Giorno: 19 agosto 2011

Scritture – Davide Zizza (post di natàlia castaldi)

Havdalah al Café Qaifit di Gerusalemme[1]

 

Non possiamo più vederci – mia isha – la Legge lo vieta.

È doloroso il distacco da te; dentro me qualcosa muore.

 

È un supplizio non vederti più  – nour, nour dei miei occhi –

  non vederti più è come morire: nahy è la nostra vita.

Il giorno ritira il suo sole: fuori è già il deserto.

Oggi fa eco la mezzanotte del terrore.

 

I soldati saranno presto qui; una nuova shoah

ridurrà in polvere questi muri.

 

Il tempo distruggerà questo tavolo dove tempo fa

       ti amai la prima volta con baci furtivi.

 

Ricordo bene, era Yom-Kippur,

ma quel giorno non mi sentii in peccato per amarti.

 

                Quando non saremo più né tu né io,

quel giorno saremo finalmente liberi, mio amato.

*

 

Prima fu silenzio. Il tempo non scandiva nessun ragtime umano.
Non c’era la nota che dava l’attacco per il concerto.

C’era solo un principio senza violino. Senza pianoforte.
Senza shofar. Era solo un caotico silenzio: di morte.

Poi un soffio. Un lungo soffio portò l’amore.
Una lunga nota profumata portò l’ordine e la chiara geometria.

Il canto degli alberi e dei campi allietò il cuore.
Cominciò ad esistere dal nulla lo spartito. Il decagramma.

Tutto fu. Nella musica della Creazione.

 

La musica del Bereshit

 

*

 

Da qui mi arrivano echi

di un luogo non mio; sulla mia scrivania

c’è una pietra che è vissuta

nella sonnolenta apnea

del mare, si sente il suo profumo di sale,

intenso come del giornale

l’inchiostro

 

(alla pagina dei libri si leggono

copertine minimaliste, consigli per la

lettura – epistolari poesie

ricette erbari con figure

a colori).

 

Mi affaccio al balcone e guardo

il grande occhio del cielo;

per un attimo – dimentico di me –

mi sento sereno, come

fosse trascorso un ‘prima’ che ora ignoro.

 

Ma per parlare

di una serenità matura bisogna

aver raccolto l’esperienza necessaria

che ti permetta di guardare

alla verità della storia con la lucidità

degli occhi.

 

Il giorno stende il suo manto sulla terra.

 

Da questa finestra giunge una coscienza

capace di superare la parola, ma

che ha bisogno della parola stessa

per essere imbrigliata

in un pensiero che solchi la mente

come l’aratro la terra.

 

Il solco della parola

(Miłosz e la storia)

 

*

 

Un lontano accordo di oud, un’eco di violino –

inizia così la metafisica del viaggio interiore;

 

nell’azione delle dita la voce del suono intraprende

la sua nascita sulle corde; da una melodia nasce la civiltà,

 

lo spartito dei suoni è la memoria celeste

che trascende in pura essenza.

 

La nota emette il respiro da prima che il mondo fosse.

E rilascia nella mente l’antica memoria dei padri,

 

quando un Suonatore pose il vento in uno

strumento di legno che creava l’ordine del mondo.

 

Il Suonatore di Oud

(Ascoltando Yair Dalal e il suo violino)

 

*

 

Il sottile rumore del ticchettio della tastiera. Olivetti Lettera 22.

‘Musica’… avrebbe detto qualcuno.

Ipnosi…

Il tuo pensiero mi sta di fianco e, dentro la mente, s’affolla l’alternativa per il migliore passo da scrivere.

Ipnosi, e tutto il mondo cede sotto un viaggio degli occhi, per trovare la parola migliore.

 

Le parole non sono come i figli, ma diversi latitudini del proprio essere.

Le parole sono come meridiani invisibili, commossi appetiti, tempeste interne il cui silenzio ripercorre memoria.

Le parole fanno parte della memoria, memoria dei tuoi occhi, argento di un lago magico e voci sperdute nei prati d’Irlanda.

Olivetti Lettera 22.

 

Ancora sto viaggiando, ancora ti cerco.

Ancora ‘Musica’ direbbe qualcuno. For you scrive McEwan, la tua voce è senso, la tua voce diventa il tuo corpo.

Mi avvicino a te, al fondale del significato più interno; una sillaba ti identifica e una fonetica ti elabora l’immagine.

Perché sei tu?

Perché sono io?

 

E questa distanza dal pensiero alla tastiera è la mia più sofferta ferita.

Non si accendono fuochi di riflessione: una sola luce basta a muovere il rumore del sangue.


Olivetti Lettera 22. Sono arrivato fino a te. E attendo dalla tua voce il senso che emana il passo sottile della tua immagine.

 

*

 

Ricordi?
Sul divano di sera leggevamo insieme, tu con un sorso di cherry sulle labbra
ed io con un caldo sapore di cognac – amavi chiamarlo brandy – nella mia bocca.
Forse sì, due ubriachi, ma il bicchiere non si levava per più di due volte dal
tavolino dove Keats e Prèvert presero il loro posto. Anche dopo averli letti
e consumati, rimasero lì da sempre, di guardia a noi.
Come adesso.

Ma nessun libro fu nostro galeotto. Leggevamo per amore e per amore ci
lasciammo. Leggemmo il tempo di un tuo viaggio ormai noto. Leggemmo e poi soffrimmo.

Le notti avevano tutte un profumo, era il tuo fra le lenzuola – dicevi talco da donna,
volevi solo tradirmi le nari e il senso; io ti riconoscevo anche alla lontana da due stanze più in là mentre ti muovevi, come invisibile.
Annusavo la tua presenza quando, tornando a casa, già
indovinavo la camera dove ti eri acquattata per aspettarmi, sola e mia.
Il tuo sorriso, il tuo regalarti a me, la tua felicità alleggerivano le giornate.
Oggi invece hanno tutte un peso.

Si ama una volta sola una persona. Per quante tu possa amarne poi,
la conseguenza matematica
è sempre la stessa, ne hai sempre amata una per una volta sola.
Non si ama due volte. Non sarebbe altrimenti.

Ricordi? Perché scrivere “ricordi” per due volte? Perché l’assenza è impalpabile
e la solitudine è una nebbia fitta. Per questo ti ricordo.

Una sera ancora sul divano, i bicchieri insaporiti delle nostre labbra,
cherry e brandy di un gusto amorevolmente insopportabile.
Cosa leggemmo quella sera?
Avrei voluto scegliere la Dickinson, ma non trovai il libro.

Ah sì, era Mandelstam, nostro gioiello, ignoto ai più,
e mai tale poesia sigillò la notte: “Conosco la scienza degli addii.”

Ma stavolta non ero io a partire, non ero io a incitarti lacrime per poi farti ridere.
Il fuoco del camino scottava sulle tue guance, come la mia tristezza.

Quella sera il destino ladro mi lasciò il profumo dei tuoi capelli. Ma si portò via
il tuo futuro, lontano dal mio.

All’alba ritrovai il libro di Emily: era nel nostro letto, sotto il tuo cuscino.
Cherry & Brandy
(Le parole di un addio)

 

*

Davide Zizza


[1] Poesia a due voci. Il Café Qaifit esiste davvero e si trova a Gerusalemme. Havdalah è ebraico e vuol dire ‘separazione’; in senso sacro significa la separazione dai giorni lavorativi dal giorno in cui il popolo ebreo riposa, qui intende significare la separazione di due amanti. Sono un israeliano e una palestinese – di fatti egli dice isha (ebr. donna) e shoah (dispersione), lei dice nour (ar. luce) e nahy (proibizione); l’odio razziale e il continuo scontro fra ebrei e palestinesi vietano una relazione simile. I due sono in pericolo e per non nuocere l’uno all’altra la decisione è appunto la separazione. Ma sanno che un giorno saranno liberi.