Giorno: 27 settembre 2011

Anna Toscano: un percorso poetico in controluce.

Si va cauti quando ci si imbatte nei versi di Anna Toscano. La cautela  è necessaria perché si avvertono subito sia la potenza sia la delicatezza di un dettato che non lascia spazio all’artificio retorico, preferendogli la schiettezza, la sincerità, consci dell’alto prezzo da pagare.
In poesia, come nella vita, non si concedono sconti quando si vuole affrontare la quotidianità a fronte alta. E tanto è più nera l’ombra al suolo, quanto più è esposto alla luce il corpo che la genera.
Anna Toscano ha finora pubblicato per i tipi di LietoColle due raccolte: Controsole (2006) e all’ora dei pasti (2007); mentre altre cinque poesie, che probabilmente delineano un futuro libro, sono state pubblicate nell’interessante progetto antologico Orchestra. Poeti all’opera (numero tre), diretto da Guido Oldani (LietoColle, 2010). Recentissima è la pubblicazione di due poesie in una plaquette fuori commercio edita da LietoColle intitolata Only distance.
Altri testi e altre collaborazioni sono disseminate in altre sedi, come pure le sue curatele che spaziano tanto nella narrativa quanto nella poesia, senza dimenticare un grande amore di Anna Toscano: la fotogafia.

tasselli diseguali
nell’ordine delle figure
cassetti che non si chiudono
nel comò della fortuna.

Basterebbe analizzare con attenzione questa breve poesia tratta da all’ora dei pasti (p. 16) per tracciare le linee della poetica che regge la poesia di Anna Toscano. Come dicevo all’inizio, si tratta del raggiungimento di un equilibrio tra dolore vissuto anche nel disincanto (chiunque sappia osservare con attenzione la vita, propria o altrui che sia, sa bene che le illusioni spesso necessarie cozzano presto contro il muro della realtà) e il bisogno comunque di descrivere ogni sua manifestazione per ancorarsi alla vita.
Riferimenti, o tributi, a nomi consolidati della tradizione poetica italiana e no possono essere visibili; eppure non partecipano mai a costruire un edificio retorico. Sono semmai la cornice di un discorso che sviluppa una cifra personale atta a privilegiare il moto interiore descritto attraverso piccoli oggetti, o impercettibili movimenti (soprattutto nella seconda raccolta, all’ora dei pasti: «sono sola ma non si vede/ solo io lo capisco,/ da sotto le mie tele/ il mio nome scandisco// fa eco un orrore di ragnatele», sono sola ma non si vede, p. 22).
Sicché sorprende di più che la lezione di Penna sia non tanto quella più nota della poesia, quanto quella a volte lasciata a margine del prosatore, come possiamo puntualmente verificare nella terza e ultima prosa di Controsole (nonostante Sandro Penna sia esplicitamente nominato nella seconda). Anna Toscano sa giocare con la tradizione e sa celarla. Ha sedimentato in sé le molte letture e disegnato con esse una personale costellazione di riferimento che non ci è dato riconoscere per intero. Possiamo al massimo avanzare qualche ipotesi: la primissima e meno banale Patrizia Valduga; il già citato Penna accostato ad Attilio Bertolucci (il catalogo di oggetti elencati da Anna spesso mi ha portato a far discendere da lui e non da altri la policromia e i tagli di luce). Però la stella polare di questa costellazione è Patrizia Cavalli.
Il modo di comporre di Anna Toscano, come ebbi già occasione di scrivere tempo fa, ha la sua forza in un procedimento “a levare” di segno opposto a quello ungarettiano: Anna Toscano leva quanto è superfluo (ma non è campiana), quant’è troppo descrittivo e quindi didascalico, per elevare (in levare, perciò) la poesia verso il suo obiettivo, che è a mio avviso il cogliere sé in ciò che la rappresenta o in ciò su cui finisce per riflettersi in una lunga serie di correlativi oggettivi (e qui so di ribadire quanto affermato in un’altra sede tempo fa). Si badi però che lei non è campiana, mai. Nessun sacrificio in nome di un’ideale purezza della parola contro la tristezza di certa poesia trita. Anna evita tutto ciò prima ancora che come poeta, come lettrice.

© Fabio Michieli

* * *

da Controsole

Lasciami

Lasciami le dita nella sabbia
voglio la pelle contro la faccia
dammi il continuo scherzo
di avere tra le mani il vento

.

Avendo

Avendo girovagato
inutilmente attorno
all’elica della girandola
cercando il giro di boa
che mi girasse la vita
solo il mio incauto cuore
in questa giostra
si sentiva vivo

.

Sono prosciugata

Sono prosciugata
fuori e dentro me
angoscia
che stringe lo stomaco
e fatica lo spirito
e di giorno
tra la gente
fingere normalità

.

da all’ora dei pasti

sono sola ma non si vede

sono sola ma non si vede
solo io mi capisco,
da sotto le mie tele
il mio nome scandisco

fa eco un orrore di ragnatele

.

tavolo di marmo chiaro

tavolo di marmo chiaro
deboli zampe di legno
briciole sparse sul piano
un patto color aragosta
posate spaiate
Iberia, altre Varig o Sabena
tovagliolo grande di carta blu
gocciolio in lontananza
nel lavandino rigato di tè

il frigo è deserto
lo stomaco è vuoto
il fono non funzionerebbe
le mie mani sulle ginocchia

è all’ora dei pasti
che sento il tuo non esserci
la tua assenza mi nutre
sono sazia come non mai

la dieta ringrazia
io felice con lei
ché non mi calza
la tragedia

.

non so fare poesia civile

non so fare poesia civile
non so scrivere poesie lunghe
non conosco nemmeno la strada
per tornare in albergo
non conosco il cambio della moneta
non riesco a uscire dai luoghi comuni
ma la questione è:
vai o resti con me

.

da Orchestra. Poeti all’opera (numero tre)

La punteggiatura

Ho cercato nella punteggiatura
la virgola di sfogo,
per avanzare un pensiero
senza chiudere il precedente.

Ho guardato imbarazzata
i due punti e le loro posizioni:
mai decisivi e mai inutili
nel togliere e nel dare.

Ho sostato a lungo
dopo il punto e virgola;
sentendomi in continuità
con passato e futuro.

Mi sono crogiolata molto
tra parentesi (mie o di altri)
senza scansione del tempo
che non fosse interna.

Non avevo capito che è il punto
– come dicono anche i manuali di scrittura –
che rende possibile il respiro.

.

Ultime cose

L’ultima immagine che avrò di te
sarà il tuo corpo consunto dal tempo
la tua mano ossuta nella mia
la penombra e l’odore di chiuso della tua stanza.

Le ultime parole che avrò da te
saranno vai che è tardi e perdi il treno
il tuo volto affondato nel cuscino
il respro affannato di chi non trova il sonno.

Le ultime parole che dirò a te
saranno no nonna dormo qui stanotte
ma tu no non salire su quel treno
senza avermi raccontato ancora di quella volta che.

.

da Only distance

La storia dei miei passi

La storia dei miei passi
si snoda tra pietre strade selciati
sabbie stanza e pareti.

La storia dei miei passi
si disfa tra nebbie calli e canali
sole e sonni epocali.

La storia dei miei passi
ti porta a Montparnasse in rue de la Gaité
dove cercavo un esattore

per avere indietro tutte quelle ore
scordate su scaffali e tavoli e armadietti,
camminate in cambio di vecchi rossetti.