Giorno: 7 ottobre 2011

Gianni Montieri – inediti 2011 (in estrema sintesi)

1)

Guardo mio padre:
in una mano la borsa con la carta
nell’altra quella con la plastica
a piedi verso il punto di raccolta,
lui che non guida, con quanta dignità
e così poca convinzione, differenzia
è uomo d’altri tempi.

Mia sorella carica tutto in macchina
e ogni due o tre giorni, senza alcuna
certezza, ricicla tutto ciò che può, che deve.
Passo davanti alla biblioteca comunale
mi appunto la data: otto aprile 2011
e un fotogramma,: duecento metri
di spazzatura accatastata.

In tutto questo mio nipote canta
la sua canzone preferita.

2)

Quattro venditori di rose passano
davanti alla panchina a intervalli regolari
uno ha l’aria triste, uno insiste troppo
l’ultimo, quasi elegante si gira e se ne va
il no che fa più male lo riservo a quello
che mi sorride – fermo – per un minuto

(nel parco i riflessi del pomeriggio che avanza
fra gli alberi, le bici, il cane anziano che rallenta

siamo pronti a partire, annusare il mare)

ogni indiano, pakistano, cingalese ci prova
più o meno alla stessa maniera,
così io garbato abbasso il tono della voce:
“no, non insistere per favore”
e quanta immensa pena provo nel tempo
che ci vuole per muovermi dalla panchina
al binario che mi porta a casa: cinque minuti.

3)

Milano mi somiglia, non il fiume
che l’attraversa all’ora dell’aperitivo
l’aprire e chiudere il giornale,
il doppio giro al collo
che fa la sciarpa in pieno inverno
nemmeno stasera che è bello
e me ne vado in bicicletta verso casa

a volte è il grigio che disegna la Ghisolfa
o il suono secco della parola: Lambro.
Cose che si tengono da parte
come vestiti che non vuoi buttare.

Mi somiglia nei pomeriggi estivi
quando stiamo zitti entrambi
stupefatti dal colore che fa verso le sei
il sole, quando piomba su Viale Monza.

4)

A RITROSO

Voglio andare indietro a prima del boato
ai secondi di silenzio prima dello schianto
fare magari ancora un passo indietro
allo sguardo che punta verso l’alto
sulla forma indistinta che precipita

sforzarmi un altro poco andando oltre
all’aereo bombarolo che sfreccia
e plana verso terra come un razzo
al dito che s’attacca al tasto: Fire
ma pensandoci voglio vedere prima di qui:
la testa sotto il casco verde, con gli occhi
verdi nascosti sotto il casco verde

(e qui apro una parentesi su un prato
verde dietro casa e figli sorridenti
dentro camerette verdi).

Sì, ma poi la chiudo la parentesi
per aprirne in fretta un’altra:
(e qui io non vedo ma so di ordini
di Generali – Presidenti – di altri ordini
so di soldi – di mercanti – di bastardi).

L’istante in cui mi accorgo andando indietro
mi fermo dentro un campo sotto il cielo
il cielo prima del pulsante, del dito,
del casco verde, dell’aereo volo basso.

Ecco, lì in quel campo ci sono tre
forse quattro bambini e un pallone.
Questa cosa, questo prima me lo segno
ci scrivo sopra un nome.

5)

SPONDE

Questo fiume grigio scuro, i ponti
la S-Bahn che corre in alto, binari
gli orologi sospesi, le vecchie fabbriche
appena sopra il letto come sponda: il muro
dietro disegnano murales colorati
simboli, colombe bianche in volo

qui dove scattiamo foto, beviamo birra chiara
talvolta confondendo l’Est con l’altra parte
qualcuno provava a saltare, qualcuno arrivava di là.

6)

LE CASE

Le case di nuova costruzione
appoggiate a sinistra della tangenziale
se vai da est a ovest verso Mecenate
hanno forme regolari, tutte di tre piani
e i colori sono quelli in voga: a pastello
per cui un giallo chiaro, un salmone
qualcuno che azzarda un arancione
ovunque: mattoncini a vista.

Cartelli esposti con la scritta: vendesi
ancora liberi attici, mansarde, trilocali
con terrazza, appartamenti con giardino.
Quelli che già abitano e altri
con bambini e mutuo a tasso fisso
al seguito, che compreranno qua.

Non sanno la fortuna che regala
il panorama dai balconi, dai gerani
tutte le macchine che sfilano
la vita che sta dentro l’ora di punta
o l’adagio rallentato di una domenica
mille mani sul volante, bestemmie,
attese, cellulari, tutte le varianti
del Pop dalle autoradio, l’ebbrezza
di un sorpasso sulla destra.
D’inverno quando è freddo verso sera
milioni di luci colorate, di rosso
guardando in direzione Palmanova
di bianco argento trasparente
se le segui verso l’aeroporto di Linate.

7)

Scrivere di una madre
farlo in una sera di febbraio
riporre, seguendo schema matematico
i piatti asciutti in credenza
poi i bicchieri, le tazze
nel mobile più in alto.

La somma delle rinunce di una madre
di seguito la teoria del sottrarsi:
meno cose – meno vestiti – meno me

applicazione scientifica del dare:
più sacrificio – più amore – più esserci.

Dopocena faccio cose del genere,
quando sto in casa e non esco
non guardo la tele e nemmeno scrivo
sarebbe facile spiegarti il bene che mi fai
più facile con la neve fuori
-il bianco ti somiglia-
invece mi accomodo in poltrona
controllo la posta e non ti chiamo.

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Gianni Montieri – inediti 2011