Giorno: 16 agosto 2011

Giuliano Mesa [1957 – 2011] Ciao Poesia

Giuliano Mesa
1957 – 2011

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(di una vita non rimane quasi niente
e quello che rimane, spesso, non è vero)
(prendi a misura, adesso, com’è il rumore,
fuori della notte)

(di più falso non c’è nulla
che il voler dire il vero)
(è vero questo approssimarsi.
è vero che a qualcosa, sempre,
noi ci approssimiamo
– anzi, ci avviciniamo,
che suona meglio,
ed è meglio di niente)

 

 

I. ornitomanzia. la discarica. Sitio Pangako

vedi. vento col volo, dentro, delle folaghe.
vedi che vengono dal mare e non vi tornano,
che fanno stormo con gli storni neri, lungo il fiume.
guarda come si avventano sul cibo,
come lo sbranano, sbranandosi,
piroettando in aria.
senti come gli stride il becco, gli speroni,
che gridano, artigliando, facendo scaravento, in muta,
ascoltane la lunga parata di conquista, il tanfo,
senti che vola su dalla discarica, l’alveo,
dove c’è il rigagnolo del fiume,
l’impasto di macerie,
dove c’è la casa dei dormienti.
che sognano di fare muta in ali
casa dei renitenti, repellenti,
ricovero al rigetto, e nutrimento, a loro,
scaraventati lì chissà da dove,
nel letame, nel loro lete, lenti,
a fare chicchi della terra nuova,
gomitoli di cenci, bipedi scarabei
che volano su in alto, a spicchi,
quando dall’alto arriva un’altra fame.

prova a guardare, prova a coprirti gli occhi.

*

II. piromanzia. le bambole di Bangkok

fumo. nugoli, sciami di guscî neri.
bruciano le mandorle degli occhi, le falene,
le dita piccole e incallite, le mani stanche, stanche.
bruciano, scarnite, a levigare guance,
i guscî gonfi delle palpebre
che si richiuderanno.
fumo portato via, che trascolora,
che porta via le guance, paffute, delle bambole,
le anche dondolanti, a fare il movimento di ripetere,
in altalena, in bilico di piede, che lenisce,
gioco che non finisce, mai,
che non arriva, mai,
tempo di ricordare, dopo,
di ritornare dove si era stati.
a fare il gioco del silenzio,
nel preparare doni, meraviglie, a milioni,
passate per le mani una ad una,
per farli scintillare, gli occhi stanchi,
tenerli aperti, sempre,
e quando arriva il fuoco, che sfavilla,
ecco, giocare a correr via,
gridando, ad occhi chiusi.

tu, se sai dire, dillo, dillo a qualcuno.

L’epifania nel quotidiano: i versi di Enrico Testa – di Davide Zizza (post di natàlia castaldi)

“Dovrò rialzare la vasta vita
che ancora adesso è il tuo specchio:
ogni mattina dovrò ricostruirla.”

J.L.Borges

Pasqua di neve - Enrico Testa

La poesia è mistero e rivelazione al tempo stesso. Accade, e accade sempre, portando con sé il rinnovamento di una visione e di uno stato interiore. Per riprendere il tanto amato Jorge Luis Borges nelle sue Lectures del ’67 (riprese sotto il titolo This craft of verse, Harvard University Press, 2000), il nostro Omero argentino dice: ‘Art happens every time we read a poem’. Di fatti vi è qualcosa di misterioso nella poesia proprio perché ‘poetry is a new experience every time’; sublimando la visione in essa contenuta, questa arte rimane fissata nel veicolo linguistico, alto o quotidiano non importa, e raggiunge così quella che Wordsworth chiama nella sua Ode la cosiddetta intimation of immortaility, l’intuizione dell’immortalità dell’opera poetica. La poesia accade ed è dunque occasione di bellezza ogni volta che la si riscopre.

Di recente ho avuto la fortuna di riscoprire questo mistero rivelatore e questa bellezza nei versi del poeta Enrico Testa, e in particolare nella sua ultima raccolta Pasqua di neve (Einaudi, 2008). Il nostro autore, vogliamo ricordare qualche dato importante per inquadrare la figura e il contesto, è poeta e docente di storia della lingua italiana all’Università di Genova, in precedenza ha pubblicato altre importanti raccolte di versi – ricordiamo Le faticose attese, In controtempo e La sostituzione – e ha curato il Quaderno di traduzioni di Giorgio Caproni; la sua frequentazione della letteratura inglese ha dato luogo alla traduzione e alla cura della silloge poetica di Philip Larkin, Finestre alte (Einaudi, 2002).

Sulla scrivania del mio studio, per riprendere l’opera del nostro autore, c’è Pasqua di neve. È una raccolta particolare. Il titolo, già di per sé una sollecitazione, ci permette di intuire il percorso, un modo di vedere la realtà esterna e interiore con lucida umanità. È un passaggio (nel senso di passare oltre), un viaggio che indica un termine di cambiamento per cui una volta concluso l’attraversamento, non sei più lo stesso di prima. In poesia scrivere è un’economia della parola, ma prefigura uno scavo. La poesia è l’arte dello scavare. La lettura di questi versi rivela una sensibilità raffinata che sa osservare il mondo intorno a sé e le esperienze con una visione capace di discendere, per l’appunto scavare in profondità, levando via etichette romantiche tipiche di una poetica fatta di versificazioni troppo preziose, significati troppo alti o valori troppo altisonanti. Specifico, la poesia è sempre preziosa, ed ha sempre un significato e un valore imprescindibili, ma presso Enrico Testa la preziosità il significato e il valore in poesia vengono riportati ad una dimensione più autentica, dove l’intuizione dell’evento quotidiano viene ravvisato come occasione di conoscenza e di coscienza.

La poesia di Testa applica una forma “senza inizio”, non ha inizio, per usare un termine noto Testa comincia i suoi versi in medias res, come è facilmente desumibile nei primi versi tratti dalla sezione ‘I cani di Atene’ della stessa opera, in cui esordisce dicendo che “puoi cominciare anche/senza un inizio o, al modo degli indiani/camminare cancellando/ad ogni passo il principio”; tale indizio non è solo rivelatore del suo modo di scrivere (il nostro poeta non inizia convenzionalmente con la lettera maiuscola, ma inizia come se il verso fosse stato già avviato prima, a lettera minuscola), ma intende probabilmente indicare come la poesia prenda avvio da un’origine che non è quella da cui stiamo partendo adesso, ma sia cominciata prima, da un’origine primordiale e noi, leggendo o scrivendo poesia, non facciamo altro che riprendere da metà percorso e andare avanti. E partendo da metà percorso e non dall’origine, il poeta si domanda “chi ha misurato il nostro tempo?”, questa scansione di momenti in cui siamo indaffarati a “mettere insieme una collezione per impedire che le cose scompaiano?” Il tempo non contiene la misura di due lancette, ma è l’attesa di qualcosa. Un’attesa faticosa.

In questo andare avanti nella nostra esistenza, i nostri giorni si legano ad una serie di cose: i giorni producono memoria, e in essa sono presenti le esperienze che si sono rivelate significative per la nostra maturazione personale e le persone amate la cui perdita non si risana a distanza di tempo. La caparra di questo vivere è la sofferenza. Ma se è vero che non è sempre utile sapere quanto le sofferenze rappresentino le “misure della perdita”, è pur vero che il ricordo di qualcuno o qualcuna scende “come un rasoio ad accarezzare la schiena” perché i ricordi “pesano nella stanza iridescente dell’insonnia”, e formano un passato fatto in forma di mosaico che viene distrutto “per ricomporre poi con le medesime tessere una figura nuova e – mio dio! – del tutto diversa”

Gli eventi vissuti nel quotidiano vengono avvertiti come occasioni per catturare l’attimo, per contestualizzarlo in un’immagine necessaria “per sentire,/pungente e netta/la grisaglia del mondo/che sbianca o risalta”.

L’attimo pertanto vuole comunicarci qualcosa, all’umanità sta di riconoscerne i segni. Il poeta nella visione del quotidiano cattura il fuggevole nella suggestività di un’atmosfera essenziale ma eloquente, per cui ciò che siamo abituati a chiamare ricchezza del passato è in realtà “il culto delle fonti e delle braci”, quanto contraddistingue i nostri rituali di vita si rivela “un’eredità di desideri manie e mestieri”, la stessa metafora della vita come giardino si rivela come “una vegetazione da cisterna.”

Il segno è il senso della ricerca poetica di Enrico Testa. Nella parola si condensa una volontà di scoprire, per cui l’indizio disvelante si conclude con un’epifania rivelatrice ma non in senso assoluto perché “Pasqua è ora la stagnola,/scolorita e polverosa,/delle uova appesa/ai rami dei ciliegi”

Enrico Testa dimostra come i temi della vita – l’amore, la morte, il ricordo, l’infanzia, la tristezza, la perdita, la contemplazione dell’esistenza – sono gli stessi temi che prima di lui hanno sviluppato altri autori, visti però da un lato antieloquente, per dirla con Montale, e tuttavia non per questo perdono il senso della verità che esprimono.

Pasqua di neve, nelle sue molteplici voci o nelle sue molteplici epifanie di voci, sembrerebbe davvero non lasciare scampo o possibilità di riscatto alla condizione umana. Eppure, anche se la parola speranza non viene citata nel libro, nell’approssimarsi dell’indizio rivelatore, una volta definito l’evento, l’autore non sigilla il testo poetico, non mette il punto e lascia la questione aperta, sospesa, quasi a volersi interrompere perché siano altri ad aggiungere e concludere il discorso. Questa speranza viene data non dalla parola, ma dal non mettere il punto.

Perché se è vero che “puoi cominciare anche/senza un inizio” è altrettanto vero che puoi “finire senza chiudere”.

 

Davide Zizza