Giorno: 27 agosto 2011

Raúl González Tuñón – poesie da riscoprire (quarta puntata) (post di natàlia castaldi)

Raúl González Tuñón, Buenos Aires, 1905–1974

[La muerte en Madrid – La Libertad y un homenaje]

La Libertà non ha nome,
non ha statua né parenti.
La Libertà è feroce.
La Libertà è delicata.
La Libertà è semplicemente
la Libertà.
Essa si ciba di morti.
Gli eroi caddero per Lei.
Senza angoscia non c’è Libertà,
senza allegria neppure.
Tra le due la Libertà
è l’armonioso equilibrio.

Noi abbiamo vergogna,
la Libertà non ne ha,
la Libertà va nuda
(E Gesù Cristo disse
che il regno di Dio verrà
quando andremo di nuovo nudi
senza vergogna)

Fratelli, noi sappiamo,
ma la Libertà non sa.
*
II
Bisogna essere pietra o puro fiore o acqua,
Conoscere il segreto viola della polvere,
Aver visto morire davanti il lampo,
Conoscere l’importanza dell’aglio e la lavanda,
camminare al sole, sotto la pioggia, al freddo,
aver visto un soldato con il fucile ardente,
cantando, tuttavia, la Libertà amata.
Viva l’amore, la forte vita,
la morte creatrice di odori penetranti
e questo perchè uno muore e resuscita,
la luce sui tetti dell’aurora,
sulle torri del petrolio,
sui terrazzi delle messi,
sugli alberi maestri del formaggio e del vino,
sulle piramidi del cuoio e del pane,
la gente ritornando,
una finestra con la bandiera casereccia
e l’esatta ambulanza con feriti
cantando, tuttavia, la Libertà amata.
Bisogna essere come il ponte necessario,
naturale come il giglio, come il toro,
saper giungere al fondo del silenzio,
nel sottosuolo del germoglio ed alla radice del grido,
bisogna aver conosciuto la paura e il coraggio,
aver visto una mano che agita una lanterna
di notte, verso il distante nido di mitragliatori,
bisogna aver visto un morto cicatrizzato e solo
cantando, tuttavia, La Libertà amata.
*
III
Di colpo entrò la Libertà.
Dormivamo tutti
alcuni sotto gli alberi,
altri sopra i fiumi,
alcuni ancora tra il cemento,
altri più sottoterra.

Di colpo entrò la Libertà
con una torcia in mano.
Stavamo tutti svegli,
alcuni con picconi e pale,
altri con un paralume verde,
alcuni ancora tra i libri
altri trascinandosi, soli.
Di colpo entrò la Libertà
con una spada in mano.
Dormivamo tutti,
eravamo tutti svegli
e c’erano l’amore e l’odio
più in là dei teschi.
Di colpo entrò la Libertà,
non portava nulla in mano.

La Libertà chiuse il pugno.
Ahi! Allora…..

*** *** ***

[La calle del agujero en la media]

Io conosco una strada che è in qualche città
e la donna che amo con un basco blu.

Io conosco la musica di un capannone da fiera
barchette in bottiglia e fumo all’orizzonte.

Io conosco una strada che è in ogni città,
sulle labbra chiuse di un vecchio che canta
nel cartellone spento dalla grottesca armatura
una tela di ragno il mondo, per il mio cuore.

Nelle luci che sempre se ne vanno con altri  uomini
in ginocchia nude dalle braccia stese.

Teneva  quei pochi sogni uguali ai sogni
che accarezzano di notte i bambini addormentati.

Aveva il risplendere di una felicità
e vedeva il mio viso fissato nelle vetrine
e  in un luogo del mondo era l’uomo felice.

Conosce paesaggi dipinti sui vetri?

E  bambole di pezza con cappelli colorati?

E soldati  che marciano insieme alla mattina
a carri di verdura con colori allegri?

Io conosco una  strada di una città qualunque
e la mia anima tanto lontana si avvicina
e ridendo della morte e della sorte è
felice come un ramo di vento in primavera.

Il cieco sta cantando. Ti dico: Amo la guerra!

Questo è semplice, cara, come il globo di luce
dell’hotel in cui vivi. Io salgo la scala
e la musica viene al mio  fianco, la musica.

Tutti e due siamo zingari di una troupe vagabonda,
allegri nell’alto di una strada qualunque.

Allegre le campane  hanno una nuova voce.

Tu credi ancora nella rivoluzione
e attraverso il buco che cuci nella tua calza
il sole sale e riempie di luce tutta la stanza.

Io conosco una strada che è in ogni città,
una strada che nessuno conosce ma ciascuno marcia.

Solo io vado col mio dolore nudo,
solo, con il ricordo di una donna cara.

Si trova in un porto. Un porto? Io ho conosciuto un porto.

E dire “io ho conosciuto” è come dire “qualcosa è morto”.

*** *** ***

.
[Le brigate d’urto, 1933]

1.
Prima fu la presa della terra da parte della femmina
e del maschio.
Dopo venne la tristezza della civiltà.
Prima fu il campo libero, il cielo libero, la libera unione.
Dopo le cattive leggi dell’uomo
che fecero le cattive leggi di dio.
Oggi, come il prete pazzo di Kent, mi domando io:
– Quando Eva filava e Adamo cantava, chi era il padrone?
*
2.
Non pretendo realizzare soltanto il poema politico.
Non pretendo che i miei compagni seguano quella strada.
Che ognuno coltivi nella sua intimità il dio che vuole.
Ma richiamo di ciascuno l’atteggiamento rivoluzionario di fronte alla vita,
ma richiamo il pugno chiuso di fronte alla borghesia.
Ho riconquistato il fervore e ho qualcosa da dire:
si chiama brigate d’urto alle avanguardie lucide
degli operai specializzati.
Nell’URSS, nome caro al nostro spirito.
Formiamo noi, vicina già l’alba delle sommosse,
le Brigate d’Urto della Poesia.
Diamo alla dialettica materialista il volo lirico della nostra fantasia.
Specializziamoci nel romanticismo della Rivoluzione!
*
3.
La mia voce per cantare e per gridare la mia voce,
la mia voce per sgozzarsi nelle bandieruole impazzite.
La mia voce per urlare, la mia voce per salire – unica,
degna rampicante –
e spaventare i borghesi sprovveduti con la bocca delle
fogne.
La mia voce per dire l’antipoesia
all’angolo delle fabbriche,
all’uscita delle sartine,
alle portefalse dei teatri,
nei fondi delle officine,
nelle portinerie della civiltà borghese,
il grande castello vacillante.
I cinegiornali affogano anche ruggiti, latrati
– nascondo le manifestazioni bastonate
– i nazisti che violentano le figlie degli ebrei
– i policemen che bloccano il corteo dei tessitori
– la Generalidad che carica i sindacalisti
– la gendarmeria che circonda con cinture di fuoco i
soci del John Reed Club
e i gas lacrimogeni della polizia di Buenos Aires
che sciolgono comizi nei portoni
dei frigoriferi stranieri.