Mese: ottobre 2011

La separazione del maschio

La separazione del maschio, Francesco Piccolo
Ed. Giulio einaudi, 2010

L’uomo/maschio qui è il protagonista principale, ha un matrimonio che appare perfetto, una moglie Teresa che ama e lo ama follemente ed una figlia, Beatrice, che adora fin dal primo giorno in cui l’ha presa in braccio, perché si è sentito sì fautore di qualcosa che crescerà, felice di esserne padre, ma allo stesso tempo coerente nel sapere che non sarà un lavoro di lunga data, che dopo un certo punto, lei andrà avanti da sola lasciandolo libero di fare ciò che già sta facendo.
Dietro a questa perfezione si cela la realtà, dove lui è un poligamo recidivo e impenitente, felice ed ossessionato dal sesso e dalle sue amanti.

“Non provo nessun senso di colpa.
E’ questo che mi manca, il senso di colpa.
[…]
Per questo non soltanto mi acquieto quando dopo aver temuto la tragedia scopro che la tragedia non ci sarà, ma sono anche più contento, vivo meglio, più felice. Per questo non m’importa di scopare con Francesca poco prima di tornare a casa, di scopare con Teresa poco dopo aver scopato con Valeria; per questo quando Beatrice e Teresa tornano a casa dopo che ho usato l’aspirabriciole per far sparire le prove del tradimento, io ci sono per davvero. Perché la mia vita, così com’è, nella sostanza, mi piace.[pag 69]”

L’apparenza si svela nei frammenti che ci dona il protagonista, nella parola che non nasconde.

“Il giorno in cui Teresa se n’è andata, io avevo una relazione stabile con Valeria da nove anni (cioè da prima che mi sposassi), con Francesca da quasi tre anni, e con silvia da un anno e mezzo; in più, in quelle settimane, avevo due rapporti in cui c’erano state rispettivamente una e due scopate, e quindi erano in via di evoluzione.[pag 55]”

Seguiamo la vicenda, soprattutto quella della sparizione improvvisa di Teresa e di lui, che si ritrova, all’improvviso ad occuparsi di Bea, che ama nonostante tutto, quando prima era sua moglie a seguirne le orme nella crescita.

“Credo sia impossibile spiegare a chi non ha figli cosa sia avere un figlio. Perché non è il contrario di non averlo. E’ qualcos’altro. Solo fino a quando non hai figli puoi pensare a una simmetria tra assenza e presenza: quando poi ce l’hai, scopri che sono due condizioni non alternative, ma senza legame: infatti ti sembra di non riuscire più a spiegarlo, ti sembra che i pensieri che avevi prima erano ingenui. Avere un figlio è qualcosa che sposta la vita in un angolo inimmaginabile prima; un angolo che non esisteva.[pag 105]”

Fin da subito si capisce che lui non sarà un modello di marito fedele ed infatti nel momento in cui comprende che Teresa non sarebbe rientrata il pensiero non va alla figlia, per come poter spiegare la sparizione improvvisa della madre, ma a quando avvertire, l’amica del cuore della moglie che ora potevano andare a letto insieme, insomma il sesso è il fulcro, cuore pulsante di tutti i pensieri e di tutti i giorni.

“Ognuno di noi ha una percentuale di vita sconosciuta al proprio compagno di vita. Ed è uno spicchio di varia grandezza, ma vitale. Un punto in cui non si è quello che ormai si crede di essere, se si guarda a se stessi soltanto con l’occhio di chi ti guarda sempre, cioè la persona con cui vivi.[pag 133]”

La storia prosegue con un sentire alternato, ti viene da ridere, ma anche pensare che in fondo il maschio, qui nella storia, descrive molte verità, mostra molto, ma si giustifica, mettendosi dalla ragione.

“Ero convinto di essere all’altezza, di farcela. Potevo essere un perno della mia famiglia, amare mia moglie e indicare la strada a mia figlia – e intanto conservare quella giovanile insensatezza che mi accompagnava a una perdizione inevitabile, ma possibile.[pag 192]”

AAVV – Contatti – Enea Roversi (post di natàlia castaldi)

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Enea Roversi

Asfissia

in

AAVV Contatti

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Sergio Pasquandrea Parole agli assenti

Patrizia Dughero Canto di sonno in tre tempi

Enea Roversi Asfissia

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Edizioni Smasher – Collana Ulteriora Mirari – Sezione Tripodi


Adicere animos: l’incivile compito della poetica roversiana.

[…]
Ma cosa è mai l’Asfissia di cui parla Roversi?

Stando alla definizione letterale del termine, siamo in presenza di una condizione che nega la libertà di respiro ed ossigenazione, una condizione che provoca soffocamento e, figuratamente, noia, oppressione, appropriazione e disappropriazione, schiavitù, distacco e impotenza, reazione o abbandono.

Asfissia, dunque, è mal du vivre, è noia nell’accezione esistenziale del termine, ma non solo. Asfissia è presa di coscienza di una condizione limite da combattere, è necessità di respiro e riscatto, condizione precaria che denuncia e non si arrende, ma si dimena, si rifiuta, si contorce in una lotta estrema contro il tempo, contro la realtà sociale, contro gli ingranaggi che stritolano senza perdono.

imperativo non nascondere /la testa mai (attenzione) / dalla realtà marcita / vuota e disillusa / irreale e irrisolta / ci siamo dentro tutti / magra consolazione

Asfittico dunque è il presente che si dispiega come un cumulo di rovine, un ammasso di cemento che ha divorato gli spazi del vivibile, ornandoli di eccesso “inutile”, di superfluo destinato a travolgerci tutti. L’uomo appare spettatore malinconico e inerme – “un tempo l’immaginario viveva / in trame intricate di fili d’erba / ora abbiamo l’inutile tutto” –  soggiogato da se stesso, dai finti bisogni che si è imposto – “incombe sovrana /la pubblicità” – dagl’ingranaggi dell’economia e del mercato, “eretica parodia della modernità”.

Verrebbe da chiedersi a questo punto, come l’uomo si sia potuto rendere schiavo di se stesso, e la risposta arriva, arriva come una sentenza: “ci manca l’anima purtroppo”. Ecco, su questo verso mi sono a lungo interrogata:

di quale “anima” parla il poeta Roversi?

Dalla lettura dell’intera silloge, bene emerge quanto ciò che si dimena in questo stato di asfissia sia la lotta, la necessità di denuncia di una realtà che mortifica l’uomo e che viene additata, spogliata, scarnificata e mostrata, perché non soddisfi, perché – appunto – provochi “asfissia”.

vi maledico senza rimorso alcuno / … // penso con lo stomaco e la mente / non c’è più tempo per osservare / forse c’è  tempo per rimediare / lo sfacelo fu di certo annunciato / programmato con cura e accudito / i servi hanno ottemperato / al loro compito con precisione

Il poeta sembra volerci dire che proprio nell’asfissia, in quello stato di sofferenza estrema, si debba seminare il seme della ribellione, quale ultimo atto per la sopravvivenza; una lotta terrena dunque, che ravvisa nel presente la necessità di ricostruire un mondo a noi più “somigliante”, più vero.

tacciano per favore i falsi filantropi / non vogliamo più ascoltare / le loro attorcigliate litanie / che tornino alle loro caverne / … / c’è bisogno di umana intelligenza / e di sottoscritte regole certe / per poter alimentare il nuovo sogno.

Da qui, l’associazione del termine “anima” mi scivola via dalle dita nella sua più comune accezione “spirituale”, per materializzarsi in tutta la sua forza, come veemente volontà di “adicere animos”, infondere coraggio, smuovere coscienze. […]

(dalla prefazione di Natàlia Castaldi)

Selezione testi

il conto

domino senza effetto
le carte giocate
con rovello
la scelta prima o poi
si dice che è dovuta
ed ecco qualcuno arriva
prima o poi si sa
maitre dai modi freddi
a presentarti il conto
a dirti mi dispiace
soltanto un poco invero
e tocca a te pagare
per le lacrime versate
le discese schivate
gli specchi concavi
dove muore lo sguardo
tacere di quell’obolo
così mal sopportato
infine accorgerti
che quel conto è sbagliato
il dessert tu non l’avevi
neppure ordinato.

*

Asfissia

con l’ansia di spargere sale
sulle ferite di questa strada bagnata
mi fermo riluttante all’incrocio
ignorando le voci dietro i muri
sono in balìa di ricordi furiosi
questo senso di torpore
mi prende le mani e le stringe
questa vita oziosa e pagana
mi soffoca con guanti di velluto
questa asfissia rarefatta e molle
mi fa perdere i sensi per sempre.

*

altri versi ancora

tenebre di carta sottile
una scritta inutile
con inchiostro giallo
pagina scavata
lettera nuda
impiastricciata
per altri versi ancora
scritti male
pensati forse
con scaltra ispirazione
riversati motu proprio
senza sbavatura alcuna
ma quella carta sottile
non può certo mentire.

*

reality

imperativo non nascondere
la testa mai (attenzione)
dalla realtà marcita
vuota e disillusa
irreale e irrisolta
ci siamo dentro tutti
magra consolazione
osservati giorno e notte
dall’occhio miserevole
il taglio de L’àge d’or
produsse mille rivoli
oggi si cerca il sangue
dietro la porta di casa
mani compassionevoli
pregano a comando
share senza rossore
la vergogna è obsoleta
non c’è tempo alcuno
per ragionarci sopra
incombe sovrana
la pubblicità.

AAVV – Contatti – Sergio Pasquandrea

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Sergio Pasquandrea

Parole agli assenti

in

AAVV Contatti

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Sergio Pasquandrea Parole agli assenti

Patrizia Dughero Canto di sonno in tre tempi

Enea Roversi Asfissia

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Edizioni Smasher – Collana Ulteriora Mirari – Sezione Tripodi


Siamo così abituati a pensare alle parole come portatrici di senso, e al senso stesso, a sua volta, come portatore di altro senso (e così via), che fatichiamo ad accettare l’idea che ci possa essere altro, e non solo nel suono, ma nel senso stesso. Peirce, nella sua teoria semiotica, individua la conclusione della fuga degli interpretanti nel momento in cui, nella prassi interpretativa, essi producono nell’interprete un’azione, o una disposizione all’azione. E quando ascoltiamo un brano musicale, a fianco di aspetti gravidi di senso, che chiedono di essere interpretati, ci sono aspetti che producono direttamente la nostra azione, e dei quali la nostra azione diretta è l’unico interpretante possibile – come sa bene ogni ballerino, o chiunque non riesca a tener fermo il piede che segue il ritmo. Ci sono aspetti ritmici, aspetti timbrici (ma anche melodici e armonici) che ci travolgono assai prima di qualunque comprensione ne possiamo avere. L’accordo del Tristano ci aggroviglia le budella ancora prima di essere in grado di dargli un senso, e il senso che siamo poi in grado di dargli dipende anche dal sobbalzo che ha prodotto in noi.
Se parlo di andamento musicale delle poesie di Pasquandrea non mi riferisco solo (e nemmeno principalmente) al suono delle sue parole, né tanto meno al fatto che qua e là si accenni al jazz. Quest’ultimo non è in sé che un indizio, la spia di un interesse e magari di un’abitudine di ascolto – la quale potrebbe (ma non è detto) trovarsi alla base di una competenza. La musica non è fatta solo di suoni, ma anche e soprattutto di andamenti ritmici e andamenti tensivi; e sono questi andamenti che io continuo a ritrovare nelle risoluzioni e negli enjambement di questi versi, nello sviluppo del senso e del discorso e nella sua interazione con la prosodia.
È come quando nel jazz (ma anche in Bach) la frase musicale accenna la presenza di un inquadramento ritmico, e poi ne oltrepassa il quadro, per spegnersi più in là, e magari riaccendersi per finalmente quadrare, magari ritornare in sintonia, e poi deviare di nuovo, mentre talvolta nel frattempo si è proposto un inquadramento differente, e via così. Il discorso si dipana a cavallo dei versi di queste poesie nel medesimo modo, senza che i versi cessino di essere versi, pur nella loro irregolarità.
Ed ecco che, impostate le cose in questo modo, le allitterazioni, le rime, i ritmi prosodici, l’incertezza del senso, l’allusione, l’inconclusività, si rivelano tutti altrettanti modi per trascinare il lettore, agendo o direttamente a monte del senso oppure quando se ne sia colta anche solo una parte, o nuovamente e ripetutamente a ciascun livello della comprensione e dell’interpretazione.

(dalla prefazione di Daniele Barbieri)

Selezione testi

Moi est un autre

No non ricordo mai i sogni
che faccio e non so se sia
un bene o un male se si tratti di igiene
o di vergogna disertare di giorno
le stanze che abito di notte non so
nemmeno che cosa pensi di me
quell’altro – se questa musica perfetta e ineseguibile
me l’abbia spedita lui in amicizia
oppure per sfottermi.

*

Prima del volo

È il suo ultimo minuto di gioia
il suo ultimo verde
l’ultimo gesto aperto nella luce.
È il suo ultimo dolore la sua ultima vocale
l’ultimo freddo sotto i canini.
Tra poco sarà amico il giorno – l’aria
farà strada al sangue

ma adesso è il suo respiro migliore
vuole trattenerlo ancora – prima
di abbandonare il peso.

*

Camminando

ti raggiunge come un urto la misura
degli spazi. Solo dopo che hai emesso il tuo ultimo
verso lo sai. Remissione è la distanza
la retta tesa dagli occhi al vuoto
finalmente
l’aria sul rovescio dei pensieri.
Possiamo cancellare – per il momento –
i margini lasciare che tutto accada
nel ritmo dei passi nella flessione
di tarso e metatarso. Tutto
verrà scritto – ma non ora.
Ora fa freddo il respiro si condensa
ed è quella l’unica traccia che voglio lasciare.

*

Su ciò che non è mai stato

Io lo so qual è l’inizio l’argomento
dove si inerpicavano le voci – tutte
tranne una che piegò la traiettoria
rasente al tuo profilo. La prossima
dovrò attenderla a lungo perché sveli
l’onda più scura sulla guancia il gioco
preciso delle clavicole e ancora
perché si incontrino a mezza strada il mio sangue
e l’odore del tuo seno. Ma lo so
lo so a bruciapelo – quanto è stato strano
fin dall’inizio saperti dire
le ultime parole.

AAVV – Contatti – Patrizia Dughero

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Patrizia Dughero

Canto di sonno in tre tempi

in

AAVV  Contatti

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Sergio Pasquandrea Parole agli assenti

Patrizia Dughero Canto di sonno in tre tempi

Enea Roversi Asfissia

 

Edizioni Smasher – Collana Ulteriora Mirari – Sezione Tripodi


Gli studi più recenti sulla cultura delle donne ci dicono che le rane, animali anfibi, che vivono vicino all’acqua, sono il simbolo di un femminile primordiale che si rinnova, legato alla terra. Sono forme che assume la Dea Madre, primigenia e potente, quella dea che nei luoghi natii di Patrizia Dughero, di origine friulana, tra le alte valli dell’Isonzo prende l’aspetto di creature favolose, come le Krivapete o appunto le rane. Anche la dedica “A Lia de’ Savorgnan, mia nonna”, ci mette sulla buona strada: si tratta di un cantare, quello di “Canto di sonno”, che mescola piano autobiografico e familiare al piano simbolico e storico-geografico, affidando alla parola poetica il compito di indagare, nella storia familiare e dei luoghi, il proprio presente. Così, nella prima parte del poemetto, “Le rane gracidano il canto”, la figura della donna che non ha parole per dirsi, poiché “nessuno ha guardato nella sua parte” e che “si priva del senso, ascolta / si muove in tracce lievi di memoria”, prova a decifrare il lento ed uguale canto delle rane, colme di un sapere che va compreso e sviluppato.
Nella seconda parte, “L’inganno dei colori”, sono i luoghi e i loro riflessi che l’autrice insegue, in un percorso della memoria che diviene presa di coscienza della realtà, attraverso monti, valli, profumi, colori: il ronco, la casa divisa, il paese, l’arancio delle rose, la carrozza della madre che non torna, i merli, il graticcio delle rose, i nonni dalle mani nodose come rosmarini, abbarbicati ai nipoti, tutte voci di una lingua di poesia che costruisce se stessa nel confronto con la propria storia.
“Bianca inerzia. Egotica”, terza parte del Canto, si apre “con un botto e un frastuono”. Qualcosa dirompe dalla memoria, per forza d’inerzia, e nella lunga poesia che dà il titolo alla sezione, la bianca figura di donna che disprezza il letto coniugale e che è condannata a vagare “sciolta come un animale” prende contorno “dentro la casa / che s’inazzurra”, prende parola, impasta finalmente senso (in “Canto d’impasto”, una delle poesie più evocative), in cui il canto possa sciogliere la voce, ammorbidirla, “in un amalgama dove il sugo/ del mondo attacchi il suo sapore”

(Loredana Magazzeni)

Selezione testi

applicata alla nuda realtà

Applicata alla nuda realtà
– nessuno può esigerne uno sguardo –
non propone situazioni, mancando attenzione
resta sospesa scrutando chiunque entri
chi chiude la porta
di continuo spaziando
all’interno del luogo ch’è preposto.
Per inciso, non c’è nessuno che chieda
nessuno che guardi dalla sua parte.

*

guadagna il davanzale

Guadagna il davanzale, soltanto.
Schiaccia il suo occhio quasi tempo occupato
giocato da altri, saccheggiato in se stesso.

Nessuno poteva esigere il suo sguardo.

Nel passo, nel salto scopre l’uscita.
Il punto d’uscita, orme lievi
siccome raganella di memoria
guadagna quel punto.

Nessuno ha guardato dalla sua parte.

*

i rosmarini controllano il campo

I rosmarini controllano il campo
controllano il mondo
avvinghiati a muretti screpolati
– antiche fessure –
tenaci odorosi pungenti, nonni
cullano i nipoti con nastri sicuri
come rami secchi che sibilano
tra le falde dei figli.

*

Stasimo

A frastuono diradato le donne
si sono riconosciute
una porta uno sguardo
ambiguo e lontano, onnipresente.
S’accende lentamente
e l’altra rivede
le dice di salire.
Due stanze soltanto, divise
una sottile parete.
Una grande finestra nella stanza che
mostra i white chestnut fiammeggianti
macchine intermittenti che sfilano
stagliate su schermo da videogioco.
Il bianco domina sull’autunno
bianche le pareti, bianco l’abito
della donna, bianco il tavolo
tondo e adornato.

*

Canto d’impasto

Manteca arancione
di zucche grandi appoggiate
ai bordi delle strade greche.
Ho visto le tartarughe tornare
alla sabbia, torno felice.
Manteca arancione
di zucche appoggiate su banchi colmi
pesante autunno ci raggiunge
sulle strade greche ho gli occhi
pieni di volti mai più visti
di miti incrociati con i suoni rozzi
della lingua che ho cercato.
Manteca arancione
di zucca cotta coi pinoli
ammorbidisci questo sogno ruvido
impastalo coi miei vent’anni
in un amalgama dove il sugo
del mondo attacchi il suo sapore.

[Inediti] di Mimì Burzo

Jan Saudek

*

Odori. Colori. Luminosità. Situazione di pellicola sciolta al sole. Balconi estroversi. Balconi introversi. Persiane e piante senza parole. Silenzio prezioso nella profondità della cicatrice. Una matematica melanconia a rifinire l’anima di presenza e di mare.

Tempo.

Discrasia ideopatica fra il tutto ed una terrazza. Lunghezza del braccio che afferra il vento. Interpolazione vettoriale fra il nulla e il nulla che lo contiene. Stanze e porte, aperte e chiuse a ritmo di Io.

Io sono. Io vivo. Io cellula. Io polvere. Io piroetta di un misirizzi. Io che esisto. In un tempo non tempo che elude il tempo per darsi infinito tempo.

Spazio.

Riccioli di segatura fresca sotto un teschio. Coordinata fallocentrica che fende il possibile e lo trapassa. Elogio all’impossibilità.  La cruna dell’ago e la lacrima che l’attraversa.

Odori, Colori. Luminosità. Situazione di mani levate al sole. Orchidee e nani. Frastuono nella profondità della cicatrice. Lo spazio abortisce il tempo. E torna al mare.

*

Ballata per un baro

La tua mano dipende dalla mia nuca
E se così sarà
faremo l’amore al sapore di labbra
lungo quel bivio senza biforcazioni
con alberi di parole
che come pompelmi
bagneranno di acerbo ogni
piega e piaga
di cervelli isolati
in frammenti e ripartizioni
ordinati
pre-figurati
immaginati oltre le zone dei campi oculari
Lì dove il dubbio vince
e avanzando di sghembo
ruzzolerà ogni certezza

Epifanie e stelle e cieli
si avvicenderanno
lungo quel bivio senza biforcazioni
dove la mia nuca rigetterà la tua mano
E se così non fosse
sarà primavera che preannuncia scirocco
nudità in un bagno di afflizioni
muro contra ossa
con la lingua intinta nel blu cobalto

E sarà la carne
E sarà la mente
E sarà il nulla sul nulla
L’arte dell’invaginazione
Contrappunti incisi su lastre di elettroni
Empatie estorte
e lacrime rubate
La glorificazione del senso
Il giusto senso
Il senso dell’assenza a riempire la mia bocca

Sarà desiderio
Usurpazione
Memoria nella memoria
Glutammato
Dopamina
e acido omovanilico urinato all’angolo di una sinagoga
– Sabra! Sabra! Comprate le spine! Prendete le mie spine!
Canterà la vecchia appoggiata al muro con la sporta in grembo
Canterà una nenia sfigurata
e sarà un viaggio
nella terra dei falchi
e sarà il deragliamento
essenziale e naturale
di chi va
va e cammina
porge la sua nuca
e affida gli ippocampi
ad una mano nuda

Così sarà
lungo quella biforcazione senza un bivio
Nel giorno della tua assenza sarà che
la tua mano dipende dalla mia nuca

*

L’impellenza del sole e’ andata via con te.
Ora la città e’ presa dal vento e in esso diffonde un forte olezzo di pori e d’umano. Questo, discende verso basso, sopraggiunge a livello dei fiati urbani e insieme si contaminano. E fanno incetta di piedi e di passi.
Il cervello e’ doppio, Non ci sono parole semplici per spiegarlo. Sarà sempre una sostanza del sè, una nebulosa contratta piuttosto invisibile. Tuttavia, drammatica. Quello che conta adesso e’ il senso di un’improcrastinabile venerdì santo. Una prefigurazione cuneiforme con dentro gli occhi di mia nonna e le sue parole, veementi come un macete. E queste battono. Battono un fossile di lacrime dure.
Allineate – una per una – in strati discreti di coscienziosità.

La disponibilità della discrezionalità
verso lo schiaffo goffo dell’umanità.
Pronta ad accogliere ogni screzio e mancanza
per bocca di una moralità
arrangiata
rattoppata
come i gambaletti di mia nonna.
Tutto e’ sbagliato
Tutto si sbaglia
Nulla e’ corretto
Salire le scale percorrendo una traiettoria verso l’alto
e’ solo una pioggia di fotoni
Rigurgito controvento di un universo maligno.

Avere un solo cervello e per questo odiarlo. Avere un’unica sedia ed esser costretti a starci seduti, in contemplazione di un quadro dipinto dopo. Nel tempo che deve ancora venire. Ed il bambino segue gli occhi tremanti del vecchio. Il vecchio piange alla vista del bambino. Allunga una mano per commiserarlo. Ma non puo’. Deve ancora venire.
(Dopo) Chiusa la porta, abbassate le palpebre, rimane solo il sospetto di un’appartenenza mancata e un indice puntato verso il cielo.

– Ecco!
disse la voce all’eco
– Ecco le ginestre rifiorire sulle piume degli uccelli.

 

Biografia

Ho trentasei anni. Sono una donna e non so redigere le note biografiche.

Scrivo. Curo un blog –: l’estensione della mia testa -: un tentativo continuo e assillante di avvicinarmi  alla forma del nulla. Con le parole.

Solo 1500 n. 19 “Le luci di Milano poca cosa, lo so”

Solo 1500 N. 19. “Le luci di Milano poca cosa, lo so”

Il titolo riporta l’attacco dolce, malinconico, magnifico di una delle più belle poesie di Giovanni Raboni, testo contenuto in “Barlumi di storia” (ed. Mondadori). Lo scenario è Milano. La Milano del dopoguerra. La Milano che prova a rialzarsi dalle rovine. Raboni è stato un poeta immenso, critico, osservatore fra i più attenti della realtà. Analizzandola, usava spesso i luoghi, e la raccontava in versi con lucidità e un altissimo senso civile. Nei cinquant’anni, più o meno, di scrittura di Raboni, Milano (insieme ai temi a lui più cari: la morte e l’amore) è sempre stata lì. Unità di misura delle sue e nostre domande; dei dolori, delle perdite, delusioni e rinascite, fino alla rovina (a lui da tempo evidente) del nostro paese. Chissà se, alla fine, avesse poi deciso di lasciar perdere e non chiedersi più da che lato della circumvallazione arrivassero il trenta o il ventinove. Davvero quei tram, quel giro in tondo, quella provenienza o direzione incerta, racchiudono molto del senso delle domande e dei versi di Raboni. Fosse ancora qui (e in un certo senso è ancora qui, nei suoi testi che rileggo di sera) continuerebbe a osservare i mutamenti della sua città, della nazione. Mi chiedo cosa direbbe di questo inutile sfarzo, questo apparire sul nulla, il tentativo vano di mostrarsi europei, della settimana della moda e del vuoto sotto la metropolitana. Come li guarderebbe i grattacieli di Porta Garibaldi e, poco distanti, in Melchiorre Gioia, le code per il contributo affitto. Dovesse riscrivere quei versi oggi, forse, farebbe così: Le luci di Milano troppa cosa, lo so. E avrebbe ragione.

Gianni Montieri                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              qui i link ai tre numeri precedenti:  N. 18  N. 17  N. 16

Letteratura Necessaria – Terapie a rischio – Roberto Ranieri

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Roberto Ranieri 

Terapie a rischio

 

Edizioni Smasher – Collana Ulteriora Mirari

Sezione Monografie

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Il banalista

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«Allora: cosa ha detto oggi di nuovo il tuo banalista?»

«Che un cappuccino per due euro è un furto. E che fa un po’ più freddo di ieri.»

«Bene. E ti ha ridotto i farmaci?»

«Sì papà, il Normalex l’ha portato a mezza compressa.»

«Bene figlia mia, mi pare tu stia facendo grossi progressi. È un po’ costoso, ma il migliore sulla piazza. Vieni qui.» La baciò sulla guancia con amorevolezza. Lei gli sorrideva commossa. «Che dici, papà, ora potrò fare le cose che mi piacciono?»

«Credo molto presto, mia cara, stai migliorando a vista d’occhio.»

«Ma potrò fare tutte le cose che fa la mia amica Carlina?»

«La tua amica Carlina non è un buon esempio, te l’ho già detto. Fai sempre quello che ti dirà il tuo banalista, devi avere fiducia.»

«Grazie, papà. Sì, è tanto bravo.»

«Lo so, è il migliore.» Si lisciò i radi capelli bianchi, sbirciando la cartellina a fiori posata sul tavolo.

«Che esercizi ti ha dato per oggi?»

«Oh, una cosa nuova. Devo ripetere “io sono” per 40 volte, davanti allo specchio, prima di colazione, pranzo e cena. Poi anche nella forma invertita, “sono io”, prima di addormentarmi»

«Ah, bene,» proseguì. «A che ora vai a scuola oggi, cara?»

«Ho il turno pomeridiano, papà. Devo sbrigarmi a finire di correggere i compiti di greco delle seconde classi, e trascrivere i voti di storia.»

«Fai cara, fai.» Poi andò nell’altra stanza, si chiuse a chiave e sollevò il telefono. «Buongiorno, mi passa il banalista per cortesia?»

«Sì Cavaliere, attenda in linea.»

I violini sintetici di un rondò cigolarono nella cornetta. «Sì pronto? Ah è lei Cavaliere…»

«Come le è venuto in mente di cambiare la terapia?»

«Guardi, la paziente…»

«Paziente un corno!» Il pugno sul tavolo riesplose nel timpano dell’interlocutore, all’altro capo del cavo. «Lei sa bene quant’è delicato, il caso di mia figlia. Da “tu sei” a “io sono” in ventiquattrore? Ma è impazzito?»

«Ma Cavaliere, lei sa che ora tocca ai pronomi facenti funzione di soggetto…»

«E perché proprio “io”? Ce ne sono sei, non si può fare prima con qualcun altro?»

«Mi perdoni Cavaliere, ma il protocollo della banalisi classica è chiaro, su questo punto. Abbiamo cominciato col soggetto semplice, “L’acqua bagna”, tre volte al giorno per sei mesi, con la testa a intermittenza sotto la doccia gelata. Ricorda? Poi abbiamo introdotto il primo pronome facente funzione di oggetto, “L’acqua li bagna” con i capelli su un catino tiepido, ed è passato un anno. Poi…»

«La conosco benissimo, la sequenza» tagliò corto il Cavaliere. «E dovrebbe ricordarsi bene cosa avvenne al passaggio successivo…»

«Vuole dire, Cavaliere, quando passò a ripetere 40 volte in serie di 3 il primo pronome facente soggetto, “tu sei”? Lì ci fu un certo periodo di adattamento…»

«E lo chiama “adattamento”?» Si accese nervosamente una sigaretta. «Dovetti appiccicare da subito sulla specchiera le foto dell’album d’infanzia, quelle con lei in braccio in tutte le posizioni, se no non mangiava più!»

«Sì Cavaliere, ma io le dissi che era meglio…»

«Ora basta!» tuonò il Cavaliere. «Lei adesso mi cambia l’esercizio, senza fare storie. Lei si ricorda chi l’ha raccomandata per il suo concorso di dirigente sanitario all’Unità Centrale di Banalisi, non è così?»

«Sì… fu lei, Cavaliere…»

«Appunto. E allora faccia come le dico. Io a mia figlia voglio troppo bene, perché lei possa permettersi di sbagliare terapia.»

«Va bene, Cavaliere. Si può passare a “egli è” in 3 serie da 40, mattina pomeriggio e sera, e per l’io si vedrà l’anno prossimo…»

«Ecco, bravo. A proposito», soggiunse il Cavaliere soddisfatto, «ultimamente mia figlia nomina spesso un’ex allieva della sua classe di greco, quella rimasta incinta, la Carlina… Lei sa già cosa deve rispondere vero?»

«Che è un cattivo esempio, perché ripetere “io sono” in due davanti allo specchio può rompere il vetro, e ci si taglia dappertutto.»

«Bravo. Mi raccomando, noi vogliamo entrambi il bene di mia figlia, dobbiamo solo comportarci di conseguenza.»

«Sarà fatto, Cavaliere. Si è fatto tardi. Ah, che giornata fresca, oggi. Non ci sono più le stagioni di una volta.»

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Congiunture infrabosco

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Ho problemi con i prefissi. Predire e condire nella mia testa si confondono: così non so mai con precisione come sarà il sugo degli spaghetti, né gli ingredienti buoni per prevedere il futuro. A capirci qualcosa, anche i luminari  e gli addetti ai lavori le sparano grosse, e poi non si mettono mai d’accordo. Così, devo fare attenzione a ciò che dico, prevenendo le mescolanze che renderebbero difficile il mio discorso all’orecchio altrui, e viceversa. Dico la verità: ho sempre pensato, dentro di me, che i prefissi fossero un di più, rispetto alle radici vere del lessico; per pre– o con– dire, uno sempre dovrebbe aprire la bocca, se no pretace o condorme o fa qualcos’altro; solo che se confà, anziché brigare con qualcuno si blocca e deve adattarsi a girargli in tondo, cessando ogni azione sua propria: ma, dico, si può parlare così?

Macché, dimenticavo, tutti si parlano addosso a meraviglia, il malato sono io: ne sono conscio, o forse subconscio, inconscio non credo ma dillo un po’ ai freudiani, e occhio al prescìo che se bluffa prefissa con troppe piste libere e poca autocoscienza. Troppo poca: e si sa quanto siano importanti i mezzi di locomozione, nell’auto-prefissarsi, oggi.

Dove non si prefissa e si tira un po’ il fiato è nelle zone franche; qui il mondo, anziché entrare a scossoni nelle sequenze del lessico e dei verbi che ne parlano, indugia sulla soglia, e con buone ragioni. Qui i prefissi si moltiplicano e si annullano a vicenda: parlo delle nubi e dei funghi. L’Hypoloma sublateritium non può escludere che, in qualche piega della propria tunica molecolare, un micolinguista non scovi una variante superlateritium; che qualche altro si proverà a mettere in dubbio sulla base di nuove osservazioni dal sottobosco o rivelazioni di laboratorio. Intanto, il funghetto sta lì, allunga il suo micelio oltre il tappeto d’aghi di pino e i prefissi spesi a catalogarlo; sul giallo vivo del suo epitelio si posano bruchi e moscerini sparsi, che l’osservatore scientifico dei boschi non tarderà a rivestire dei fonemi appropriati; salvo poi arrendersi allo statuto incerto di spore e lamellule sottostanti. E se leva lo sguardo oltre i ricami spericolati delle aghifoglie, su in alto, potrà facilmente imbattersi in qualche petalo di vapore sospeso nell’azzurro; che una generosa nomenclatura di forme tenderà invano a incasellare in una stringa apposita. Chiudi gli occhi e il cumulus è già stratocumulus, se è un po’ sviluppato sfrangia e  sconfina nel cirrus, ne assume le piene sembianze: e più insegui la parola giusta, più quello cambia e ti ricaccia in gola la sua celeste refrattarietà ad ogni sillaba spesa per afferrarlo. Che intanto si moltiplica in meteoriche spericolatezze, fronti prefronti affronti all’indicibile silenzio che alita su cieli e isobare rovelli modelli e nuovi sistemi complessi…

Io le so bene, queste cose, perché questo mio disagio coi prefissi ha una sua diagnosi coperta, che rifugge alla terminologia certa delle cose di medicina, ma si insinua nelle pieghe ancora vive di un ricordo preciso; fu una Clavaria pallida, che affiorava nel suo velluto lillà dal muschio, mentre un Cumulus congestus spingeva un proprio ricciolo bianchissimo sopra quel tratto di bosco, piegando il sole a uno strano riverbero di madreperla. La clavaria cruda è una delizia per il palato, anche se ogni micologo mette in guardia dalle sue varianti tossiche; il colore un po’ più marcato dei tubuli ma non è detto, la forma delle spore al microscopio ma non è certo, qualcosa insomma dovrebbe sempre mettere in guardia, ma non è mai sicuro. Si dovrebbe pre-cuocerle, mai con-cuocerle con il misto trifolato, per prudenza, ma è certo che crude sono una meraviglia; e infatti era deliziosa, mentre più in alto il cumulus ghiacciava nella sua sommità a forma di incudine, sospingendo uno smeriglio di cirrostrati sopra un tetto di larici. Una tossina, chessò io una clavarina, come l’amanitina la boletina e quant’altri nomi s’inventano per i veleni dei funghi, e in un attimo nella mia testa i prefissi presero strane turbolenze, mentre il cumulus in alto svaporava fra bande biancastre di cirrocumuli, che non si poteva più dire l’uno o l’altro, fino a dissolversi in un azzurro appena più carico.

Non ci sono purtroppo antidoti o lavande possibili della morfologia, per la mia lingua che straparla, stradice varianti e invarianti, all’improvviso, imponendo componendo segni opposti e frapposti più e meno su ogni comparto, su ogni reparto, così io nel prefisso mobile mi apparto, consuono dissuono, sostrato astrato di un piroettare fonetico senza bussola certa; e un altro codice intanto, oh se me ne accorgo!, impone sul tutto, per sfortuna iperfortuna o coincidenza, una sua muta numerazione di fabbrica, fungocumuli lisciati all’ultimo giro di elettrone, che mi fa infravivere e sopravvivere di temporali perfetti, delizie di lamellule da incasellare in questo spazio vuoto, un poco vero forse, per condividerli e, sulla pagina, appena un poco, scompaginarli…

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Il velopendulo

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Il professor Federici era famoso per i suoi aforismi. Filosofo di una scuola tutta sua, lo invitavano spesso a incontri e convegni; nell’ultimo, esordì con una delle sue massime così cariche di significato: «Il centro del mondo è inequivocabilmente faringeo, ogni cosa pensa se stessa nel tintinnio iugulare di vocali e consonanti.» Dopo l’ultima sillaba deglutì, allentando i muscoli del collo sulla contrazione dell’esofago; provò poi a riespandere il diaframma per riprendere il delicato ragionamento, quando l’attacco della frase successiva, sul tema della res cogitans, gli rimase impigliata in gola; gli occhi gli strabuzzarono all’indietro, e dopo qualche attimo di esitazione, nello sconcerto dei presenti, cadde dalla sedia con un tonfo. «Un dottore!» gridò qualcuno dal palco. «Presto, un bicchier d’acqua!» fece un altro, però l’acqua non faceva effetto, gli gorgogliava in gola per poi uscire schiumando bava ai lati della bocca.

La situazione stava precipitando. Uno studente di medicina gli tastò il polso: «Per me è un infarto», disse. «Non respira. Magari è un ictus», gli fece eco un altro. Uno studente del corso di Fonologia, che aveva seguito tranquillo la scena, arrischiò una sua idea: «E se fosse il velopendulo?» Estrasse dal taschino il suo registratore portatile, pigiò lo stop e poi il rew per cinque secondi, quindi al clic d’arresto riavviò il play dall’inizio. Al cigolio del nastro seguì un lungo ronzio di fondo, interrotto solo dal sonoro starnuto del prelato in seconda fila.

Il prof. Federici ebbe un sussulto, poi aprì lentamente gli occhi. «Cosa è successo?» «Un mancamento, professore, vedrà che ora si riprende » fece il primo studente. «Sì sì, una vertigine passeggera», gli fece il secondo. «A esser precisi, è una cosa da Nulla», aggiunse il fonologo in erba, mentre riavvolgeva il nastro. «La prossima volta professore, quando esprime un concetto o un aforisma sull’essere, le consiglierei almeno di fare uscire qualcosa.»

Letteratura Necessaria – Parola, nome relazione: Alessandra Pigliaru legge “Dall’intramata tessitura” di Enrico De Lea

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Enrico De Lea

Dall’intramata tessitura

 

Edizioni Smasher – Collana Ulteriora Mirari – Sezione Monografie

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Prefazione Alessandra Pigliaru

Postfazione Enzo Campi

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Alessandra Pigliaru

Parola, nome, relazione

Della parola


La poesia è figlia della notte, ricordava Jabès. Dovrà usare la voce per uscire dall’oscurità. Si farà trasparente la parola poetica, e non invisibile; raccoglierà i brandelli di ciò che in altro modo non può essere detto. C’è una necessità nel dire poetico che sovverte l’alba e si fa saldo coro degli opposti. Per poter vedere quell’indistinto che preme alla soglia del giorno si dovrà muovere con cautela verso un lume, oppure lasciarsi vincere dalla caduta in un altrove. C’è un doppio monito nelle parole di Jabès: da una parte si deve stare in guardia da chi canta immobilizzato dalla sorpresa e dall’altra ci si deve far piegare dalla notte come da una confidente a cui tendere le mani. La notte conosce l’intramata tessitura della memoria, del sofferto e cogente desiderio che dalla terra passa al verso. La nuova silloge di Enrico De Lea si fa largo nell’indistinto e caotico fragore dell’oscurità per dire, una volta per tutte, che non si arriva al mondo da soli. Neri e gaudiosi lumi in valle è la sezione di apertura dell’intero volume e la dichiarazione di un impossibile spaesamento. De Lea sa bene infatti che non ci si espone se non in quel noi che presagisce il passo a venire. Il coro è questo dirsi voce solo in quel noi. Da un plurale che dissolve l’aderenza dell’Io dunque, De Lea intona il proprio avvertimento. In quella terra raccontata dal poeta tuttavia le mani tese alla confidente sono come visitate da un linguaggio che ci parla; il dasein infatti sta nei versi come abitacolo di una perpetua veggenza. Quel ci che contraddistingue la tonalità emotiva è fonte sorgiva dell’essere-parola. Qui e ora o al di là?

Del nome


La nominazione è una faccenda assai complicata. Determina un soggetto che abbia coscienza di essere tale e una lingua da considerarsi familiare. Nominare le cose conforta sulla possibilità di mantenere in vita l’ossessione del passaggio. Eppure alla nominazione è sottesa un’ambivalenza linguistica di fondo. Insieme al nome, come suggeriva Blanchot, si decreta una sentenza di morte. Un trapasso necessario potremmo dire, proprio perché nominare riferisce di una scomparsa e insieme di una resurrezione nella parola. La poesia, che non soccombe all’ombra dell’algido concetto, mostra questo turbamento abbacinante del linguaggio in tutto il suo tremore. Nei pressi di una nominazione tradita e riconsegnata alla visione poetica, incontriamo l’opera di Enrico De Lea. L’iride si stempera e racconta di un occhio che sonda al di là. Il poeta diventa aruspice delle sue stesse viscere esposte in terra. Affidare al mare, senza un nome, / le ombre temibili del sonno, / invocando protezione, madre nera, / all’abbraccio dell’alba. Il nome diventa un’abrasione sulla lapide, un simbolo nella canicola del giorno a venire. Ma qual è il nome che va cercando De Lea? Quello del riconoscimento di sé oppure un nome alt(r)o, originario, che convochi il soggetto della parola? Certamente siamo in presenza di una salda andatura terrestre, di un solido colloquio con il proprio corredo familiare; ed è proprio a quest’ultimo che De Lea dà voce, in un coro inesausto di accadimenti che radunano a sé quarantena delle madri e accuse dei padri. Il nome è un sottofondo muto, qualcosa da rendere – indicibile – al rumore della propria trama d’infanzia. Il nome è anche quello agognato, quello a cui si stenta a credere se significa abbandono. Tentare l’ascensione / tra i sentieri invasi dalla storia, / dalle siepi di spine trionfanti. / Attrezzare non le mani, / ma il soffio con cui resisti / al sangue, ai graffi, / alle benvenute ferite. Il soffio come parola che travalica la storia,  sa congedare la morte e mettere a frutto la semenza della generazione. Quell’ascensione è un’eventualità abissale di redimere le trappole del falso sé, di impastarsi alla brocca sorgiva che tuttavia si sottrae. Continuamente.

Nomi da proferire come scale in pietra / che il piede nudo ascolta, divenuto / la leggerezza dell’infamia, / il segno del tradire degli eredi. Al corredo familiare che il poeta riunisce non si può sfuggire. La tradizione, come il tradimento, è un fardello da portare come un sintomo di mancata rispondenza alla propria tessitura. Ci si svesta dunque dal maldestro sonno della stirpe, ci si avventuri nella speculare dimora del linguaggio che, se non riferito all’altro, rischia di stare come peso morto del ricordo. Quel lume che doveva assistere al cedimento della notte diventa consapevolezza del sé.

Della relazione


Solo davanti al volto dell’altro il poeta arriva al due. In un respiro pieno e incessante. Perché il volto è segno di un’attualità interrogante; è fondo che perde la neutralità del noi per diventare tu. Il volto nelle Arie, seconda e poderosa sezione della silloge, non si attarda ad emergere e viene reclamato per dare statuto all’io. Traccio dei volti sopra certe rocce, / per primo il tuo e non lo disconosco, / anzi lo guardo, gli parlo a volte, lo nascondo. Il volto è dunque traccia dell’infinito di levinasiana memoria ma non c’è alcun appello alla responsabilità; dal volto non arriva alcuna preoccupazione che ripeta l’asfissia degli avi. Integrati i moniti genitoriali, compreso il rischio della dimenticanza, il poeta diventa artefice della propria esistenza. Quel volto disegnato, diventa il gioco dell’incontro con l’altro. Una possibilità di entrare in relazione che il coro non consentiva pienamente. L’altro è attore dell’incontro a venire che non può essere più rimandato. È qui che l’incubo dell’accusa e della quarantena si risolve per diventare flusso desiderante dell’altro. Un flusso nomade in cui i soggetti, almeno due, abitano il crinale dell’al di là. La relazione consente, poco più avanti, di mostrare che Siamo, nei padri, dentro le visioni / e, nelle madri, dentro carni e voci. Lo scacco della nominazione lascia qui spazio al dialogo, all’individuazione di sé traversando la prossimità. T’informo che alle volte il mondo è nuovo. / T’informo che ho saperi inusitati, su alberi / e su foglie, e sui cartoni lasciati dai dormienti, / e sugli spazi là intravisti all’alba. / T’informo pure che dimentico e ricordo, / che ho mani nascoste nelle tasche. / T’informo, inoltre, che – appena ieri – / indifferente andavo per burrasche. Il tu è mediazione tra sé e il circostante perché la percezione è doppia. C’è una parola poetica che costruisce il senso, manque à être che governa la distanza dal noi e non ci sa rassicurare – fortunatamente. Patirne lo slittamento significa toccare l’altro sparpagliandone le impronte. Perché d’acqua e farina sono quelle impronte che la scrittura tramanda.

E, pure, dico “grazie” a quel poco / di luce originaria, a quel che vedo / e che ieri vedevo. Calmo, rientro / nei possessi che l’occhio raduna. La parola poetica produce consonanze temporali, attutisce i riverberi dell’ombra e sa riferire di quella gratitudine originaria, rischiarata la radura umbratile dell’essere. Quel luogo notturno che Jabès esortava a percorrere e che De Lea si appresta a riunire. Dalla mano all’occhio. Dal nome al passo al di là.

(AP)

Selezione dai testi


Quarantena delle madri,

l’impastata notte di carbone e latte,

dietro il Coro, intorno alla fontana

delle mormoranti nostre brocche,

si tace del ritorno dell’acqua

a Selino, dopo anni di secca,

per la prossima festa, per la

devozione dell’urna al plenilunio.

Indugiare, sorelle, ave, nella conta dei morti,

pienamente parlare ed affidare

alla pazienza solare dei terrazzi,

è argento che il vivente strania, una fuga

ed un fiato montano improvviso.

*

L’ascensione dei morti lo affatica,

pavidi santi esausti scosta

dalla vista, allontana – questo drappello

fedele che è la vigna, dopo gli anni

tra i carrugi, le nebbie, i laghi crespi:

elevarsi e a sostegno il mandorlo

il ciliegio il noce a fuoco, col vicino

che devasta anni e zolle, con un volto

d’adulterio che lo fonda.

*

Mater dolorosa e fiacca,

deipara la mole della madre,

la fata la velata la reina

del ciottolo valgo e d’un sabato tardivo.

Con la scienza capitaria del maggio

all’infanzia del vespero floreale

accadono la costanza dei gelsi

e una seta del ritorno in vita.

*

Ancora un’ascesi del paterno

raccolto, in quell’arabia di ruderi

solenni, manca l’abbraccio

che impasta ulivi ed uomini.

Senza che sia risorto il costruttore

del secco casamento, un nulla di pietre

nel greto delle piene, una consolazione

da olivastri, giganti pronti

a nessuna salvazione del morente.

*

Fontana ultima alla brocca e sorgente,

dove riappare il chiarore iniziale, da

insaccare per risarcire la fine del viaggio.

Aggiungono le madri altre parole,

note, nomi come cose, che premono

tra l’odore prossimo del forno, ostie

somministrate dalle donne,

da deglutire senza masticare

nel paese-altare antemarino.

Nomi da proferire come scale in pietra

che il piede nudo ascolta, divenuto

la leggerezza dell’infamia,

il segno del tradire degli eredi.

*

Siamo, nei padri, dentro le visioni

e, nelle madri, dentro carni e voci.

Come uno scavo d’aria dalle Rocche

precipita e ramifica al Bastione;

dopo che un vino d’alto ha consumato

la parola, ad un tacito decreto

della verzura consentiamo, restiamo

ben impiantati nella terra smossa

dai passi, dal passaggio degli umani

dopo il rasserenato dopopioggia.

Siamo, stiamo, con un corpo

di fatica estesa, da millenni.

*

[Novità Editoriale] La vita chiara – Maria G. Calandrone


Maria G. Calandrone, La Vita Chiara
Ed.Transeuropa, 2011

Acqua

La scocca della macchina terrestre è il mare

La pioggia
scocca
su tetti di zinco
e zolle in microscopici
crateri d’impatto e sull terra la fosforescenza dei fiori
mostra stelle esumate.

Un aroma di acidi e corteccia
nella vastità
con pala, luce e cisterna – piombo,
rottami in fiamme
sotto il rame del sole, massiccia forma di metallo dietro
gli alberi a fine inverno visti
dalla bolla domestica che sa di fieno
e vapore. Cosa li tiene
così precari e misericordiosi sulla terra – così
a misurarsi col dramma.

Ora – ruota
una clessidra ad acqua nel tempio
senza chiodi del mare – sottile
come un’ostia, oro racchiuso sotto la percossa.

Un transitare e un perdere
creature marine
abbandonate al fango – cera
negli occhi dei granchi
e sassi e inclinazione della terra
nello snodo dell’anca.

Il ciclo dell’azoto come un dolore
portato a segno che alza e abbassa il suo cuore
sulla sporcizia mondana – ora.

Niente altro che roccia
e albedo della crisalide
e nera processione di equinozi.
La deviazione della luce forma luminescenze perenni
della prima infanzia, la ritirata colossale
di un ghiacciaio
mette a nudo quest’altra libertà
utile, adulta.

Roma, 24 marzo 2007

Fuoco


4

Ecco la rinnegata e la incrollabile
Vengo ad attraversare il mio dolore
davanti a te: sono quella
che passa nel fuoco,
la flagellata e la pur sempre
amante, la programmata per transitare
in quello che non conta, nel suo proprio dolore
quando tutto il calore del mio cuore ritorna
al mio cuore e mette tra le piaghe
lame dolci di chiaroveggenza,
la distanza stellata delle anime dimenticate nei corpi
come piccoli campi di luce.

Terra

Una figura di calore

C’era qualcosa di accaduto per sempre
ai lavatoi
e impresso come un’orma
nel massiccio facciale
ma certi gesti
e gli occhi soprattutto
non si cancellano: lampi
in avaria nel cantiere aperto della sera
che sta scostando progressivamente il mondo delle sue
[braccia.

L’intenzione era fare ritorno. Ma dritto dalla grotta si vedeva
il mare
e contrastava con la posizione scomposta
dei tuoi occhi – la camera salmastra
dei tuoi occhi – e una luce di taglio sulla schiena
se le mani spiccate dal fango
avevano sordamente macchiato con il mio nome
[gli alberi e il volto desolato della terra.

Con un cuore di pietra che curva
la luce, ripete
il gesto dalle nicchie della memoria: prende
la rosa con la bocca
in una eterna clandestinità
e il candore del corpo arretra nel bosco
in un silenzio irreale
se la rossa miseria degli uccelli
gira
sul museo della terra.
Roma, 20 marzo 2007


Aria

Dodici. Uno.

lei dice la tua lingua
mi riguarda, dice ti vedo e vedo
che un oceano si mescola come il volto radioso di un morto
all’assedio segreto della terra – così lei
lo tiene in movimento nel cuore
fino a che ogni cosa sarà caduta
oh
morti che camminate senza dolore
cose altissime
godute fino all’estasi
che volano appena con disumana bellezza
cori di specole sottile sangue bianco
di fantasmi felici
spinti coi palmi aperti dall’amore
seduti qui sui nostri letti dall’inizio del mondo
tra le stesse canzoni come pozzi altissimi che ripetono
[ancora io ti amo.
voglio il tuo cuore io voglio il tuo cuore
la levità dei morti


Biografia

Maria Grazia Calandrone è del 1964.

Ha pubblicato:
Pietra di paragone, Tracce 1998
La scimmia randagia, Crocetti, 2003
Come per mezzo di una briglia ardente, Atelier, 2005
La macchina responsabile, Crocetti, 2007
Sulla bocca di tutti, Crocetti, 2010
Atto di vita nascente, LietoColle, 2010
e lo pseudoromanzo L’infinito mélo con Vivavox, cd di proprie letture, Sossella, 2011.

Scrive sulle pagine cultural de “il manifesto” e ha ideato e cura “cantiere poesia”.

Lost in quotation (3)

(3)

Con le luci spente è meno pericoloso. Eccoci qua ora, divertici. La verità diverte sempre gli ignoranti. Non è detto che la maggioranza abbia sempre torto. L’esistenza di una maggioranza, implica logicamente una minoranza corrispondente. Pensate di che tremenda natura sono stati i sospetti che avete nutrito. E in base a quali elementi avete formulato il vostro giudizio? Un uomo quando è davvero appassionato è sempre una contestazione vivente. Lo specchio è a pezzi. Sì, lo so, mi piace così: mi ci vedo come mi sento.

La giornata iniziò male, e tardi. In teoria doveva essere uno dei giorni più felici della mia vita. Cominciò con un numero sbagliato, tre squilli di telefono. Il telefono continuò a squillare senza che nessuno andasse a rispondere. Il trillo rimescolava blandamente il pulviscolo stagnante del buio. Contai fino a venti squilli, poi rinunciai. Continuassero pure, che senso aveva contarli? Il cane graffiava contro la porta a vetri. La prima sensazione che ricordo è di essere sotto qualcosa. Un peso opprimente che schiaccia dappertutto. E quando mi svegliavo nel cuore della notte, come ignoravo dove mi trovassi, allo stesso modo non sapevo in quel primo istante chi fossi. I primi istanti del sonno sono l’immagine della morte: un nebuloso torpore si impossessa del nostro pensiero e non riusciamo a determinare l’istante preciso in cui l’io, sotto altra forma, continua l’opera dell’esistenza. Destato di soprassalto, stavo già per precipitarmi in taxi alla stazione pensando di dover partire. Come fai a dire che ami una persona, quando al mondo ci sono migliaia di persone che potresti amare di più, se solo le incontrassi? Non è vero che si conosce meglio una persona soltanto perché si divide con lei lo stesso letto e lo stesso bagno. In fondo che cos’è meglio, una pesca o una pera? Siamo tutti il grande amore di qualcuno. Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo. Nostro marito, nostra moglie. E li conosciamo davvero, anzi a volte siamo loro: a una festa, divisi in mezzo alla gente, ci troviamo a esprimere le loro opinioni, i loro gusti in fatto di libri e di cucina, a raccontare episodi che non sono nostri, ma loro. Ballare è la poesia dei piedi. Piuttosto perdonare un brutto piede che delle brutte calze. Molte ragazze davvero belle hanno dei piedi davvero brutti. La moda è fatta per diventare fuori moda. Mi chiedo cosa faceva la gente dopo l’amore, prima che inventassero la sigaretta. La sigaretta è il tipo perfetto di un piacere perfetto. È squisita e lascia insoddisfatti. Che cosa si può volere di più? La sigaretta è la preghiera del nostro tempo.

Sento delle parole. Nel vento e nel passare del vento. Una musica, non sempre trascinante, non sempre triste, a volte fragorosa. Poi si spegne. Una pausa. Io le dico: sei finita, sei finita? Sento delle storie. Io non ho un problema di droga. L’abuso di droga è soltanto un’accelerazione, un’intensificazione dell’ordinaria esistenza di ciascun uomo.  Le strade schiumano di droghe contro il dolore e l’infelicità, noi le prendevamo tutte. La droga in tal caso serve a sostituire la grazia con la disperazione, lo stile con la maniera. Ci saremmo sparati la vitamina C se l’avessero dichiarata illegale. E quando fu arrivato all’angolo riprese a cantare una specie di nenia che, per quanto potevo indovinare dal tono, doveva riguardare il sopraggiungere di disastri, il dolore dei vecchi, la fine dell’amore. L’aria era piena di zanzare, le cose intorno bagnate e tiepide dopo la pioggia autunnale. Perché è la perdita la misura dell’amore?

A volte sei tu che mangi l’orso e a volte è l’orso che mangia te. La droga non è cattiva. La droga è un composto chimico. Il problema è quando quelli che prendono droga la considerano una licenza per comportarsi come teste di cazzo. Sei totalmente sola. Sei sempre sola. Tutto il resto te lo inventi. Tutti abbiamo udito la donnetta che dice: “oh, è terribile quel che fanno questi giovani a se stessi, secondo me la droga è una cosa tremenda.” poi tu la guardi, la donna che parla in questo modo: è senza occhi, senza denti, senza cervello, senz’anima, senza culo, né bocca, né calore umano, né spirito, niente, solo un bastone, e ti chiedi come avran fatto a ridurla in quello stato i tè con i pasticcini e la chiesa. Mi pento delle diete. È una superstizione insistere su una dieta particolare. Tutto alla fine è fatto degli stessi atomi chimici. Gli uomini cercano le donne e le donne cercano gli uomini.  Ma che cosa ci troveranno, poi? Che cosa ci troveranno? Apparteneva a quella categoria di uomini – tendenzialmente spiacevoli, quasi sempre calvi, bassi, grassi, intelligenti – che, per ragioni misteriose, attraggono certe belle donne.

Aggiunse sull’agenda: “Si è seduto troppo vicino, come se ci conoscessimo, invece io non l’ho mai visto. Sono sicura che non l’ho mai visto”. C’è sempre (o c’è stata?) una prima volta, ma mi si spappola il cervello quando cerco di ricordarla e allora concludo che “la prima volta” è una metafora e tutte le altre, invece no. Piccoli dettagli come questi fanno una bella differenza. Non era una domanda nuova. Avevo riletto i miei appunti e non ne ero soddisfatto. I cani non conoscono queste oscillazioni. Il segreto di quell’andatura, ora indolente, ora frettolosa. Tutto cominciò con quel cane sgozzato. Ragazzi giocano a pallacanestro intorno a un palo del telefono sul quale è inchiodata la tavoletta della reticella. Ci fu chi boccheggiò. E, fuori dalla finestra, folle e fuochi d’artificio. Sento la polizia che si stringe, li sento lì fuori mentre fanno le loro mosse. Non fanno che ripetere tutti. La notte i cani randagi invadevano la città. L’enorme edificio aspettava come preparato a difendersi. L’aspetto più positivo del fatto di essere in prigione, secondo lui – forse l’unico aspetto positivo – era una certa sensazione di sollievo. Sollievo all’idea di aver toccato il fondo.

Per qualche motivo, questa notizia non lo sorprese; soltanto lo fece sentir peggio. Come se si fosse aggiunto dell’altro peso all’oppressione che lo schiacciava ormai da ogni parte. Ho imparato che tutti quanti vogliono vivere sulla cima della montagna. Anche i pensieri talvolta cadono immaturi dall’albero. Un albero non mostra curiosità per il suo ambiente, almeno non in modo per noi riconoscibile; lo stesso vale per una spugna o un’ostrica. La tragedia consiste in questo: che l’albero non si piega ma si spezza. Non riesco a evitare che i pensieri si confondano. Ci riempiamo di speranza come di nuovo sangue. Raramente sono in grado di ricordare quello che ho pensato. Prima che arrivi a riflettere su un’ispirazione, succede sempre che questa si trasformi in un’idea ancora migliore. Avendo deciso di mia volontà, visto che ero in cerca di spunti per una poesia sull’educazione del genere umano. Ma non potevo esserne certo. Puoi avere la tua torta e mangiarne anche tu. Io ascoltavo musica pop perché ero un infelice. O ero infelice perché ascoltavo musica pop? Il rock ‘n’ roll ha una sorta di aura di rivoluzione permanente, senza tempo, di sfida a tutto, inclusa la natura stessa. Quando la mia infanzia fu trascorsa veloce e le giornate, non più eterne, si furono ristrette a dodici ore o meno, cominciai a pensare seriamente alla morte. Fermo davanti alla porta della prigione. Quanto dura un giorno da morti? Non era molto di buon umore; camminava lentamente con le mani in tasca; bisogna dire che quel giorno, un giorno di fine inverno, metteva tristezza. Si va un po’ in giro, si vagabonda da un luogo all¹altro e si finisce fatalmente per imbattersi di nuovo in gente che si è già vista da qualche parte, d¹incontrarla così all’improvviso, in luoghi così inaspettati. Il lavoro. Ti ha in pugno. È tutto intorno a te, come una gelatina permanente che ti circonda, ti assorbe. E quando ci sei dentro, guardi la vita attraverso una lente deformante.

Il tempo che ti piace buttare, non è buttato. Dà coraggio sapere che da una finestra posso arrivare a libri, a lattine di birra, a passati amori, e da questi racimolare sogni a sufficienza per sgattaiolare da una porta sul retro. L’abuso della droga non è una malattia, ma una decisione, come quella di andare incontro ad una macchina che si muove. Questo non si chiama malattia, ma mancanza di giudizio. Odio la puzza degli ospedali. Non quella della malattia e nemmeno l’odore alcolico dei medicinali. Non troverai gente normale, qui. L’uomo che camminava per la strada non era consapevole, ma ne era parte. Nel resto dell’edificio abitavano altre persone. La ribellione era imminente, ma ancora prematura, in quel particolare momento. Alla gente interessa sapere se un uomo è in gamba, se è un lavoratore, se contribuisce al benessere della comunità. Il lavoro era l’unica cosa che avesse importanza. E il lavoro è pieno di sudore e di polvere. È ormai tempo che i comunisti espongano apertamente a tutto il mondo la loro prospettiva, i loro scopi, le loro tendenze. Si dice che nasciamo innocenti, ma non è vero. Ereditiamo ogni genere di cose e non possiamo farci niente. Appena alzavo gli occhi da me stesso, se ne stava seduto a tremare sul marciapiedi. Il giorno che l’avrebbero ucciso, si vestì senza lavarsi e senza pregare. È una cosa grossa uccidere un uomo, gli togli tutto quello che ha e che avrebbe voluto avere. Avendo sparato ad un uomo, ed avendolo ammazzato, avete in una certa misura chiarito il vostro atteggiamento verso di lui. Avete dato una risposta definita ad un problema definito. Nel bene o nel male avete agito in maniera decisiva. In un certo senso, la mossa successiva spetta a lui.