Pagine sull’arte e la letteratura – C. Baudelaire (post di Natàlia Castaldi)

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Pagine sull’arte e la letteratura

Carlo Baudelaire

a cura di Carlo Pellegrini

Carabba Editore – Lanciano, 1934

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La natura e lo spirito

La natura esteriore … non è che un ammasso incoerente di materiali che l’artista è invitato ad associare e a mettere in ordine, un incitamentum, un risveglio per le facoltà assopite.

III, 17

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Il sogno

Il buon senso ci dice che le cose della terra non esistono che ben poco, e che la vera realtà non è che nel sogno.

IV, 155

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la facoltà del sogno è una facoltà divina e misteriosa, poiché per mezzo del sogno l’uomo comunica col mondo tenebroso da cui è circondato. Ma questa facoltà ha bisogno di solitudine per svilupparsi liberamente: più l’uomo si concentra, più è atto a sognare ampiamente e profondamente.

IV, 36

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La poesia e il suo carattere universale

Cos’è un poeta (prendo la parola nella sua accezione più larga) se non un traduttore, un decifratore? Nei poeti eccellenti non c’è metafora, paragone a epiteto che non sia adatto con esattezza matematica alla circostanza attuale, poiché quei paragoni, quelle metafore e quegli epiteti sono tratti dall’inesauribile fondo dell’analogia universale, ed essi non possono essere tratti da altrove.

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Appena volete darmi l’idea di un perfetto artista, il mio spirito non si arresta alla perfezione in un genere di soggetti, ma concepisce immediatamente la necessità della perfezione in tutti i generi. Lo stesso succede nella letteratura in genere e in particolare nella poesia. Colui che non è capace di dipingere tutto, i palazzi e le catapecchie, i sentimenti di tenerezza e quelli di crudeltà, le affezioni limitate della famiglia e la carità universale, la grazia del mondo vegetale e i miracoli dell’architettura, tutto quello che c’è di più dolce e tutto quello che esiste di più orribile, il senso intimo e la bellezza steriore di ogni religione, la fisonomia morale e fisica di ogni nazione, tutto infine, dal visibile all’invisibile, dal cielo fino all’inferno, colui, dico, non è veramente poeta nell’immensa estensione della parola e secondo il cuore di Dio. Voi dite dell’uno: è un poeta del mondo domestico, o della famiglia; dell’altro, è un poeta dell’amore, e dell’altro è il poeta della gloria. Ma con qual diritto limitate così la portata del talento di ognuno? Volete affermare che colui che ha cantato la gloria era, per questo fatto stesso, inetto a celebrare l’amore? Voi infirmate così il senso universale della parola poesia. Se non volete semplicemente far intendere che circostanze, che non vengono dal poeta, l’hanno, fin’ora, confinato in una specialità, crederò sempre che parliate di un povero poeta, di un poeta incompleto, per quanto abile sia nel suo genere (1).

III, 319-20

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Lirismo

C’è, in sostanza, un modo lirico di sentire. Gli uomini più disgraziati della natura, quelli ai quali la natura dà meno agio, hanno conosciuto qualche volta queste specie d’impressioni, così ricche, che l’anima ne è come illuminata, così vive che ne è come sollevata. Tutto l’essere interiore, in quei meravigliosi istanti, si slancia nell’aria per troppa leggerezza e dilatazione, come per attingere una regione più alta.

Esiste dunque necessariamente anche un modo lirico di parlare, e un modo lirico, un’atmosfera lirica, paesaggi, uomini, donne, animali, che tutti partecipano del carattere amato dalla lira.

Prima di tutto constatiamo che l’iperbole e l’apostrofe sono forme di linguaggio che gli sono non solo delle più gradite, ma anche le più necessarie, poichè queste forme derivano naturalmente da uno stato esagerato della vitalità. Poi osserviamo che ogni modo lirico della nostra anima ci costringe a considerar le cose non sotto il loro aspetto particolare, eccezionale, ma nei loro tratti principali, generali, universali. La lira fugge volentieri tutti i particolari di cui il romanzo si compiace. L’anima lirica fa dei salti vasti come sintesi; lo spirito del romanziere si diletta dell’analisi. Questa considerazione serve a spiegarci quale comodità e quale bellezza il poeta trova nelle mitologie e nelle allegorie. La mitologia è un dizionario di geroglifici viventi, geroglifici conosciuti da tutti. Qui il paesaggio è rivestito, come le figure, d’una magia iperbolica: diviene decoro. La donna non è soltanto un essere di estrema bellezza, paragonabile a quella d’Eva o di Venere; non soltanto, per esprimere la purezza dei suoi occhi, il poeta toglierà delle comparazioni da tutti i migliori riflettori e da tutte le più belle cristallizzazioni della natura…, ma bisognerà anche dotare la donna di un genere di bellezza tale che lo spirito non può concepirlo che come esistente in un mondo superiore … Ogni poeta lirico, in virtù della sua natura, opera fatalmente un ritorno verso l’Eden perduto. Tutto: uomini, paesaggi, palazzi, nel mondo lirico è per così dire in apoteosi. Ora, in conseguenza dell’infallibile logica della natura, la parola apoteosi è una di quelle che si presentano irresistibilmente sotto la penna del poeta quando ha da descrivere (e credete che il piacere che egli prova non è piccolo) un insieme di gloria e di luce … Egli non può riposarsi che nei verdeggianti Elisi, o nei palazzi più belli e più profondi delle architetture di vapore costruite dai soli che tramontano.

III, 369-71

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Il caso nell’arte

Nulla è più impertinente nè più bestiale che parlare a un grande artista, erudito e pensatore come il Delacroix, degli obblighi che può avere verso il dio del caso: tutto questo fa semplicemente alzare le spalle di pietà. Nell’arte come nella meccanica, non esiste il caso. Una cosa felicemente trovata è la semplice conseguenza di un buon ragionamento, del quale si è qualche volta saltato le deduzioni intermedie, come un errore è la conseguenza di un falso principio.

II, 102-3

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La prosa poetica

Chi di noi, nei suoi giorni d’ambizione, non ha sognato il miracolo d’una prosa poetica, musicale senza ritmo e senza rima, assai pieghevole e assai resistente per adattarsi ai movimenti lirici dell’anima, alle ondulazioni del sogno, ai sussulti della coscienza? questo ideale tormentoso nasce soprattutto dalla frequenza delle città enormi e dall’incrociarsi dei loro innumerevoli rapporti.

IV, 2

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La poesia filosofica

Quando un pittore dice a se stesso: – io farò una pittura del tutto poetica! Ah! la poesia!! … egli fa una pittura fredda, dove l’intenzione dell’opera brilla a spese dell’opera: – il Sogno della felicità o Fausto e Margherita. – E tuttavia i signori Papety e Ary Scheffer non sono persone prive di valore; – ma … è che la poesia d’un quadro dev’esser fatta dallo spettatore. – Come la poesia d’un poema dal lettore. Ci siete giunto: proprio così.

– La poesia non è dunque una cosa filosofica? – Povero lettore, come prendete il morso fra i denti quando vi si mette si una discesa!

La poesia è essenzialmente filosofica; ma come essa è prima di tutto fatale, deve essere involontariamente filosofica.

O.P., 164-5

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Poesia e critica

Sarebbe un avvenimento del tutto nuovo nella storia delle arti che un critico divenisse poeta, un capovolgimento di tutte le leggi psichiche, una mostruosità; al contrario tutti i grandi poeti divengono naturalmente, fatalmente critici.

Compiango i poeti che guida il solo istinto: li credo incompleti. Nella vita spirituale dei primi si produce infallibilmente una crisi, quando vogliono ragionare sulla loro arte, scoprire le leggi oscure in virtù delle quali hanno creato, e trarre da questo studio una serie di precetti, lo scopo divino dei quali è l’infallibilità nella produzione poetica. Sarebbe prodigioso che un critico divenisse poeta, ed è impossibile che un poeta non contenga un critico. Il lettore non sarà dunque meravigliato che io consideri il poeta come il migliore di tutti i critici. Quelli che rimproverano al musico Wagner d’avere scritto dei libri sulla filosofia della sua arte e che ne traggono il sospetto che la sua musica non sia un prodotto naturale, spontaneo, dovrebbero negare egualmente che il Vinci, Hogarth, Reynolds abbiano potuto fare delle buone pitture, semplicemente perché essi hanno dedotto ed analizzato i principii della loro arte. Chi parla meglio della pittura in confronto del nostro grande Delacroix? Diderot, Goethe, Shakespeare, tanti creatori, tanti mirabili critici. La poesia è esistita, si è affermata la prima, ed ha generato lo studio delle regole.

III, 229-30

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(1) Per questo nelle note sul Belgio rilevava che in quella nazione non c’era arte vera: “Un pittore per il sole, uno per la neve, uno per i chiari di luna, uno per i mobili, uno per le stoffe, uno per i fiori, – e suddivisione di specialità all’infinito. La collaborazione necessaria, come nell’industria”.

2 comments

  1. Mi sto ritagliando, in questi giorni, un mio percorso di lettura degli scritti di Baudelaire sull’arte, sulla scorta di un libro che ho avuto in dono da colei che lo ha scritto qualche decennio fa: Marina Guerrini (M. Guerrini, Baudelaire, Teatro e infanzia, Bulzoni, Roma 1990). Con interesse accresciuto dalla lettura di quel volumetto scopro qui, grazie a Natàlia, una traduzione del 1934 delle “Pagine sulla lettura e sull’arte” di Baudelaire e mi accingo a intrecciare le riflessioni condotte lì sul binomio teatro e infanzia a quelle, saggiamente riproposte da Nat, sul legame tra critica e poesia.

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