Giorno: 18 settembre 2011

[fiction] – NEGLI OCCHI MAI – Domenico Caringella (post di natàlia castaldi)

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Mi chiamo Behram.
Al mondo non ho nessuno. Solo le ombre delle persone che ho ucciso con queste mie mani. E da domani il mondo non avrà me. Gli invasori mi impiccheranno, alle dieci.
Dicono che ho ucciso 931 persone. Uomini, donne, vecchi, bambini. Io ne ricordo 125, e ameno altri 150 li ho visti assassinare dai miei compagni. Dettagli.
Domani andrò via insieme al monsone, e Delhi, l’India intera, a sentire loro sarà più pulita, più sicura. Pensano di sapere tutto, o il più, o quanto basta… Io mi arriccio i baffi, di riflesso; mi sistemo il turbante, tolgo le pieghe alle maniche della giacca con le dita. Sono vestito di tutto punto; ma senza il rumal, il fazzoletto cerimoniale con cui strangoliamo la gente, mi sento nudo, incompleto, monco, vulnerabile.
931. Sarebbero stati molto di più se non avessi incrociato il suo sguardo, esattamente una settimana fa.
La strada, il metodo, sono stati quelli usuali. Sono apparso sulla via maestra malconcio, ferito e mi hanno aggregato al convoglio. Questa volta non erano mercanti o pellegrini; erano civili inglesi, diretti a Delhi. Ho modi falsi e amabili e hanno accettato di essere guidati. Dalla tigre.
Nei due giorni successivi li ho contati, analizzati, catalogati uno ad uno, com’è prassi. I criteri delle mie disamine sono la circonferenza e la potenza del collo, l’altezza, la forza apparente, l’indole. Per ciascuno di loro nella mente ho assegnato al mio rumal la forza necessaria per compiere lo strozzamento nel tempo giusto. Il tempo giusto è quello che contemporaneamente riduce al minimo le lungaggini e inibisce i movimenti falsi, quelli produttori di rumore e forieri di smascheramento.
Un Thug sa bene che occorre la sintesi per giungere allo strangolamento perfetto; bisogna far sì che durante l’atto la vittima, il prescelto, il condannato, non perda la speranza di potersi salvare con le sue forze, che senza senso lotti ed in quell’inutile battaglia concentri tutte le sue energie, senza che le sprechi per dimenare le gambe, per urlare, farfugliare.
Uccidere è la mia tendenza, il mio lavoro, e quando ho degli inglesi davanti questa vocazione alla morte inferta si trasforma nella mia personale via per ribellarmi al sistema, alla colonizzazione delle città e delle coscienze a cui stanno procedendo i bianchi. E mi convinco di essere non un assassino, un ladro, ma un guerriero, un guerriero ribelle. Anche se so bene che mi racconto bugie e che alla fine ce la faranno, ci renderanno uguali a loro e l’ultimo passo lo metteremo da soli, con gli strumenti che ci avranno lasciato dopo essere andati via…
In ogni caso, quando uccido chi muore finisce per farlo ad occhi aperti. Quegli occhi che però io intuisco soltanto, perché agisco alle spalle.
Non guardo negli occhi, mai. Mai prima e mai durante.
Quando in quel convoglio, l’ultimo, mi imbattei in quegli occhi chiari, acquosi e realizzai dopo, al calar del sole, che di lei restavano solo quelli e non la misura del suo collo, non la sua statura, la sua forza, ebbi una vertigine e capii che forse stava finendo tutto.
Elizabeth Davenport fu l’ultima di quei 14 sventurati che strangolai quella notte, l’ultima a cui strinsi il mio rumal azzurro intorno al collo. L’unica persona che in tutta la mia vita abbia mai guardato negli occhi mentre l’ammazzavo.
L’unica che abbia mai amato.
Dopo, restai a guardarla, per ore; sino a quando i sepoys vennero a prendermi nella valle di lacrime dove li attendevo.
Per i sudditi di Sua Maestà è il 1840. Domattina alle dieci mi impiccheranno all’ombra del minareto Qutub, davanti alla folla.
Mi chiamo Behram.
Hanno detto che ho ucciso 931 uomini.
Sono un Thug.
Mi hanno guidato la Dea, Kali, Bhavani, il denaro, la cattiveria, l’impulso.
Domani è al mio collo che toccherà, infine.
E morirò sotto la pioggia; morirò innamorato.