Giorno: 17 settembre 2011

Enzo Campi – Trame dell’oblio (per Francesco Marotta)

Enzo Campi

Trame dell’oblio
(per Francesco Marotta)

I)

turbato dall’immobilità del vortice

– là dove l’occhio è solo centro
fulcro nevralgico e punto nodale
ove sciogliere ipotesi di sensi sospesi
nel vacuo cavo dell’isola
qui tramandata ad arte
dall’atavica mano che imprime
la cancellazione del suo nome –

vago a tentoni nella dissolta firma
che rinnova dell’eco l’inestinguibile marca

e mi faccio superficie e ristagno
anticipando stoico il tempo
della levata in cui inabissarmi
ancora una volta e per sempre

chiedo solo l’abbacinamento
e dalla sovresposizione del bianco
estirperò il solo cuore nero
per inchiostrare la voce della vena
che implode nel costato
dettando lingue arcane e irriverenti
volte a cantare del domani l’aporia

.

II)

turbato dall’andirivieni della marea

– là dove la mano è solo un avido simulacro
che ripete a memoria il gesto inconosciuto
disimpegnato a declinare le tesi dell’innato
qui abusato riciclato
come un tutto senza parti
che spia con sana invidia
il senza nome dell’estromissione –

m’abbarbico alla stele ove delocare
del verbo l’incorrotta eternità

e mi metto in abisso e fluisco
ritardando il tempo dell’avvento
se mai invocando il vento
a spazzare l’ingordigia del silenzio

porgo solo la mano qui ora
nel tempo senza tempo di un istante
che precede sempre la mia voce
e dallo stelo qui inalberato
estirperò la sola fulgida spina
per rinnovare il tenue fiotto
volto a imperlare  il bocciolo

.

III)

turbato dal lucore dell’ombra

– là dove il luogo è privo di confini
come sfumato in un anelito di senso
se mai m’accoccolo a disappaiare
una a una le fibre per rendermi
alla mania di silenziare il dettato
del perpetuo ciclo che definisce
il mio gesto erratico e incompiuto –

mi dilato in mille evanescenti circoli
come acqua deflorata dalla pietra

e tocco il profondo e scavo
con la mano contratta
nell’humus della mia unica madre
l’idea di un segno da perpetuare

vedo solo bolle d’aria risalire lente
la china nel tempo fuori tempo
di un attimo che si crede eterno
ritardando l’elegia del dissolvimento
e dall’asfissia qui declinata
estirperò il solo atavico silenzio
in cui urlare l’incoscienza del mio nome

.