Giorno: 27 ottobre 2011

[Inediti] di Mimì Burzo

Jan Saudek

*

Odori. Colori. Luminosità. Situazione di pellicola sciolta al sole. Balconi estroversi. Balconi introversi. Persiane e piante senza parole. Silenzio prezioso nella profondità della cicatrice. Una matematica melanconia a rifinire l’anima di presenza e di mare.

Tempo.

Discrasia ideopatica fra il tutto ed una terrazza. Lunghezza del braccio che afferra il vento. Interpolazione vettoriale fra il nulla e il nulla che lo contiene. Stanze e porte, aperte e chiuse a ritmo di Io.

Io sono. Io vivo. Io cellula. Io polvere. Io piroetta di un misirizzi. Io che esisto. In un tempo non tempo che elude il tempo per darsi infinito tempo.

Spazio.

Riccioli di segatura fresca sotto un teschio. Coordinata fallocentrica che fende il possibile e lo trapassa. Elogio all’impossibilità.  La cruna dell’ago e la lacrima che l’attraversa.

Odori, Colori. Luminosità. Situazione di mani levate al sole. Orchidee e nani. Frastuono nella profondità della cicatrice. Lo spazio abortisce il tempo. E torna al mare.

*

Ballata per un baro

La tua mano dipende dalla mia nuca
E se così sarà
faremo l’amore al sapore di labbra
lungo quel bivio senza biforcazioni
con alberi di parole
che come pompelmi
bagneranno di acerbo ogni
piega e piaga
di cervelli isolati
in frammenti e ripartizioni
ordinati
pre-figurati
immaginati oltre le zone dei campi oculari
Lì dove il dubbio vince
e avanzando di sghembo
ruzzolerà ogni certezza

Epifanie e stelle e cieli
si avvicenderanno
lungo quel bivio senza biforcazioni
dove la mia nuca rigetterà la tua mano
E se così non fosse
sarà primavera che preannuncia scirocco
nudità in un bagno di afflizioni
muro contra ossa
con la lingua intinta nel blu cobalto

E sarà la carne
E sarà la mente
E sarà il nulla sul nulla
L’arte dell’invaginazione
Contrappunti incisi su lastre di elettroni
Empatie estorte
e lacrime rubate
La glorificazione del senso
Il giusto senso
Il senso dell’assenza a riempire la mia bocca

Sarà desiderio
Usurpazione
Memoria nella memoria
Glutammato
Dopamina
e acido omovanilico urinato all’angolo di una sinagoga
– Sabra! Sabra! Comprate le spine! Prendete le mie spine!
Canterà la vecchia appoggiata al muro con la sporta in grembo
Canterà una nenia sfigurata
e sarà un viaggio
nella terra dei falchi
e sarà il deragliamento
essenziale e naturale
di chi va
va e cammina
porge la sua nuca
e affida gli ippocampi
ad una mano nuda

Così sarà
lungo quella biforcazione senza un bivio
Nel giorno della tua assenza sarà che
la tua mano dipende dalla mia nuca

*

L’impellenza del sole e’ andata via con te.
Ora la città e’ presa dal vento e in esso diffonde un forte olezzo di pori e d’umano. Questo, discende verso basso, sopraggiunge a livello dei fiati urbani e insieme si contaminano. E fanno incetta di piedi e di passi.
Il cervello e’ doppio, Non ci sono parole semplici per spiegarlo. Sarà sempre una sostanza del sè, una nebulosa contratta piuttosto invisibile. Tuttavia, drammatica. Quello che conta adesso e’ il senso di un’improcrastinabile venerdì santo. Una prefigurazione cuneiforme con dentro gli occhi di mia nonna e le sue parole, veementi come un macete. E queste battono. Battono un fossile di lacrime dure.
Allineate – una per una – in strati discreti di coscienziosità.

La disponibilità della discrezionalità
verso lo schiaffo goffo dell’umanità.
Pronta ad accogliere ogni screzio e mancanza
per bocca di una moralità
arrangiata
rattoppata
come i gambaletti di mia nonna.
Tutto e’ sbagliato
Tutto si sbaglia
Nulla e’ corretto
Salire le scale percorrendo una traiettoria verso l’alto
e’ solo una pioggia di fotoni
Rigurgito controvento di un universo maligno.

Avere un solo cervello e per questo odiarlo. Avere un’unica sedia ed esser costretti a starci seduti, in contemplazione di un quadro dipinto dopo. Nel tempo che deve ancora venire. Ed il bambino segue gli occhi tremanti del vecchio. Il vecchio piange alla vista del bambino. Allunga una mano per commiserarlo. Ma non puo’. Deve ancora venire.
(Dopo) Chiusa la porta, abbassate le palpebre, rimane solo il sospetto di un’appartenenza mancata e un indice puntato verso il cielo.

– Ecco!
disse la voce all’eco
– Ecco le ginestre rifiorire sulle piume degli uccelli.

 

Biografia

Ho trentasei anni. Sono una donna e non so redigere le note biografiche.

Scrivo. Curo un blog –: l’estensione della mia testa -: un tentativo continuo e assillante di avvicinarmi  alla forma del nulla. Con le parole.