:
aggiustale come puoi. Ma l’infarto
sotto il cuscino no, lascialo stare.

Avrai poche cose ma quelle le avrai:

i carteggi con il nano, con l’orco,
col vecchio cieco del piano di sotto.
A quelli del circo non dire niente,
piangerebbero troppo. Sul mio cippo
scrivi: qui giace temporaneamente
uno che ce l’avrebbe pure fatta.
Non aggiungere niente.
Girati, allontanati via di fretta.

Avrai poche cose ma quelle le avrai:

le multe della biblioteca,
i segnalibri parlanti di notte.
Farai fatica a respirare
d’estate. Più di sette, tanti, troppi
saranno i giorni della settimana.
Sfoglierai calendari come petali.
Costruirai un’altalena di nascosto
per venirmi a cercare sugli scivoli.

Avrai poche cose ma quelle le avrai:

le forchette spuntate, le tovaglie
a quadri, le briciole ballerine.
Le mareggiate nei boccali
non ti dovranno spaventare,
né i terremoti in lavatrice:
la pace verrà dopo il funerale.
Lentamente ti tornerà la fame.
Verrà il giorno che non saprai il mio nome.

Avrai poche cose ma quelle le avrai:

nelle cornici foto non scattate,
il tip-tap dei chiodi sul muro.
Togli le grate alle finestre,
ché vengano a rubare.
I ladri portali alle giostre,
finché c’è fiato falli divertire,
poi chiudi gli occhi: conta fino a cento,
a centocinquanta li puoi riaprire.

Avrai poche cose ma quelle le avrai:

le monete di cioccolata,
il salvadanaio con i canditi.
Ricorda la mancia al postino,
rimanda la posta al mittente.
Svuota la casa, regala le cose
al tizio che vive di fronte.
Dormire sul marmo fa bene all’ernia.
Sii grasso, mai pesante.

Avrai poche cose ma quelle le avrai:

la sedia a dondolo di rovere
per le decisioni importanti;
lo sgabello girevole in acciaio
per traballanti fantasticherie;
la poltroncina in faggio
per i mancamenti improvvisi;
ma sceglierai il divano-letto in pelle,
quello vecchio, coi bordi lisi.

Avrai poche cose ma quelle le avrai:

i soldatini di latta affamati
diretti in dispensa a marcia forzata.
Ti saranno alleati gli orsacchiotti
di pezza, i dizionari dei sinonimi
e contrari, la carta da parati
a fiori, mezza scatola di sigari
fumati. Le guerre le perderai
tutte. Consolerai gli ammutinati.

Avrai poche cose ma quelle le avrai:

mappamondi smagriti dalle diete,
cartine stradali scadute.
Abiterai nei treni arruginiti,
fra le reti dei pescherecci,
sulle ali degli aeroplani.
Ti chiederanno dov’è casa tua.
Risponderai facendo spallucce.
Passerà un attimo e mi penserai.

Avrai poche cose ma quelle le avrai:

le zanzariere da disincastrare,
le colonie di tarme negli armadi.
Abbevera i ragni in cantina.
Nutri le rondini in inverno.
Apri ai colombi la cucina.
Parla in balcone ai girasoli.
Se deve venire, verrà col vento
la vocazione.

Avrai poche cose ma quelle le avrai:

le lampadine fulminate,
il buio, i fantasmi fosforescenti.
Ad occhi chiusi t’incamminerai.
Vivrai sotto i ponti di giorno.
La gente al volo afferrerai.
Chiamerai la luna dai tetti.
Ridurrai in nuvole il fumo.
Tra i gatti sarai solo, come un dio.

Avrai poche cose, tra quelle cose
ci sarò io.

(Tratta da: http://nacciluigi.wordpress.com/poems/ )

Luigi Nacci è insegnante, giornalista e operatore culturale. Vive a Trieste, dove è nato nel 1978. Poeta e performer, nel 1999 ha co-fondato il gruppo de “Gli Ammutinati”. Ha partecipato a reading, festival letterari e poetry slam, in Italia e all’estero. Ha pubblicato in poesia: Il poema marino di Eszter (Battello stampatore, 2005), poema disumano (Cierre Grafica, 2006; Edizioni Galleria Michelangelo, 2006, con CD), Inter nos/SS (Edizioni Galleria Mazzoli, 2007; finalista Premio Delfini e Lorenzo Montano), Madrigale OdeSSa (Edizioni d’if, 2008; Premio Mazzacurati-Russo), odeSS (in Decimo quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2010). Ha pubblicato inoltre il saggio Trieste allo specchio. Indagine sulla poesia triestina del secondo Novecento (Battello stampatore, 2006; tratto dalla tesi di laurea che ha vinto il Premio del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia) e ha curato con Gianmaria Nerli Le voci la città. Racconti e poesie per ripensare spazi e accessi (Cadmo, 2008; con CD contenente la prima registrazione live in Italia di un poetry slam integrale). Organizza stabilmente eventi letterari (fra tutti, in passato, il festival internazionale Absolute Poetry), collabora ad alcune testate, tra cui “il manifesto”, “in pensiero”, “canGura”, “Fucine Mute“, ed è co-gestore del blog collettivo “Absoluteville”. Dal 2006 è Presidente di Trieste Distretto Culturale, l’associazione che per prima ha lanciato l’idea della progettazione del distretto culturale triestino. Nello stesso anno ha scoperto il Cammino di Santiago e, pur non credendo in Dio, dopo pochi passi è entrato a far parte di quello che Henry Thoreau ha definito l’Ordine dei Camminatori (ai cammini e ai camminatori è dedicata la sua rubrica ‘Viator in fabula’).

L’erotismo è arte. #5[Éric Houser]

blow up ciascuno è il proprio corpo
e una parte del corpo dell’altro
in un solo corpo trasme- trasfo- trasfi-
il tuo più grande il mio più piccolo
ma a forma di carpa sul punto
mi sembra di inghiottire il più grande
dove sei ora nella notte del telefono
da un lato il suo corpo proprio il suo corpo era diviso
dall’altro la sua voce but it fades fades & fades
ritaglia uno spezzone di tempo

Solo 1500 n. 17: Caro Ivano, ti scrivo (lettera a un cantante dimissionario)

Solo 1500 N. 17: Caro Ivano ti scrivo (lettera a un cantante dimissionario)

Caro Ivano, ti scrivo da un treno, nelle cuffie: Discanto. È passata una settimana da quando ho saputo, insomma sai di cosa parlo. La tua decisione di chiuderla qui, di non fare più album, più tour, la rispetto e dopo una settimana di ragionamenti mi ero quasi convinto che fosse quella giusta. Naturalmente ho già comprato il tuo ultimo album, che mi ha fatto pure  strano chiederlo in negozio, non mi ricordavo il titolo. “Mi dà l’ultimo di Fossati?” L’ultimo, appunto. L’ascolto di Decadancing mi ha fatto cambiare idea, un’altra volta, non mi pare sia fra i tuoi migliori, forse è tra i meno riusciti. È un buon disco, intendiamoci. Brani come “La sconosciuta” “Settembre” o “Tutto questo futuro” sono comunque meglio di quelli che riuscirebbero a comporre la maggior parte dei cantautori italiani. Belle canzoni, e non ti avrei nemmeno scritto, sarei venuto al tour, una o due date, poi avrei atteso con pazienza il tuo prossimo disco, tra un paio d’anni. Invece questo è proprio l’ultimo, tu fai come ti pare ma a me non sta bene. Non è che tu possa sparire così, senza un capolavoro finale. Uno come te prima di dire basta dovrebbe lasciarci qualcosa del livello di: “Lindbergh” “La pianta del tè” o che so “Una notte in Italia” Non trovi? No, evidentemente, non trovi, e forse hai ragione tu. Io sono solo un fan che non si accontenta e tu un musicista strepitoso che a sessant’anni ha deciso di fare altro, di quel “tant’ altro ancora” che sto ascoltando. Allora, allora, smetto caro Ivano, la pianto con questa cantilena e ci vediamo al tour. Più avanti, chissà.

 

Gianni Montieri                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    qui i link ai tre precendenti numeri della rubrica:  N. 16  N. 15  N. 14

 

 

 

 

 

Nicola Tonelli, Biondo con gli occhi celesti

BIONDO CON GLI OCCHI CELESTI

Racconto di Nicola Tonelli

« E se adottassimo un bambino?»
Lo chiede con occhi disperati.
« Potrebbe essere un’idea», rispondo senza convinzione.
« Ho tanta voglia di un bimbo da tenere in braccio.»
« Ci saranno da compilare documenti.»
« Non m’importa.»
« Ci saranno colloqui con assistenti sociali e psicologi.»
« E allora? Non ho paura se mi sei vicino.»
«Lo sai amore che sono pronto a tutto.»
«Magari biondo con gli occhi celesti.»
Penso d’aver dilatato le pupille e a stento ho trattenuto un sorriso.
«Si, così ci faremmo notare ancora di più. Ora dormi cara, ne riparliamo domani.»
Mi giro sul letto dandogli la schiena, per un attimo la sento sospirare, un sussulto del materasso mi dice che sta soffocando il pianto.
Potrei passarle il braccio sotto la testa e avvicinarla a me. Quante volte l’ho fatto e altrettante mi ha sciorinato la sua tristezza di non essere più donna, il suo panico verso ogni cosa, la sua rabbia verso il mondo. Ma stanotte non posso esserle d’aiuto. Mi sistemo in posizione fetale.
Domani andrò in comune a chiedere la documentazione per iniziare le pratiche d’adozione.
«Buongiorno Signor Rosi cosa desidera?»
La conosco di vista perché ci incontriamo ogni mattina al caffè del centro.
«Buongiorno, vorrei tutta la modulistica per adottare un bambino.»
«Un’ adozione a distanza?»
«No! Un bambino vero, possibilmente di pochi mesi, biondo e con gli occhi celesti.»
Sguardo stupito, voce titubante.
«Signor Rosi, e sicuro di quello che sta facendo?»
«Non si preoccupi signora. Buongiorno.»
Mi guarda uscire ed io la vedo, nel riflesso della porta a vetri, che si gira verso il collega della postazione accanto. Indicandomi sorride di biasimo.
Guardo il foglio che mi ha consegnato. Oltre ai soliti certificati, ci sono descritte le procedure per richiedere l’adozione: indagini da parte di servizi socio-assistenziali, colloqui con psicologi, analisi dell’ambiente familiare, situazione economica, motivazione della domanda.
Ha avuto tre aborti spontanei entro il terzo mese, con l’ultimo raschiamento le hanno tolto le ovaie. Desidera un figlio più di ogni altra cosa.
Penso sia sufficiente come motivazione.
«Sono tutta eccitata, non vedo l’ora di iniziare i colloqui.»
«Non credi ci saranno problemi?»
«Perché? Siamo una famiglia felice. Abbiamo una bella casa. Di certo non ci mancano i soldi.»
«Va bene, però non scordarti che potremo trovare difficoltà.»
«Si, ma tu sei tenace, e non ti lascerai frenare dagli ostacoli.»
«Alcune domande potranno far male.»
«Tu mi sarai accanto.»
«Dormi ora; domattina abbiamo il primo incontro con lo psicologo.»
Sistemo il cuscino ben sotto il collo, chiudo gli occhi cercando il sonno tra i mille pensieri che si sovrappongono: moglie, lavoro, adozione.
Mi giro nel fianco preferito, ma il sonno non arriva, allora adotto un vecchio rimedio: con il pensiero comincio a correre. Corro scalzo lungo una strada, dritta e infinita: alberi, gente, case passano accanto in un susseguirsi ipnotico.
E il sonno arriva con gli incubi.
Una grande stanza senza finestre ne porte. Bianca.
Pavimenti, muri, soffitti si mescolano in una soluzione senza alcuna interruzione, senza angoli bui ne ombre.
Sono seduto ad un tavolo bianco dietro al quale due persone ridono.
Le riconosco: la mia insegnante di matematica e il mio ex caporeparto di quando ancora lavoravo in fabbrica.
Ridono sguaiatamente; ridono a bocca aperta mostrando denti giallastri; ridono gettandomi fogli bianchi appallottolati. Non parlano, ridono sollevando la testa all’indietro e facendosi illuminare dal neon il collo pallido. E mi sveglio.
«Buongiorno signori Rosi, questo è il vostro primo colloquio. Io sono Carla, l’assistente sociale mentre alla mia sinistra la dottoressa Luana, psicologa, nominata dal tribunale dei minori.»
Non mi piace la confidenza del nome al primo incontro.
Dopo le strette di mano ci sediamo, intimoriti dall’accoglienza controllata, la stanza non è bianca come nel sogno, anzi anonima e alquanto disordinata.
Al centro un tavolo con sopra solo una cartella, tutt’attorno scaffali in ferro con appoggiati decine di faldoni con date e nomi. Le poche pareti che si possono intravedere sono scrostate e la pittura rosa confetto ormai sbiadita. Al soffitto un neon rotondo illumina male tutta la stanza, due finestre nella parete di fronte sono coperte da una tenda che in origine doveva essere bianca.
Il pavimento veneziano è in più punti consumato, ormai diventato grigio.
L’assistente sociale apre la cartella con il nostro nome e comincia ad esaminare tutta la documentazione che avevo spedito nel corso dei due mesi precedenti: stato famiglia, certificati di nascita, titoli di studio, fotografie formato tessera, dichiarazione  dei redditi e certificati di sana e robusta costituzione.
«Signor Rosi tutti i documenti sembrano in regola, forse un piccolo errore nell’autodichiarazione dei redditi, uno zero in più che si può subito modificare.»
«Non credo. Lo ha compilato il mio commercialista.»
«Vuole dirmi che il suo reddito netto è di 150.000 euro e non 15.000?»
«Esatto,» dico sorridendo, «non ci sono zeri in più. Anzi, non era chiaro se si doveva trascrivere il reddito netto o lordo, voi capite che se fosse lordo crescerebbe ulteriormente.»
Attimo imbarazzante da parte delle due esaminatrici, sottolineato da un’impercettibile inarcamento delle sopraciglia della psicologa, chissà quanti pensieri volgari passeranno nelle loro teste.
Scioglie il silenzio la psicologa.
«La vostra richiesta è alquanto originale.»
«Perché dottoressa?» chiede mia moglie.
«Esistono dei limiti a cui tutti dobbiamo attenerci.»
Ecco, ora comincia la trafila delle allusioni.
«E i nostri quali sarebbero?» chiedo io.
Silenzio nella stanza.
Rumori esterni: auto che passano, bambini che giocano nella vicina scuola materna, la sirena di un’ ambulanza.
Rumori nella mia anima che sente gridare i suoi antenati, i suoi genitori, i mille soprusi subiti dall’ ex caporeparto e dall’insegnante di matematica.
«Non avete pensato di adottare un bambino asiatico?», chiede l’assistente sociale.
«No!» risponde decisa mia moglie.
«Credo sia molto più facile per voi, magari uno del sud America, cileno o uruguaiano.»
«No!»
«E se provenisse dalla Costa d’Avorio o dal Camerun?»
«Senta signora,» dico io, evitando di chiamarla per nome, «ci sono centinaia i bambini italiani in attesa di un’adozione, perché dovremo rivolgerci all’estero. Noi siamo cittadini di questo stato e quindi chiediamo un bambino italiano.»
La psicologa non si scompone e continua a scrivere nel suo taccuino. Io tengo stretta la mano di mia moglie sotto il tavolo. L’assistente sociale sfoglia distrattamente i documenti. Trascorrono secondi, forse minuti, sicuramente anni nel mio cuore, poi la dottoressa alza la testa e interviene dicendo:
«Sappiate che la trafila per l’adozione di un bimbo locale è molto più lunga e non sempre ha buon esito. Se presentaste una domanda di adozione internazionale il percorso sarebbe più semplice; senza contare che a voi le finanze per un viaggio nel paese d’origine non mancano.»
La liquido con un sussurrato “Ci penseremo”.
Ormai non ci sono altri argomenti, le guardo senza parlare, così la signora Carla, con un forzato sorriso, chiude la cartellina e dice:
«Bene signori Rosi, per oggi possiamo terminare il primo incontro, la prossima volta ci vedremo separatamente.»
Si alzano all’unisono, l’assistente sociale raccoglie con la sinistra la documentazione e mi porge la mano.
È sudata, molle, una stretta appena accennata.
Prima di andarmene faccio l’ultima domanda a tutte due:
«Secondo voi possiamo sperare in un adozione?»
«Certamente signor Rosi», risponde la signora Carla.
«Biondo con gli occhi celesti?» chiede mia moglie.
Silenzio.
Risponde la dottoressa di cui già non ricordo più il nome.
«Comprenda signora Rosi, noi dobbiamo garantire la salute psicologica del bambino.»
«Credevo bastasse solo tanto amore.»
Lasciamo la stanza mano nella mano, poi, sul marciapiede, fuori della porta d’ingresso del consultorio, lontano dallo sguardo indagatore di quelle due, abbraccio mia moglie e la stringo forte.
Passano due vecchi trasandati in anonimi abiti grigi che fanno risaltare i nostri Kaftan verdi con risvolti turchesi. I colori della terra dei nostri antenati.
«Varda Toni stì do neri come i se basa.»
«Si Bepi, me toca vedar simmie anca fora deo zoo.»
«Tuti in Africa i dovaria esar spedii.»
Non finirà mai.
Mio nonno aveva ragione: anche se vestirai come un bianco rimarrai sempre “Quello di colore”.
Incontro gli occhi scuri di mia moglie, sorrido, prendo le chiavi e apro la porta della Jaguar parcheggiata di fonte.
Ci accomodiamo sui sedili in pelle, accendo il motore e mi immetto in strada.
Vedo i due vecchi in attesa alla fermata dell’autobus, grigi come la loro vita; abbozzo un sorriso.
La vendetta è un piatto che si serve freddo diceva sempre mio padre.
Schiaccio l’acceleratore e ci allontaniamo.

 

Breve Nota (auto)Biografica

Sono nato a Dolo il 21/11/1961, laurea in Economia e Commercio a Ca’Foscari, insegnante di matematica presso un istituto tecnico. Ho partecipato con miei racconti alla pubblicazione di Cucina di Storie, volume 1, 2, 3, 4 a cura di Annalisa Bruni, Lucia De Micheli. Ho vinto il concorso “La Seriola” a Dolo, il concorso letterario a Campodarsego (Pd), il concorso Poesia Conviviale a Mestre (Ve), segnalato al concorso letterario a Ponte San Nicolò (Pd) e un racconto è stato inserito nella raccolta Angeli nella mia vita pubblicato nell’inserto del Corriere del Veneto del 19/09/2010. Finalista infine al premio “Il GiovaNE Holden” 2011.
Attualmente insegno matematica presso un istituto tecnico a Mestre (Ve), curo incontri letterari per la biblioteca della scuola e seguo un progetto scolastico per pubblicare un’antologia di racconti scritti dagli studenti.
Quando dico che scrivo molti fanno un sorriso di circostanza: pensa te, un insegnante di matematica che scrive racconti.
Ma forse che i professori non possono sognare?

 

 

Come leggono gli under 25 # 2 – Austerliz di W.G. Sebald

Memoria, spaesamento e identità perduta nell’ultimo romanzo di Sebald

di Alessandra Trevisan

Ricomporre la vita attraverso la memoria, soggettiva, parziale e selettiva, e di fattori-assemblare il proprio album di ricordi attraverso alcune immagini, custodite ma dimenticate: Austerlitz di W. G. Sebald (Milano, Adelphi, 2001) è un romanzo o forse una di quelle forme ai confini del romanzesco tanto care al nostro Novecento,che si muove su un doppio binario. È un’opera narrativa e fotografica assieme, che miscela sapientemente l’una e l’altra modalità espressive secondo una posizione tanto cara anche ad Italo Calvino, il quale affermava:«La letteratura dovrebbe appunto stare in mezzo ai linguaggi diversi e tener viva la comunicazione tra essi».

Austerlitz è un docente di storia dell’architettura di stanza a Londra, alla ricerca del suo passato perduto, in perenne viaggio attraverso l’Europa: il suo raccontare e raccontarsi si accompagna alla presentazione di fotografie-puzzle tra le più varie, che stanno nel testo. C’è nella sua storia l’eco di Napoleone e l’ombra del Nazismo, ci son escursioni storiche e filosofiche (Wittgenstein), e ci sono le decine di stazioni ferroviarie da lui attraversate, registrate o meglio impresse nella pellicola della mente, che riaffiorano sempre vivide nelle sue parole per suggerirgli un qualcosa che lui non sa. Il testo si dipana su piani temporali sovrapposti, che sfuggono alla ricomposizione di un’esistenza ‘che contiene’: c’è un narratore interno senza nome, che talvolta si sostituisce alla voce di Austerlitz e c’è la mancanza di a-capo e paragrafazione, che trascina in un labirinto di solitudine e spaesamento (anche letterario), riempito di oggetti e stati d’animo che devono essere rielaborati per poter svolgere un compito ‘altro’. Il romanzo è permeato dal tentativo di rievocazione d’un rimosso – tempo, esperienza, attimo -, chiuso nella grande gabbia della Storia ma inesprimibile, e compito della fotografia è ricucire i vuoti: lampeggia e folgora, fissa un momento e un fatto, ma la reminiscenza è liquida ed abbisogna di dettagli sempre più precisi. La necessità di ricostruirsi è sempre più urgente:«D’altronde, nella nostra vita, noi compiamo quasi tutti i passi decisivi in forza di un oscuro moto interiore» (p. 147) recita una delle molte massime del libro riconducibile al bisogno di perimetrarsi, di ritrovare un’identità obliata in questo caso, all’ansia di conoscere da dove si viene e dove si va ma soprattutto chi si è.

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                                     SEBALD E L’INDICIBILITÁ DEL TEMPO

di Maddalena Lotter

Non c’è altro modo per definire Austerlitz  (W.G. Sebald, Adelphi, 2006) se non come un romanzo atipico nel panorama narrativo del ‘900 europeo: sullo sfondo della memoria della Shoah, infatti, l’autore tesse una trama sviluppata con uno stile inconsueto, dove le immagini si accompagnano al fluire della narrazione, incastrandosi fra le pagine per suggerire al lettore un’immagine più incisiva della realtà narrata: «Sempre più spesso, ricordare non significa richiamare alla mente una storia, bensì essere in grado di rievocare un’immagine» (S. Sontag, Davanti al dolore degli altri, pag. 86, Mondadori 2010).

La strana figura di Austerlitz, che sembra esistere per raccontare (o meglio raccontarsi) come una sorta di memoria ambulante, ha l’anima del collezionista: attraverso l’osservazione delle piccole cose (il fascino dei fenomeni naturali o delle costruzioni umane) si esprime in lui una riflessione universale. Quella sul tempo. Egli è infatti ossessionato dallo scorrere di un tempo che non può controllare: nella precarietà di chi non conosce le sue origini, Austerlitz vaga in un mondo che non gli appartiene, alla ricerca di un “sé” e di un “altro da sé” (le uniche persone con cui riesce a stabilire un contatto sono quelle che lo ascoltano o che hanno notizie sulla sua famiglia).

E’ così che per quest’uomo gli edifici, le cose palpabili sono la prova dell’inesorabile scorrere del tempo che egli tenta di fermare e di eternare nella fotografia e nella narrazione: «Ma era soprattutto nelle chiare giornate estive che…affioravano soltanto i fenomeni più fugaci, e stranamente era stata proprio la fugacità di quei fenomeni a darmi allora come il senso dell’eterno» (pag. 65).

Austerlitz trova l’eternità in una sovrapposizione di voci che raccontano la realtà: Vera, la governante, è la voce del suo passato dimenticato; il narratore è la voce di un presente in ascolto. Austerlitz invece, come un mediatore dello spazio e del tempo, come un aedo greco, non sta né di là né di qua, confuso: «A mio giudizio noi non comprendiamo le leggi che reggono il ritorno del passato» (pag 199).

Egli non è il primo a toccare la dimensione del Tempo con il potere del racconto, vivendo nella frustrazione e nel fascino della sua indefinibilità: «Questa notte è assai lunga, indicibile: non è ancora tempo per dormire nella grande sala. Tu dimmi le imprese meravigliose.» (Omero, Odissea, XI, vv. 373 – 374, Alcinoo chiede a Odisseo di proseguire nel racconto).

[Editi da Febbre Lessicale] di Dominica Villa Balbinot

Andammo poi verso le lagune nere

Con gesti lenti e catatonici
( punteggiati da un silenzio immobile)
andammo noi verso le lagune morte
– le zattere di fiori, le gondole –
quella città incastrata tra i giacinti acquatici…
Ogni cosa nell’oscurità
era in muto avvicinamento:
i giacinti rabbrividivano intatti,
fuggevoli impressioni di un buio più buio.
La natura apparente delle cose era rotta,
tutto era nella categoria delle cose innominabili,
penetrava nel sangue solo
quel punto sostanziale, una ferita.
(perfino la costellazione
si sarebbe disfatta nel terrore)
Avrebbero poi loro languito in quel lucore
– gli anelli di saturno nell’alba,
come un’infiammazione incipiente,
un’ustione-
tanta luce e tanto deserto,
per quegli animali delle grotte sommersi
nella carne.

Lei però non osava guardare l’uomo
– e nemmeno i mostri sulla parete:
sapeva che il vero amore è inarticolato.
una stasis terminale,
il sermone finale nella città assediata.
(Come una persona
alla quale non era permesso avere
un proprio dolore,
sedeva quietamente in attesa della risposta-
fin quasi alla parola conclusiva
sulle macerie)-

Aveva dato nelle sue prime ismanie

Aveva dato nelle sue prime ismanie
nel curare le piaghe
( morbilità scave, piante mutanti)
durante quel divampare del morbo:
le dissordinavano tutto,
gli ingorghi delle glandole,
con l’inferma immaginazione
tutta piena di una secreta idea,
lei inquieta della sua inquietudine,
sotto la sferza del malcreato
-a mangiarla viva.
Con ortografia fantastica
era andata continuando,
a squartare lo zero,
che l’abbruciava
e discopriva poi il dissepolto solo:
certe tisiche rose
arrampicate all’inferriata,
quei malefizia che serravano il corpo
come scaglie di testuggine,
e infine i dodici fascicoli bianchi
grandi come lastre di pietra
( e non era già più maraviglia,
ma principio morboso,
l’innominabile cosa).

Oscure Cabale

Accerchiata
da una proteiforme teatralità barocca
( contrazione
della fantasmagoria agonizzante
di una aporia sovranamente derisoria)
biascico- rinsecchita –
le ricordanze di oscure cabale
degli agglomerati umani.
Al dunque, negli interstizi,
fronteggio
– malacarne –
l’atto di clemenza monco e sterilizzato.

Biografia

Villa Dominica Balbinot comincia a scrivere con costanza a partire 2006, facendo training su newsgroup di scrittura I:A.S racconti) I.A.P( poesia, aprendo poi miei blogs personali:
http://inconcretifurori.splinder.com
http://dellidrairacconti.splinder.com
Invitata da antonella pizzo su poetienon, viadellebelledonne.wordpress.com( cui partecipo fin dal suo inizio)e sul magmatico thecatswillknow.
Attualmente il mio blog cumulativo è:
http://villadominicabalbinot.wordpress.com