Due Racconti di Crystal “Pixie” Nwankwonta

La fiera del Kitsch

Pizzi. Tovaglie a quadretti sormontate da statuette di cerbiatti e nani. Donne corpulente che urlano travestite da travestiti in pvc rosa e grembiulini smerlettati di bava e sughi secchi. Capelli sui quali cappelli nei quali volano quaglie intrappolate da merletti inamidati da poco. Bimbi che mangiano fili interndentali raggomitolati su bastoni, retaggi antichi di alberi oramai senz’anima.
Bambini urlanti con nonne urlanti con giochi urlanti con macchine che si rincorrono ringhianti mentre genitori variopinti ridono e bevono caffè in tazzine fatte da vecchiette incartapercorite che sanno di rancido.
Che lavoro fai, come stai, e la famiglia?
Cinque secondi di silenzio. Altre facce stesse domande.
Che lavoro fai, come stai, e la famiglia?
Una vecchia baldracca grida che quello è il suo posto. Un vecchio cerca di toccarmi il culo. La baldracca sbraita. Il vecchio sbraita. I bambini urlano. Poi arriva un ragazzo in pantaloncini e ciabatte che dietro ad un cespuglio s’incula la vecchia baldracca, tra le grida dei bambini e quello delle mamme e del vecchio che è stato superato, il ragazzo allunga alla vecchia 10 euro. Non si rispetta più la fila, neanche in posta. La baldracca si rimette le mutande ed aspetta il vecchietto sorridendo, gli è andata bene stavolta.
Un trans mi saluta mentre ritorno verso la strada di casa. In mano una palla di neve con dentro due cerbiatti innamorati. La butto dentro il canale per poco non sfioro una barca. Ho sempre adorato il Kitsch ma portarlo dentro casa è un altra cosa.

 “Do you have a life.. or am i just living”.

Addio.

Questo hai sussurrato salendo sul treno che ti portava via da me, non ti sei girata a osservare le mie lacrime che cadevano lente, silenziose, mentre il mio respiro bloccava le parole che tu volevi sentire.
Silenzio.
Non li sopportavo più i tuoi silenzi pieni di noia e d’indecisione. Ti avevo detto Ti Amo tante di quelle volte, mentre tu guardavi lontano, che mi era venuta la nausea. Chissà cosa pensavi mentre te lo dicevo. Ieri sera è stata l’ultima volta, ora partirò per la mia città e non mi vedrai mai più.

Mi volto.

Non voglio vedere le tue spalle. Il ricordo del corpo che ho amato, fino alla notte passata, ritorna come un onda. Tu che mordevi e ringhiavi, mi abbracciavi con le tue lunghe gambe, incatenandomi al tuo corpo sinuoso. Inarcavi la schiena e ansimavi mentre ti mettevo a pecora. Ti montavo con forza, grugnivi. Ti sculacciavo e urlavi di piacere. Graffiavo la schiena e ti mordevo il collo mentre mi dicevi Ti Amo, lo gridavi. Io volevo divorarlo quel Ti Amo. Volevo che tu capissi. Ed ora quella schiena da cui ho distolto gli occhi, si allontana, quella schiena che rigida fà muro tra i nostri cuori. Voglio tornare indietro e dirti ti amo, voglio dirti ti amo tutte le notti, tutti i giorni, fino a spaventarti.

Fischio.

La porta si chiude. Gesti automatici. Controllo la borsa chiusa, poi il biglietto che ho in mano. Carrozza otto, posto Quarantacinque. A destra la carrozza a sinistra c’è la nove. Si apre la porta automatica, un altro sibilo. Guardo lentamente i posti che sono davanti a me. Venti. Trentaquattro. Cinquanta. No, sono andata troppo oltre, mi volto velocemente. Un piccolo scontro con un ragazzo, mi guarda in volto e sorride, si sposta e mi fa passare. Sento i suoi occhi sul mio culo. Trovo il posto e mi siedo sorridendo. Finalmente mi sento amata. Chissà se il posto di quel ragazzo è vicino al mio.

Passi.

Metti un piede dietro l’altro e vai via.
E’ l’unica cosa che ti rimane da fare, Andrea. Fallo. Vattene.
Cerco di autoconvincermi, ma non ci riesco, il mio corpo non si muove. Dò le spalle al treno che si porta via tre mesi della mia vita. Non riesco ne a scappare, ne a fermarlo. Tutto questo è troppo grande per me, eppure devo fare qualcosa, sento il treno che incomincia a muoversi. Mi giro di scatto e corro verso la carrozza numero otto. Sono poche falcate, arrivo subito. Guardo i finestrini dei treni sperando di trovarla. La vedo. Sorride ad un ragazzo con i capelli castani. Faccio altre due falcate. Anche lui sorride. Mi fermo. Il treno agita i miei lunghi capelli. Rimango a guardarlo allontanarsi verso l’orizzonte dei miei sogni. Lo vedo scavalcare il crocevia delle vite ed inserirsi in un altra. Lontana da me.

Epilogo.

Aspettando alla stazione mi ritrovo a guardare gli alberi. Un tempo non c’era tutto questo verde. Il sole passa attraverso le foglie. Ho la vaga impressione che il mondo si sia capovolto. Sembrano i riflessi del sole sull’acqua quelle foglie che sfrusciano. Da quanto tempo che non vedo il mare. Non posso vederlo più. Aspetto che ritornino i suoi passi come ogni anno. Abbasso lo sguardo e sorrido, non è cambiata dall’ultima volta. E’ solo un pò più vecchia. S’inginocchia e toglie i fiori secchi, ne mette di nuovi. Mi sono sempre piaciute le margherite. Sorrido, mentre pulisce il vetro che separa il mio viso dal mondo. Dico arrivederci, mentre nel pulviscolo riecheggia il suono graffiante dei suoi rimorsi.

Biografia

Crystal ” Pixie” Nwankwonta è nata a Roma il 19 novembre 1981, lavora come commessa ma si diletta a scrivere. Pixie è un soprannome dato da uno dei primi lettori dei suoi racconti, ci si è affezionata e gli è rimasto come uno stampo.

Uno dei suoi racconti è stato pubblicato sia sul sito: http://www.opifice.it/content/view/994/54/

che sul sito di Itaca: http://ithacaservizieditoriali.blogspot.com/2011/06/crystal-pixie-nwankwonta-piccoli.html

Una sua poesia ” Donna di Strada” è stata pubblicata su di un libro intitolato ” Diglielo al vento, Donna in poesia- Versi al femminile” redatto dalla Redazione Flanieri.
http://crystalpixie.tumblr.com/ Il suo Blog/ Diario.

2 commenti su “Due Racconti di Crystal “Pixie” Nwankwonta

  1. D’impatto. Arriva tutto attraverso la lettura come se stessi vedendo un film. Originale.

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