Mese: agosto 2011

Solo 1500 N. 11 – Da dove vengo io

Solo 1500 N. 11  – Da dove vengo io

Da dove vengo io, è un territorio esteso. Il posto da dove vengo io è Giugliano in Campania, provincia di Napoli. Territorio fra i più estesi d’Europa. Spesso, scherzando, dico “fra i più stesi d’Europa”. È un territorio KO, ci hanno stesi o “schiati” come diciamo noi. Questo posto qui, da dove vengo io, è tutta campagna, una campagna che arriva fino al mare. Il territorio era famoso per la coltivazione della mela annurca. Una varietà di mela fra le più saporite, tipica della mia zona d’origine. Era famoso, d’altronde, per l’agricoltura in generale, si diceva nei racconti: “Zona agricola”. Ma non finisce qui. Il posto da dove vengo io era famoso, per la tomba di Scipione, per il Lago Patria (un lago a pochi metri dal mare) e il mare, appunto. Insomma, poi, negli anni, da prima che nascessi io, tutti insieme: i cittadini, la camorra, la classe politica hanno (abbiamo) contribuito a compiere questo capolavoro di mettere Knock Out la nostra città. Sotterrando rifiuti solidi, liquidi, tossici ovunque (ho una notizia per i diffidenti, quello che dice Saviano è tutto vero – Gomorra: la nostra Lonely planet). Costruendo case, palazzi senza criterio, senza piani regolatori, in maniera abusiva. Le costruzioni alte accanto a quelle basse, gli accostamenti di colori più assurdi, il regno della bruttezza. Oppure: andandocene. La maggior parte della mia gente è brava gente. La brava gente col tempo diventa indifferente. Quando questo succede, forse si è già all’irreparabile. Giugliano sta 104 metri sul livello del mare. Sì, ma 104 metri di che?

Gianni Montieri

qui i Link per leggere i tre numeri precedenti:

N. 10  N.9 N.8

Borges e il giardino dei libri che si incrociano – Una riflessione intorno al tema – di Davide Zizza (post di natàlia castaldi)

“[…] Proust è quello che mi viene, non quello che chiamo. Non è un’autorità, ma semplicemente un ricordo circolare. Ed è questo l’intertesto: l’impossibilità di vivere al di fuori del testo infinito – sia questo testo Proust, o il giornale quotidiano, o lo schermo televisivo: il libro fa il senso, il senso fa la vita.”

R. Barthes, Il piacere del testo

Chi è lettore del giornale de La Stampa, sa che il sabato esce TuttoLibri. Il supplemento dedica spazio a recensioni, articoli, percorsi e consigli o mappe di lettura relativi ad un tema trattato. Per questa estate hanno sviluppato un argomento secondo me importante, il tema del giardino, per la precisione “estate in giardino”, un viaggio attraverso tempi e luoghi distanti fra loro, nei classici della letteratura, nelle memorie, nei romanzi degli autori, dall’antichità fino al ’900. Ho trovato articoli di grande spessore, per es. quello della Loewenthal la quale ha inaugurato la prima uscita, richiamandosi all’identificazione del giardino con l’Eden.

Prendo a prestito il ‘giardino’ per una riflessione personale. Lo reputo interessante perché lascia sviluppare un filo conduttore e, si sa, i fili conduttori aiutano a indirizzarci nel parlare di concetti universali, e ancor di più perché aiutano ad avvicinarci all’essere umano.

Alla parola “giardino” si associano figure e suggestioni di serenità e di calma, di rifugio, di naturalezza. Il giardino, e quanto vi è dentro, è il luogo del riposo e della ricreazione, immagine riflessa dell’Eden perduto verso cui l’uomo tenta di tornare, ridisegnandoselo sulla terra. Proprio per il desiderio di ricreare una beatitudine perduta, il giardino assume nell’interiorità dell’essere umano dei connotati concreti e simbolici al tempo stesso, per cui “coltivare il proprio giardino” oppure “ritagliarsi il proprio angolo di giardino” o affermazioni note o meno note come “farsi il proprio eden” la dicono lunga su come siamo portati a riportare la nostra dimensione di tranquillità in un luogo, anche interiore, a somiglianza di un ambiente naturale e spontaneo, come il giardino.

Poeti e scrittori si sono dedicati alla coltivazione e alla cura delle loro verdi oasi – per citare qualche esempio, Anton Cechov, Czesław Miłosz –, cura in cui possiamo tuttavia ravvisare una ricerca “oltre” l’ambiente naturale in sé e per sé. In virtù di un oltre da rivelare tramite l’atto della coltivazione, il giardino supera nell’immaginario letterario lo stato immanente di luogo e trascende nell’introspezione dell’essere umano e nella visione degli scrittori. Il concetto raggiunge la sua rarefazione, l’analisi prende un altro sentiero (soprattutto se riportiamo il termine al suo antico etimo di ‘recinto, terreno recintato’) e il giardino diventa trasfigurazione di qualcos’altro. Pertanto se è vero che l’uomo vuole tornare ad un giardino edenico, è altrettanto vero che il giardino serve a richiamare qualcosa di diverso da sé. Quindi non è più il simbolo in funzione della prefigurazione del giardino, ma è il giardino che si presta ad allusione di qualcos’altro. Cerchiamo un autore di un giardino in tal senso. Cerchiamo un giardino allegorico.

Nella memoria della letteratura universale abbiamo il pregio di trovare un maestro della biblioteca, che dei libri ha fatto il suo vivaio evergreen: Jorge Luis Borges.

Non starò qui a menzionare informazioni di occasione sul nostro Omero argentino o ad elencare le sue opere: Borges è una riscoperta, un portolano inesplorato, talvolta di inediti recuperati a distanza di anni (ultima edizione per Adelphi è Il prisma e lo specchio). Autore enciclopedico, di lui conosciamo la scrittura raffinata e colta, la riflessione sul senso della letteratura e l’amore infinito per i libri. Nonostante la sua cecità progressiva, giunta al culmine nel 1955 – dirà successivamente a una sua conferenza nel 1977 “es una ceguera parcial de un ojo, ceguera total del otro” – i libri furono sempre il suo giardino, anzi per citare la Loewenthal, furono il suo Paradiso, il suo Eden mai perduto (alla stessa conferenza dirà “yo siempre me he figurado el Paraiso bajo la especie de una biblioteca”, riecheggiando dalla sua stessa poesia Poema de los dones per l’appunto del 1955).

Per l’autore de L’Aleph il suo ‘pardes’ primordiale è la biblioteca, una ricchezza disseminata in una scaffalatura labirintica e indefinita (vedi “La Biblioteca di Babele”, nella raccolta Finzioni). Il labirinto è in effetti il tema da lui amato, è il suo giardino metafisico dove abitano personaggi fantastici, esseri chimerici, biblioteche e invenzioni letterarie e in cui il lettore si perde.

Nel suo immaginario personale una selva di libri si dipana per innumerevoli percorsi, saltando avanti e indietro nella storia dell’uomo, a loro volta producendone di altri che circolarmente possono ritrovarsi, punto di partenza per un nuovo incamminamento. I libri assumono la forma di una specie tanto preziosa e unica per quanto diffusa, come le piante e i fiori, diversi per loro costituzione interna, simili nel loro genere, nell’appartenenza al loro mondo. Sarà loro destino incrociarsi, come negli innesti delle fioriture, riverberarsi in un gioco di citazioni, di riferimenti e di specchi nella cui riflessione troviamo non solo il volto dell’altro ma pure di noi stessi. Questa, citando Barthes, è la realizzazione dell’intertestualità, l’evocazione per eccellenza, quanto cioè fa pregustare il senso dell’infinito, per l’esattezza la caratterizzazione del testo infinito. Ogni testo quindi è felicemente “indiziato” di essere infinito perché potenzialmente uno è tutti i libri.

L’identificazione simbolica del giardino-labirinto col libro infinito giunge, a mio parere, con il racconto El jardin de los senderos que se bifurcan (Il giardino dei sentieri che si biforcano). La rivelazione di Ts’ui Pen “Mi ritiro a scrivere un libro” a cui fa seguire la frase successiva “Mi ritiro a costruire un labirinto”, intende indicarci come un libro estende la sua ramificazione fino a diventare un intreccio di rievocazioni, parole, storie la cui geometria si innesta in un rapporto indefinito con testi che ripetono in modo diverso questa geometria di tessiture e di richiami. Insomma con un sentiero di libri che si incrociano si costruisce un giardino di vaste proporzioni. Nel racconto citato non è il libro a proiettare e sostenere l’idea del giardino, è il giardino in quanto recinto o paradiso a rafforzare metaforicamente l’idea del libro.

Dove giungiamo alla fine di questa riflessione?

Il giardino è lo scopo principale del nostro arrivo e al tempo stesso punto di partenza della nostra ricerca interiore, punto verso cui tendere e da cui partire per realizzare l’attraversamento e approdare alla propria verità.

Non credo di sbagliare nell’affermare la necessità di vivere nel giardino senza restarci: è una dimensione interna in cui rinnovarsi di continuo, ma oltrepassandola. La dimensione del giardino serve per attraversare il giardino stesso. In conclusione, se è utile per noi esseri umani riportare all’immagine di un eden sereno quanto andiamo cercando nella nostra esistenza, è altrettanto utile per noi oltrepassarlo per conoscere il senso di quanto è dentro di noi.

 

Davide Zizza

[Novità editoriale] Permanenze Lontane&Inediti – Maurizio Landini

Permanenze Lontane, Edizioni della Sera
2011

Introduzione al libro fatto dall’Autore:

“Le permanenze lontane sono giorni trascorsi sulla carta. Soggiorni comunque piacevoli, andirivieni emozionanti come il respiro profumato. Fiato all’anima, suono dietro l’occhio. Lo sguardo disattento sul paesaggio che non cambia. È un viaggio lungo per visitare ciò che non sembra. Riprendersi la terra e l’erba cattiva sotto l’asfalto. Residui dove crescono malinconie rigogliose. Orti incurati e incuranti della quotidianità. Vacanze d’assenza. Piramidi di passato e presente dove riposa in silenzio il silenzio. Nervi scoperti su tutto.”

Il Canneto

Occhio sintetico del plenilunio,
cosciente di non essere chi fosti,
ti si confonde assai,coma del tempo,
e delle cose:ombra delle dune,
volo della luce, sole nell’acqua;
bandiere di paglia danzanti al vento.

Due inediti:

Memorie di una sala tarlata

Non avrò più,
la casa che conobbe i miei versi.
Schiena e ventre bianchi
di te.

Non sei neve

Cadi per me,
e non sei neve.
Nasci e non sei me,
Ma bianca come il talco
profumi la mia gravità.

Nota Biografica

Maurizio Landini. Scrittore, compositore di musica elettronica. Fondatore e curatore del progetto editoriale di Poesia e Immagine “Versigrafìe” (http://cartigliodombra.blogspot.com/). Ha scritto articoli e racconti per diverse riviste del fantastico. Nel 2011 ha pubblicato il suo primo romanzo “Il Corpo della fame” (Wild Boar). In uscita a settembre, la silloge “Permanenze Lontane” (Edizioni della Sera).

Tra le righe n. 2: Friedrich Hölderlin

Tra le righe n. 2: Friedrich Hölderlin

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman[i]

Friedrich Hölderlin, Hälfte des Lebens

Mit gelben Birnen hänget

Und voll mit wilden Rosen

Das Land in den See,

Ihr holden Schwäne,

Und trunken von Küssen

Tunkt ihr das Haupt

Ins heilignüchterne Wasser.

Weh mir, wo nehm ich, wenn

Es Winter ist, die Blumen, und wo

Den Sonnenschein,

Und Schatten der Erde?

Die Mauern stehn

Sprachlos und kalt, im Winde

Klirren die Fahnen.

Metà della vita

Si curva con pere dorate

E folto di rose selvagge

Il paese nel lago;

E voi cigni beati

Ed ebbri di baci

Tuffate voi il capo

Nell’acqua limpida e sacra.

Ma quando viene l’inverno,

Dove trovo i fiori e dove

Il lume del sole

E l’ombre della terra?

Muti e gelidi stanno

I muri, al vento

Stridono banderuole.

(Traduzione di Leone Traverso)

Metà della vita

Con pere gialle pende

e pieno di rose silvestri

il paese nel lago,

voi dolci cigni,

ed ebbri di baci

il capo voi tuffate

nell’acqua sacra serena.

Ahimè, dove prendo quando

è inverno i fiori e dove

il lume del sole

e ombra della terra?

I muri stanno

afoni e freddi, nel vento

le banderuole stridono.

(Traduzione di Remo Fasani)

Friedrich Hölderlin, nato nel 1770 a Lauffen am Neckar, studia teologia allo Stift di Tubinga, dove conosce Schelling e Hegel. Non eserciterà mai l’attività pastorale alla quale si abilita. Divenuto precettore dei figli del banchiere Gontard a Francoforte, si innamora della moglie di questi, Suzette, che diventerà il modello di Diotima, figura ricorrente nella sua poesia. Costretto a separarsene nel 1798, prosegue l’attività di precettore a Haltwyl in Svizzera, dopo un soggiorno a Homburg. Nel 1802, quando già cominciano a manifestarsi segni di disturbi mentali, riceve la notizia della morte di Suzette. Hälfte des Lebens è del 1805. Nel 1806 il poeta, sofferente di una malattia catalogata come schizofrenia catatonica, è affidato a Ernst Zimmer, falegname di Tubinga che si prende cura di lui fino alla morte, avvenuta nel 1843. Nella torre di Tubinga, nella quale vive per 37 anni,  Hölderlin continua a scrivere poesie – alcune delle quali analizzate dal linguista e semiologo Roman Jakobson nel suo saggio Hölderlin. L’arte della parola (trad.it. di Oscar Meo, il melangolo, Genova 1979) – firmandosi dal 1837-1838 con lo pseudonimo di “Scardanelli”.

Leone Traverso. “Reputato a ragione il maggior grecista e germanista nella brillante schiera dei cosiddetti «ermetici» fiorentini, possiede accanto a uno straordinario senso della lingua un talento poetico  che pone al servizio dei poeti che traduce, ma che al dire di amici come Mario Luzi, Tommaso Landolfi, Oreste Macrì gli avrebbe permesso di esprimersi altamente con la sua voce, non avesse tutta piegata quella voce a offrire al lettore italiano i versi assoluti di Pindaro, dei tragici greci, di Hölderlin, di Trakl, di Rilke, di Hofmannsthal.” (dalla nota di Margherita Pieracci Harwell in : Cristina Campo, Caro Bul. Lettere a Leone Traverso (1953-1967), Adelphi, Milano 2007. 207-208).

Remo Fasani, poeta, saggista, critico ed artista di rilevante influenza  per Cristina Campo che ne apprezzava la straordinaria cultura e ne condivideva gli interessi, come è documentabile dall’epistolario intrattenuto dalla stessa  tra il 1951 ed il 1954.  Sono stati uniti inizialmente dall’esperienza comune della “Posta Letteraria del Corriere dell’Adda” fondata da Gianfranco Draghi e da Cristina Campo  che affidò allo scrittore alcuni dei suoi manoscritti. È nato a Mesocco (Canton Grigioni) nel 1922; dal 1962 al 1985 è stato docente di lingua e di letteratura italiana all’Università di Neuchâtel.  Cresce culturalmente alla scuola dei grandi toscani (Dante in primo luogo), quindi dei tedeschi (Hölderlin in particolare), per poi dedicarsi allo studio delle filosofie orientali.  L’opera poetica, dal 1943 fino ai primi anni sessanta, appare contrassegnata da una disposizione idilliaca con tendenza al mistico. La seconda fase segna una svolta nettissima e rientra a pieno titolo in una tradizione di poesia saggistica modellata su esempi classici, Parini in primo luogo, poi Leopardi, Manzoni, Dante e i lirici cinesi.  Remo Fasani ha scritto diversi saggi critici, soprattutto su Dante, ma anche sulla metrica, sui Promessi Sposi, su questioni linguistiche.  (dal sito www.cristinacampo.it )


[i] Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.

Raúl González Tuñón – poesie da riscoprire (quarta puntata) (post di natàlia castaldi)

Raúl González Tuñón, Buenos Aires, 1905–1974

[La muerte en Madrid – La Libertad y un homenaje]

La Libertà non ha nome,
non ha statua né parenti.
La Libertà è feroce.
La Libertà è delicata.
La Libertà è semplicemente
la Libertà.
Essa si ciba di morti.
Gli eroi caddero per Lei.
Senza angoscia non c’è Libertà,
senza allegria neppure.
Tra le due la Libertà
è l’armonioso equilibrio.

Noi abbiamo vergogna,
la Libertà non ne ha,
la Libertà va nuda
(E Gesù Cristo disse
che il regno di Dio verrà
quando andremo di nuovo nudi
senza vergogna)

Fratelli, noi sappiamo,
ma la Libertà non sa.
*
II
Bisogna essere pietra o puro fiore o acqua,
Conoscere il segreto viola della polvere,
Aver visto morire davanti il lampo,
Conoscere l’importanza dell’aglio e la lavanda,
camminare al sole, sotto la pioggia, al freddo,
aver visto un soldato con il fucile ardente,
cantando, tuttavia, la Libertà amata.
Viva l’amore, la forte vita,
la morte creatrice di odori penetranti
e questo perchè uno muore e resuscita,
la luce sui tetti dell’aurora,
sulle torri del petrolio,
sui terrazzi delle messi,
sugli alberi maestri del formaggio e del vino,
sulle piramidi del cuoio e del pane,
la gente ritornando,
una finestra con la bandiera casereccia
e l’esatta ambulanza con feriti
cantando, tuttavia, la Libertà amata.
Bisogna essere come il ponte necessario,
naturale come il giglio, come il toro,
saper giungere al fondo del silenzio,
nel sottosuolo del germoglio ed alla radice del grido,
bisogna aver conosciuto la paura e il coraggio,
aver visto una mano che agita una lanterna
di notte, verso il distante nido di mitragliatori,
bisogna aver visto un morto cicatrizzato e solo
cantando, tuttavia, La Libertà amata.
*
III
Di colpo entrò la Libertà.
Dormivamo tutti
alcuni sotto gli alberi,
altri sopra i fiumi,
alcuni ancora tra il cemento,
altri più sottoterra.

Di colpo entrò la Libertà
con una torcia in mano.
Stavamo tutti svegli,
alcuni con picconi e pale,
altri con un paralume verde,
alcuni ancora tra i libri
altri trascinandosi, soli.
Di colpo entrò la Libertà
con una spada in mano.
Dormivamo tutti,
eravamo tutti svegli
e c’erano l’amore e l’odio
più in là dei teschi.
Di colpo entrò la Libertà,
non portava nulla in mano.

La Libertà chiuse il pugno.
Ahi! Allora…..

*** *** ***

[La calle del agujero en la media]

Io conosco una strada che è in qualche città
e la donna che amo con un basco blu.

Io conosco la musica di un capannone da fiera
barchette in bottiglia e fumo all’orizzonte.

Io conosco una strada che è in ogni città,
sulle labbra chiuse di un vecchio che canta
nel cartellone spento dalla grottesca armatura
una tela di ragno il mondo, per il mio cuore.

Nelle luci che sempre se ne vanno con altri  uomini
in ginocchia nude dalle braccia stese.

Teneva  quei pochi sogni uguali ai sogni
che accarezzano di notte i bambini addormentati.

Aveva il risplendere di una felicità
e vedeva il mio viso fissato nelle vetrine
e  in un luogo del mondo era l’uomo felice.

Conosce paesaggi dipinti sui vetri?

E  bambole di pezza con cappelli colorati?

E soldati  che marciano insieme alla mattina
a carri di verdura con colori allegri?

Io conosco una  strada di una città qualunque
e la mia anima tanto lontana si avvicina
e ridendo della morte e della sorte è
felice come un ramo di vento in primavera.

Il cieco sta cantando. Ti dico: Amo la guerra!

Questo è semplice, cara, come il globo di luce
dell’hotel in cui vivi. Io salgo la scala
e la musica viene al mio  fianco, la musica.

Tutti e due siamo zingari di una troupe vagabonda,
allegri nell’alto di una strada qualunque.

Allegre le campane  hanno una nuova voce.

Tu credi ancora nella rivoluzione
e attraverso il buco che cuci nella tua calza
il sole sale e riempie di luce tutta la stanza.

Io conosco una strada che è in ogni città,
una strada che nessuno conosce ma ciascuno marcia.

Solo io vado col mio dolore nudo,
solo, con il ricordo di una donna cara.

Si trova in un porto. Un porto? Io ho conosciuto un porto.

E dire “io ho conosciuto” è come dire “qualcosa è morto”.

*** *** ***

.
[Le brigate d’urto, 1933]

1.
Prima fu la presa della terra da parte della femmina
e del maschio.
Dopo venne la tristezza della civiltà.
Prima fu il campo libero, il cielo libero, la libera unione.
Dopo le cattive leggi dell’uomo
che fecero le cattive leggi di dio.
Oggi, come il prete pazzo di Kent, mi domando io:
– Quando Eva filava e Adamo cantava, chi era il padrone?
*
2.
Non pretendo realizzare soltanto il poema politico.
Non pretendo che i miei compagni seguano quella strada.
Che ognuno coltivi nella sua intimità il dio che vuole.
Ma richiamo di ciascuno l’atteggiamento rivoluzionario di fronte alla vita,
ma richiamo il pugno chiuso di fronte alla borghesia.
Ho riconquistato il fervore e ho qualcosa da dire:
si chiama brigate d’urto alle avanguardie lucide
degli operai specializzati.
Nell’URSS, nome caro al nostro spirito.
Formiamo noi, vicina già l’alba delle sommosse,
le Brigate d’Urto della Poesia.
Diamo alla dialettica materialista il volo lirico della nostra fantasia.
Specializziamoci nel romanticismo della Rivoluzione!
*
3.
La mia voce per cantare e per gridare la mia voce,
la mia voce per sgozzarsi nelle bandieruole impazzite.
La mia voce per urlare, la mia voce per salire – unica,
degna rampicante –
e spaventare i borghesi sprovveduti con la bocca delle
fogne.
La mia voce per dire l’antipoesia
all’angolo delle fabbriche,
all’uscita delle sartine,
alle portefalse dei teatri,
nei fondi delle officine,
nelle portinerie della civiltà borghese,
il grande castello vacillante.
I cinegiornali affogano anche ruggiti, latrati
– nascondo le manifestazioni bastonate
– i nazisti che violentano le figlie degli ebrei
– i policemen che bloccano il corteo dei tessitori
– la Generalidad che carica i sindacalisti
– la gendarmeria che circonda con cinture di fuoco i
soci del John Reed Club
e i gas lacrimogeni della polizia di Buenos Aires
che sciolgono comizi nei portoni
dei frigoriferi stranieri.

Venezia 2050 di Anna Toscano

Venezia 2050

I veneziani non ci sono più, andati via tutti, troppe spese, troppi costi, troppa arte, troppi turisti, troppo umido, troppa quiete, troppo chiasso, troppa pietra, troppa afa, troppo freddo, così tutti gli indigeni, con tutte le loro lamentele, se ne sono andati portando con sé anche l’ultimo souvenir di vetro che tanto “o se vende anca in teraferma”. Nulla hanno lasciato al povero foresto, che senza negozi di ninnoli non sa che farsene di questa città. Tutto chiuso, nemmeno un intimissimi per un paio di mutande. Solo e abbandonato, a nessuno oramai l’angelo d’oro del Campanile di San Marco, rutilante al sole, fa con le sue braccia aperte una promessa di gioia.

Man mano che si svuotava la città il passaparola verso la terraferma non presagiva nulla di buono, proprio nulla di buono, la iattura di bocca in bocca prendeva piede. Bastò infatti che due anziani locali finissero al pronto soccorso con una forte congiuntivite, e la forte congiuntivite unita alle cateratte portò a una quasi cecità… Bé, sapete come funziona da queste parti , per la città diventarono ciechi, ma come se ci vedevano bene fino a un momento prima, ma ciechi ciechi, forse ad avere sempre tutta questa arte attorno, che faccia male? Forse sì, tanta arte fa diventare ciechi. I veneziani se lo sentivano sulla pelle, “ciò”, che nel 2050 la città sarebbe stata un manicomio per ciechi, tanto valeva andarsene il prima possibile. Così Venezia non sarebbe più esistita agli occhi di nessuno. Lo disse molto tempo prima anche un esimio docente universitario.

E così la paura, madre di molte insensatezze, attecchì anche sui più recidivi. Solo qualche anziano locale diffidò, da vero diffidente, di tanto cianciare e rimase. Ma morì di fame perché i negozi non aprirono più, in terraferma per la spesa non ci potevano andare, i trasportatori scambiarono grosse barche con grossi camion e andarono oltr’Alpe, i gondolieri traghettano le eterne brutte copie di Stelio e Foscarina sulla Riviera del Brenta e i tassisti giurano a tutt’oggi che son tornati alle origini lavorando sul Brenta. Anche il turista più scanzonato non sa che farsene di tanta arte a cielo aperto e i musei nessuno li apre più, proprio ora che si potrebbe dormire tranquillamente in sacco a pelo in piazza san Marco e nuotare in canal Grande, proprio ora nessuno lo fa. Nessun rumore, nessuna campana che suona, solo qualche vaporetto automatico, senza la sua Zazie, sfreccia ancora incurante del vuoto che lo circonda nella laguna del nulla nel 2050. Nessun Giorgio che attende lo zio Marco per importanti rivelazioni sulla famiglia, fili invisibili, e tanto sottili, non restano a nessuna Buranella. Venezia, caro Francesco, non è più imbroglio che riempie la testa soltanto di fatalità. Venezia non cade più scialba sulla retina di qualcuno come su di uno schermo di lontano, e poi Robert e Caroline non sono più tornati dopo l’efferato delitto. Unico frusciare è quello dei gatti che finalmente dopo decenni di grande sterilizzazione di massa, ritornano, e ci vedono tutti benissimo. Si cibano dei buoni vecchi topi, così come ogni bella favola esige, e non più di spazzatura umana che non esiste più qui, nemmeno un sacchetto per strada, nemmeno una bottiglia galleggiante, nemmeno una cacca di cane. Corre voce che gli abitanti di questa città camminassero sull’acqua e che addirittura avessero i piedi palmati . Qualcuno avrà ereditato siffatte caratteristiche? L’acqua fa da padrona ora nel 2050 e, finalmente, può circolare liberamente nei giorni di luna piena e scirocco, invade tranquilla e pulita e se ne va, e la città si lascia piacevolmente lambire e impadronire divenendo così una grande e unica area Scarpa.

La stazione dei treni è stata smantellata, troppa bellezza anche solo dal treno fermo a Santa Lucia, e, come la santa già visse con il martirio, si rischia di restare senza occhi con tutta questa arte. Per i coraggiosi c’è solo un binario, si ferma a metà del ponte della Libertà per chi decide di fare un viaggio immaginario sull’Orient-Express verso Samarcanda.

Nulla rimane, l’esimio professore aveva ragione nel 2005 quando disse, scrutando profeticamente il cielo fuori dalla finestra, “Venezia nel 2050 non ci sarà più”, ma stava pensando a ben altre parti mancanti del discorso. Non esiste più perché nessuno ha più occhi per guardarla, ma ha occhi per guardare altro. Non esiste perché è disabitata, vuota, forse inizia a vivere solo ora, o inizierà a esistere solo quando morirà l’unica persona aggrappata a essa, innamorata di tanta bellezza, che tutte le mattine d’inverno respira l’odore estenuante delle alghe ghiacciate e ancora non cieca nonostante l’età. Sono io. È il 2050 e ho 80 anni, da compiere. E, finalmente, sono la regina della città, perché è un autunno veneziano e sarà vera e calma felicità mia.

Anna Toscano

Un ringraziamento, in ordine di comparizione, per nomi e ispirazione a Proust, Saramago, D’Annunzio, Queneau, Pasinetti, Bianca Tarozzi, Guccini, McEwan, Winterson, Carlo Scarpa, Tabucchi, Brodskij, Cardarelli.

**************************************************************

Nota: Racconto pubbicato nella rivista  “Venice is not sinking” numero 2

***************************************************************

Testo e immagine di ANNA TOSCANO

Dei sogni che vi racconto – Poesie e disegni di Ksenja Laginja

mindfield_pilot pen_2010

Giorni di Tenebra

Non c’è vendetta
nelle parole,
né deboli illusioni
radicate sul ventre ossuto
e in fiamme
di questa città
incenerita.
Non c’è compassione
nelle parole
né sottili speranze appese
o cuori incrostati nel buio.
Solo tiepide sofferenze
affogate dentro
giorni d’assenza
che attraversano
i nostri corpi
delusi e trasparenti.
Un moto rettilineo e uniforme
costeggia i nostri piedi
– bianchi e affilati –
su cui trovano spazio
piccole pietre taglienti
incastrate fra le dita
– gioielli del desiderio –
minuscole ferite
sulla pelle indurita
costellazioni desertiche,
giorni di tenebra
che muoiono
sulle labbra.

siamesedreams_2011

Una ad una
Una ad una
sgrano sulle tue ossa
le mie verità
[una dopo l’altra]
con i muscoli tesi
la bocca annodata
e contratta,
i denti appuntiti
[affilati sulle labbra]
sul tuo corpo
nero e cavernoso.

La tua bocca
insanguinata
[sulla mia]
preme con forza
lasciandomi debole
ed esanime
fra le tue braccia
di china.

Amo il desiderio
pungente
e insanguinato
dei nostri corpi riflessi
l’uno sull’altro,
specchio degli occhi
[lingua sul cuore]

L’odore di sesso
sulle nostre spalle
distende languide
ossessioni,
incisioni profonde
fra i nostri odori
pungenti,
delicate sofferenze
luminose.

Una ad una
conto le costole
soprapposte
l’una sull’altra
un percorso ossuto
di acqua lunare
su cui affondare
le dita increspate
e inflessibili.
Mani nodose
e appuntite
[uncini di ferro]
pronte a strappare
la carne del cuore
a sospendere nel tempo
i respiri tesi
e irregolari
sulle nostre lingue.

Una ad una
conto le parole
che scivolano
dalle mie labbra
verso le tue,
per ritornare ancora
sulle mie,
come ferite
languide
all’incrocio
dei nostri sessi
lividi e accesi
l’uno sull’altro.


Biografia

Ksenja Laginja (Genova, 1981), giovane artista impegnata nella ricerca poetica e delle sue contaminazioni in campo musicale e visivo. La sua ricerca artistica attraversa il disegno, la scrittura e la performance. Co-fondatrice del progetto “Cani dall’inferno”, dal 2004 organizza a Genova e dintorni Reading di poesia. Da anni si muove nel mondo dell’autoproduzione, seguendo la filosofia del D.I.Y., sfociata nella creazione della fanzine “Neoprene” [Testi autonomi per organi autonomi] e nella pubblicazione di raccolte di poesie e racconti. Alcuni dei suoi testi sono presenti su Antologie poetiche e riviste cartacee e online. Con le sue opere ha partecipato a esposizioni personali e collettive. [Continua la sua ricerca]

PUBBLICAZIONI

– AA.VV, L’ Artigiano Innamorato, Antologia di racconti, Erga edizioni, Genova, 2011
– AA. VV, La stanza delle memorie, Liberodiscrivere edizioni, Genova, 2010
– AA. VV, Tavole di Resistenza, Tunué edizioni, Genova, 2009
– AA.VV, Genovainedita, Antologia di poesia, Galata edizioni, Genova 2007- AA. VV, La città dei poeti, Libero di scrivere, 2004

RIVISTE LETTERARIE

– Racconto Non è un diario, Prospektiva – rivista letteraria n. 31, Roma, 2005

RIVISTE ONLINE

– Articolo, Cavalcando l’onda MySpace, sulla rivista Città digitale del Comune di Genova
http://www.cittadigitale.comune.genova.it/article/cavalcando-londa-myspace

– Racconto, Il silenzio del cuore, Vivere Genova il giornale del Comune di Genova
http://www.viveregenova.comune.genova.it/content/il-silenzio-del-cuore-di-ksenja-laginja

Solo 1500 n. 10: Ha levato le tende

SOLO 1500 N. 10: Ha levato le tende

I fatti sono questi: c’era questo cane qui che si chiamava Margherita e quindi era una femmina. Alta, maculata a mucca. Margherita prima stava in un canile e non se la passava granché bene e nemmeno aveva questo nome. Poi, è stata adottata da una mia amica ed è andata a vivere con lei e con la sua gatta, Iside. Stavano tutte e tre, in questa casa con una terrazza immensa. Stavano bene. Margherita e Iside ogni tanto recitavano quella parte lì, cioè quella che è stata loro assegnata. Tipo, che la gatta soffiava e la cagna non la cagava. Io dico che si volevano bene, sul serio, senza smancerie. Essendo  dotate di buon senso, sapevano dividersi gli spazi e le coccole. Quanto al cibo ognuno aveva il suo. Poco tempo fa la mia amica ha cambiato casa. Alcune settimane dopo Margherita è morta. Di malattia, come succede quasi a tutti. Io e la mia amica abbiamo un’altra teoria, diciamo pure romantica. Sosteniamo che Marghe (siamo quasi in fondo il diminutivo ci sta) abbia deciso che la sua vita decente, quella bella, fuori dal canile, dovesse svolgersi in quell’altra casa e che a un certo punto, prima di spiegarsi il cambiamento abbia detto: “Sai che c’è? Va bene così, io levo le tende”. Dispiacere a parte, di tutta questa storia mi interessa la questione della mancanza. Perché se è vero che Marghe mancherà alla sua padrona, allora è vero che mancherà pure a Iside. Io mi domando: quando questo accadrà, Iside cosa farà? Ovvero come fa un gatto a spiegare a un umano che gli manca un cane?

Gianni Montieri

qui i link per leggere i tre numeri precedenti:

N. 9  N. 8 N. 7

Stradivarius

Si può dire che in questo nome è racchiusa la continua trasformazione del capoluogo lombardo. In quella Milano in cui il vento sta cambiando, pochi mesi fa ha chiuso anche l’ultra trentenne Stradivarius. Si trovava a pochi passi dal duce capovolto di Piazzale Loreto. La vecchia insegna verde, quella con il violino racchiuso in un cerchio, ha lasciato il posto a una scritta bianca e rossa.

“Ora non c’è più nessuno da incontrare”.

E’ la prima cosa che ho pensato quando, rientrando a Milano, ho visto che il negozio di dischi nel quale ho trascorso buona parte della mia adolescenza, l’ennesimo del settore, ha chiuso. Non mi sono potuto fermare davanti alla vetrina a guardare i concerti in programma o i cd esposti, lamentandomi di quel cantante in primo piano e di quel jazzista messo in bilico là dietro, come già mi era successo di fare in passato. Non ho potuto.

Mentre i ricordi iniziavano il loro percorso, tra i miei primi acquisti musicali e i vecchi vinili in offerta, ho solo pensato che non c’era più nessuno da incontrare.

Nella fretta mi sono venuti in mente Giorgio Gaber alla ricerca di qualche nuovo disco di classica o l’attesa condivisa con Maurizio per quel disco doppio che impiegò Oltre nove mesi a uscire. Ricordo la scoperta degli Smiths e quella di Massimo Urbani. Ho pensato che non ci sarà più nessun tredicenne che riceverà degli adesivi acquistando il nuovo disco di Zucchero e nessuno avrà consigli per un regalo. E nemmeno potremo rivederci di sfuggita con Nicola Gardini, tra le mani l’ultimo di Mina e quasi una giustificazione “perché oramai è diventata un’abitudine”.

Stradivarius continuerà a vivere come etichetta discografica, specializzata in musica strumentale, dalla musica sacra a quella rinascimentale-barocca.

E in questa città senza fantasia, per ironia della sorte, il mese prima a pochi passi da quei venti metri che restano del vecchio Lazzaretto (una volta la quinta meraviglia di milano), poco più lontano dal duce capovolto, ha aperto un nuovo negozio di abbigliamento giovanile. Mi hanno detto che è una catena che fa capo a Zara. Devo proprio dirvi come si chiama?

Sonetti impuri – Salvatore D’Angelo (post di natàlia castaldi)

Tina Modotti

Già, oggi i vivi si dànno alla macchia
i volti cari, gli amici, gli estranei
l’uomo sullo sfondo, il corvo che gracchia
sulla distesa di vani terrànei…

Per le strade vuote fa mulinello
e rifugge il vento, dalle finestre
murate a oriente, sulle ginestre
marine non più fiorenti; il martello

la falce la stella – luce del giorno
e quant’altro che già sa d’improbabile
-eppure tutto dal netto contorno
non pare che muoia, inestirpabile…

“I will survive” lì cantano in coro.
Qual è la notte che porta ristoro?

3.5. 2008

Lost in quotation (1)

(1)

Un amore. Una vita. Se una cosa è così complicata da non poter essere spiegata in dieci secondi, allora non vale la pena di saperla. È un tormento che ha a che fare con me e con voi. Quello che inizia come solitaria alterità diventa familiare e addirittura personale. Ha a che fare con chi siamo quando non stiamo recitando chi siamo. Ciò che non è assolutamente possibile è non scegliere. Una storia non ha né inizio né fine: uno sceglie arbitrariamente un momento da cui guardare indietro o avanti. Sono qui da poco. Voi non sapete nulla di me.  Le cose non vanno mai come ci si aspetta. Sai, non si sa mai, in fondo, o invece sì, o invece sì. Ci sono momenti in cui ciò che deve essere detto ti guarda dal passato – ti guarda come qualcuno da una finestra e tu per strada, che cammini. Voi non sapete nulla di me. Questa frase non dovrebbe infastidirmi, ma non riesco a togliermela dalla testa. Voi non sapete nulla di me. Se sono matto, per me va benissimo. Ho cambiato religione così tante volte che al momento non ho idea se ne sia rimasta qualcuna. Penso che, se sentissi una voce dal cielo che mi predice tutto ciò che mi capiterà nelle prossime ventiquattr’ore, compresi alcuni avvenimenti che sembrassero altamente improbabili, e se poi tutti questi avvenimenti accadessero veramente, forse mi potrei convincere dell’esistenza di qualche intelligenza sovraumana. E se fossero solo le sei? O addirittura le cinque?

Potevano essere le cinque. Qualsiasi ora fosse, non ce l’avrebbe fatta a riaddormentarsi. Ultimamente era diventata un’abitudine, quella di restare sdraiato al buio in preda all’apprensione, in attesa della sveglia. Io non sono chi sembro essere, mi ripeto più volte davanti allo specchio del bagno, in sordina quando non sono solo e ho bisogno della compagnia fondamentale della mia frase prediletta, mentalmente quando persino il sottovoce potrebbe sorprendere quella vigile ed aggressiva disponibilità che gli altri ci dedicano. Non riesco a ricordare esattamente in che modo cominciò. La porta dell’anima è chiusa ma ogni tanto appare un filo di luce, una lettera passa sotto la porta. E pur trattandosi di una resistenza di principio nei confronti di qualunque novità, una lettera, anche la più lunga, costringe a semplificare ciò che non avrebbe dovuto essere semplificato. Nessuno poteva dormire. Sono solo nel buio a rigirarmi il mondo nella testa. Non vorrei darmi il tono d’un piccolo burocrate, però mi spaventa solo l’idea che possa venire qualcuno e non trovarmi. Che si sia o meno fan di Barthes, Foucault, de Man, Derrida, quando si sa una cosa è impossibile non saperla. Scrivo queste parole e mi sembrano senza senso, così come l’immagine della sua bara calata in una fossa di terra. Bisogna stare attenti ai pensieri che vengono di notte: non hanno la giusta direzione, arrivano a tradimento da luoghi remoti e sono privi di senso e di limiti. Il tempo sembra passare. Mi tornavano in mente le immagini di quella giornata, immagini di corpi senza arti né teste. Essere morti è della massima importanza. Forse chi inganna meno sé stesso è chi ammette che tutti stiamo soltanto scherzando. Questa gente adulta e tanto intelligente s’è chiusa dentro una rete, una maglia tiene su l’altra, sicché l’insieme appare naturalissimo. È questa la paura che tien saldo l’universo?

Un dolore diverso da qualsiasi dolore patito finora si preannuncia. Se attingo alle mie riserve di pazienza è perché qui per me il tempo scorre senza senso, uno stato che predispone alla ribellione. Probabilmente sono stato in guerra. Ho una cicatrice dietro l’orecchio, una macchia oblunga di carne sterile dove non crescono peli. Adesso è coperta e può essere nascosta anche dal più maldestro dei barbieri, ma nessun barbiere può nascondere la cicatrice che ho sulla schiena. Per quella sarebbe più indicato un sarto. Dopo cena rimasi ad aspettare. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Seguono la notizia alla televisione dopo cena, con una tazza di caffè appoggiata lì accanto. Non occorre tenerne conto, come di una guerra fra due Stati africani del quattordicesimo secolo che non ha cambiato nulla sulla faccia della terra, benché trecentomila negri ci abbiano trovato la morte fra torture indicibili. Penso che la facilità e la capacità che hanno di parlare con tanta sicurezza, non ci porti molto lontano. Parliamo pure della buona salute mentale. Parlare, non c’è che questo, parlare, vuotarsi, qui come sempre, nient’altro che questo. Meno sappiamo e più lunghe sono le nostre spiegazioni. Certe cose esistono solo perché se ne parla. Siamo fatti per questo. Per resistere e arrivare fino alla fine.

Con un piccolo sforzo è possibile dimostrare che ogni cosa si ricollega a ogni altra. Era cominciato con la paura. Penserei volentieri ad altro. Ma so che devo tentare di scrivere ogni cosa finché rimane in me una traccia. Tutti sappiamo che molti sono sfortunati nel loro cammino attraverso il mondo, ma non conosciamo tutti quelli che lo sono. Il che in un certo senso giustificava tutto. Non avevamo nessuno. Il mio infermiere non può essermi nemico. Ho preso a volergli bene a questo controllore appostato dietro lo spioncino. Appena mi entra nella stanza, gli racconto vicende della mia vita; cosí, nonostante lo spioncino che gli è d’ostacolo, impara a conoscermi. Un grido attraversa il cielo. Non è la prima volta, ma ora è quasi inaudito. L’abitudine è necessaria; è l’abitudine di avere delle abitudini, di fare di una traccia un solco, che è necessario combattere, se si vuole rimanere vivi. Siamo continuamente incalzati dalla domanda: “E dopo? – Sì, ora capisco, ma dopo?”- Conosco solo il mio angolo e quel che mi passa davanti. Il giorno che mi hanno portato qui, ho notato solo un cancello aperto perché entrassi. Quando mi sono alzato, ho colto con l’occhio alcune gabbie che c’erano più avanti. Un tempo la mia cella doveva essere una lavanderia: la porta e la finestra danno sul cortile. Le sbarre della finestra sono state aggiunte all’interno in modo che non si possa arrivare al vetro e romperlo. Nascosti da una tenda ci sono i servizi igienici. Addossate a una parete ci sono un tavolo e quattro sedie fissate al pavimento, addossati alla parete di fronte quattro letti che si possono ripiegare. Tre sono ripiegati. L’impulso di condividere con qualcuno un’esperienza è irresistibile per me, e ridano pure alle mie spalle, gli altri. Non m’importa. Soffocherei se non parlassi. E, con tante visite, la porta di casa rimaneva aperta come nelle veglie funebri o come nelle case dove è accaduto qualcosa di grave. Ero sfinito, sfinito mortalmente da quella lunga agonia, e quando alla fine mi sciolsero e mi permisero di sedere, sentii che i sensi mi abbandonavano. La vera autenticità non sta nell’essere come si e’, ma nel riuscire a somigliare il più possibile al sogno che si ha di se stessi. In questa vita ci mostrano soltanto i trailer. Per questo bisogna reggere.

Questo succedeva molto tempo prima. Nessun poliziotto era mai venuto a casa per arrestarlo. Nessun dottore in camice bianco aveva mai proposto di farlo internare in un manicomio. Gli pareva, tutto sommato, di essere un tipo piuttosto facile. Che cosa c’era in lui di così complicato? Nel giro di qualche settimana già faticava a ricordare i nomi delle cose. Sono andato a trovarlo due o tre volte. Tre volte. L’ultima volta il giorno dell’esecuzione. Non ero tenuto ad andarci, ma ci sono andato lo stesso. E non avevo certo voglia. Oppure sarà stato un altro motivo venuto da chissà dove e poi scomparso dalla memoria, come scompare il seme una volta che la pianta è cresciuta. Io invece mi trovavo a mio agio in quel silenzio. Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sotto i portici, di notte passate le tre. Qualsiasi forma di debolezza comporta sofferenze e umiliazioni, non importa come si manifesti o di chi si tratti. È stato straordinariamente semplice fuggire. Poiché la fortuna, a lasciarla fare, è quello che è. L’idea della sedia elettrica, poi, mi fa star male fisicamente, e i giornali non parlavano d’altro: titoloni che mi guardavano fisso a ogni angolo di strada e all’imboccatura di ogni stazione della metropolitana con quell’odore di noccioline stantie. È una metropoli quella che abbiamo sotto gli occhi. La vediamo attraverso lo sguardo di un uccello notturno che vola alto nel cielo. Di fronte a me c’è una donna coi capelli grigi. Ogni volta che l’infermiere guarda da un’altra parte schiocca le labbra, dice muta aiutami, ti prego aiutami. In faccia ha solchi profondi e sporchi. Gli occhi sono gonfi di paura. Sono quelli sulla metropolitana il cui sguardo indifferente ha qualcosa dentro che in un certo senso mette i brividi. Qualcosa di rapace. Un po’ come gli automobilisti che rallentano e restano a bocca aperta se vedono un incidente stradale: ci tengono molto a una concezione di se stessi come testimoni. Tutta la vita umana è profondamente immersa nella non verità. E’ buffo come i colori del vero mondo divengano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo. Il cinema è solo una moda passeggera. È il dramma in lattina. Il pubblico vuole vedere storie di carne e di sangue rappresentate in palcoscenico. Poiché il cinema non è solo un’esperienza linguistica, ma, proprio in quanto ricerca linguistica, è un’esperienza filosofica. Il cinema non è un mestiere. È un’arte. Non significa lavoro di gruppo. Si è sempre soli; sul set così come prima la pagina bianca. E per Bergman, essere solo significa porsi delle domande. E fare film significa risponder loro. Niente potrebbe essere più classicamente romantico. Soltanto una vita vissuta per gli altri è una vita che vale la pena vivere. Una vita che miri principalmente a soddisfare i desideri personali conduce prima o poi a un’amara delusione. La vita non ha senso a priori. Noi non abbiamo né dietro a noi, né dinanzi a noi, in un dominio luminoso dei valori, delle giustificazioni o delle scuse. Siamo soli, senza scuse. La storia della nostra società è come la storia di un uomo che si butta da un grattacielo e, man mano che precipita, si ripete per farsi coraggio: “Fin qui tutto bene, fin qui tutto bene.”

Marina I. Cvetaeva – poesie da riscoprire (terza puntata)(post di natàlia castaldi)

I versi crescono come le stelle e come le rose,
come la bellezza - inutile in famiglia.
E, alle corone e alle apoteosi -
solo una risposta: "Di dove questo mi viene?"
.
Noi dormiamo, ed ecco, oltre le lastre di pietra,
il celeste ospite, in quattro petali.
Mondo, cerca di capire! Il poeta - nel sonno - scopre
la legge della stella e la formula del fiore.
(14 agosto 1918)
*
.
La spensieratezza è un caro peccato,
caro compagno di strada e nemico mio caro!
Tu negli occhi m'hai spruzzato il riso
e la mazurca mi hai spruzzato nelle vene.
Poiché mi hai insegnato a non serbare l'anello,
con chiunque la vita mi sposasse.
A cominciare alla ventura - dalla fine,
e a finire - ancor prima di cominciare.
A essere come uno stelo, ad essere come l'acciaio.
Nella vita, in cui così poco possiamo,
a curare la tristezza con la cioccolata
e a ridere in faccia ai passanti.

(1918)
*
.
All'Achmatova
.
Non puoi restare indietro. Io sono il galeotto.
Tu sei la scorta. Un solo destino.
E un comune foglio di via ci è dato
nel vuoto senza contenuto.
.
La mia indole è tranquilla!
Ma sono chiari i miei occhi!
Lasciami dunque, mia scorta,
fare due passi fino a quel pino!

(26 giugno 1916)
*
.
Un bianco sole e basse, basse nubi,
lungo gli orti - dietro il muro bianco - un cimitero.
E sulla sabbia file di spauracchi di paglia
sotto le traverse a statura d'uomo.
.
E, penzolandomi oltre i paletti dello steccato,
vedo: strade, alberi, soldati sbandati.
Una vecchia contadina, cosparso di sale grosso
mastica e mastica un tozzo di pane nero...
.
Come hanno potuto incollerirci queste nere capanne,
Signore! e perché a tanti mitragliare il petto?
Passa un treno e ulula, e si mettono a ululare i soldati,
e leva polvere, leva polvere la strada che indietreggia...
.
- No, Morire! Meglio non essere mai nati,
che questo lamentoso, penoso, carcerario ululato
per le belle dalle nere ciglia. - Ah, e pure cantano
adesso i soldati!? Oh, Signore, Dio mio!

(3 luglio 1916)
*
.
Un mondiale nomadismo è cominciato nel buio:
sono gli alberi che vagano sulla terra notturna.
Sono i grappoli che fermentano in vino dorato,
sono le stelle che di casa in casa peregrinano,
sono i fiumi che il cammino cominciano a ritroso!
E io ho voglia di venire da te sul petto - a dormire.

(14 gennaio 1917)

____________

traduzioni a cura di Pietro A. Zveteremich
(Marina I. Cvetaeva - Poesie - I classici Feltrinelli)
____________

Poesie da riscoprire:
Wilcock (prima parte)
Wilcock (seconda puntata)