Giorno: 8 ottobre 2011

PORCI SENZA PERLE… – n° 2 (media et cordoglio: una riflessione)

Girovagando nella rete dopo la morte prematura di Steve Jobs, ho rilevato con un po’ di  sorpresa quanto rapidamente ed a macchia d’olio si sia diffuso il sentimento di cordoglio per questo tragico evento. Molti hanno espresso il proprio profondo rincrescimento quasi nei termini in cui ci si duole per la scomparsa di un vecchio amico che non si vedeva da tempo. Sulle prime ho ipotizzato si trattasse di sublimazione della gratitudine – che molti sembrano nutrire – per l’inventore di strumenti che hanno modificato radicalmente i nostri comportamenti. Si tratta non solo di sofisticati utensili per il lavoro, ma di vere e proprie protesi aggiuntive per comunicare, nuovi acceleratori e moltiplicatori delle relazioni umane. In questo preciso istante, probabilmente, devo qualcosa a colui – o a coloro – che mi consente di avere dei lettori fisicamente molto lontani da me. Personalmente non provo un particolare dispiacere per questa dipartita, sono altri i lutti che mi colpiscono. Eppure mentirei se mi proclamassi indifferente a questa notizia. Inutile girarci intorno: Jobs è un mito moderno, ed è questo che ha amplificato l’intensità dell’onda emotiva provocata dalla sua scomparsa. Un mito nato dal suo precocissimo talento, dalle sue idee talmente innovative da apparire geniali, dal suo ostentato anticonformismo, dal suo spirito di ribellione, genuino o costruito che fosse. Le parole di un suo toccante discorso agli studenti di Stanford rimarranno incise a lungo nella memoria di molti giovani (e meno giovani) che ancora sognano di farcela. Era certamente una persona di grande fantasia, perché le cose bisogna prima immaginarle. A quest’uomo non mancava nulla per essere, come era, innegabilmente affascinante. Il genio della porta accanto, potremmo dire. Tuttavia io non sono persuaso che la sua aura di “folle razionale” ed il suo acume ribelle fossero la spia di un reale anticonformismo o insofferenza verso l’ambito sociale e lavorativo che si era scelto per emergere. Non reputo il vero anticonformismo indirizzato verso la creazione di un colossale impero economico, anche se questo impero è il frutto di una straordinaria scintilla iniziale. Riflettendoci su, cosa distingue il ribelle, l’anticonformista, il “folle”, dalla piatta normalità di tutti gli altri? L’anticonformismo è essenzialmente rifiuto; ma se questo rifiuto è confinato nel mero rigetto dei rituali standardizzati dell’apparire, nell’esibizione del sembrare ordinari in consessi non ordinari, democratici pur appartenendo ad una elite, accessibili eppure intoccabili come ogni tycoon che si rispetti, allora, probabilmente, parliamo di superficie, di pura immagine. Il genio “folle”, se rifiuta la sostanza e non solo l’apparenza delle cose, pur avendo strumenti intellettuali superiori alla media, si ribella proprio ad un sistema che gli consente di arricchirsi smodatamente in una società caratterizzata da enormi disuguaglianze. Un anticonformista non persegue l’accumulazione di capitali, altrimenti a cosa non è “conforme”? All’indossare giacca e cravatta durante i consigli di amministrazione? ribellione è vestirsi – da ricco – come uno studente diciottenne e povero? A cosa si ribella uno che è diventato miliardario? Possono esistere enormi ricchezze ottenute senza la povertà di qualcun altro? proprio in questo sistema economico con tutte le sue atroci sperequazioni? Ciò che intendo è che il mito Jobs è un mito della società capitalista, ancora più subdolo perché il personaggio in questione si presentava come una persona normale, l’incarnazione del sogno americano a cui chiunque può accedere (a patto di avere capacità e volontà), perché la società capitalista un’opportunità la offre a tutti, non è vero? e se non ce la fai, vuol dire che non sei stato abbastanza intelligente o lungimirante, che non eri dotato di ferrea volontà, che non hai colto al volo l’occasione. Da ciò non discende direttamente che il vero ribelle è sempre uno sfigato malmesso. Ma, di certo, se non è un emarginato, almeno è un “non allineato”, e certamente, consentitemelo, non è nemmeno quotato in borsa. Tutti noi, volenti o nolenti, viviamo in questo tipo di contesto socioeconomico, sforzandoci di guadagnare abbastanza per vivere senza affanni, magari usufruendo di beni o servizi non indispensabili, diciamo pure di piccoli lussi superflui, a volte. Anche lo scrivente, per esser chiari. Ma entrare nel circuito economico e finanziario mondiale è altra storia: bisogna volerlo. Bisogna volerne accettare tutte le regole codificate così come quell’unica che si deve tacere: l’assoluta, criminale, effettiva mancanza di regole e di controllo, quella perversa libertà che costituisce l’unico modo per tenersi a galla nel  feroce e lontano mondo dell’alta finanza, quel mondo in cui bisogna “conformarsi” sul serio.

Credo che Jobs fosse una persona dal carattere solido e concreto (uno che ci ha indotto a “desiderare” cose che nemmeno sapevamo di volere), così come credo che il suo mito sia frutto di un’abile costruzione mediatica: un utilissimo apporto all’immagine della sua azienda ed un potente contributo al potere di persuasione dell’ideologia capitalista che – in mancanza di robusti anticorpi politici – attecchisce ovunque. Basta osservare uno dei suoi ultimi apprezzatissimi  filmati pubblicitari che attualmente impazza nel web, quello con frammenti di Ghandi, Luther King, ecc.. Quel filmato solletica mellifluo le aspirazioni e i miti proprio “del popolo della sinistra”, perché per vincere bisogna invadere il territorio del nemico. Ancora una volta “Lo strumento più potente nelle mani dell’oppressore è la mente dell’oppresso”. (Steve Biko, martire sudafricano).

Come “lucida follia ribelle”, preferisco la dolorosa parabola di Artaud. “E cosa c’entra Artaud con Jobs?” si potrebbe obiettare. Il nodo è proprio questo: nulla.

Dalla rete:

 1) Grazie a Jobs ma anche agli operai cinesi che producono, in condizioni “manchesteriane” (cioè da Inghilterra del primo Ottocento) per quanto riguarda salari, condizioni di lavoro, contesti abitativi e di vita, IPhone, IPad, MacAir progettati dal “grande” Steve. Speriamo che il nuovo CEO di Apple si ponga il problema di migliorare un po’ la loro situazione, perché risulta che Jobs non se ne desse pensiero.

2) Una famosa poesia di Brecht chiedeva chi costruì le piramidi. Bellissime le musiche di Verdi ma quanto erano sfruttati i suoi contadini? (…) Molti anni fa ho avuto la fortuna di ascoltare quel grande attore e provocatore di Carmelo Bene: nelle biografie non bisogna far cenno che a suon di sevizie mandava la sua donna in ospedale? Che storia è quella che parla solo dei grandi personaggi e cancella tutti gli altri e tutte le altre?

[Novità Editoriale] Certi Ragazzi – Luigi Romolo Carrino

“Certi Ragazzi”, Luigi Romolo Carrino

Liberodiscrivere Edizioni, 2011.


Io dico il sangue


Io dissi il sangue che mi fugge
,
pronunciava a fiotti da sopra il costato.

Diventai una legge naturale,
il suono di una cosa piccola sulla Terra,
il taglio stesso della bocca mentre
poi il giorno,
le ferite mi trascorrevano sottovoce e
e di me fecero un fatto vivo.

Poi un giorno,
con un poco di bene
le cicatrici smisero di guarirmi il tempo
– tutta l’ora del tempo si fece una –
fino a fare di me
una definitiva parte della Quiete.

Io dico il sangue che posso.
L’avevo rappreso tutto
– tutto quanto –
nella tua promessa che non mi ha mantenuto.

 

Canto Storto della Notte che curò gli amanti
Per la follia del bene del mio sempre molto pensare
ho il dovere della notte che m’informa nella testa:
mi è questa l’occasione dell’amore dato per bocca.

Nella folla degli occhi verdi mi evento di nulla:
noi qui ci siamo, cosa di uomini e mi sono accanto.
M’inghiotti come una smorfia di medicina brutta
nel Bisogno o nel Ritorno mi ho incubo storto:
plagiato il sogno mostro dietro una fratta, e ho morto.

Nostro è questo amore che io non sono detto, che mi è
mare di ottobre a cataste di sole sulla pelle azzurra e nera.
Nostro è questo sudore appassionato e malato che ci ha
cercati bagnati, fatti a pazzi e poi rappresi su per le narici.
Nostro nostro è questo rancore intradito a ieri o, dov’eri,
che mi sono sanguinato le gengive per affermarti.

Oh siine fiero: mi sono ricoltellato il cuore che
da solo non uccide,
non si uccide solo.

 

 

 Anidride bruciata
I baci, le strette che ti fanno vero anche quello
alla piccola lettera di niente anche hai sottratto,
tutti i possessivi dimostrati che fanno storti
e sono notti, più notti di molte altre sere, galere.

Ma quando chiudo le labbra sembra solo una barba
incolta e rada che percepisce un soffio di gioia.
Ma quando penso a te io penso a me che mi a malo
che giro inesatto, aggettivato, come se mi amassi.

Poi non è che ti cerco, solo ti parlo ortodosso e vano,
il piccolo alieno che abita le mie possibilità, verità
che tengo strette come leccalecca che ti regalai
o, forse, bestemmiai le tutte anidridi del nostro fiato.

 

 

Biografia:

Luigi Romolo Carrino nasce nel ’68 a Napoli. Laureato in Informatica, è specializzato in Problem Solving e Ingegneria del Software.

Poesia: Il Settimo Senso (Nola 1998, Il Laboratorio Le Edizioni); TempoSanto – Liturgia della Memoria (Liberodiscrivere, 2006).

Teatro (tra gli altri): Ricordo di Famiglia (Teatro Stabile del Giallo di Roma), Morso per attaccarsi (Teatro in Scatola, Roma), 70 mi dà tanto (ispirato all’opera di Annibale Ruccello, Nuovo Teatro Nuovo, Napoli), La versione dell’acqua (recital tratto da Acqua Storta, anche interprete, prodotto da “Ilnaufragarmédolce”).

Romanzi: Acqua Storta (Meridiano Zero, 2008; in edizione speciale con allegato CD del recital La versione dell’acqua); Pozzoromolo (Meridiano Zero, 2009).

Racconti (tra gli altri): due in Men on Men 5 (Milano 2006, Mondadori), la raccolta Istruzioni per un addio (Azimut, 2010) e il racconto lungo Calore (Senzapatria Editore, 2010).

Ha curato un po’ di raccolte per piccoli editori, ha appena concluso un testo sui cantanti neomolodici (NEOpolis) e sta finendo l’editing della sua seconda raccolta di racconti, Gerusalemme. E sta cercando lavoro come editor.