Giorno: 17 agosto 2011

Czesław Miłosz – Ars poetica?

 

 

  

Ars poetica?

Ho sempre aspirato a una forma più ampia,
che fosse libera dalle pretese della poesia o della prosa
e che ci consentisse di comprenderci l’un l’altro senza esporre
l’autore o il lettore alle più sublimi agonie.

Perché è nell’essenza stessa della poesia che c’è qualcosa di indecente:
facciamo venir fuori qualcosa di noi che non sapevamo di avere
e battiamo le palpebre come se fosse saltata fuori una tigre,
che, in piedi nella luce, agita la coda.

Ed è per questo che, a ragione, della poesia si dice sia dettata da un daimonion,
per quanto possa essere un’esagerazione sostenere che debba trattarsi di un angelo.
È difficile chiedersi da dove venga tutto quest’orgoglio dei poeti,
se così spesso li mette in imbarazzo la scoperta della loro fragilità.

A chi, con ancora un briciolo di ragione, piacerebbe essere una città di demoni
che fanno come se fossero a casa loro, parlano lingue diverse,
e, non contenti di impossessarsi delle labbra o della mano,
si danno da fare per cambiarne il destino a loro unico vantaggio?

È proprio vero che oggi tendiamo a sopravvalutare una certa morbosità,
tanto che potresti pensare che io stia solo scherzando
o abbia semplicemente trovato un ennesimo modo
di osannare l’Arte attraverso l’ironia.

C’è stato un tempo in cui si leggevano solo libri sensati
che ci aiutavano a portare il peso del dolore e dell’infelicità.
Questo, dopotutto, non ha molto a che fare
con lo sfogliare migliaia di lavori che sembrano appena usciti da una clinica psichiatrica.

Eppure il mondo non è come sembra
e noi non siamo come ci vediamo nei nostri discorsi deliranti.
La gente perciò conserva una silenziosa integrità
e, così facendo, conquista il rispetto di parenti e vicini.

Il fine della poesia è ricordarci
quanto è difficile rimanere la stessa unica persona,
perché la nostra casa è aperta, le porte non hanno chiave
e ospiti invisibili entrano ed escono, a loro piacere.

Ciò di cui qui sto parlando non è, siamo d’accordo, poesia,
se le poesie andrebbero scritte raramente e a malincuore,
come sotto insopportabile tortura e con l’unica speranza
che spiriti buoni, e non malvagi, scelgano di fare di noi il loro strumento.

Traduzione di Giovanni Catalano.

 
Ars poetica?

I have always aspired to a more spacious form
that would be free from the claims of poetry or prose
and would let us understand each other without exposing
the author or reader to sublime agonies.

In the very essence of poetry there is something indecent:
a thing is brought forth which we didn’t know we had in us,
so we blink our eyes, as if a tiger had sprung out
and stood in the light, lashing his tail.

That’s why poetry is rightly said to be dictated by a daimonion,
though it’s an exaggeration to maintain that he must be an angel.
it’s hard to guess where that pride of poets comes from,
when so often they’re put to shame by the disclosure of their frailty.

What reasonable man would like to be a city of demons,
who behave as if they were at home, speak in many tongues,
and who, not satisfied with stealing his lips or hand,
work at changing his destiny for their convenience?

It’s true that what is morbid is highly valued today,
and so you may think that I am only joking
or that I’ve devised just one more means
of praising Art with the help of irony.

There was a time when only wise books were read,
helping us to bear our pain and misery.
This, after all, is not quite the same
as leafing through a thousand works fresh from psychiatric clinics.

And yet the world is different from what it seems to be
and we are other than how we see ourselves in our ravings.
People therefore preserve silent integrity,
thus earning the respect of their relatives and neighbors.

The purpose of poetry is to remind us
how difficult it is to remain just one person,
for our house is open, there are no keys in the doors,
and invisible guests come in and out at will.

What I’m saying here is not, I agree, poetry,
as poems should be written rarely and reluctantly,
under unbearable duress and only with the hope
that good spirits, not evil ones, choose us for their instrument.

 

Translated by Czeslaw Milosz and Lillian Vallee.

 
 

Czesław Miłosz (Szetejnie, 1911 – Cracovia, 2004) è stato un poeta e saggista polacco, naturalizzato statunitense. Premio Nobel per la Letteratura nel 1980, precisò, proprio in quella lettura a Stoccolma, la sua idea di poesia: “Due sono gli attributi del poeta: l’avidità degli occhi e il desiderio di descrivere ciò che vede”. Ma Milosz parla dell’ispirazione – sia essa visitazione “demoniaca” o incidentale rivelazione di un potenziale conoscitivo che proprio da quei demoni potrebbe liberarci – con il dubbio che quello stesso desiderio di vedere e di descrivere (quell’indecenza morbosa che è l’essenza stessa della poesia), possa ridursi a un mero esercizio di bellezza e avidità, allontanandoci da un’idea più alta di lavoro culturale, inteso come azione politica e sociale, come attaccamento alla realtà. E per questo ne scrive con un’ironia che continuamente oscilla tra la speranza e la rassegnazione, nell’instancabile ricerca di un’altra possibilità e con la consapevolezza che ogni verità, o possibilità di verità, non può che essere sfuggente, che ogni bellezza, o possibilità di bellezza, non è mai definitiva. Se la poesia non può che essere finzione, è il desiderio di verità che rende i poeti disonesti. Se la verità non può che essere disperazione, è il desiderio di bellezza che dà loro il coraggio di continuare a scavare sotto le macerie delle illusioni.