Mese: settembre 2011

Lella De Marchi – La spugna – Raffaelli Editore, 2010

Lella De Marchi - La spugna

Lella De Marchi

La spugna

 (Raffaelli Editore – Rimini – 2010)

 *** *** ***

 

A quante associazioni mentali concrete o metaforiche si presta la spugna, sottratta al proprio habitat naturale e divenuta oggetto prosaico del quotidiano? Lasciata invece nelle acque del mare, essa rimane ciò che è giusto che sia: un organismo strutturato e vivente. Un essere che il destino, smembrandolo all’infinito, può far viaggiare sull’onda impetuosa delle correnti. (Un po’ come le spore aeree del soffione). Infine le particelle sanno ricomporsi nell’antico corpo, o almeno germogliano in nuove vite pronte a loro volta a ricostituire la ciclicità dell’esistenza.

Come la spugna, «cosa tra le cose», è l’essere umano. Come la sorte della spugna è la vita dell’uomo, fatta di ferite, frammentazioni, traumi, dispersioni. Spesso questo «viaggio» verso l’ignoto nasce dal rifiuto di sé, da domande che qui si pongono a più riprese: «qual è il punto esatto in cui tutto comincia?», «che cos’è la sostanza delle cose?»; oltre che dalla coscienza della fragilità, dell’astrattezza, delle contraddizioni dell’essere («sono ambivalente, / non ho sempre lo stesso significato»). Oppure anche soltanto dal gusto o dall’ebbrezza dell’abbandono.

Sorgono allora sentimenti di sdoppiamento, di moltiplicazione e di sovrapposizione («mi sono fermata / un attimo a pensare poi sono ripartita / con la vita di qualcun altro addosso»); scaturisce, nell’avventura mentale, il senso incontrovertibile dello straniamento. Tra il fare e il dis-fare, tra la frammentazione e la ricostituzione delle cose si estende lo spazio vuoto ed enigmatico delle antinomie che si cercano e si sfuggono: di ciò che è e di ciò che non è («non sono piena», «non sono vuota»), di ciò che vive dentro la nitidezza delle linee e ciò che è imprecisato; di quello che è ruvido e poroso, e di quello che è liscio e dolce ai sensi; delle cose leggere e insieme pesanti, della vicinanza e della lontananza, del colorito e dello sbiadito, del concreto e dell’astratto.

Ma poi, ecco il miracolo, la vita – che è nebbia e «grande nulla che avanza» – è anche capacità di rimettere insieme, facendole consistere, le cose, di moltiplicare le cellule dell’esistenza, di ricomporre insomma, rinverginandolo, l’organismo […] (dalla prefazione di Renato Martinoni).

 

Selezione di testi

ruvido

 

tutto è ruvido intorno a noi, proprio

tutto, almeno tutto ciò che esiste

o sembra esistere è ruvido, almeno

tutto ciò che può consistere è ruvido.

tutte le superfici su cui piovono

i riflessi delle cose e si diffondono

e toccano gli oggetti sono ruvide, tutti

gli oggetti sovraesposti per un balzo

dei riflessi, traditi dentro a un balzo

dei riflessi, sono ruvidi.

tutti i corpi sono ruvidi, ruvidi

naturalmente,

anche il tuo corpo nudo così di fronte

al mio non è liscio è ruvido,

il migliore dei ruvidi possibili

per me, persino questa carta se riesce

finché riesce a trattenere un po’

d’inchiostro per un po’, per rispedirlo

chissà dove dopo un po’, non è liscia,

è ruvida, perché tutto ciò che è liscio,

scivola via e non lascia traccia.

e non esiste, e non consiste

 

*

 

magari l’esistenza


a volte non mi sento molto dissimile

da un concetto astratto, da una linea

retta spezzata o curva, da un punto

geometrico fissato nello spazio,

un’equazione un’operazione

matematica un segno messo a caso

anche a matita sulla carta per dimostrare

qualche cosa, magari l’esistenza,

confrontata paragonata messa in parallelo,

anche così esisto, come una cosa tra le cose

 

*

 

figura


la figura che guardo improvvisa

mi toglie le tempie e gli occhi si disfano

dal presente, si fanno altri occhi

altri luoghi altri punti verso cui

indirizzare gli sguardi già persi

 

la figura che guardo cambia

il colore, cambia la luce

e le gradazioni, perde il confine

mentre la guardo, tenta la fuga,

la figura che guardo non vuole

per sempre restare dentro al mio sguardo

 

il fine di tutto questo guardare

è trovare sconcerto, uno choc del tempo

dentro lo spazio, è cercarmi per sempre

in qualcosa di altro, un’immagine

ultima, la figura più vera,

sopra cui ritornare a cercarmi

ancora una volta senza fermarmi?

 

*

 

il disegno sotteso


dilaniata a volte la carne privata,

per tanti motivi diversi, anche

dell’anima adesso mi mostra le ossa

e nuda tutta la sua spugnosa struttura,

il disegno sotteso, il marchio per primo

impresso nell’osso dell’anca

o della tibia, ma è solo per poco,

perché presto ritorno a sentirmi,

magari un brandello un brano

una parte, perché presto ritorno a cercare

la carne, qualcosa che leghi il mio stato

ad un altro, non posso restare senza

quell’altro, dilaniata a volte

la carne privata anche dell’anima

adesso mi mostra le ossa

e nuda tutta la sua spugnosa struttura

 

*

 

persino il mio corpo


temporaneo avvenente tornante persino

il mio corpo dallo spazio tenuto sospeso

illeso si flette in pose svariate dettate

dal vento, e talvolta persino il mio corpo

nel vento si posa e dove si posa rimane

la sua domanda di terra per sempre

come un punto che intorno a se stesso

nel tempo e lo spazio infiniti senza sosta

e mai pago s’interroga intorno a se stesso

Anno kleistiano 2011 – 1 – Kleist “uomo dell’attimo”

Peter Friedel, Ritratto di Kleist

Il 21 novembre 1811, a tre miglia da Berlino, in riva al Wannsee, sulla strada per Potsdam, due colpi di pistola danno il via a una delle più ‘grosse’ notizie di stampa della Germania del tempo e scatenano una serie di polemiche senza fine. C’è confusione sui particolari, le autorità prussiane proibiscono, con decreto della polizia, qualsiasi necrologio del poeta suicida. I due giovani, che per la loro morte non sfuggono alla condanna generale (con poche eccezioni: Rahel von Varnhagen scrive: “C’è voluto del coraggio. […] La morte è così nera, ma la vita non va, non va. “ e E.T.A. Hoffmann si rivolge all’amico Hitzig: “La prego di sapermi dire qualcosa su quell’eroica fine; la stupida chiacchiera giornalistica di gente che davanti a un raggio del genio di lui si va a rimpiattare nel proprio misero guscio di noce credendolo un palazzo con sette torri, questa stupida chiacchiera mi ha stomacato, ed era un pezzo che desideravo di apprendere da Lei qualcosa di sensato.”; per una lettura più ampia delle voci levatesi all’epoca faccio riferimento a Un inquieto batter d’ali, 4-9), sono Heinrich von Kleist e la sua coetanea Henriette Vogel.
Un secolo dopo, Franz Kafka annota nel suo diario la scritta sulla corona che i von Kleist hanno fatto deporre, nel primo centenario della morte, sulla tomba del poeta: “Al migliore della sua stirpe”.

Anna Maria Carpi, che, con Un inquieto batter d’ali (Milano 2005),  ha scritto una dettagliata biografia, insieme rigorosamente documentata e straordinariamente poetica nella narrazione, di Heinrich von Kleist, intitola così il capitolo su Kleist nel volume L’età classico-romantica (Roma-Bari 2009, 63-73): L’uomo dell’attimo: Heinrich von Kleist. 
La definizione ha le sue radici in un noto passaggio dal secondo paragrafo del capitolo Lo psicologo prende la parola di Nietzsche contra Wagner. Questo brano, riportato nella traduzione di Ferruccio Masini e, di seguito, nell’originale, costituisce la prima tappa del nostro itinerario nell’anno kleistiano 2011.

“Questi grandi poeti, per esempio, questi Byron, Musset, Poe, Leopardi, Kleist, Gogol – non oso fare nomi molto più grandi, ma li penso – così come ormai sono, come devono essere; uomini dell’istante, sensuali, assurdi, quintuplici, sconsiderati e repentini nella diffidenza e nella fiducia; con anime di cui di solito occorre tenere nascosta qualche screpolatura; spesso, con le loro opere, si sono presi vendetta di una interiore sozzura, spesso coi loro slanci hanno cercato oblio dinanzi a una memoria troppo fedele, idealisti per la vicinanza del pantano – quale martirio rappresentano questi grandi artisti, e soprattutto i cosiddetti uomini superiori, per chi è stato il primo a decifrarli!… Noi siamo tutti difensori di ciò che è mediocre… “

(Friedrich Nietzsche, da: Nietzsche contra Wagner, traduzione di Ferruccio Masini, note di Mazzino Montinari, in: Friedrich Nietzsche, Scritti su Wagner, Adelphi, Milano 1979, p. 232)

— Diese großen Dichter zum Beispiel, diese Byron, Musset, Poe, Leopardi, Kleist, Gogol — ich wage es nicht, viel größere Namen zu nennen, aber ich meine sie — , wie sie nun einmal sind, sein müssen: Menschen des Augenblicks, sinnlich, absurd, fünffach, im Mißtrauen und Vertrauen leichtfertig und plötzlich; mit Seelen, an denen gewöhnlich irgend ein Bruch verhehlt werden soll; oft mit ihren Werken Rache nehmend für eine innere Besudelung, oft mit ihren Aufflügen Vergessenheit suchend vor einem allzu treuen Gedächtnis, Idealisten aus der Nähe des Sumpfes — welche Marter sind diese großen Künstler und überhaupt die sogenannten höheren Menschen für den, der sie erst erraten hat!… Wir sind alle Fürsprecher des Mittelmäßigen….”

Solo 1500 N. 15 – Stai scrivendo o stai facendo un libro?

SOLO 1500 N. 15 –  Stai scrivendo o stai facendo un libro?

L’altra sera a un reading di poesia, Qualcuno mi pone questa domanda: “Allora stai scrivendo un nuovo libro?” La mia risposta è: “Veramente, no.” Il Qualcuno in questione, stupito, mi fa una seconda domanda: “Allora non stai scrivendo niente?” Risposta: “Certo che sto scrivendo.” A questo punto il nostro Qualcuno completamente disorientato sorride imbarazzato e tace. Un classico. Qui cominciano le mie domande, quelle che mi pongo spesso. Quanto poco c’entri, ad esempio, con la Poesia il collegamento diretto tra lo scrivere in versi e il progetto di farne un libro. Ora, è chiaro che vedere i propri versi su carta stampata, con una bella copertina, sia molto piacevole. Così come è vero che sia molto bello leggere recensioni positive sul proprio libro o presentarlo in giro. Ma non si scrive poesia per questo, almeno non si dovrebbe. Credo che nessun poeta possa sedersi una mattina al tavolo esclamando: “Ok facciamo un nuovo libro!” Perché si scrive, dunque? Si scrive per passione, per una forte esigenza interiore, per impeto, per vocazione. Si scrive per porsi delle domande, per comprendere, per non perdersi i dettagli. Si scrive per divertimento. Per seguire l’istinto o un ragionamento, per non perdere il filo o per trovarlo. I libri sono belli e sacri. Non sono uno scherzo né una passeggiata. Il pensiero di un libro dovrebbe venire molto dopo la fase della scrittura. Pubblicare una silloge è mettere il punto, delimitare un percorso e poi andare oltre. Pubblicare un libro in versi mi pare somigli di più a un voltare pagina che a scriverla.

Gianni Montieri                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   qui i link ai tre numeri precedenti:    N. 14  N. 13  N. 12

Anna Toscano: un percorso poetico in controluce.

Si va cauti quando ci si imbatte nei versi di Anna Toscano. La cautela  è necessaria perché si avvertono subito sia la potenza sia la delicatezza di un dettato che non lascia spazio all’artificio retorico, preferendogli la schiettezza, la sincerità, consci dell’alto prezzo da pagare.
In poesia, come nella vita, non si concedono sconti quando si vuole affrontare la quotidianità a fronte alta. E tanto è più nera l’ombra al suolo, quanto più è esposto alla luce il corpo che la genera.
Anna Toscano ha finora pubblicato per i tipi di LietoColle due raccolte: Controsole (2006) e all’ora dei pasti (2007); mentre altre cinque poesie, che probabilmente delineano un futuro libro, sono state pubblicate nell’interessante progetto antologico Orchestra. Poeti all’opera (numero tre), diretto da Guido Oldani (LietoColle, 2010). Recentissima è la pubblicazione di due poesie in una plaquette fuori commercio edita da LietoColle intitolata Only distance.
Altri testi e altre collaborazioni sono disseminate in altre sedi, come pure le sue curatele che spaziano tanto nella narrativa quanto nella poesia, senza dimenticare un grande amore di Anna Toscano: la fotogafia.

tasselli diseguali
nell’ordine delle figure
cassetti che non si chiudono
nel comò della fortuna.

Basterebbe analizzare con attenzione questa breve poesia tratta da all’ora dei pasti (p. 16) per tracciare le linee della poetica che regge la poesia di Anna Toscano. Come dicevo all’inizio, si tratta del raggiungimento di un equilibrio tra dolore vissuto anche nel disincanto (chiunque sappia osservare con attenzione la vita, propria o altrui che sia, sa bene che le illusioni spesso necessarie cozzano presto contro il muro della realtà) e il bisogno comunque di descrivere ogni sua manifestazione per ancorarsi alla vita.
Riferimenti, o tributi, a nomi consolidati della tradizione poetica italiana e no possono essere visibili; eppure non partecipano mai a costruire un edificio retorico. Sono semmai la cornice di un discorso che sviluppa una cifra personale atta a privilegiare il moto interiore descritto attraverso piccoli oggetti, o impercettibili movimenti (soprattutto nella seconda raccolta, all’ora dei pasti: «sono sola ma non si vede/ solo io lo capisco,/ da sotto le mie tele/ il mio nome scandisco// fa eco un orrore di ragnatele», sono sola ma non si vede, p. 22).
Sicché sorprende di più che la lezione di Penna sia non tanto quella più nota della poesia, quanto quella a volte lasciata a margine del prosatore, come possiamo puntualmente verificare nella terza e ultima prosa di Controsole (nonostante Sandro Penna sia esplicitamente nominato nella seconda). Anna Toscano sa giocare con la tradizione e sa celarla. Ha sedimentato in sé le molte letture e disegnato con esse una personale costellazione di riferimento che non ci è dato riconoscere per intero. Possiamo al massimo avanzare qualche ipotesi: la primissima e meno banale Patrizia Valduga; il già citato Penna accostato ad Attilio Bertolucci (il catalogo di oggetti elencati da Anna spesso mi ha portato a far discendere da lui e non da altri la policromia e i tagli di luce). Però la stella polare di questa costellazione è Patrizia Cavalli.
Il modo di comporre di Anna Toscano, come ebbi già occasione di scrivere tempo fa, ha la sua forza in un procedimento “a levare” di segno opposto a quello ungarettiano: Anna Toscano leva quanto è superfluo (ma non è campiana), quant’è troppo descrittivo e quindi didascalico, per elevare (in levare, perciò) la poesia verso il suo obiettivo, che è a mio avviso il cogliere sé in ciò che la rappresenta o in ciò su cui finisce per riflettersi in una lunga serie di correlativi oggettivi (e qui so di ribadire quanto affermato in un’altra sede tempo fa). Si badi però che lei non è campiana, mai. Nessun sacrificio in nome di un’ideale purezza della parola contro la tristezza di certa poesia trita. Anna evita tutto ciò prima ancora che come poeta, come lettrice.

© Fabio Michieli

* * *

da Controsole

Lasciami

Lasciami le dita nella sabbia
voglio la pelle contro la faccia
dammi il continuo scherzo
di avere tra le mani il vento

.

Avendo

Avendo girovagato
inutilmente attorno
all’elica della girandola
cercando il giro di boa
che mi girasse la vita
solo il mio incauto cuore
in questa giostra
si sentiva vivo

.

Sono prosciugata

Sono prosciugata
fuori e dentro me
angoscia
che stringe lo stomaco
e fatica lo spirito
e di giorno
tra la gente
fingere normalità

.

da all’ora dei pasti

sono sola ma non si vede

sono sola ma non si vede
solo io mi capisco,
da sotto le mie tele
il mio nome scandisco

fa eco un orrore di ragnatele

.

tavolo di marmo chiaro

tavolo di marmo chiaro
deboli zampe di legno
briciole sparse sul piano
un patto color aragosta
posate spaiate
Iberia, altre Varig o Sabena
tovagliolo grande di carta blu
gocciolio in lontananza
nel lavandino rigato di tè

il frigo è deserto
lo stomaco è vuoto
il fono non funzionerebbe
le mie mani sulle ginocchia

è all’ora dei pasti
che sento il tuo non esserci
la tua assenza mi nutre
sono sazia come non mai

la dieta ringrazia
io felice con lei
ché non mi calza
la tragedia

.

non so fare poesia civile

non so fare poesia civile
non so scrivere poesie lunghe
non conosco nemmeno la strada
per tornare in albergo
non conosco il cambio della moneta
non riesco a uscire dai luoghi comuni
ma la questione è:
vai o resti con me

.

da Orchestra. Poeti all’opera (numero tre)

La punteggiatura

Ho cercato nella punteggiatura
la virgola di sfogo,
per avanzare un pensiero
senza chiudere il precedente.

Ho guardato imbarazzata
i due punti e le loro posizioni:
mai decisivi e mai inutili
nel togliere e nel dare.

Ho sostato a lungo
dopo il punto e virgola;
sentendomi in continuità
con passato e futuro.

Mi sono crogiolata molto
tra parentesi (mie o di altri)
senza scansione del tempo
che non fosse interna.

Non avevo capito che è il punto
– come dicono anche i manuali di scrittura –
che rende possibile il respiro.

.

Ultime cose

L’ultima immagine che avrò di te
sarà il tuo corpo consunto dal tempo
la tua mano ossuta nella mia
la penombra e l’odore di chiuso della tua stanza.

Le ultime parole che avrò da te
saranno vai che è tardi e perdi il treno
il tuo volto affondato nel cuscino
il respro affannato di chi non trova il sonno.

Le ultime parole che dirò a te
saranno no nonna dormo qui stanotte
ma tu no non salire su quel treno
senza avermi raccontato ancora di quella volta che.

.

da Only distance

La storia dei miei passi

La storia dei miei passi
si snoda tra pietre strade selciati
sabbie stanza e pareti.

La storia dei miei passi
si disfa tra nebbie calli e canali
sole e sonni epocali.

La storia dei miei passi
ti porta a Montparnasse in rue de la Gaité
dove cercavo un esattore

per avere indietro tutte quelle ore
scordate su scaffali e tavoli e armadietti,
camminate in cambio di vecchi rossetti.

Not only a break in the clouds but a permanent clearing in the sky di Dario Radi

E poi si animano i nostri discorsi pensando che alzando la voce possiamo capirci meglio. Invece è come se ci consegnassimo alla polizia urlando sì è mia questa maschera e nascondo le mie fattezze qui dietro perché voglio mostrarti che sono cambiato. Come del resto mi piace parlare di come sarebbero diventati i Joy Division se Ian non si fosse ammazzato. Ma si sarebbe ammazzato lo stesso. Come del resto sono stanco di vedere uno squarcio tra le nuvole mentre vorrei solamente vedere il cielo e tutto ciò che c’è dietro. La pistola la porto sempre nella tasca interna del cappotto, lo sapevi no? Non vedo come non potrebbe sparare queste pallottole di stelle e luna piena, sarebbe uno spreco non usarla. No, la pallottola invece resta lì, colpo in canna destinato ad accumulare ruggine e umido, per non esplodere più in risate e canti. Anche tu tieni la tua pistola sempre pronta a marcire e mai a sparare e ogni tanto ce la puntiamo alla testa. Io alla tua. Tu alla mia. Tu alla tua. Io alla mia. Giocando su questa roulette che gira da quel giorno maledetto e non si vuole mai fermare. Se la roulette si fermasse, potremmo provare a scendere e camminare nella direzione che vogliamo, scegliendo la strada più comoda, quella meglio battuta e senza buche, radici d’albero e foglie cadute. Perché già cominciano a cadere le foglie, le prime foglie gialle bruciate da un’estate che forse morirà e da un incurante giardiniere, avaro d’acqua. Conteremo le buche sulla strada, le poche che troveremo e ci manderemo messaggi col telefonino scrivendo “io ne ho contate 5” oppure “ho vinto io, sono a 7”. Inciamperemo e saremo soli nel rialzarci, non ti porgerò la mano e non abbasserai lo sguardo. Inciamperemo sulle radici d’albero ma non cadremo dalla moto che abbiamo comprato insieme e che ci divertiamo a lucidare, un giorno per uno. Mi piace poi annusare l’odore del panno morbido che profuma di cera, che ha sempre il calore delle tue mani. Quelle le cui dita per anni ho rincorso sul mio petto.
Fuori la nebbia copre la notte, dentro me tempesta. Spoglio il mio cuore preparandolo al nuovo giorno.
I tuoi occhi.
Non dimentichiamo di oliare la pistola.

troverete altre parole nel suo blog personale, che consiglio caldamente:

http://avtarkeia.splinder.com/

L’erotismo è arte. #3[Maxime Kumin]


Dopo l’amore

E dopo, la ricomposizione.
I corpi riprendono i loro confini.

Queste gambe, ad esempio, sono le mie.
Le tue braccia ti riportano in te.

I cucchiai delle nostre dita, le labbra
riconoscono il loro possessore.

Le lenzuola sbadigliano, una porta
insensatamente sbatte
e nel cielo, cantilenando
un aereo scende.

Niente è cambiato, se non che
c’è stato un momento in cui
il lupo, il lupo mercante
che sta fuori dal sé
si è sdraiato sereno, e si è messo a dormire.

Biografia

Maxine Kumin è nata da genitori ebrei, ma ha frequentato le scuole cattoliche. Ha ottenuto il diploma nel 1946 ed il master nel 1948 presso il Radcliffe College di Cambridge (Massachusetts). Nel mese di giugno del 1946 ha sposato Victor Kumin, un consulente in materia di ingegneria; hanno avuto due figlie e un figlio. Nel 1957 ha studiato poesia con John Holmes al “Boston Center for Adult Education” dove ha conosciuto Anne Sexton, con la quale ha iniziato un’amicizia che è continuata fino al suicidio della Sexton avvenuto nel 1974. Si pensa che la Kumin sia stata l’ultima persona a vedere Anne Sexton viva, avendo pranzato con lei il giorno della sua morte, 4 ottobre 1974.

Maxine Kumin ha insegnato lingua inglese dal 1958 al 1961 e dal 1965 al 1968 alla Tufts University e dal 1961 al 1963 presso il “Radcliffe Institute for Independent Study”. Inoltre ha tenuto numerose conferenze sulla poesia presso diverse università americane. Dal 1976 vive con suo marito in una fattoria nel Warner, New Hampshire, dove allevano cavalli di razza araba.

Tra i molti premi della Kumin si includono l’”Eunice Tietjens Memorial Prize from Poetry” (1972), il Pulitzer Prize for Poetry (1973) per Up Country, l'” Aiken Taylor Prize”, il “Poet’s Prize”, l'”American Academy and Institute of Arts a Letters Award” per merito in letteratura (1980), l'”Academy of American Poet’s” (1986), il “Ruth Lilly Poetry Prize” nel 1999 e sei titoli onorari. Dal 1981 al 1982 è stata consulente di poesia presso la “Library of Congress”.

I critici hanno paragonato Maxime Kumin a Elizabeth Bishop a causa delle sue osservazioni meticolose e a Robert Frost, per l’attenzione che ella pone ai ritmi di vita nella Nuova Inghilterra rurale. È stata inserita tra i poeti confessionali quali Anne Sexton, Sylvia Plath e Robert Lowell. Ma a differenza dei confessionalisti, Kumin utilizza l’alta retorica ed adotta uno stile normale.

Attualmente insegna poesia presso il “New England College”.

[poesia e biografia dal web]

PORCI SENZA PERLE… – n°1

L’orrendo Sacconi, così come Berlusconi, è solo un sintomo perniciosissimo, da eliminare certamente, ma non è la malattia…
La malattia è un sistema che consente a personaggi del genere di ottenere le più alte cariche istituzionali e di distruggere la vita di milioni di persone. Se non si attacca il sistema è inutile chiedere scuse ufficiali per questa o quella gaffe oppure dimissioni per manifesta incapacità: arriverebbero altri ad occupare le poltrone di nuovo disponibili e non sarebbero migliori, ma solo più furbi e coperti. Prendiamo ad esempio la sedicente “opposizione” parlamentare: pare attendere al varco la fine di questo governo, ma non prima di avergli lasciato fare tutto il lavoro sporco i cui frutti erediterà senza essersi sporcata apertamente le mani.
Se il bersaglio delle lotte sociali non è “il sistema” ma le persone che lo incarnano di volta in volta, ogni espressione di dissenso assumerà la forma (e la sostanza) di una ipocrita condanna borghese, tanto politicamente corretta quanto inefficace e pericolosa. Il pericolo deriva dal tipo di critica politica impostata sul personalismo. Affermare che un’equa amministrazione della cosa pubblica dipenda dall’onestà di chi detiene le leve del potere, implica la legittimazione del sistema come struttura politico-economica adatta al buon governo. Accettare la visione de “l’uomo giusto al posto giusto” impone una fuorviante “questione morale” – che tanti governi democristiani hanno venduto con successo ai comunisti parlamentari compiacenti o sulla via del tramonto – che occulta il nocciolo del problema: il sistema capitalista.

Il suffragio universale, vi dico, è l’esibizione più larga e allo stesso tempo più raffinata del ciarlatanesimo politico dello stato; senza dubbio uno strumento pericoloso e che richiede grande abilità da parte di chi se ne serve ma che, se lo si sa bene utilizzare, è il più sicuro mezzo per far cooperare le masse all’edificazione della loro propria prigione (…) Le forme dette costituzionali o rappresentative non sono in nessun modo un ostacolo al dispotismo statale, militare, politico e finanziario (…) Ma, si può dire, i lavoratori, resi più saggi dalle stesse esperienze da loro fatte, non manderanno più dei borghesi nelle assemblee costituenti o legislative, vi manderanno dei semplici operai (…) Sapete quale sarà il risultato? Che gli operai deputati, trasportati in condizioni di esistenza borghese e in una atmosfera di idee politiche tutte borghesi, smettendo di essere dei lavoratori di fatto per diventare uomini di Stato, diventeranno dei borghesi, e saranno forse più borghesi degli stessi borghesi. Dato che non sono gli uomini a fare le posizioni, bensì le posizioni a fare gli uomini.

(Bakunin)

Tra le righe n.4: René Char

René Char

Dyne

Passant l’homme extensible et l’homme transpercé, j’arrivai devant la porte de toutes les allégresses, celle du Verbe descellé de ses restes mortels, faisant du neuf, du feu avec la vérité, et fort de ma verte créance je frappai.
Ainsi atteindras-tu au pays lavé et désert de ton défi. Jusque-là, sans calendrier, tu l’édifieras. Sévère vanité! Mais qui eût parié et opté pour toi, des sites immémoriaux à la lyre fugitive du père?

Dine  tradotto da Vittorio Sereni

Superando l’uomo estensibile e l’uomo trafitto,
arrivai alla porta di ogni esultanza,
del Verbo dissigillato dalla sua spoglia mortale, facendo
cosa nuova, un fuoco mediante verità, e forte del mio verde credo, bussai.
Raggiungerai così il paese dilavato e deserto della tua
sfida. Fin là, senza calendario, lo edificherai. Severa
vanità! Ma chi avrebbe scommesso e optato per te, dai luoghi immemoriali alla lira fuggiasca del padre?

tratta da “Due rive ci vogliono”, Donzelli Poesia, ed. 2010

Poema Dyne tradotto da Jorge Riechmann

Dejando atrás al hombre extensible y al hombre traspasado
llegué ante la puerta de todos los júbilos, la del Verbo desellado
de sus restos mortales, formando lo nuevo, creando fuego
a partir de la verdad, y fortalecido por mi verde fe llamé.
Así llegarás tú al país lavado y desierto de tu desafío. Hasta
entonces, sin fechas fijas, lo irás edificando. ¡Severa vanidad!
¿Pero quién hubiera apostado y optado por ti, desde los parajes
inmemoriales hasta la lira fugitiva del padre?

Lost in quotation (2)

(2)

Io sono il figlio, io sono l’erede di una timidezza che é criminalmente volgare. Sono il figlio e l’erede di niente. Comincia, come quasi tutto, con una canzone. La canzone è una vecchia fidanzata con cui passerei ancora molto volentieri buona parte della mia vita, sempre e soltanto nel caso di essere ben accetto. È così difficile trovare l’inizio. O meglio: è difficile cominciare dall’inizio. E non tentare di andare ancor più indietro. Da ragazzo mi piaceva il rumore della pioggia. Temo che non si fermerà finché non mi fermerò io. Io non lo so se mi ricordo. Immaginiamo di essere seduti, voi e io, in una stanza silenziosa affacciata su un giardino, a parlare del più e del meno e a sorseggiare una tazza di tè verde, e che il discorso cada su un fatto avvenuto tanto tempo prima. Ma la grossa differenza, fra gli amici e i libri, è che gli amici cambiano, i libri no.

Era quel genere di giorni per cui certe persone sarebbero pronte, sia pure in senso figurato, a dare la vita. Ma che la maggioranza darebbe qualsiasi cosa per evitare, non fosse altro che per paura della morte. O della vita. Lenzuola sporche. Le pareti erano coperte di libri. Avevano lasciato la porta aperta del corridoio. Eravamo seduti nella mia stanza, fumando e parlando di come eravamo messi male. Il mento poggiato sulle braccia incrociate. Invecchiare in fondo non significa altro che non avere più paura del passato. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. La storia era incomprensibile e non si poteva prevedere alcunché, né dai gesti né dalle azioni. È la verità che conta. La cosa più pietosa del mondo, penso, è l’incapacità della mente umana di mettere in correlazione tutto il suo contenuto.

Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. La mia postura segue consciamente la forma della sedia. Spero di arrivare presto. Mi sento sempre attratto dai posti dove sono vissuto, le case e i loro dintorni. Nei pubblici passeggi e nei ritrovi di una città, la gente va per vedere e per essere vista, e lì la stessa espressione si ripete cento volte con poche varianti. Le persone non sono cambiate molto, ma i luoghi sicuramente sì, e ovunque in peggio. I luoghi dell’infanzia appaiono immiseriti a chi vi torni adulto, lo sanno tutti. Niente, più niente al mondo servirà a mettere a posto le cose. Non è possibile perdere ciò che non si ha fin dall’inizio. Pur essendo vecchio, generalmente passeggio di notte. È meraviglioso essere qui, per conto mio. Sulla strada tutto appariva tranquillo. Ho vissuto in molti paesi dove la gente dice che il tempo è bello anche quando piove. E io sono uno che si mette in viaggio solo quando ne vale la pena. Lei potrebbe esser là in questo momento, appena arrivata. Nervosa com’era, e con tanto bisogno di sonno. No, nessun pallore in lei. La fortuna di certi viaggiatori è incredibile. Basta loro salire su un treno o su un piroscafo per imbattersi in un vecchio amico o, meglio ancora, per farsene uno nuovo. Io sto qui perché ci sono nato e quindi sono inadatto a qualsiasi altro luogo.

Non esiste al mondo un’altra libreria di seconda mano più rispettabile di questa. Ero il custode di un museo. Un museo di oggetti significativi. C’è un’inerzia, in tutto questo, una pesantezza, una tristezza. Adesso conduco una vita falsa, una vita apocrifa, clandestina e invisibile sebbene più reale che se fosse vera. Cammino e cammino cercando di chiarirmi la cosa. Come se non vedessi, ma udissi voci che mi raccontavano che cosa dovessi vedere. Tutto il quartiere è così: strade e strade di case che fanno pensare a vecchie monumentali casseforti, colme dei beni deprezzati e dei brutti mobili di una classe media fallita. Ma lei non avrebbe approvato questa conclusione. Lei aveva già sentito quelle parole, avrebbe dovuto sapere che cosa l’aspettava. Nella semioscurità, debolmente illuminata dalla luce smorzata del museo, lei non guarda me ma la sala che si allarga alle mie spalle. Una sala tanto alta che il soffitto scolpito si sottraeva ad un esame minuto. Ci sono peccati necessari e peccati non necessari. Tuttavia, quello che un uomo immagina è spesso (o molto spesso, se vuoi) la sostanza reale e vera di quello che ha veduto.

Sognò: stava costruendo un enorme muro con tantissimi libri. Cresceva alto, vedeva solo quello, il suo compito era di accatastare tutti i libri del mondo in una grande costruzione. Aveva voglia di restare sola, di allungare il corpo sulle lenzuola pulite, di cancellare il dolore che si spandeva dentro la sua testa come una salsa scura, di pensare a tre o quattro delle cose che erano successe quella sera, di dimenticare le molte altre che senza dubbio sarebbero successe l’indomani. Per quanto grande il numero dei cieli che ci sono crollati sulla testa, dobbiamo pur vivere. Il nostro sonno, oggi, sarà un compito in classe. Un cane abbaiò. Una volta. Un’altra volta. Poi silenzio assoluto, come se l’animale stesse ad ascoltare, nella notte, quello che stava per accadere. Tutto quello che ho visto, è per questo che piango. Vedevo il terrore nei loro occhi. Quando gli altri si avvicinano, vedono solo quel che mi sta intorno, o se stessi, o delle invenzioni della loro fantasia, ogni e qualsiasi cosa, insomma, tranne me. È strano salutarti in questo modo. Sembrava una di quelle brevi poesie che vengono pubblicate sul frontespizio di certe riviste.

Venticinquenne, laureata in fisica, assistente di laboratorio all’università, era il tipo di ragazza che gli uomini guardano subito una o due volte e poi continuano a guardare. Sono sicuro che aveva capito che così mi avrebbe fatto innamorare. Ne sono proprio sicuro. Credevo di essere atteso con chi sa quale ansia, e invece mi sbagliavo. Io sono un uomo ridicolo. Ieri ho visto un programma alla televisione e ho pensato a te. Non ho mai trovato che le persone colte, che sanno di logaritmi e d’altro genere di poesia, siano più rapide delle altre nel lavare i piatti o nel rammendare le calze. Guardando in silenzio quelle immagini di banche e ospedali crollati, strade piene di negozi avvolte dalle fiamme, ferrovie e autostrade fatte a pezzi. Ora capisco come la gente possa vivere senza leggere, senza studiare. Ogni giorno attribuisco minor valore all’intelligenza. Lo charme: un modo di ottenere in risposta un sì senza aver formulato nessuna chiara domanda. Non sto dicendo che non c’entri nulla, o che non sia collegato in qualche modo. Credo solo che questa sia una domanda legittima. La stupidità della gente deriva dall’avere una risposta per ogni cosa. Il mondo si divide in fatti. Chi non è certo di nessun dato di fatto, non può neanche esser sicuro del senso delle sue parole. Chi volesse dubitare di tutto, non arriverebbe neanche a dubitare. Lo stesso giuoco del dubitare presuppone già la certezza. È difficile dire qualcosa che sia altrettanto buono del non dire niente. Il mondo non è più quello che conoscevamo, le nostre vite sono definitivamente cambiate. Forse questa è l’occasione per pensare diversamente da come abbiamo fatto finora.

Che idiozia, lanciarmi dentro questa storia e i suoi labirinti. Il beneficio della compagnia di un cane dipende dal fatto che è possibile renderlo felice; chiede cose talmente semplici, il suo ego è così limitato. Non poteva durare, lo sapevano tutti. Non si poteva proprio andare a passeggio, quel giorno. Ma si sa come va a finire; si era presi dal proprio servizio quotidiano, si andava avanti e indietro dall’ospedale alle caserme. Oggi ormai ogni privato cittadino ritiene offesa nella sua persona tutta la società. Conservare distinzioni, qui, non è possibile; così era almeno fino ad alcuni anni fa. E poi volevo dare perlomeno un esame, oltre che respirare aria nuova, evadere, stare lontano per un po’. Chi ha mai sognato di essere diventato un assassino e di continuare la vita normale solo in apparenza? Nessun sogno e’ solamente un sogno. Per adesso il grattacielo sta lì ma può anche darsi che un giorno lo facciano saltare con la dinamite. Sono un soldato, e credo di parlare a nome dei soldati. Non è la legge, ma la terra stessa a porre dei limiti. Non ci sono mestieri ignobili. Sia chiaro sin dall’inizio: non era il mio lavoro ideale. Vi sono mezzi che non si giustificano. Io vorrei poter amare il mio paese pur amando nel tempo stesso la giustizia. Tanti altri uomini hanno vissuto e vivranno la stessa storia. Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio. I rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli.

Solo 1500 n. 14 – Nevermind

Solo 1500 N. 14  – Nevermind

Di preciso, preciso, come sia esattamente andata non lo ricordo. Ma ricordo le abitudini che avevamo, le riviste musicali che leggevamo e il negozio di dischi (dietro il corso di Secondigliano) in cui passavamo molte ore. La scoperta di Nevermind e il relativo primo ascolto e le frasi che l’accompagnarono, del genere “uanem’” “cazz’” e “chist’ scassan’ malamente uagliù”, sono sicuramente legate a quelle abitudini lì. La giornata in cui ho scoperto Nevermind deve essere andata più o meno così: che io e il mio amico Giuliano si sia andati un sabato mattina nel negozio di cui sopra e il ragazzo (uno di quelli che la sapeva lunga in fatto di musica) abbia messo su l’album  facendo partire “Smells like teen spirits”: inchiodandoci. Oppure che sia saltato fuori in uno dei tanti pomeriggi di ascolto dischi collettivo a casa di qualche altro amico. L’arrivo di Nevermind fu travolgente e risvegliò qualcosa in chi, come me, aveva passato le ore sul rock anni ’70 e che salvava pochi album del decennio successivo. Quei tre suonavano eccome, ma erano anche qualcosa in più. Un mondo vivo che ci veniva catapultato addosso. Erano gli impossibili, dolorosi, testi di Kurt Cobain, erano quei maglioni di lana grossa che ancora invidio. Quell’album fu una sveglia. La musica da molto lontano veniva a stanarci, a trascinarci fuori dagli anni ’80 e chissà da che altro ancora. Disco Sound (così si chiamava il negozio) non c’è più. Lo stesso discorso vale per Kurt Cobain. Sono passati vent’anni e Nevermind è ancora qui e sembra uscito la settimana scorsa.

@ Gianni Montieri

qui la bellissima “Something in the way”

qui i link ai tre precedenti numeri della rubrica

N. 13  N. 12  N. 11

[Inediti] di Daìta Martinez

Francesca Woodman

(intero_il_soffitto)

costruirsi
dando inizio al filare

delle spalle

appena un inferno
portato verso l’alto

battezzando

(intero il soffitto)

lento della giacca

rimandata
inverno sfigurato
al minuto apparenza

del mare

è tramonto:

dovevano riuscire le rondini.


no title

{ affusolato di canapa un cielo scivola sull’indolenza dei passi imbastiti al contrarsi degli sguardi appiccicati in qualche tempo quando a tremare erano i capelli incontrati nel pieno mormorio del chiostro spaccato di campane dove non è ed è memoria l’espressione di bianco accaduto senza labbra a un momento d’assolo. }


{ alfabeto }

è rumore
l’intimo degli orti

sospesi

dove

siamo
di quel niente
spaccata genesi di un’arteria
che cade
raccolte le gambe

: avvenute poco dietro la saracinesca delle frasi
quasi come a chiuderlo quel buio osato dei primi
sguardi sull’erba dimenticata attorno alle colonne
:

di carne
avanziamo nella lotta

uccisi

non

siamo
al disordine
nostro della scena obliqua
e
vestiremo avanzi

: allargando la mescita della pioggia sulla bocca
del trascorso
{ alfabeto } quando inizia ad avere
un tempo quella marcia assopita dei corpi accaduti
:

Biografia:

Daìta Martinez è nata a Palermo e vi risiede.
Segnalata e premiata in diversi concorsi ha pubblicato in antologica con LietoColle, Mondadori, Akkuaria.
E’ autrice dei testi in video tour Kalavria 2009.
(dietro l’una) è la sua opera prima, edita LietoColle, 2011.

European Poetical Tournament – SELEZIONE ITALIANA PER IL TORNEO EUROPEO DI POESIA (post di natàlia castaldi

La casa Editrice Pivec di Maribor (Slovenia), in collaborazione con l’Editrice Dot.com Press Le Voci Della Luna, organizza la selezione italiana per lo European Poetical Tournament.

Gli autori possono partecipare con una poesia inedita a tema libero in lingua italiana.

Il vincitore della selezione italiana sarà invitato a partecipare, il 19 novembre 2011, presso il Teatro nazionale Sloveno di Maribor, alla serata conclusiva con i rappresentanti degli altri stati che aderiscono all’iniziativa (Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Ungheria, Slovacchia). Le spese di viaggio e alloggio saranno a carico dell’organizzazione.

In tale occasione verrà nominato il Cavaliere Europeo della Poesia, a cui sarà assegnato anche un premio in denaro (500-1000 euro).

La partecipazione al concorso implica la disponibilità a recarsi a Maribor per la serata finale del Torneo.

La partecipazione è gratuita.

L’invio degli elaborati dovrà avvenire, unicamente attraverso e-mail, all’indirizzo sapunzachif@libero.it, entro e non oltre il 30 settembre 2011.

In allegato alla mail dovranno essere inviati due files word (.doc):
–    Il primo dovrà contenere una sola poesia, che sarà preceduta da un motto o una breve frase, e non dovrà contenere i dati anagrafici dell’autore, né altri riferimenti che ne consentano l’identificazione;
–    il secondo file word (.doc) dovrà avere per nome il motto che precede la poesia, e dovrà contenere i dati anagrafici dell’autore, un recapito telefonico e l’indirizzo e-mail.

Ai sensi dell’articolo 11 della legge 675/96 i concorrenti autorizzano l’organizzazione al trattamento dei loro dati anagrafici e biografici nell’ambito del premio. I concorrenti autorizzano altresì la traduzione e la pubblicazione della poesia nel caso in cui venissero selezionati.

Il nome del vincitore della selezione italiana verrà reso noto, presumibilmente verso il 20 di ottobre, sul sito internet Blanc de ta nuque ( http://golfedombre.blogspot.com/ ); il vincitore sarà inoltre contattato personalmente.

I nomi dei componenti della giuria saranno resi noti alla pubblicazione dei risultati.

La partecipazione al Premio costituisce implicita accettazione di tutte le norme del regolamento.

Per contatti e chiarimenti rivolgersi a Francesco Tomada, allo stesso indirizzo e-mail indicato per la spedizione degli elaborati.