Giorno: 3 agosto 2011

Iole Toini – Inediti

La bambina che danza

Ho chiesto a una bambina di portarmi dove lontano non nega il varco alla luce, ma tende i rami alle comete che si sporgono dal buio della fronte. L’ho incontrata un giorno senza festa, le braccia cariche di matite. Teneva una donna per mano. Mi guardava senza chiedermi il nome. Erano verdi gli occhi; schioccavano l’aria come remi d’ala. Mi ha portata nel solco della mano. Un lume respirava le vene.

Queste cose che dicono strane, hanno la forma geometrica del sangue. Hanno linee, e conche, chiari tagli di imperfezione. Solo lei – tanto vicina da sentirla crescere – era immune dal buio delle cose. Ha cominciato a danzare. Dai suoi occhi sono nate città da edificare, spade, cose da non credere vere, vere fino a quando ha continuato a ballare. E io non avevo dove, nessun tempo, nome che potesse dire quale forma, se pane, neve, o campo, o frutto, se avessi corpo nel vento o vento fosse solo il grande respiro del mare.

***

GAS

Sulle scale c’era odore di gas.
Era stesa sul divano come l’avevo vista tante volte;
la stanza ferma dentro la tazza di latte, briciole di pane,
il lavandino colmo di piatti del giorno prima.
Era diventata pigra, diceva; da vecchi non si ha più
voglia di niente, niente consola l’apatia delle giornate.
Ho spalancato le finestre, chiuso il rubinetto del gas.
Da quando suo figlio se n’era andato, dimenticava le cose.
“Hai lasciato aperto il gas, nonna! “ Non ha detto niente;
si è sollevata sui gomiti; si è messa seduta.
Ha sfregato l’occhio morto che lacrimava tutto il tempo.
Ho alzato le persiane, aspettato che mi guardasse per parlarle
di una cosa qualsiasi.
Il biglietto era sul tavolo, un pezzo di caos dentro il peso
di quel luogo che cercavo di trattenere mentre stava franando
dal foglio – il tavolo la tazza il divano – sul pavimento
dove tutto finiva come un tonfo.
Poche righe in una calligrafia tremante: “troppo vecchia cieca sola”.
Così feroce la vita.

***

Tommaso

Il mio collega si chiama Tommaso.
E’ lui che apre l’ufficio alla mattina.
Viene al lavoro col pullman.
Col piede che zoppica sale strisciando il vialetto,
il sacchetto della merenda dondola dal braccio sano.

Con la mano buona prende le chiavi di tutti gli armadi,
prepara i timbri, accende il pc.

Parla poco, saluta soltanto quando ne ha voglia.

Tommaso vive solo.
Nessuno crede ci sia niente di strano.
La sua casa la immagino senza parole che fanno
pane, voci di donne lungo le scale.
Tommaso comincia a esistere quando entra in ufficio.
Lavora piano, senza tempo.
Chissà se pensa a qualcosa diverso
dal fare bene le cose.

Ogni tanto si arrabbia.
Apre la botola scura, la saliva
gli scende dagli angoli della bocca.
Batte la rabbia sui muri le case tutti gli alberi del cortile.
Ficca ogni cosa nell’angolo buio
dove non entra nessuno.

Tommaso non è un uomo triste.
Non è nemmeno felice.
E’ rimasto nel posto dove non tutto è finito, dove
niente è mai cominciato.

Ora mi porta una carta;
con la voce che zoppica come il suo piede mi dice “questo è per te” ,
va via.

***

Arsura

Ho stracci sparsi per casa,
polvere a costruirmi nuovi gradini,
fiori appassiti dentro al vaso,
sopra il divano alcuni libri
che impilano dritti la malinconia
disegnando lo spazio di un tempo
sospeso nelle cose più intime.
Solo il basso ruotare del sole
smuove le ombre fissate come in attesa,
perpendicolari al mio fiato che si infila
dietro alla notte, incurante di me
e della pioggia che ancora non cade.

***

La fragilità che ho dentro ha laghi oscuri
che non si addicono all’innocenza della neve.
Con pudore, sotterro il corvo
che gracchia quando il tempo si arrota
tra paure millenarie. Ugualmente
di suoni si riempie la mia stanza
quando accorre il sole a battere le spighe.
Odori di spezie – a graspi, a fiotti
mondano la cenere alle vesti.
Una gioia bianchissima torna a cantare la pelle.
La pena si dissolve; e io muovo fra gufi di fiabe, stelle
entusiaste che fanno cruna fra l’occhio e il cuore.
Così un veliero solca il tempo buono,
l’autentico respiro fra il buio e me.

***

Quando il cielo si avvicina forte
da far male, tutto il mio peso si muove
in una quiete che fa guerra alla bocca, al seno.
Quel candore spaventoso mi porta nel corpo
del fiore, giù, fino a urlare di non avere
i piedi ficcati nel prato, lo sguardo
nel cavo del tronco, di non essere
terra da concimare, letame, seme.
L’orto mi pascola con le sue braccia gloriose;
alberi, case di fieno mi vengono incontro, stringono
le ossa fino a farmi sentire un groppo nella gola.

Invidio quel restare in attesa che ha il prato,
il trasalimento delle piante, la luce
che sprofonda nel verde mentre avviene.

L’erba di sicuro non è cosa più piccola del paradiso.

***

Nella lingua che aprì il maggio dei semi
i ciliegi pronunciarono terra alla vista
come Colombo davanti alla costa;
il canto dei gambi si levò
dalle vene di pietra, dove le radici incontrano
il fuoco che guida alla rivoluzione.
E la pioggia eresse l’intenzione del giglio,
la luce tese la lancia che spalancò la festa del campo.
E gridò il pesco, gridò il croco e la rondine,
gridarono i pioppi e le sterpaglie; i fiumi salirono
nelle vestaglie dell’aria; a bracciate il grano
accese il suo tempio.
Esaudita la gioia dell’erba,
esaudite  le solitudini dei tordi,
il silenzio infiammò le rotte dei  venti
che stesero le mani ai tetti, ai fili tesi
fra le case, alle strade ai tram alle navi.

Infine i fiori.